Testi inediti vincitori 2017

Sezione B – Silloge inedita in italiano o dialetto

Edoardo Penoncini

I viàź di peŋsiér – poesia tratta dalla silloge “Lungo la via del fiume”

I peŋsiér j’è ŋ’graŋ vól

i viàźa iŋ biga o cmè ŋ’clómb

j’è l’speć lusént d’un dì

cmé l’sól ad stal temp chì;

moj, scà, batù dal vent

i śguàza int al sileŋzî

ad stal méś d’aria e pióa

e i móstra iŋ ziél na cóa,

cmé quéla d’na vulandra

coi so culur a sgnàr

là iŋ meź al ziél na nav

a gala o dré fundàr?

Il viaggio dei pensieri

I pensieri sono un grande volo / viaggiano in bicicletta o come un colombo / sono lo specchio luccicante di un giorno / come il sole di primavera; / bagnati, prosciugati, sferzati dal vento / guazzano nel silenzio / di questo mese d’aria e pioggia / e mostrano nel cielo una coda, // come quella di un aquilone / con i suoi colori a disegnare / in mezzo al cielo una nave / … che galleggia o mentre sta per affondare?

Stefano Strazzabosco

Abbandono – poesia tratta dalla silloge “Alba”

Da quando non ci sei le cose

sono sempre le cose, ognuna

abbandonata al suo destino e piena

della sua vita e la sua morte: il muro,

il mazzo di garofani, le forbici,

la porta in finto legno e le tue scarpe

nere di cuoio morbido. Tu sola

non hai il potere di tornare a casa

a inventariarle, ognuna

col suo destino di abbandono a essere

sempre sé stessa, mai un’altra cosa.

 

Patrizia Sardisco

#1 poesia tratta dalla silloge – Siti /Sete

 

A chiummu e crura

nura accumpari

l’ùmmira ra siti

s’assumma e s’ammatura

Vìviri,

un abbastassi ‘ula

p’abbacalla

Ti pari ca si’ tu

scuru ‘i st’arsura _ è idda

o iddu è a siti d’ùmmira

d’a maravigghia c’ammatura a vucca

 

A piombo e cruda/nuda affiora/l’ombra della sete/si accumula e matura//Bere/non basterebbe gola/per placarla//Credi di essere tu/buio di quest’arsura_ è lei/o forse è sete d’ombra/dello stupore che matura la bocca

 

Sillogi segnalate

 

Luca Benassi

Poesia tratta dalla silloge “Gli occhi e la stella”

 

La bellezza è un contrasto di effetti

una linea di sole fra le palpebre dei rami

che gioca a nascondersi nel bianco.

Abbiamo fatto così: trovato il sentiero

nel dolore aperto al paradiso

fra le porte chiuse dalla vita

come l’erba ostinata fra i binari.

Abbiamo forzato gli equinozi.

L’ellisse perfetta degli anni

compiuta nel bianco dei capelli.

Sappiamo questo:

la bellezza è una lama di futuro

che taglia senza colpa

la menzogna concessa dall’inverno.

 

Marina Corona

Poesia tratta dalla silloge “Il suono a sinistra”

 

Talvolta sono io

la tua metà ammalata

pianta indesiderata

abbandonata

e nel mio freddo sto

e tanto sono stata

come una cosa spenta

muta

tra spente cose,

questa riviera che non ha canzoni

di culla

di pazienza

di bontà

è una strada di opache stelle

un’alba

che ha sul braccio

le lettere cifrate

computo delle ore condannate.

 

Gabriela Fantato

Poesia tratta dalla silloge “Storia di due”

 

Adesso lei incide la parola,

la sua legge muta dove il silenzio

è unghie dentro la stanza,

l’alfabeto per la cima che trafigge

e solo le fiabe per riempire la notte.

Sigillata ancora la memoria, enorme.

Sino al soffitto.

Tutto si è fatto racconto, una cantilena

da consegnare ai figli e crescere

il perdono, farlo adulto e saggio

– grano maturo per il dopo.

Solo nel campo c’è ancora la corsa,

la sua fuga in avanti

verso il goal.

