Testi inediti vincitori 2016

 

SEZIONE B

ANNA SETARI

Potrei crederti, penso, se tornassi.

Non sono ben convinta sia reale

questa tua morte – anche se ti ho visto

scolorare e raffreddarti, steso

a fare la tua parte – benchè

poco persuaso, così male accomodato

nei vestiti troppo larghi

– così prosciugato, come di cartapesta –

e, a pensarci, così poco somigliante.

Forse abbiamo vegliato un simulacro.

E tu chissà dov’eri intanto, uscito

per impazienza prima del finale

come facevi a cinema talvolta,

e sparito tra i vicoli, lontano.

Eri così veloce nella corsa.

FRANCESCO INDRIGO

Me madona à ‘na cjapela clara

in-tal cjàf, no vecia, no scjassosa,

biela, coma i’. Intant ch’a scjavassa

i flors in-tal ort, ju caressa cul selest

da li’ mans e lòr a trimin di sgrisulons

cjalts. A’n chei colors di seda ch’a fan

liziera la vita. L’aria ch’in tal miez

a passa, s’impìa di prufuns, che disi

‘i no sai. Li’ coronis a si plein a li’ às

in zenoglon ta li’ fueis. 

A disin li’ orazions tal clip dal sièl.

Me madona si sinta e a speta, sensa

lambic. Vos feminis tra di lòr e sens

vecionons di pazient spetà, intant

ch’il sorèli amont a plan,

sensa primura, coma sempri al ven.

Mia suocera ha un cappello chiaro / in capo, non fuori moda, non vistoso, / bello, come lei. Mentre attraversa / i fiori dell’orto, li accarezza con il celeste / delle mani e loro si scuotono di brividi / caldi. Hanno quei colori di seta che rendono / lieve la vita. 

L’aria che nel mezzo / transita, s’accende di profumi, che dire / non so. Le corolle si piegano alle api / inginocchiate sui petali. / Recitano le preghiere nel tiepido del cielo. / Mia suocera si siede e attende, senza / affanno. Voci femmine tra loro e gesti / antichi di paziente attesa, / mentre lento il tramonto, / senza fretta, come sempre giunge.

MARCO BELLINI

Ci serve una nuova liturgia
fatta di rimandi
a schegge che sono state
si trovano ancora, guardando
possono tenere assieme
oggi che metto in fila i verbi
dopo le azioni
e cammino l’azzardo
anche per te.

Adesso nel passo.
Voce del verbo camminare
è l’azzardo.

FOSCA MASSUCCO

TIPOLOGIA DI CONFORTI E ERBE MARCE

Di sotto ai ciglioni tutto un richiamo,

un’invocazione alla resa nel cammino.

Voltarsi indietro, descrivere forme di sale

erbe marce e rosmarino

descrivere forme di sale e confortare Idit

voltarsi è conforto, sosta infinita e celeste.

Camminare velocissimi, perdere il fiato

nel silenzio boccheggiare,

il respiro nelle orecchie come sott’acqua.

Fuori, dentro, ossigeno, sale.

Laferrere dava tranta per gieugh,

preciso, un chirurgo – ottanta metri

perfetti. E nelle vigne ancora frusciano le voci

che lo cantavano campione,

Laferrere di sale, indietro.

Chi ascolta dopo di me?

Lontano scricchiola un lucherino catturato

ancora convinto di raggiungere libero le fratte.


SARAGEI ANTONINI

LA NOTTE

A notti fa buddèllu –

acchiana – parra – scinni –

iù màncu m’addummìsciu –

mi pari iònnu –

mi pari u stìssu –

cància u salùtu –

cànciunu i robbi –

cància ca stài addìtta

intra i sogni

e macari ca c’è ‘na sèggia libbira

nun t’assetti picchì ti pari mali –

ti pari iònnu – ti pari ca ti virunu –

ca nun t’ntirissa ri nenti –

ca putissi stari muta e taliari ra n’aùtra bànna –

naùtru sognu –

ma a notti è notti

e a virità n’a sapi nùddu –

fa buddèllu –

iù taliu ra n’aùtra bànna –

e ddabbànna è sèmpri cca.

 

La notte fa baccano – sale – parla – scende – io nemmeno mi addormento – mi sembra giorno – mi sembra lo stesso – cambia il saluto – cambiano i vestiti – cambia che stai all’impiedi dentro i sogni e anche se c’è una sedia libera non ti siedi perché ti sembra male – ti sembra giorno – ti sembra che ti vedono – che non ti interessa di niente – che potresti stare muta e guardare da un’altra parte – un altro sogno – ma la notte è notte e la verità non la sa nessuno – fa baccano – io guardo da un’altra parte e di là è sempre qua.

SEZIONE C

SERGIO PASQUANDREA

COLUMBA LIVIA

Il piccione rimpiange le falesie

dove secoli fa nidificava.

Intanto stria l’intonaco di bianco

e disturba la siesta agli inquilini.

Se non muore stampato sull’asfalto

preferisce nascondersi

agonizzare al buio dei solai

perché nessuno veda le sue ossa.

FABIO PRESTIFILIPPO

il prima di noi non esisteva

eppure le parole diventarono

un ingombro:

le frasi le grida

e l’allegria della ragione

ricoprì di silenzi la carta,

luogo per sempre muto

da cui tentavi il tuo fragile

disperato e bellissimo nome

MELANIA PANICO

Incontrerai la donna della vita

o un dio nella scala a chiocciola

mentre sali in terrazzo

una strettoia rampicante

la realtà è l’unica cosa

lo dico con aria inoffensiva – pacata –

l’illusione coincide col respiro.

Esco a comprare tulipani.

Ora seguo la messa dei righi

le parole sono sempre sottili

rasoi impugnati di traverso

a comporre una tecnologia dell’umore

e poi la notte si spezza

ruggisce

che anche il cielo non è per sempre

avrei voluto essere vento

incorporare detriti sottili

rinascere detrito. Rinascere.

ANGELO MOCCHETTI

SENZA DATA

Il prima e il dopo senza data, senza luogo,

senza direzioni, come il lampo

che ignora i suoi lati di libertà,

riempie i punti di fuga, gli orli distanti.

E’ tempo che si sappia del fiato dei giorni,

del silenzio fuso fuori dal mondo

a sciogliere una nera malinconia

capace di riempire ogni memoria.

Bisogna fidarsi di quel che si ignora,

il ruolo di tutti, limitato in attimi,

che diventano sordi, si allungano per scoprire

al centro della fronte il paradosso per cui si vive.

FRANCESCO SASSETTO

NATALE 2014

Dovrei smettere di fumare, ho due stent piantati nel cuore e

il fumo fa male e anche questo mattino di luce imprecisa,

andare e tornare ogni giorno uguale

stanca e fa male.

