Motivazioni Vincitori 2016

Motivazioni delle Giurie

 

MILO DE ANGELIS

Incontri e agguati

Mondadori

2015

Dall’esordio folgorante e indimenticabile di Somiglianze, la poesia di De Angelis è rimasta fedele ai suoi grandi temi: la dimensione tragica dell’esistere; il conflitto inconciliabile tra libertà e necessità, tra le forze possenti dell’argomentazione e l’inesorabilità dell’accadere; l’esigenza di una parola poetica rigorosa e strenua, capace di strappare un lembo di verità al buio delle cose. Divisa in tre sezioni fortemente strutturate, questa nuova raccolta – intitolata Incontri e agguati – ci introduce nell’officina segreta della sua poesia, nella guerra di trincea che l’uomo da sempre ingaggia con la morte, e contro la quale non può che brandire una parola «precisa» e arcana, come inesorabile ed enigmatico è il destino che ci sovrasta. Eppure, in questo libro di urli segreti, di «saliscendi della mente», di sangue versato, di precipizi e di reclusioni, non mancano fioriture pietose e inattese, tradotte in immagini potenti e delicate, come quelle che concludono (e non sarà un caso) tutte e tre le sezioni del libro: l’immagine del «povero fiore di fiume / che si è aggrappato alla poesia»; l’apparizione della donna amata, «come una poesia / che rinasce precipitando nel suo bianco»; l’apparizione della «splendida uccisa», della «sorridente» che varca come un’epifania divina la soglia di una cella, e la illumina con la sua presenza rituale.

Pasquale Di Palmo

Trittico del distacco

Passigli

2015

Al centro del trittico – verrebbe da dire uno dei tanti trittici della Passione, come quello famoso del Museo di Capodimonte – campeggia la figura del padre, che, colpito dall’Alzheimer, regredisce, con sintagma dantesco antifrasticamente adattato, a “figlio del suo figlio” e quindi, sempre dantescamente, allo stato di vegetale, immemore però e per certi versi liberatorio. La regressione è anche linguistica e si traduce in un ritorno al dialetto (qui lingua per eccellenza paterna”) e persino a “una lingua / che non è fatta di parole”. E tutto all’insegna – ossimorica – della desolazione e della tenerezza davanti a una condizione umana straniata e al tempo stesso stranita, che non è solo quella del padre, ma di tutti gli altri “vinti dalla vita”, che tanto hanno da insegnarci. È questo il laico messaggio che ci viene da questa severa e talora visionaria meditatio mortis: di una morte che coinvolge e contamina la vita, il mondo degli affetti e il paesaggio della memoria, evidenziando amaramente l’impertinenza dell’esistere. Che solo nella pace degli “ebeti” e nella suprema gratuità della poesia (anche in prosa) trova una parvenza di redenzione.

MARCO MARANGONI

Congiunzione amorosa

Moretti & Vitali

2013

È la “meraviglia” della vita che erompe “tra le rovine del sonno e il miraggio nuovo / del giorno” il tema di Congiunzione amorosa di

Marco Marangoni. In bilico fra osservazione del mondo e riflessione su questo (e sull’arte della poesia che si pone a interpretarlo, di cui è spia sintagmatica il frequente appello al Tu), il poeta è alla ricerca di una mappa che non si limiti a descrivere il territorio del mondo, ma che permetta di ammirarlo, accarezzarlo, abitarlo poeticamente. Marangoni riesce a indagare con minuta concretezza e intelligenza il cuore delle cose che ci attraversano e percorrono “la via del cambiamento”, che si fanno memoria e rischiano di sfuggirci per sempre.

FEDERICA VOLPE

Parole per restare

Raffaelli

2016

Restare come un albero che osserva la vita scorrere, opporsi a tutto ciò che divide e frammenta, cantare l’unione d’amore e la consapevolezza di sé e dell’altro che fluiscono nel tempo: sono questi i fili conduttori dell’intensa raccolta Parole per restare di Federica Volpe. Se ciò che resta lo dicono i poeti, allora la poetessa scrive anche per restare alla presenza dell’amato, con pudore e discrezione, innervando la sua lirica amorosa, sobria e attenta negli accenti, di un amor panico che giunge ad abbracciare tutto il creato, offrendosi nuda ad esso.