 

Ferruccio Giuliani

Poesia tratta dalla silloge “ ‘n del vach” – nell’ombra –

 

I nòste paròle spèss i fà sito

o i la conta so de per lure

‘n chi loch ‘ndo i zoga i s-cècc

e i préga i vècc.

I te scolda ‘n front l’oltem basì

e ‘l zél che céd sota i occ di sògn

l’iscrìv i sègn ‘ndo tocc a m’ se spècia,

noter, i oter e l’artesà del dissègn

l’onech che a la mort nò l’ paga ‘l pègn.

Parole mute – Le nostre parole spesso stanno zitte / o se la raccontano da sole/

in quei siti dove giocano i bimbi/ e pregano i vecchi. / Ti riscaldano in fronte

l’ultimo bacio/ e il gelo che cede sotto gli occhi dei sogni/ scrive quei segni

dove ci specchiamo tutti/ noi, gli altri e l’autore del disegno / l’unico che alla morte

non paga il pegno.

 

Alessandro Guasoni

Poesia tratta dalla silloge “Visita a Palazzo Irreale”

 

Quanti se ne so’anæti pe-e stradde de l’ötovie,

inti canti di spegi – donde no fan de sciato –

e o sô o se fa piccin, che pâ ch’o s’arrecovie;

quanti en scappæ in scî erboi, a-e ramme sciù de d’ato!

Sto vento oua o l’é franco ‘nna voxe d’atri çê,

d’existençe perdue: tutt’assemme o s’addescia,

o s’invexenda in riva a-o mâ, o pestella i pê,

o reciamma a memöia di anni passæ, o remescia.

O fa stremî e feugge da-e verande e i barcoin,

fòscia vegnian ancheu con lê, quelli ch’en stæti,

à dâ torna unn’euggiâ a-e çittæ do seu destin.

Ti i senti comme giappan? Comme remeñan ciæti

di seu tempi e no san ciù ninte de sto mondo;

a l’à passou i gæli de l’atlante unna veia

e manco niatri semmo ninte do scöso fondo.

Vegnian fòscia co-e reuse un atr’anno in primmaveia,

vegnian piccâne a pòrta co-a seu dimanda sitta,

ch’a se pösa in sciô cheu, comme unn’orma inta povie,

e a zinzaña in sce l’arba òrba da nòstra vitta:

se ne so’anæti tanti, pe-e stradde de l’ötovie.

 

Per le strade dell’ottobre Quanti se ne sono andati per le strade d’ottobre, / negli angoli degli specchi – dove non fanno rumore – / e dove il sole si fa piccolo, e sembra crogiolarsi; / quanti sono fuggiti sugli alberi, verso i rami più alti! // Ora questo vento è proprio una voce d’altri cieli / d’esistenze perdute: d’improvviso si desta, / si entusiasma in riva al mare, pesta i piedi, / richiama la memoria degli anni trascorsi, si agita. // Fa stormire le foglie presso verande e finestre; / forse coloro che furono vengono oggi con lui, / per gettare nuovamente uno sguardo alle città del loro destino. / Senti come cianciano? Come rivangano chiacchiere // dei loro tempi? E ignorano ormai tutto di questo mondo; / una vela ha oltrepassati gli spicchi dell’atlante / e neppure noi sappiamo più alcunché del profondo grembo. / Verranno forse con le rose un altr’anno in primavera, // verranno a bussare alla nostra porta con la loro silenziosa domanda, / che si posa sul cuore, come un’orma nella polvere, / e indugia nell’alba cieca della nostra vita: / tanti sono partiti, per le strade dell’ottobre.