Accanto una donna mi accompagna e sorride, ci diamo

la mano quando il respiro manca e ci sono ancora scale

da fare e non so se costa più fatica scendere o salire

nel breve tempo che rimane, quanto tempo avanza

me lo chiedo a ogni risveglio

e come sarà l’ultimo sguardo,

una contrazione, un pallore e basta,

schianto o scivolamento

l’ho visto negli occhi di mia madre

questo andare via definitivo, nella sua mano che si allentava

come quando il pensiero è altrove e nulla più rimane.

Le strade piene di gente, si sale a massa sul bus

delle sette che ingoia odori di lingue diverse, voci

straniere nel silenzio di gelo di un’alba ancestrale o

preludio di una fine, teste chine, occhi smarriti,

un padre insegna al figlio a tirare bene i pugni,

perline e collanine, tatuaggi, anelli alle narici,

geroglifici insondabili, labirinti di solitudini allo specchio,

iphone e cellulari, assenza di connessione, nessuna

lingua comune tra i viaggiatori, un ruminare sordo

i detriti di un alfabeto in estinzione, uno scossone,

stridore di gomme sull’asfalto bagnato alla fermata.

Si scende, si va tutti nella corsa elettrica quotidiana, si va al lavoro,

si dorme, si mangia, a volte si fa l’amore

qualcuno sogna ancora qualcosa o solo intravvede

nella notte ombre di passaggio, fantasmi

di altre età, residui da eliminare con lo spazzolino e

il filo interdentale qualcuno dice

che dovrà arrivare un salvatore

lo dico anch’io

ma temo giunga un altro carnefice sorridente,

messia di qualche nuova forma del dolore.

SEZIONE D

ANDREA TAVERNATI

L’ULTIMO DUELLO

La giungla non perdona. Questo lo sapevano. Erano gli unici superstiti di due opposte spedizioni. E ora che il traguardo era così vicino, non si sarebbero tirati indietro. La sorte aveva voluto che fossero proprio loro a trovarsi faccia a faccia alla fine del calvario. Si conoscevano da molto prima di imbarcarsi in quell’avventura: Gustav von Richter, ultimo rampollo senza freni e senza gloria di un’antica famiglia di nobili origini della Bassa Sassonia, e James Rutherford, spia, baro, donnaiolo e doppiogiochista di professione con il senso morale di un giaguaro affamato. Entrambi campioni indiscussi del Fly Follies Circus del Barone di Saint-Jacques, il più celebre e celebrato circo volante del mondo in quei primi del ‘900, finché lo stesso Saint-Jacques non si era schiantato andando in stallo nel bel mezzo di un’esibizione e travolgendo con il suo Blèriot tre disgraziati spettatori. Sicché i suoi due piloti di punta avevano dovuto trovarsi un nuovo miraggio.

L’Africa nera. Misteri sepolti in una impenetrabilità senza confini, in una sterminata distesa verde così piena e monocroma da sembrare il rovescio del deserto e portare allo stesso risultato: la perdizione.

Avevano perso, uno ad uno, i propri compagni di viaggio. I portatori massacrati dalle tribù indigene o allontanati dalla superstizione. I drappelli in uniforme che entrambi avevano estorto, chissà come, al Kaiser e alla Regina Vittoria, cancellati in uno stillicidio di orrori, di malattie e di agguati. Gli amici più fidati e preziosi lasciati negli ultimi avamposti, in preda ad incomprensibili deliri. Ora non restavano che loro, con quel poco di viveri e munizioni che ancora conservavano, senza sapere come tornare indietro, ma la meta ormai davanti a loro, uscita da una leggenda nella quale nessun altro aveva osato credere fino in fondo. Le mappe bruciacchiate e rovinate dal tempo, le voci strozzate degli scarsi e terrorizzati testimoni, raccolte appena prima di essere cancellate per sempre dai sicari di sette senza nome, i documenti dimenticati da millenni, vergati in lingue perdute…tutto trovava ora una sua verità. Il fantomatico tesoro dell’ultimo re degli Etiopi Hirtaco, che aveva ereditato le smisurate fortune della Regina di Saba, quelle stesse che a suo tempo Alessandro aveva trafugato ed arricchito e di cui si era infine impadronita una frangia dissidente dell’Ordine iniziatico dei Templari per nasconderle oltre le sorgenti del Nilo, nel profondo delle tenebre, e, al momento giusto, trasformarle in una fonte di illimitata potenza. Il tesoro di tutti i tesori era là, nelle viscere della terra, dietro l’ingresso angusto della caverna, occultato da un gigantesco tronco abbattuto ad arte, che gli ultimi discendenti dell’Ordine avevano segnato con un sigillo rotondo di bronzo su cui era incisa la croce del Tempio.

E adesso loro si fronteggiavano ancora una volta, ai capi opposti dell’albero abbattuto, rivali, nemici, legati l’un l’altro in vita come in morte.

-Ehi!- gridò Gustav seminascosto tra le radici divelte.

-Ci si rivede!- rispose James agitando debolmente gli ultimi rami scheletrici di quella che doveva essere stata l’immensa chioma.

-Mi spiace, questa volta non posso lanciarti una sigaretta.- replicò Gustav.

-Non importa, la foresta mi ha fatto smettere di fumare.- James rise della sua risata grossa, che non ammetteva incertezze. –Ti ricordi quella volta a Dresda?-

-Come no? “Scusi, ha una sigaretta”…-

-Tu me l’hai lanciata…-

-…E l’hai presa al volo…-

-…Meglio ancora, in volo, da un aereo all’altro, quello sì era un numero!-

-Peccato che non l’abbia visto nessuno…-

-E’ il nostro destino, ragazzo. Siamo eroi da baraccone. Facciamo cose che lasciano a bocca aperta, ma solo per ridere. E dopo un’ora tutti ci hanno dimenticato.-

-Già, che tempi però…- Gustav sospirò con profonda malinconia.

-Finiti, mio caro, per sempre. Non si torna indietro. Non pare, ma anche tu invecchi.-

-Senti chi parla!-

Tacquero entrambi. La foresta incombeva con il frastuono dei suoi infiniti rumori. Milioni di movimenti, animati ed inanimati, giungevano fino alle loro orecchie in una baraonda senza significati. L’umidità si mescolava al sudore in una patina uniforme. Gli insetti turbinavano a sciami davanti ai loro volti, rendendo l’aria irrespirabile.

Poi all’improvviso tutto fu sepolto: un nubifragio tropicale si abbatté ovunque cancellando qualsiasi altra sensazione che non fosse fatta d’acqua. Immobili, senza possibilità di riparo, Gustav e James si lasciarono intridere fino all’osso da quel caldo diluvio senza variazioni. Infine, come di colpo era arrivata, la pioggia di colpo cessò e subito la foresta riprese a parlare con la sua voce multiforme, gli insetti ricominciarono ad occupare l’aria, l’umidità parve loro ancora più pesante.