Emilia Villoresi,

Mi dici parole d’amore. Antologia delle poesie con CD audio Care voci di un tempo, a cura di Valerio Villoresi

La Vita Felice

Milano 2014

Nel 35° anniversario della scomparsa Emilia Villoresi, valente traduttrice del celebre ciclo di Bibi della danese Karin Michaëlis, ma anche poetessa e scrittrice in proprio, il nipote Valerio, noto commercialista lombardo, ha meritoriamente riunito, in questa bella antologia, il fior fiore appunto delle di lei poesie. Da queste, metricamente e prosodicamente ancorate alla tradizione, ma tentate a volte da più libere misure, traspare un indomabile “amor di vita”, avvertita come “crudele e pia” ad un tempo, intessuta di fugaci illusioni ma anche di autentici momenti di grazia. Immersa nel “fuoco forte della vita”, la poetessa aspira ad imprigionarla “nel cerchio della parola perfetta”, per redimerla e strapparla alla sua inesorabile consunzione. La parola è da lei sentita come “tramite arcano” tra visibile e invisibile: coglibile, quest’ultima dimensione, solo “trasfigurata in simboli profondi”. Solo l’arte, in altre parole, consente di intuire il senso vero dell’esistenza. “Vivere è questo emergere alla luce / che, non veduta, su di noi s’inarca. / Faticato salire / inebriato ascendere / fino ai celesti tramiti”.

MATTEO AUCIELLO

Dove ora sono

italic

2013

Dove ora sono di Matteo Auciello è un esordio maturo, per la fermezza degli esiti linguistici e stilistici e la compattezza della visione poetica. Lo testimonia l’uso frequente della forma-sonetto, come spogliata di ogni artificio, così come il ricorso a unità strofiche che regolano l’andamento ritmico e fantastico del discorso. Colpisce soprattutto la forza limpida delle immagini e dei pensieri, che sembrano seguire l’ordine del respiro e delle sensazioni. Al centro del libro è infatti il corpo, che si fa cosmo, tempo, luce: «Accetto / la vita col respiro, non aspetto / nulla oltre i miei occhi», leggiamo nella prima poesia della sezione eponima. Ma entro quegli occhi è il fiato del mondo e dei suoi clamori, così come nel flusso della voce, della sua corrente sonora, è l’origine della parola poetica stessa

ANNA SETARI – TRA L’OMBRA E LA LUCE

Tra l’ombra e la luce, la silloge di Anna Setari, inscena un fitto dialogo con l’ombra del marito, e una acuta riflessione sulla vita e la morte in cui la memoria riaffiora per lacerti, attimi di vita vissuta insieme, piccole illusioni che rendono la mancanza più netta, come un arto fantasma. Con grande levità di tocco e sobrietà di accenti, la poetessa si muove tra il passato e un presente in cui pian piano anche i ricordi più nitidi si affievoliranno, come dice nel testo in chiusa, dalla “memoria che volatile / svanisce senza lasciare aloni” per non rivivere “altro che nel sogno.”

Per la capacità di affrontare un argomento tanto rischioso senza cadere mai nel patetico, e anzi innervare ogni testo di un tenue ma caparbio amore per la vita, la Giuria decide di attribuire alla silloge Tra l’ombra e la luce il Primo Premio per la sezione Silloge inedita.

FRANCESCO INDRIGO – SCLISIGNIS

In soli dodici testi o schegge (ché questo vuole dire “sclisignis” nel friuliano di San Michele al Tagliamento in cui è scritta la silloge), Francesco Indrigo tratteggia un microcosmo paesaggistico e antropologico di grande suggestione. Come per molti dei poeti che scrivono, oggi, in dialetto, la genuina e profonda ispirazione “terragna” del poeta germina sulla precondizione etica di un “disagio della civiltà” che non si esprime, tuttavia, se non dentro a un mosso, e commovente, scenario mentale che appartiene alla storia famigliare e alla genealogia sentimentale di ciascuno di noi o quasi – uno scenario che, in definitiva, ci riconcilia con un’idea nobile e “antica” di cultura che nell’intimo del suo significato è cosa è per crescere, cosa eleva, cosa onora. Ciò che si irradia, qui, è una narrazione che abbraccia visibile e invisibile, mescola le cose e le persone, i tempi e gli spazi (si va dall’evocazione della Grande Guerra a quella di un barbone in un supermercato), i sogni e la realtà in brevi partiture drammatiche capaci di restituirci una piccola-grande tragicommedia popolare, che è strapaesana esattamente per quanto è profondamente umana.