Sezione C – Poesia inedita in italiano o dialetto

 

Paola Silvia Dolci

Eadem mutata resurgo

nella stanza del dottore la bambina

cronicamente bisognosa

gioca

i.

litighiamo

hai sulle spalle una donna

facciamo l’amore tu in piedi con la donna sulle spalle

ed io seduta sul bordo del tavolo

ii.

avanziamo monetine pochissime parole

tocchi gli orli dei vestiti e delle lenzuola

raggomitolato, un serpente nel lago

rientri nella pelle

avrei voluto vivere in una casa circondata da cose tue

iii.

quando rimasi incinta mi resi conto che vivere era terribile

iv.

leggo ad alta voce ti svegli e ti muovi

a me passa la paura

v.

nella favola “Orlando” 

la ragazza prende la bacchetta magica 

poi afferra la testa della morta 

e lascia cadere tre gocce di sangue per terra 

una davanti al letto, una in cucina 

e una sulle scale 

ho le lacrime più dense del latte 

vi.

al seno sinistro mi vengono messe due ali di farfalla poi di canarino di colomba di falco poi di aquila due grandi enormi ali nere di angelo

vii.

eravamo i bambini che nel buio

si facevano coraggio

imparavamo la voce diretta delle cose

un uovo insanguinato, latte, caldo

e calma.

 

Ivan Fedeli

Gli angeli

 

Scommettono sul numero degli angeli

qui mentre passano macchine e cuori

come se la vita scorresse via

tra un semaforo e l’altro. È la città

di tutti ripetono le signore

al parco sapendo di essere giovani

ancora e forse qualcuno le aspetta

con l’idea dell’amore. È un mattino

dal sole a sprazzi e ci si affida a un passo

di corsa, c’è senso così, aprendo

lo sguardo verso chi incontri. Ci ridono

sopra al bar prima dei numeri certi

al lotto e ogni cosa è al suo posto. Dentro

sanno che il mondo si aggiusta con poco:

serve qualcuno buono lassù

e le parole giuste che ne dicano

il nome. Proteggono bimbi e mondi

in silenzio, poi li incroci qua e là e

non sai. Così credono di padre

in figlio come un segreto scorresse

tra noi, dopo il bar di periferia

dove gli uomini si sfidano a carte

e il via vai dei sogni è sempre lo stesso

anche quando piove un po’ e si rallenta

agli incroci ad arte, finché scompare

all’orizzonte la malinconia

delle nuvole basse e sopra il cielo

dà prova di sé, magnificamente.

 

Gabriella Montanari

* (1)

 

Cerulea

come la via bastioni gran sasso

la cute dell’atlantico

elimina i pensieri superflui

e ribadisce la priorità degli abissi.

Scalare la distanza

tra il nero e l’ossigeno

è sacrificare l’indole del dolore

alla volubilità dei gabbiani.

 

Agostino Cornali

 

Il pomeriggio era pieno di prodigi

una lepre attraversava il campo da golf

i fiori cadevano dal pergolato

qualcuno intonava il “Nessun dorma”

verso sera rientravo alla villa

e ti trovavo davanti alla finestra

a guardare il lago di Comabbio

avvolto nella nebbia

non capivi come facessero

quegli uccelli a tenere la testa

sott’acqua per tanto tempo

senza affogare.

 

 

Poesie segnalate

 

Fernando Gerometta

Di un’anima

Come lo stacchi, tu

il bianco dal lino. E ne mangi.

Domani è un altro mondo.

Ne riponi accanto al lumino,

al cuore, sacro

quello che c’è da chiarire

con il cielo,

due volte la brezza,

il tuo soffio, la ciocca

non è più Quaresima,

ed è libero il melo in fiore

per il culmine della fase, trascorri

come la luna di marzo nell’aprile.

Due perchè per due mollette, premono

contro la linea della vita.

L’ universo steso fra tre cime chiude

le quotazioni delle filigrane glauche;

ieri due gazze ladre, questa sera

la fede del gheppio, gli aironi della cartolina

il mare riempie sei tazzine.