Dopo qualche minuto James lentamente disse: -Potremmo giocarcela un’ultima volta come ai vecchi tempi.-

Gustav rimase in silenzio per qualche secondo, poi rispose: -Sì. È così che deve essere.-

Dalla parte della chioma ci fu un gran trambusto e James emerse in tutta la sua altezza. Avanzò sul tronco allo scoperto per qualche metro. Intanto Gustav si era liberato dalle radici e, scrollatosi di dosso il terriccio, si era rimesso in equilibrio sulla superficie convessa. Ora potevano guardarsi negli occhi. Ognuno stringeva fra le mani il proprio fucile.

James cominciò ad assumere la posizione giusta per prendere la mira, ma lo fece con una tale lentezza che sembrava non avesse nessuna voglia di farlo; Gustav si piegò sulle ginocchia e portò in avanti l’arma con le movenze di una danza tribale…

-Emiliooo!…- la voce della mamma gli giunse debole, ma distinta, inequivocabile. Lo chiamava per il pranzo e se non fosse rientrato in casa nel giro di qualche minuto si sarebbe arrabbiata…Uff! Proprio adesso che era arrivato al culmine della storia!

Lasciò i soldatini sul ramo più basso dell’albero in fondo al giardino e cominciò a percorrere il viottolo ben curato che portava alla veranda sul retro. Era una bellissima giornata di sole e avrebbe continuato a giocare più tardi.

Ma dopo qualche metro qualcosa lo turbò, gli fece invertire la marcia e tornare verso i soldatini.

Da anni erano tra i suoi principali compagni d’avventura. Con loro si era inventato centinaia di storie. Ne aveva fatto le star di interi eserciti di plastica, cannoni, cavalli, salmerie, accampamenti; con loro aveva scalato le vette dell’Himalaya e attraversato gli oceani, sconfitto popoli barbarici venuti dal nulla e dato la caccia ai più pericolosi criminali del mondo. Li chiamava Gustav e James, Stefano e François, Ivan e Abdul e con altri infiniti nomi a seconda del racconto e dell’ispirazione del momento…

Si fermò davanti al ramo con i soldatini che l’attendevano, bloccati nelle posizioni del combattimento, ai due lati di una vite che, chissà quando e perché, era stata piantata nel legno. Erano pazienti loro, l’avrebbero aspettato così per tutto il tempo necessario.

Ma questa volta aveva la certezza che l’avrebbero aspettato per sempre. Questa era la novità.

Era una evidenza sorta dentro di lui con la forza delle verità incontestabili, di fronte alla quale non poteva fare altro che prenderne atto, accettarla e subirne le conseguenze. Non provava più alcun piacere a giocare con i soldatini. Inventare l’ennesima storia era ormai un gioco di prestigio lungamente provato, l’accensione di una sequenza di artifici in cui era diventato maestro; insomma nient’altro che un consumato esercizio.

Da quel momento avrebbe rivolto il proprio interesse ad altro. A cosa, non ne aveva idea.

Sapeva che prima o poi questo momento sarebbe arrivato. A scuola gli avevano insegnato che non c’è niente che dura per sempre e che certe occupazioni sono adatte a determinati periodi della vita. Però non si era immaginato un taglio così netto: si scioglieva un vincolo cui era rimasto legato per tanto tempo e i cui termini erano infine scaduti. Una risoluzione priva di drammi e anche di dolore. Eppure sentiva che dentro gli stava nascendo un risuonare dolente che l’avrebbe accompagnato a lungo, forse per sempre.

Gli adulti parlavano spesso, soprattutto in sua presenza, di qualcosa che ora gli veniva spontaneo collegare con questa nuova sensazione: lo chiamavano “diventare grandi”. Ecco, quella mattina c’era stato uno scatto in avanti: aveva cominciato a diventare grande. Il risultato finale di forze intense, misteriose, che agivano dentro di lui senza tregua e di cui non poteva essere cosciente, le stesse che facevano crescere le piante e cambiavano le stagioni.

-Emiliooo!- nuovamente il richiamo della mamma, più impegnativo, più seccato.

-Addio.- disse Emilio ad alta voce, rivolto ai soldatini. Ora avrebbero dovuto cavarsela da soli. Gli dispiaceva, ma non poteva farci nulla.

Si voltò e si mise a correre lungo il viottolo verso la veranda lontana.

Gustav sapeva di poter contare sulla propria abilità con il fucile. A forza di esercitarsi ogni giorno era diventato un prolungamento del suo braccio. Così sparò senza prendere la mira, anticipando l’avversario. Il proiettile colpì James al fianco, solo di striscio. Tuttavia ciò fu sufficiente per fargli perdere l’equilibrio e farlo precipitare giù dal tronco. Con un ultimo disperato aggrapparsi alla propria volontà, mentre cominciava a cadere sparò a sua volta e la pallottola disintegrò il ginocchio di Gustav.

Così ora giacevano entrambi nel sottobosco, uno accanto all’altro, e giorno dopo giorno le lussureggianti erbe estive li coprivano sempre di più, confondendo i loro corpi e le loro anime nelle tenebre della foresta pluviale.

Era destino…” pensò James “…in fondo non siamo che eroi da baraccone usciti da un sacchetto di plastica comprato alle giostre ed è giusto che dopo un’ora di gloria nessuno si ricordi più di noi…Però, ragazzi, in quell’ora…quante ne abbiamo combinate! E non ne è valsa la pena?”

Per l’ultima volta James rise davvero di gusto.

ELEONORA SERAFINO

La fame del gabbiano

RACCONTO

Che cavolo avete da guardare, malati cattivi!?! Sì, mentre voi aspettavate, esausti orfani di pazienza, pieni di ansia e di noia, io mi sono scopata il dottore. Sì, quel bell’uomo che a voi sembra San Pellegrino il guaritore, con il bisturi al posto del crocefisso, quello di cui parlate come un Dio salvifico, nei pomeriggi umidi trascorsi a respirare l’aria viziata della sala d’attesa. Proprio quello. Che poi non è un Dio, lascia i calzini sporchi sul pavimento per giorni, proprio come il più tipico dei mariti. Fa finta di saper fumare per darsi un tono, perché quando i suoi coetanei imparavano, lui era troppo sfigato per entrare nel gruppo dei belli e inaffidabili coi jeans strappati e tanti due in pagella. E prima di baciarmi, la prima volta, ha accozzato parole improbabili, frasi inopportune e gesti goffi, perché l’occhio verde che non perdona è solo un immeritato dono di natura. Del bel medico di E.R. non ha nulla. Bello sì, ma finto spavaldo. Sappiatelo, malati cattivi.