MARCO BELLINI – NELL’ATTESA DEL RICHIAMO

Fitta di risonanze metafisiche, discreta eppure salda, o, anzi, saldissima, nel suo difficile compito di mediazione, la voce che anima Nell’attesa del richiamo trasfonde in poesia il cortocircuito tra la disillusa illusione della vita di qui e l’altro mondo. Un mondo abitato e assai vitale, che lo specchio ustorio della parola agita da Marco Bellini si ripromette fin da subito di richiamare “dall’odore della polvere o dal riflesso / di una galassia nella pozzanghera / per una giusta attenzione / un disturbo consentito”. Leggendo queste poesie terse e severe, oneste e ponderate, si viaggia all’interno di quel processo intrapsichico che la psicanalisi ci ha abituati a definire “elaborazione di un lutto”. Ma qui, risolto e, per così dire, disciolto fra i versi per virtù formale, il dolore che non trova sollievo vale soprattutto come carburante per un’energia conoscitiva disposta a sondare con lucida passione, per abbatterlo, il diaframma mentale che ci divide dai nostri cari morti.

FOSCA MASSUCCO – TIPOLOGIA DI CONFORTI ED ERBE MARCE

La silloge inedita Tipologia di conforti e erbe marce, di Fosca Massucco, regala versi densi di riferimenti colti, codificati in un linguaggio intensamente comunicativo, benché non immediato. Lo scenario è quello di un Piemonte profondo, memore delle tradizioni e custode di una mitologia perenne, sospesa fra quotidiano e assoluto. Fra partite di pallone elastico, figure bibliche, cascine in rovina, raffiche di vento e costellazioni, cielo e terra sembrano scambiarsi di posto e incontrarsi, mutati, in un denso immaginario alchemico. Su tutto dominano i ritmi dell’agricoltura, il loro destino d’implacabile esattezza, che l’autrice esplora con sapienza di cose e di parole, senza cedere a facili nostalgie neo-crepuscolari. La natura non è mai semplice metafora, ma vita fotografata in presa diretta, che regala scorci sorprendenti e spunti metafisici di rara suggestione, affidati al “pianissimo” di una domanda: «Fuori e dentro/ come dissolvermi senza lasciare impronte/ e tuttavia restare/ davanti agli occhi in carne correttissima/ e ossa?». Questi versi sono testimoni di una tensione padroneggiata, che dà voce alle cose pacate e fa parlare il silenzio – come dovrebbe, sempre e comunque, riuscire a fare la poesia.

1° classificato: Columba livia, di Sergio Pasquandrea

Columba livia è un componimento misurato, sorvegliatissimo, di soli otto versi, tutti endecasillabi tranne un settenario (“preferisce nascondersi”). La parabola esistenziale del piccione, che “rimpiange le falesie / dove secoli fa nidificava”, è lucida e disincantata narrazione poetica del percorso di milioni di individui che, in ogni esperienza, temporale o geografica, personale o collettiva, hanno sperimentato la condizione opprimente e disperata dello scoprirsi reietti, esclusi, apolidi. Per il guano che “stria l’intonaco di bianco”, per il volo che “disturba la siesta agli inquilini”, per un habitat perduto, una domus soppiantata dai palazzi, dall’asfalto, dal “buio dei solai”. C’è tuttavia una rivendicata dignità in questo arrendersi, quasi risentito a dover agonizzare al buio. L’ingiustizia, acclarata e palese, è definitiva e irrisolta.

2° classificato: il prima di noi non esisteva, di Fabio Prestifilippo

Il breve componimento di Fabio Prestifilippo descrive in pochi, sapienti tratti, la potenza sovrabbondante e irrinunciabile della parola (“il prima di noi non esisteva”), che tuttavia può farsi “ingombro”, “frasi”, “grida”. Ha scritto Davide Rondoni: “La poesia non esiste, esistono le poesie. Cioè opere in cui l’uomo dice, balbetta, grida, mormora, compone a nostalgia del suo cuore, e lo stupore duro dell’esistere.” Ecco perché “l’allegria della ragione / ricoprì di silenzi la carta”, quel “luogo per sempre muto” da cui nasce la poesia come “gesto umano”, urgenza antropologica e non innanzitutto culturale.