Silvia Mollicchi

Della supremazia dei capelli nell’arte Rinascimentale uno se ne accorge immediatamente.
“E’ un sistema e si muove”,
per forza e senza dubbio i tessuti broccati tra le ciocche,
l’imperlatura sigilla il giudizio dopo aver richiesto una certa pazienza e pause regolari
soprattutto per via del sale con la sabbia
l’odore misto risoltosi in un oggetto compatto, alla mano e facilmente spostabile
– come tutte le cose che vengono dal mare, senza la minima intenzione di tornarci.
Le linee scendono in velocita’
Che poi diventa una cadenza, che in relazione al colore, si comporta in maniera piu’ o meno regolare;
un fronte di boccoli s’arrampica e presta assistenza,
prima c’e’ l’articolazione della mandibola subito dopo,
a rovescio,
quella dello zigomo
L’onore ha piu’ cognizione del se’ coordinato al paesaggio dei boschi in spiaggia.

Chiaramente, il caso di un’eleganza indelicata come questa
non e’ privo di conseguenze
tutto (tutto il resto)
fa la parte dell’attributo
si perdono giudizi e parole
suffissi e prefissi alla deriva sfaldano denti e gengive
le pieghe delle cosce
la flemma dei gomiti
e l’aria tra i pollici.

 

Nicola Romano

Se ti leggo Neruda

Se ti leggo Neruda

poi dirada la noia

disseminata nella sera

che sta contando pustole e veleni

per quelle ore

vizze come foglie

distrutte dal malsecco dei limoni

Ti leggerò dell’onda che s’arriccia

sulle scogliere basse d’Isla negra

e i vicoli sommersi dei fondali

dove la voce afona del mare

sa accompagnare l’anima

lungo le vie d’un altro firmamento

Fra strusci di conchiglie

diventeremo occhi che si fondono

sulla falsa platea dell’orizzonte

e sarà proprio un vento di campane

a cullare le alghe alla riviera

o a scoperchiare al sole i boccaporti:

ma ora già scendiamo nella notte

come i pesci s’imbucano alle tane

e sento che saremo

un’altra musica.

 

Giancarlo Stoccoro

Pochi luoghi mi accompagnano a casa

quasi sempre si fermano in periferia

scivolano sul pavimento dell’anima

giocano con le parole e finiscono

con l’annodarsi alle sillabe più miti

Attendo che un silenzio si avvicini

e porti via i tanti piccoli me

lasciando un corpo solo

addormentato sulla panchina

 

Silvio Ornella

Il portico dei sogni / La lòibia dai suns

 

Recuàrt da la nèif

di pissulisolmis ch’a s’ciampin

leterutista la pagina blancia

e davòur la ciera ch’a s’insumièa

dai versstonfs

dal sanganìs da la primavera.

E ‘l scur si ferma

coma un cian da ciassa

a la maravèa di chellusòur.

T s’ ciassis il rovàn da li mans

ti struchis i vuiclars

ti i u sfuarsis

in mies da l’aga dal frèit

par rivà in sima la riva

dulà che la lus a nas.

A è ora di inpiàla lus di paia

ta la lòibia dai suns

il mont dal rusin e de la suris.

Tal flanc la tassa

cu li musutis dai murièi.

Tal ciantòn il ciarugèl

il roco sbusàt

i zèis in fas.

Tachelaltri i manislustris

la manara ch’a supa ‘l soc

li flamis da li sclampis

ta la cassetaparsora il ciar.

Dutchel ch’a si dopra

dutchel ch’a si à dopràt

e no si dismintia.

E ti sosencia tu

un or in banda dal mont

un or belsòu ch’al varda

ch’ al caressa cui vui

spetànt

ch’a luclamin a sena.

 

Il portico dei sogni

Ricordo della neve / di piccole orme in fuga/ letterine sulla pagina bianca/ e dietro la terra che si sogna/ i verdi fradici / il sanguinare della primavera. / E il buio si arresta/ come un cane da caccia / alla meraviglia di quel chiarore./ Scuoti il paonazzo dalle mani/ spremi gli occhi chiari /li sforzi / in mezzo all’acqua del freddo/ per arrivare in cima al pendio/ dove la luce nasce./ E’ ora di accendere la lampadina di paglia/ del portico dei sogni / il mondo della ruggine e del topo./ Sul fianco la catasta /con le faccine dei tronchetti./ Nell’angolo il telaio dell’aratro/ la vecchia bicicletta bucata/ i cesti sfasciati./ In quell’altro i manici lucenti/ l’accetta che succhia il ceppo/ le fiamme dei ciocchi/ nella cassetta sopra il carro./Tutto quello che si adopera/ tutto quello che si è adoperato/ e non si dimentica./ E sei anche tu un uomo in parte al mondo/ un uomo solo che guarda/ che accarezza con gli occhi/ aspettando/ che lo chiamino a cena.