Elena attraversa stropicciata il corridoio stretto che conduce alla sala d’attesa. La giacca sgualcita come quando ai tempi dell’università, ubriaca come un marinaio inglese, si addormentava vestita e la mattina servivano solo la lavatrice col doppio risciacquo e due aspirine. Passa entrambe le mani sulla gonna, tira in giù gli orli, strappa via dal polso un elastico e lega i capelli in una coda alta. Arriva alla stanza del caos che si sente quasi presentabile. Passa fulminea tra le persone in attesa del proprio turno di visita. Volti pallidi, occhi liquidi, camminate sbilenche, teste lisce come lumache o inguainate in foulard di cattivo gusto, bocche che sbuffano, bocche che mangiano, bocche che parlano. E parlano. E parlano.

Negli anni aveva imparato che per sopravvivere al purgatorio, a quella stanza grande ma così affollata da sembrare più piccola e fredda di un frigo da campeggio, era necessario armarsi di giornali, libri e silenzio. Le prime volte aveva pianto dentro. Di quei pianti che fanno più male, che bruciano di più, perché spinti a fatica giù, in un luogo che immaginava tra lo stomaco e il cuore, un nuovo organo preposto al raccoglimento delle lacrime trattenute e che prima o poi -lei lo sapeva- sarebbero straripate. La prima volta che aveva pianto dentro era stata al racconto della signora con la quinta recidiva, poi a quello del ragazzo con la metastasi al fegato, poi del signore salvo al costo di una gamba. Perché in quel reparto spesso funzionava così: “O la vita o la gamba”. E chi aveva scelto la prima si riteneva fortunato. Elena si era chiesta spesso come fosse possibile ritenersi fortunati con una gamba o un braccio soli. Ma dopo le prime lacrime ingoiate, e qualche volta vomitate in un angolo nascosto di quel posto di morti, vite sospese e vite pseudo-miracolate, aveva imparato la regola fondamentale per la sopravvivenza in una sala d’attesa di un reparto oncologico: mostrarsi impegnata, impegnatissima. La testa china sulle pagine di un libro, lo sguardo ficcato nello schermo di un pc o di un cellulare, la schiena dritta, le gambe accavallate. Non sembrare malata. Non sembrare meritevole di pietà. Più sembri meritevole di pietà, più la gente chiede. Più la gente chiede, più devi smuovere i piatti riposti nella credenza, anche quelli pieni di crepe, anche quelli che hai riparato da poco. E non sai se la colla tiene. E non sai se spostandoli, poi saprai rimetterli di nuovo a posto, in quell’ordine lì, così precario, che però è un ordine, il tuo. Semmai cascano tutti. Semmai poi casca la credenza.

Con questa strategia pensava di essersi salvata dall’esplosione verbale del malato oncologico. Una diarrea di parole così intrise di solennità da sembrare biografie postume, a volte veri e propri necrologi pronunciati dal morto parlante. Il malato oncologico vuole sapere, ha bisogno di sapere che non è l’unico. Ha bisogno non solo di conoscere il dolore altrui, ma spera che superi il suo anche di poco, spera che l’altro abbia una storia più tragica o con un lieto fine un po’ meno lieto della propria, per sentirsi più fortunato, a tratti miracolato, più meritevole di salvezza. Ma oltre ogni cosa, il malato oncologico, o, caso ancora meno auspicabile, sua madre suo padre suo fratello sua sorella suo figlio sua figlia suo nipote, vuole raccontare. Quando lo ha scoperto. Quando è stato operato. Chi l’ha operato (giubilo se il chirurgo è lo stesso, condividiamo carnefice e salvatore!, pensa). Il decorso post operatorio. Ogni terapia, ogni ricovero, ogni sintomo, ogni ferita, ogni cicatrice.