3° classificato: Incontrerai la donna della vita, di Melania Panico

Il componimento di Melania Panico esprime immediatezza e autenticità: è una poesia che “da del tu”; a se stessa, a chi di volta in volta si rivolge. Con incisività e leggerezza (“Incontrerai la donna della vita”), con autenticità e disincanto (“lo dico con aria inoffensiva -pacata- / l’illusione coincide col respiro”), con la consapevolezza che “anche il cielo non è per sempre”. E tuttavia non preclude vie di fuga: “esco a comprare tulipani”, “avrei voluto essere vento” sono versi che intravedono un altrove possibile, al di là dell’esperienza sensibile della parola che spesso si fa tagliente. Per rinascere. E vivere.

ANDREA TAVERNATI – L’ULTIMO DUELLO

Il racconto si segnala per un’intelligente costruzione che armonizza con maestria due vicende in apparenza distanti tra loro, con un felice rovesciamento dei ruoli, grazie ad un riuscito effetto sorpresa, tra la storia che all’inizio sembra fungere da cornice e quella inserita al suo interno. Lo stile, mosso e brioso, è sempre sorvegliato e non presenta cadute di tensione narrativa.

ELEONORA SERAFINO – LA FAME DEL GABBIANO

Il racconto di Eleonora Serafino “La fame del gabbiano” è un testo agile quanto la sua protagonista: una donna del nostro tempo che affronta la malattia con il cinismo di chi non vuole che quest’ultima vinca. Uni sguardo disincantato e asciutto sul mondo dei pazienti e sulla voglia sfrontata di negare anche l’evidenza volando oltre i muri di un ospedale in luoghi dove tutto è sole, tutto è mare

GIULIANO GEMO – SULLA COLLINA.

Lavoro costruito con una scrittura lineare, ben concepito, nel quale il lettore ritorna, ad intervalli temporali via via più dilatati, a visitare il vecchio in attesa all’ombra sotto il pergolato, là in alto, sulla collina.
E, grazie ai dialoghi sapientemente congegnati, entra in una sorta di spirale temporale che lo condurrà sino al sorprendente finale.

ADRIANA FERRARINI – IL RING

Il racconto intreccia sapientemente tre livelli di relazione: quella tra due fratelli, quella tra padre e figlio e quella, sublimata, con l’eroe di stampo omerico Achille – Cassius Clay. Su tutto questo grava un’assenza pesante, che condiziona un po’ tutte quelle relazioni: l’assenza della madre, che se n’è andata con un altro lasciando lì da solo con i figli quel marito sfigato, privo di coraggio. E meno male allora che c’è lui, il grande boxeur, emblema di tutti i riscatti che, invece, l’uomo non ha mai saputo cercare. E anche se alla fine è l’altro che vince, Ettore – Joe Frazier per la Storia, per loro Clay resta il mito tenace della speranza che, forse, un giorno anche la donna farà ritorno.


Lino Angiuli, La penna in fondo all’occhio.

Una sintetica presentazione dell’opera di Gozzano, visto come un poeta in bilico fra dannunzianesimo e post dannunzianesimo. Non pochi sono gli spunti originali e interessanti. La scrittura è sciolta e spesso brillante.

Martina Francisco –

Tesi di laurea – Università di Torino “La via del rifugio di Guido Gozzano”

” Un’analisi linguistica puntuale e molto approfondita della prima raccolta poetica di Guido Gozzano. Particolarmente apprezzabile la parte dedicata al censimento delle parole chiave usate dal poeta, capace di illuminare su quello che era il suo mondo poetico in questa prima fase della sua breve ma imprescindibile carriera.”

Marina Rota, Se voi foste uomo… Silloge gozzaniana.

Una serie di poesie “gozzaniane” a ironico commento dell’epistolario fra il poeta e la Guglielminetti. Un esperimento molto interessante e coinvolgente. Davvero notevole l’abilità metrica dell’autrice, che con straordinaria bravura riesce quasi ad assumere in proprio la voce di Gozzano e a fargli, per così dire, il verso.

 

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3 thoughts on “Motivazioni Vincitori 2016

  1. Bando 2010-2012 « concorsoguidogozzano gennaio 1, 2013 alle 2:12 pm Reply

    […] Bando 2010-2012. […]

  2. Bando 2010-2012 | concorsoguidogozzano aprile 21, 2013 alle 11:16 am Reply

    […] Bando 2010-2012 […]

  3. […] Motivazioni Vincitori 2016 […]

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