 

 

Sezione D – Racconto inedito in italiano

 

Enrico Brambilla

Passi nella neve

Di quel volto, fronte vergine come una pietra di ghiaccio, non restava che una foto in bianconero, la filigrana lisa dalle troppe volte che la carezza del dito aveva percorso tremante la tenue pelle di carta lucida.

Ancora tentò, Martina, e l’indice, il dito nodoso deformato dall’artrite, scorse sul volto impresso del marito, il volto giovane che la rimirava assorto da un rettangolo di nebbia. O forse era neve quella grisaglia patinata, neve d’un inverno lontano fermata per sempre nello scatto d’un fotografo, metà ciarlatano di chiacchiere roboanti e metà stregone con quegli avvampi di fulminato, che aveva così impressi come per magia i due ritratti: uno per lui, di lei che restava in abito da sposa; uno per lei, di lui che partiva in tuta da minatore.

Dalla finestra Martina aspettava, l’inverno stava disteso sui prati in stupito silenzio, che la neve infine cadesse sui suoi tanti anni fermi, sul sentiero che da casa si allontanava e che, come allora, avrebbe portato impresse nel soffice candore le impronte d’un angelo sorpreso per via con l’ali grevi di neve.

Sorrise, Martina, al vetro della finestra, sorrise alla morgana che nella lastra accendeva memorie antiche, sorrise mesta a se stessa che, nel bianco abito indossato per un solo giorno, appariva diafana, di candida neve. L’incendio di quel giorno quando, innanzi al prete, il suo era stato un “sì” di lacrime, gli occhi rivolti al rosone dell’abside oltre cui, sulle montagne lontane, il buio antro della miniera di carbone reclamava l’opera del piccone e la miccia corta della mina. Pochi baci, dopo la cerimonia, carezze frettolose, un imbarazzo straniante del suo Angelo in preda alla frenesia di andare, le mani vuote che, chiudendosi e riaprendosi a scatti nella tristezza del saluto, parevano cogliere nell’aria le preziose gemme nascoste nelle viscere del monte. Martina era rimasta così, sgomenta, come un fiore gualcito da un passo distratto, dietro la finestra a rimirare la semina d’impronte allontanarsi nella neve, nell’orecchio l’eco triste di parole appena sussurrate dal sapore di promessa e nello stesso tempo velata scusa di chi forse presentiva che non sarebbe stato capace di mantenerla.

Una promessa balba, sconfortata, di quarant’anni prima, di chi le aveva recato in dono nuziale null’altro che un pugno di povertà, una promessa che ancora sentiva echeggiare nell’intimo ora che gli anni erano finiti ma la speranza, ostinata, perdurava illudendo.

:- Aspettami…- aveva detto lo sposo prima d’avviarsi infilando nello sparato della giubba la sua foto -…Aspettami e vedrai che un giorno tornerò, un giorno queste nostre foto si sorrideranno da due cornici d’argento e per te…- le carezzava il palmo aperto come a deporvi qualcosa -…e per te ruberò alle viscere del monte la pietra più preziosa, magari un rubino, uno smeraldo o un diamante…-

L’argento era fiorito sui capelli della donna, s’era cristallizzato nei suoi occhi che una cataratta annebbiava, s’era inciso nella sua memoria ostinata che, oltre la finestra, oltre gli anni, continuava a sperare una semina di passi nella neve questa volta rivolti nella sua direzione.