Così Elena, dopo un po’, aveva capito che la sua strategia necessitava di aggiustamenti. Ok l’aria impegnata, ok lo sguardo perso tra righe di inchiostro o in qualunque diavoleria elettronica, a costo anche di sembrare una di quelle sedicenni che spesso incontrava in metro, alienate dal mondo, forse da loro stesse, con le dita nevrotiche sugli schermi. Ma l’aria “sono figa” no, quella no. Perché semmai, malauguratamente, fosse trapelato che la paziente era proprio lei, con le sue cosce sode in equilibrio stabile sui tacchi alti, viste in un reparto oncologico ed ortopedico come un quarto di manzo in un ristorante vegano, la curiosità sarebbe cresciuta più del debito pubblico in Grecia. E insieme alla curiosità, la cattiveria. Molti malati oncologici -altra scoperta fatta da Elena, dopo le regole di sopravvivenza e le tresche tra medici e infermieri- diventano cattivi. La malattia, in certe persone, succhia ogni ottimismo. Ogni dolore aggiunge una pennellata di cinismo ad una facciata sempre più sgretolata, su cui spesso non c’è intonaco che tenga, parola di conforto o gesto inaspettato a impedire perdite ed infiltrazioni. Muffa. Muffa ovunque. Perfino negli occhi. Riuscire a trattenere sul volto un’espressione, per più di qualche secondo, è una fatica immane. Le pupille dei malati incattiviti, invece, sono ogni secondo uguali al precedente. Ed Elena questo lo sapeva bene. Come sapeva bene che non tutti diventano cattivi. Ci sono anche malati che ad ogni colpo hanno gettato via dall’anima, come bagagli superflui da una scialuppa di salvataggio, pesi inutili. Fino a diventare leggeri, così leggeri da volare sulla vita, sulle sue brutture ed inutilità terrene, con una grazia da far invidia al più superficiale degli uomini, altrettanto capace di planare sul mondo, ma senza l’inconsapevole saggezza di un sopravvissuto che sa su quali fiori fermarsi per trarne linfa vitale e su quali no. Elena spesso aveva scorto tanta sapiente leggerezza, in tanti sguardi. Ma aveva conosciuto anche chi con ogni muscolo del volto, seppur immobile, seppur silente, le aveva detto: “Ti odio perché sei giovane, ti odio perché puoi ancora farti lo shampoo e le trecce, ti odio perché cammini su due gambe, ti odio perché la malattia non ti ha ancora incrinato verso il basso, in maniera perenne, gli angoli della bocca, ti odio perché non ti ha sottratto ancora la bellezza, ti odio perché stai sopravvivendo meglio di me”. Frasi mai pronunciate, ma lei le aveva sentite, una dopo l’altra, più volte, in ordine sparso. Ora stava uscendo da quella stanza e stava odiando tutte quelle facce sparute, quelle palpebre spalancate sul mondo solo dalla paura o dalla disperazione, quei corpi legati all’esistenza da fili troppo sottili che chiamano fede o speranza. Li odiava tutti. Indistintamente. Li odiava perché esemplari imperfetti della razza umana, prodotti fallati, come borse che escono da grandi fabbriche già col difetto e a cui per questo non verrà mai affissa l’etichetta della griffe. Fosse il loro anche solo un minimo difetto, ma sufficiente a farle finire non al braccio di una signora elegante che viaggia per il mondo con le narici al cielo e il suo barboncino rinsecchito, ma in un mercato di second’ordine. Odiava quelle borse malmesse e al contempo si rifiutava di finire nello scaffale degli articoli difettati insieme a loro. Con la testa lucida, la pelle che suda medicinali, il colorito di una creme brulè al latte di soia. Non voleva, ma dal momento che era lì, forse stava già condividendo quello scaffale. Poco importava se gli altri su quel lettino ci erano saliti per una visita e lei per giocare al dottore. Particolari che non scagionano, che non regalano la perfezione. Era una reietta come loro, odiava loro per non odiare se stessa, o forse aveva già iniziato ad odiarsi un po’, ma non lo sapeva ancora. Una cosa invece la sapeva bene: stava diventando una malata cattiva. Lei che avrebbe voluto salvare tutti i cani randagi, i senzatetto e i senegalesi ai semafori e avrebbe voluto adottare tutti quei bambini del tg con gli occhi neri e acquosi e le pance gonfie di fame, lei che, in un letto di ospedale, aveva perdonato un uomo che le aveva portato tulipani con il collo della camicia macchiato di rossetto, stava conoscendo l’odio. Stava iniziando ad odiare gli imperfetti. E ad invidiare i perfetti, quelli che possono programmare la vacanza un anno prima, che ogni due mesi devono ricordarsi al massimo di pagare corrente e telefono e non di entrare in tubi rumorosi per farsi scansionare ogni parte del corpo, quelli che si disperano, sinceramente, incondizionatamente, senza freni, né ritegno, per amore. Ricordava bene l’ultima volta che aveva visto piangere una persona per amore. Aveva amato quelle lacrime. Avrebbe voluto leccarle tutte, bagnarsi la lingua di quell’acqua salata come di una pozione magica per ritornare all’antica purezza dell’ingenuo. Di quello che crede sempre che le malattie impronunciabili colpiscano solo gli altri, che non pensa alla morte come ad una vicina di casa prossima ed inevitabile, che riesce ancora ad innamorarsi come fosse la prima volta. Di quell’amore incondizionato, di quell’amore che “senza di te, io non vivo”. Elena, invece, aveva imparato che senza Elena non era possibile vivere. Si era persa, più volte, ad ogni impatto inaspettato col cancro, un incidente impietoso, uno scontro in pieno volto con un treno in corsa. Pezzi sparsi ovunque, il cervello al posto del cuore, il cuore al posto delle corde vocali. Aveva raccolto ogni brandello di sè, anche quelli che sembravano irrecuperabili, catapultati lontani in un lungo urlo di dolore senza voce, e li aveva riposti dove necessario. Aveva ricomposto il puzzle. Si era persa e ritrovata. Tante volte in quegli ultimi dieci anni, ad ogni diagnosi crudele, ad ogni pericolo ritornato dopo un pericolo scampato. Ogni volta che sembrava fatta, che sembrava l’ultima ricostruzione faticosa, dopo la quale avrebbe potuto andarsene su e giù per la vita con tutti quei tasselli del Lego un po’ smaccati ma che in qualche modo miracoloso stavano insieme. Ed invece era arrivato qualcuno in camice bianco a dirle che neanche quella era la volta giusta, che il nemico li aveva presi tutti in giro, travestendo da resa un momentaneo riposo. Apri e cuci, apri di nuovo, togli una losanga di muscolo, cattura il mostro, apri e richiudi, taglia e ricuci. E poi armati di pazienza e riprova a camminare come se il corpo non fosse stato un tempio saccheggiato, come se in quella gamba non mancassero davvero centimetri cubi. La riabilitazione, cinque volte in dieci anni. I ricoveri, cinque volte in dieci anni.

Ora qualcuno, ancora una volta vestito di un bianco pesante, era venuto a dirle che non c’è cinque senza sei. Forse. Forse non c’è cinque senza sei. Una volta si sarebbe aggrappata con le braccia tese e le unghie sanguinanti, a quel “forse”. E avrebbe sperato. Fino alla fine, fino al responso sibillino dell’ago aspirato. Ora no. Stava pattinando sul ghiaccio, non stava semplicemente passeggiando. No. Dopo l’ultimo intervento, aveva ripreso a camminare, passo dopo passo, come i bambini. Poi aveva iniziato a correre, sempre più veloce, velocissima. E ora, non paga, era salita su dei favolosi pattini d’argento e stava volteggiando sul mondo, anche sui terreni più duri e scivolosi, in perfetto equilibrio su lame sottili.

<<Buongiorno, dottore>>

<<Buongiorno a lei. Ho parlato con la dottoressa Chirico, dice che cercherà di affrettare il più possibile la consegna dell’esame istologico, perché…>>.

<<È sicuro, dottore, di voler parlare di questo?>>, lo interrompe Elena, che seduta dall’altro lato della scrivania con espressione severa punta dritto ai suo occhi come a volerglieli strappare, mentre già da qualche secondo si è lasciata scivolare dal piede, silenziosa come una biscia, una scarpa.

Giacomo incalza, cercando di conservare nella voce e nei gesti il distacco che si confà al luogo, mentre il suo corpo, schiacciato contro lo schienale della sedia, immobile, quasi ieratico, nella sua mente è già sgusciato via dal camice per seguire le vie scomode del desiderio.

<< Se siamo tempestivi… >>, continua come se non fosse stato mai interrotto.

<<Sicuro di voler parlare, dottore?>>. Il suo piede ora si muove contro la coscia di Giacomo. Lui fa un lungo sospiro nel tentativo di raschiare dal fondo l’ultima briciola di professionalità. Tentativo fallito. Miseramente. Scuote la testa, più volte, si alza, facendo leva con entrambe le mani sul tavolo, si piega verso di lei e la bacia. Quasi a volerla mangiare, quasi a volerla zittire, a sua volta da lei zittito.

<<Non può sempre finire così tra me e te, Elena. Dovremmo…>>.

<<Dovremmo, dovremmo, dovremmo… Dovremmo lanciarci da questa finestra e volare via come gabbiani>>.

<<Non ci sono gabbiani a Napoli, c’è troppo inquinamento perché sopravvivano>>.

<<Ed invece sì. I gabbiani vivono di inquinamento. Si cibano dei rifiuti prodotti dall’uomo, un po’ come te>>.

<<Sono un chirurgo, Elena. Un chirurgo. Un ortopedico. Non una gabbianella. E poi perché sai così tanto di gabbiani tu?>>.

<<Sono una giornalista. I giornalisti campano di informazioni prese qua e là, fingendo di saperne più degli altri>>.

<<Quando ci vediamo per parlare di cose serie?>>.

<<Chi decide cosa è serio e cosa no? I gabbiani napoletani per me sono cose serissime. Lo sai che per colpa dell’inurbamento selvaggio sono diventati super aggressivi e spesso attaccano piccioni, cani, gatti… Perfino esseri umani. Potresti finire cibo per gabbiani, una lauda cena per loro: carne e clorexidina>>.

<<Riesci sempre ad essere così…>>.

<<Vomitevole?>>

<<Cinica, stavo per dire cinica>>.

<<Non sono cinica, sono realista. Quello dei gabbiani è un problema serio. Come è un problema serio che fuori c’è una giornata meravigliosa e un sole che scioglierebbe tutti i ghiacciai dell’Antartide e noi siamo qui a scopare su ecografie e risonanze.>>

<<Da queste ecografie e risonanze dipendono vita e morte di molte persone. Queste sono cose serie, per cui è serio ed importante che io sia qui.>>

<<Non te ne accorgi, ma per te sono seri ed importanti solo i mostri che abitano i tuoi pazienti. È diventata un’ossessione la tua. Quando inizi a vivere?>>

<<Quando ci vediamo?>>

<<A inizio settimana parto, vado a Cannes, c’è il Festival. Torno a fine mese.>>

<<Un festival del cinema che dura un mese? Non si è mai visto!>>

<<Penso mi fermerò qualche giorno in Puglia, ho voglia del mare salato del Salento. O a Venezia, voglio andare in gondola.>>

<<Anche in costiera amalfitana il mare è salato, perché andare fin in Puglia? Nella vita ci sono delle priorità.>>

<<Giusto, le orecchiette con le cime di rapa sono la mia priorità in questo momento.>>

<<Sei un’irresponsabile.>>

<<Buon lavoro, dottore.>>

Elena si chiude la porta alle spalle, lasciando annegare Giacomo in un mare di domande, imprecazioni taciute e gesti trattenuti.

Fa le scale. Di corsa. Niente ascensore, sono piccoli. Piccoli e lenti gli ascensori dell’ospedale, devi sostenere lo sguardo di qualcuno in mezzo metro, non puoi sfuggire, in mezzo metro. Devi abbozzare semmai anche un sorriso di circostanza. Se no sembri stronza, se no sembri scortese, se no che fai? Ma Elena non aveva nessuna voglia di sorridere.

Percorre tutte le trentacinque mattonelle blu notte, lucide e splendenti, tempestate di stelle argentate. Le uniche cose belle e luminose in una struttura fatiscente, un fiocco di seta su una testa canuta e mal acconciata. Mattonelle arroganti. Ogni volta che le calpestava prima di raggiungere, finalmente, contenta, la porta d’uscita, lo pensava. “Mattonelle arroganti! Stonano col resto, eppure se ne stanno lì, a risplendere incuranti, confinando con ascensori piccoli come lattine e distributori di snack che necessitano di calci e colpi d’anca per fare il loro dovere. Mattonelle arroganti!”.

La porta che conduce all’esterno è di quelle a cui dai mezza spinta e si aprono all’istante per poi tornare al loro posto. Elena ogni volta ci si gettava come quei pipistrelli che non vedono il vetro e in picchiata contro una finestra chiusa, con tutta la forza vitale che hanno in corpo, nello schianto trovano la morte. Ogni volta ci si gettava così, contro quella porta, ma vi ci trovava la vita. Usciva da quel posto e se ne riappropriava, l’aria entrava di nuovo nei polmoni, dentro l’ossigeno, fuori l’anidride carbonica. Uno due tre, battito del cuore, uno due e tre, circolazione venosa e circolazione arteriosa. Uno due e tre, le gambe che si muovono, i capelli agitati dal vento o bagnati dalla pioggia. Uno due e tre, la vita. Perché lì dentro si fermava tutto. E lì fuori tutto riprendeva. “Furba lei!”, avrebbe detto qualcuno. Le strade per la sopravvivenza le aveva imparate tutte. Aveva trovato un altro escamotage: quel che accade fra quelle mura muore fra quelle mura, dopo la porta ci si spoglia della pelle malata, dopo la porta il ricambio epidermico e salvifico.

Anche quel giorno come un pipistrello. Un rapido colpo ed è di nuovo luce.

È maggio ed il sole è cocente. Che bello sentirlo in volto!

SULLA COLLINA
di Giuliano Gemo
Il vecchio sedeva all’ombra, sotto il pergolato della casa diroccata, sulla cima della collina. Di fronte a lui, il vasto pendio, declinante verso la pianura, era completamente ricoperto dai filari delle viti. Il sole del meriggio li accendeva d’un verde squillante, senza ombre. Intenso quasi quanto lo era, sopra, l’azzurro del cielo, senza il filo d’una nuvola.
Soltanto un sentiero d’erba incideva, sinuoso, la distesa delle viti, salendo verso la casa. Un ragazzino lo stava percorrendo a passi rapidi, che ogni tanto, per brevi tratti, si trasformavano in corsa. Dopo ciascuna di queste accelerazioni, il ragazzino si fermava per riprendere fiato. E allora si voltava, e stava lì così, per qualche istante, stendendo lo sguardo sulla veduta che gli si offriva, sempre più ampia ad ogni sosta, mano a mano che saliva.
Giunto sulla cima, uscendo dal folto del vigneto si trovò davanti il piccolo spiazzo erboso, la casa diroccata… e il vecchio: seduto sotto il pergolato, il gomito poggiato su quel tavolo massiccio al suo fianco.
Il vecchio gli chiese: “Quanti anni hai?”
“Dieci”.
Sul tavolo c’erano alcune bottiglie e un bicchiere. Il vecchio prese la più vicina, versò un po’ di vino rosso e lo porse al ragazzo. Questi ne bevve un sorso. Strizzò gli occhi e si mise a tossire: “Che roba è?” esclamò.
“Vino. Non ti piace?”
“No. Ha un gusto… Brucia in gola!… E’ aspro…”
Il ragazzo restituì il bicchiere col vino al vecchio. Questi lo riappoggiò sul tavolo. Poi gli domandò: “Ti piaceranno certo più le ragazze, piuttosto che questa ‘roba’, vero?”
“Le ragazze?… Macchè… per carità! Sono troppo strane!”
“E coi maschi allora, coi compagni, a scuola,… vai d’accordo? Hai amici?”
“Sì. Ho un amico: Gianni”. E, prima che il vecchio gli chiedesse altro, si mise a parlargliene: a descriverlo, a raccontargli avventure e imprese compiute assieme…
Il vecchio commentò: “Vi divertite, insomma… Ti va bene, la vita…”
Il ragazzino non replicò nulla; continuava a fissarlo, gli occhi socchiusi per il troppo sole. Il vecchio allora aggiunse: ”No? Che te ne pare, della vita?”
Il ragazzo, che si manteneva fuori dal pergolato, in pieno sole, ora portò una mano alla fronte, a mo’ di visiera, per ripararsi gli occhi dalla luce, e reclinò leggermente il capo: “Della vita? In che senso?”
Il vecchio sembrò sorridere. Non rispose. Disse: “Ora vai. Ci rivedremo ancora. Qui, una delle prossime estati. Tra cinque anni: mi verrai di nuovo a trovare, e mi racconterai…”
Si salutarono. Il ragazzino si riavviò di corsa giù per il sentiero, lungo il versante della collina, tra il verde splendente delle viti.
Un identico giorno d’estate, un ragazzo di quindici anni saliva il medesimo sentiero, sino alla casa diroccata. Il vecchio era sempre seduto là davanti, all’ombra. Quando scorse il ragazzo sbucare dal vigneto, gli sembrò alto il doppio rispetto a cinque anni prima; ma lo riconobbe immediatamente: i lineamenti del viso erano rimasti quasi gli stessi, tanto che gli risaltò strano quel po’ di peluria tra il naso e il labbro… Da una delle bottiglie sul tavolo, il vecchio versò anche stavolta un po’ di vino rosso e glielo porse. Il ragazzo ne bevve un sorso; rimase ad assaporarlo per qualche istante. Poi, rapidamente, vuotò il bicchiere.
“Buono!” esclamò. “E’ vino?”
“Già. Lo stesso tipo di vino che t’ho fatto assaggiare cinque anni fa. Ti piace?”