Passò la mano sulla fronte, Martina sospirò e, l’immobilità le aveva intorpidite le membra, distolse a malincuore dallo stallo di vedetta. Le occorrevano quei due passi strascicati per la stanza, le era necessario sentire il sangue rifluire negli arti, le occorreva ritrovarsi nel cubo d’aria in cui viveva e toccare, per farsi certa delle piccole cose che avevano riempito i suoi giorni, gli oggetti sparsi tra merletti e spighi di lavanda. A palme larghe carezzava il letto, dunque, su cui la coperta crochet tramava per ogni nodo i tramonti e gli anni spenti nei fumi larghi sopra i camini. Schiudeva il segreto dei cassettoni, aperti a fatica per il legno vecchio che scorreva come una carezza ruvida, in cui i giorni erano riposti quieti tra i lini, le ore candeggiate con la liscivia e strosciate sulla pietra del torrente. Toccava con un dito le grucce degli armadi ed i vestiti appesi, flosce membra di stoffa che un alito d’aria rimpolpava per un attimo, parevano una gavottina di damigelle che circuissero il suo abito da sposa, il piqué superbo imbustato nella protezione del cellophane. Levava la boule de neige dal peperino del comò, l’agitava ancora stupita per quel vortice di tormenta che avvolgeva una Lilliput di guglie e rosoni arabescati, e toccava e riponeva sempre allo stesso posto la biscuit dagli occhi azzurri vinta ad un baraccone di fiera, la gondolina d’alpacca regalatale da chissà quale amica di ritorno da un viaggio a Venezia, lucidava col lembo della manica l’albarella in caolino con le scorze profumate. Tastava tutto, tutto, uno per uno gli anni trascorsi nel perdurare dell’attesa.

Attesa che era evidente, non osava neppure rimuoverne la polvere con lo spolverino di piume, nel riquadro delle due cornicette d’argento annerite riposte sul comodino, il cartoncino di fondo viola a cui soltanto l’incasellatura di due foto avrebbe potuto togliere, ricoprendolo, quel colore di lutto. Mai il lutto, mai un’apparenza d’intristita attesa, neppure quando il decoro della vecchiaia avrebbe richiesto una più consona modestia. Martina non s’era negata un vezzo giovanile, una civetteria che nell’abbigliamento forse straniava in contrasto con la severità delle vesti dimesse ma che le permetteva l’illusione d’un perdurare di gioventù cui il lutto certo non addiceva. Perciò il foulard di seta al collo annodato con sbuffi vaporosi o il granato degli orecchini o la sardonice miniata appesa alla catenina o, ed in verità era motivo d’altrui sarcasmo la civettuola indulgenza, il filo di rossetto alle labbra e la terra spalmata a far colorite le guance e il rimmel intenso a contornare due grandi occhi innamorati.

No! La sua doveva essere un’attesa di sposa e non di funerea vedova…

Quell’autunno d’ombre lunghe sotto le siepi dove il silenzio nebbioso ammassava di foglie dorate calò dal monte sulle schiene curve d’altri minatori che, su una spalla il fardello d’un sacco di carbone e sull’altra la stanchezza del mondo, evitavano di guardarla negli occhi mentre, parlando piano, le sussurravano con un fiato di fuliggine:

– La mina, il grisù… C’è stato uno scoppio, la montagna è franata…- e poi andavano pesanti, in bocca trattenuto il nome dei compagni rimasti per sempre lassù a grattare col piccone la pancia della montagna. Per giorni Martina aveva guardato attonita il profilo del monte, per anni aveva minuziosamente centimetrato aguzzando la vista canaloni, falesie, alti nevai che un saracco mordeva, faggeti al monte risalenti incappucciati di bigio come un corteo di funerei monaci.

Poi, per stagioni, calava la vista sempre più fioca alla svolta del sentiero lì davanti da cui doveva prima o poi apparire un angelo con l’ali grevi di neve.

Orme nella neve, ad ogni inverno che scadeva, passi che, pur senza la chiarità della visione, Martina riconosceva per lo scricchiolio e sapeva che il postino cadenzava forte col piede sinistro per supporto al sostegno della borsa di cuoio sulla spalla e il curato, rogazione dei campi, che il passo ritmava alle litanie che borbottava e pareva esalare un’anima di vapore dalle narici dilatate e la camminata franosa del legnaiolo di frodo che menava la roncola nel botro e i colpi rassegnavano attutiti nella complicità della neve.

:- Sarà domani…- rassegnava allora Martina, spegnendo del tutto la poca luce degli occhi, addormentando l’udito in cui, vivida traccia sonora rubata alla dimenticanza del tempo, si scioglieva la camminata giovane e decisa d’un angelo sorpreso in volo con l’ali grevi di neve.

La tonaca del curato, un pretino giovane che aveva sostituito il vecchio parroco risalito al monte dei santi, svolazzava nell’occhio spento di Martina. Veniva dal fondo, i passi leggeri come quelli della volpe timorosa, il pretino pallido che alla porta della donna bussava e restava a capo chino, mercante di neve che in mano recava le brine di fine anno.

Stagliata contro la luce, Martina s’era sporta tendendo mani tremule che chiedevano forse il dono d’una parola pietosa o semplicemente un conforto quieto che avesse sentore d’incenso e fumigo di candela.

Nevicarono tristi le parole del prete:

– Nonna, l’hanno ritrovato infine… Un camminamento nuovo che ha portato a lui, agli altri poveri morti… Per lei… Queste povere cose credo le appartengano…-

Posto sul tavolo l’involto scioglieva crepitando come l’ostia franta, minuzzoli di carta annerita d’un quadernetto cadevano sulla cerata. Parole per ogni pagina, parole sporche, alcune anche illeggibili più somiglianti a rune incise in una patina di fango. Parole che Martina faticava a leggere nonostante l’aiuto degli occhiali. Parole scritte a matita che un sibilo di vento gelido s’era messo a contrappuntare:

…C’è stato uno scoppio, il gas, la galleria è… Siamo rimasti sotto, in pochi… Buio, luce che muore, luce che…”

Pagine dall’umido ridotte in poltiglia, pagine col diagramma indecifrabile d’un tratto di matita stretto tra dita indurite dal gelo, una pagina che poche parole portava vergate come una sibilla, un pianeta della fortuna:

Muoio, altri sono già morti, Martina mia, manca l’aria, manca la luce… Non s’odono più colpi, non ci cercano più… L’unica luce che mi rischiara è la tua foto, il tuo volto che stringo tra… che… alle labbra…”

Pagine che anche le lacrime di Martina consumavano e il rivoletto di fanghiglia dissolta stillava sulle mani della donna sciogliendo l’ultime parole lasciate in dono:

È finita, mia sposa, finita… Ma… ma se un giorno mi troveranno voglio che ti portino il mio dono, la pietra preziosa che ti promisi, il diamante che ho tra le mani…”

La fronte china sulle braccia, sul dorso delle mani la conta degli anni d’attesa, il morire dei giorni nella liberazione amara del pianto. Martina levò a fatica, una tragicomica maschera il volto che rossetto, rimmel e terra colorata avevano deturpato d’aloni clowneschi.

S’aiutò con i mobili del cucinino, col tatto delle pareti e varcò la soglia della stanza. Passi stanchi, incerti, passi fermi alla battuta del comodino e armeggiare, cozzare di cose, strofinio leggero, scheggia di luce negli occhi, crepitare di carta lucida, cornici d’argento ripulite in cui due foto, l’una ancora perfetta, l’altra pressocché distrutta dall’umido, si rimiravano sorridendosi estatiche dal tempo ritornato.

Ecco, il tempo veniva e già, porgendo l’udito, le pareva dal fuori stropicciare il passo nella neve un angelo caduto in volo. Martina, indossato l’abito da sposa, spenta la luce, s’era disposta in attesa sul letto, in mano il gioiello di nozze pervenutole dall’aldilà, il diamante, il diamante nero, la pietra di carbone…