“Sì. Ha un gusto… particolare…”. Socchiudeva le labbra; sembrava ne stesse ancora studiando il sapore. “Non è come quello che beve mio papà – mia mamma me l’ha proibito, ma una volta, di nascosto, l’ho assaggiato: faceva schifo. Questo invece… è buono! Me ne dai ancora?”
“Solo un assaggio, ma di quest’altro”. E gli versò due dita da un’altra bottiglia.
Il ragazzo, prendendo il bicchiere e osservandolo: “Questo… ha un colore più chiaro…”.
“E’ un rosato” disse il vecchio.
Il ragazzo lo trangugiò velocemente. “Ha tutto un altro sapore! Ed è frizzante…”
“I vini sono tanti. Tutti differenti, persino quando li chiamano con lo stesso nome”.
“Ma quanti tipi ce ne sono? Fammene provare altri!”
“Con calma. Avrai tempo. Sono infiniti”.
“Mi sento strano… Mi gira un po’ la testa… Però… è una bella sensazione… Non l’avevo mai provata. Di solito bevo Coca cola, o aranciata… Ma fa sempre questo effetto, il vino?”
“Quando non si è abituati. Oppure se ne bevi troppo”.
Il ragazzo ondeggiava sulle gambe, ma sorrideva, divertito. Il vecchio scostò col piede una sedia dal tavolo e gli fece cenno di sedere.
Poi gli chiese: “E con le ragazze, come va?”
“Le ragazze?”. Sorrise. “Sono… stupende! Certe, resto incantato a guardarle. Quest’anno, nella mia classe, ne è arrivata una nuova — dovresti vederla! E’… sembra un angelo!… Facevo fatica a parlarci, quando ce l’avevo davanti…”. Qui s’interruppe, arrossendo. Poi, con voce che tradiva l’emozione: “Domani sera forse la rivedo: si va mangiare una pizza coi compagni, per la fine della scuola…”.
“E amici, ne hai?”
“Oh, sì! Sono stupendi anche loro — ma in un altro modo” (il ragazzo rise per un attimo) “Ultimamente ne ho conosciuti di nuovi… sono fortissimi!”
Prima di congedarlo, il vecchio gli disse che si sarebbero rivisti, in quello stesso luogo, ma stavolta dopo un tempo doppio del precedente.
Infine, gli fece l’ultima domanda: “E della vita, che pensi?”
Il ragazzo s’era già alzato dalla sedia, per andare. Adesso, in piedi di fronte al vecchio, lo guardò negli occhi e sorrise. Non rispose subito. Aggirò tutt’intorno, lentamente, lo sguardo: sulla distesa verde lucente delle viti; su tutto il pendio in discesa della collina, fino alla pianura là in basso, suddivisa in riquadri sui quali s’alternavano il biondo abbagliante dell’orzo e il verde scuro dell’erba medica. Quindi, socchiudendoli per la luce, alzò gli occhi al cielo, limpido ed azzurro, con solo qualche batuffoletto bianco laggiù, appena sopra l’orizzonte.
“E’ meravigliosa” disse.
Il giovane che, dieci anni dopo, saliva a grandi passi il sentiero tra le viti fino alla cima della collina, aveva venticinque anni. Allorchè giunse di fronte al vecchio, seduto sotto la pergola davanti alla casa diroccata, questi gli versò quel solito po’ di vino rosso. Lui lo bevve d’un fiato e disse: “Buono, questo merlot. Ad alcuni miei amici non piace, il merlot: dicono che è troppo corposo, altri che è aspro. A me invece piace proprio per questo. Hai anche del cabernet, lì?” e indicò il tavolo accanto al vecchio, sul quale c’erano tre bottiglie già aperte.
Il vecchio gli versò il cabernet. Lui bevve anche questo in un sorso, e disse che pure questo era buono. Chiese se era prodotto lì in zona o dove.
“Hai imparato a conoscerli, allora, i vini” disse il vecchio.
“Eh, già. E mi piace assaggiarne sempre di nuovi. Qualche volta mi sono ubriacato, è vero… Un paio di volte sono stato male sul serio – una, addirittura, sono finito al pronto soccorso, pensa un po’! — E allora, dopo, mi riprometto di smettere del tutto col vino. Per qualche tempo lo faccio, ma poi… Ce ne sono troppi di buoni, e io son sempre curioso di provarli… Perché – be’, lo saprai — persino se si tratta dello stesso vitigno, della stessa azienda, ma però varia l’annata… Insomma, non riesco a non assaggiarli… E poi, sai com’è, quando si sta in compagnia, tra amici, e anche a loro piace bere…”
“Hai molti amici?”
Il giovane ebbe una breve risata: “Troppi, dicono i miei!… E’ che mi piace conoscerne sempre di nuovi. Certi son proprio forti! L’unico rimpianto, è vero, è che a volte non mi basta il tempo per vederli tutti quanto vorrei — dovrei avere le giornate di 48 ore!”
“E le ragazze?”
“Ah, be’, quelle… Sono una scoperta continua. Gli amici mi prendono in giro, perchè dicono che m’innamoro di una nuova ogni tre mesi. Ma… sono troppo belle! Come fai a non corteggiarle, a non starci assieme? Guardarle, accarezzarle, farci l’amore, è la cosa più bella che esista al mondo!… Anche se… qualche volta…”; qui abbassò lo sguardo; abbozzò, per un attimo, un sorriso: “…sì, un paio di volte,… ci sono stato male. Ce ne sono state due… che m’hanno fatto soffrire. Di brutto. Tanto che, dopo queste, avevo deciso che non volevo più saperne: delle donne, dell’amore…”. Rialzò gli occhi, e li rivolse verso il panorama: “Poi invece, superata la… sì, la disperazione, di quei mesi… sai com’è la vita…”
“Com’è, la vita?”
Il ragazzo tornò a guardare il vecchio in volto, riprendendo a sorridere lievemente. Poi spostò lo sguardo sulle profonde crepe nel legno del tavolo, su cui il vecchio teneva poggiato il braccio. Quindi rialzò gli occhi e, guardandosi intorno (il sole, il cielo, le foglie delle viti là, poco lontane, appena smosse da una brezza leggera), disse: “Eh!… La vita è tanto varia… così piena di cose da fare, … da provare,… da vivere … che non ti basta mai”.
L’uomo che vent’anni dopo saliva con passo tranquillo il sentiero, sostando ogni tanto per voltarsi a contemplare il panorama dietro di sé, aveva quarantacinque anni.
Quando giunse di fronte al vecchio, per la prima volta si sorprese nel considerare come nulla in lui fosse cambiato: sembrava avere la stessa età del primo giorno che l’aveva veduto! Si spiegò in parte la cosa col fatto che da bambini, o anche da ragazzi, tutti gli adulti ci sembrano dei vecchi. Ma strano gli parve pure il ritrovare tutto, ogni particolare di quel luogo, la casa, il pergolato sul davanti, il tavolo in legno con sopra le bottiglie aperte, la sedia del vecchio, tutto uguale alla prima volta.
Il vecchio gli versò il solito po’ di vino. L’uomo stavolta lo bevve piano, a piccoli sorsi, centellinandolo. Passò del tempo, prima che avesse finito.
“Ho imparato a gustarlo, adesso”, disse.
“Ti capita ancora d’ubriacarti, fino a star male, come mi raccontavi l’ultima volta?”.
L’uomo lo guardò, come se, sulle prime, non capisse, o non ricordasse. Poi rise: “Ah, no. No, adesso ne bevo poco, ma vini buoni, scelti. Ad alcuni mi sono – come dire – sì, un po’ affezionato”.
Gli sembrò che il vecchio sorridesse pure lui, ma non ne fu sicuro. Era sempre stato difficile capire, tra le rughe fitte e profonde del suo viso, quando sorridesse o cambiasse espressione.
Poi, prima che glielo chiedesse: “Anche con le donne, con l’amore, ora è diverso. Non sento più il desiderio di cambiarle continuamente, di conoscerne sempre di nuove. Sto con una, sempre la stessa, da parecchi anni. Non saprei immaginarmi, oggi, con un’altra. Sto bene con lei. E lei con me: credo che ciascuno abbia trovato nell’altro ciò che (forse senza neppure saperlo) cercava…
“Amici?”
“Pochi, ma cari; veri. Ormai di lunga data”.

Passò un minuto, in cui né il vecchio né lui parlarono.
Infine, il vecchio: “La vita?”
L’uomo stette a fissarlo in viso, per qualche istante: tutte quelle rughe fitte e profonde. Poi, socchiudendo leggermente gli occhi, trasse un sospiro: “Be’, certo, ci sono stati, dall’ultima volta…” ma qui s’interruppe. Lasciò passare alcuni secondi, mentre guardava a terra, l’erba verde vivo davanti ai suoi piedi. Poi risollevò lo sguardo, rivolto al vecchio; sorrise:
“E’ ancora bella”.
Mentre poco dopo, le mani in tasca, ripercorreva in discesa il sentiero tra i vigneti, l’uomo pensava a quello che gli aveva appena detto il vecchio, nel salutarlo: si sarebbero rivisti di nuovo lì, come regola, trascorso il doppio degli anni dall’ultima volta… Quindi fra quarant’anni…
…Si arrestò: egli ne avrebbe avuti ottantacinque!…
Fu colto da un capogiro.
Ma… e il vecchio? Come sarebbe stato possibile trovarlo ancora là?
Eppure, riprendendo la discesa lentamente, lungo il sentiero d’erba tra le viti, si ritrovò a chiedersi cosa avrebbe risposto quel giorno, fra quarant’anni, alle solite domande.
Gli amici?…
Li avrebbe avuti ancora tutti accanto?… — Oh no!, a questo non devi pensare!… Con uno scarto brusco del capo scaraventò fuori dalla propria mente quella domanda, lontano. Accelerò il passo, come per lasciarla lì sul posto, alle sue spalle, e distanziarsene rapidamente.

E… le donne?…

E della vita, cosa avrebbe detto?
… Quanta se ne sarebbe sentita, ancora, davanti?
Questa vita che ora lo circondava, rigogliosa, in questo inizio di pomeriggio d’un giorno d’estate… Rallentò di nuovo il passo. Era ormai quasi giunto in fondo, ai piedi della collina.
Si fermò, e si voltò indietro, verso la sommità, dove il tetto rosso della casa diroccata s’intravedeva spuntare appena, lontano, al di sopra delle viti.
Aggirò un’altra volta lo sguardo tutt’intorno: la luce del sole, l’azzurro del cielo, il verde lucente delle foglie sui filari rigonfi… Pensò a quel mezzo bicchiere di liquido color rosso scuro, o giallo paglierino, dal gusto sempre così diverso, dolce oppure amaro… Rivide le serate allegre, con gli amici… Poi, il sorriso della sua donna, seduta di fronte a lui; i due calici di vino tra loro, e lei che allungava una mano sul tavolo fino a toccare la sua, per giocherellare poi l’uno con le dita dell’altra…
Tornò al presente: ai colori di questo giorno di primo giugno; a questo pomeriggio luminoso, appena incominciato. Guardò di nuovo là, verso la cima della collina.
Chiuse gli occhi: s’immaginò ancora lassù; rivide il vasto panorama che vi si godeva, su tutta la campagna circostante, a perdita d’occhio…; e poi d’un tratto, dal viottolo tra le viti che portava alla casa, lo sbucare d’un ragazzino, trafelato – doveva aver fatto la salita di corsa –: se lo vide fermarglisi davanti, e fissarlo in volto tra il sorpreso e l’incuriosito… E allora (sempre ad occhi chiusi) vide il proprio braccio stendersi a prendere una bottiglia dal tavolo accanto a sè, versarne un po’ di vino rosso in un bicchiere, quindi allungarlo verso il ragazzo:
“Quanti anni hai?”

4 thoughts on “Testi inediti vincitori 2016

  1. Bando 2000-2004 « concorsoguidogozzano gennaio 1, 2013 alle 4:49 pm Reply

    […] Bando 2000-2004. […]

  2. Bando 2000-2004 | concorsoguidogozzano aprile 8, 2013 alle 9:51 am Reply

    […] Bando 2000-2004. […]

  3. Bando 2000-2004 | concorsoguidogozzano aprile 21, 2013 alle 11:13 am Reply

    […] Bando 2000-2004 […]

  4. […] Testi inediti vincitori 2016 […]

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