Andrea Gastner

Sabbia rossa

l’alba sorse dall’orizzonte buio, improvvisa come sempre, come sempre

attesa sotto quel cielo, sopra quelle terre ostili…

Il vento sollevò una nuvola di polvere rossastra che spazzò l’asfalto, raggiunse la trincea, avvolgendo gli uomini in un abbraccio mostruoso, per lunghi attimi prigionieri del nulla: impossibile scorgere qualcuno in quelle condizioni. Il fazzoletto e gli occhialoni servivano a poco, bisognava chiudere gli occhi e aspettare, stringendo tra le mani il fucile mitragliatore, il colpo in canna, sempre all’erta, gli elmetti appena sopra il cumulo di sabbia che proteggeva gli uomini del reparto. Poco prima dell’alba poteva nascere qualsiasi imprevisto, in quel chiarore che cominciava a farsi strada nel deserto afgano, l’orizzonte lentamente definito, ombre lontane che rivelavano l’inconsistenza di paure ataviche, il buio fino a quel momento protagonista di una terra apparentemente senza vita. Nessun albero, niente arbusti o ciuffi d’erba, solo un’immensa distesa ondulata di sabbia rossa e di pietre dure: niente a che fare con la pianura sempre verde lasciata alle spalle dal soldato italiano, solcata da un fiume d’acqua e ghiaia, sullo sfondo una profonda valle che s’incuneava tra l’Altopiano dei Sette Comuni e il Massiccio del Grappa. Era nato in un paese ubicato lungo il Brenta, legato ad un altissimo campanile che svettava appuntito, l’unico tra i tanti che riuscisse ad affiorare sopra le nebbie delle stagioni morte, la sua casa situata poco lontano da un’antica villa dai molti portici e dalle infinite colonne rosse ricordo di antichi fasti veneziani.

Ricordi di un cielo limpido e di una terra lontana…

Una visione fugace, subito scacciata: nessuna nostalgia quando si era di guardia, nessuna distrazione. Vita e morte sotto quel cielo, sopra quella terra, giravano in coppia: bastava poco, bastava un niente per tornare a casa in una cassa di legno coperta da una bandiera tricolore, unica compagnia la melodia si un “Silenzio” scandito nell’aria da una tromba anonima.

Il soldato urtò il compagno accovacciato al suo fianco col calcio del fucile mitragliatore: c’era da fare il cambio, il tempo di asciugarsi il sudore e di bere un po’ d’acqua. Una volta sostituito, il soldato si accovacciò con le spalle contro la parete della trincea, tolse rapido elmetto e occhialoni, pulendoli col fazzoletto che aveva al collo. Poi bevve avidamente e a lungo dalla bottiglia: acqua, acqua, acqua…

Questione di una manciata di secondi, il tempo di riordinare le idee, di rendersi conto come sempre che non era un sogno, che la sua vita dipendeva dall’arma in dotazione e dalla rapidità con cui la sapeva usare, poi il soldato fu nuovamente in piedi, al suo posto, lo sguardo sull’asfalto e sulla sabbia che lo circondava, le dita sul grilletto del fucile. Era nervoso. Sempre, prima dell’alba e dopo una nottata in prima linea, in cui, tra guardia e dormiveglia, non c’era nessuna differenza. Accecante, la sfera di fuoco ora dominava il deserto in tutta la sua imponenza: nel giro di pochi minuti, dalla fredda umidità della notte si passava al caldo soffocante di un giorno simile a tanti altri. Fine del coprifuoco, fine della tregua forzata. Sopra gli elmetti dei soldati in trincea, un cielo straniero, il vento che mulinava la sabbia di una terra ostile: inutile coprirsi, inutile nascondersi. Sferzava il volto, penetrava nella tuta da combattimento, il sudore come collante: era come una seconda pelle, ruvida e indistruttibile.

Dopo il coprifuoco, ecco le prime auto sgangherate farsi strada all’orizzonte. Avanzavano lente sull’asfalto, uno specchio balordo e annacquato trasformato in un fugace miraggio, persone che scendevano a distanza di sicurezza con le mani in alto. Seguiva una perquisizione rapida, un ordine secco, era il segnale che potevano attraversare il ponte. Ogni macchina subiva lo stesso trattamento, scendevano uomini dalla barba incolta, donne col viso coperto dal velo nero, i bambini per mano, un popolo in cerca di cibo, di parenti o di amici, di una moschea, di un soprammobile lasciato in qualche casa che non esisteva più, dispersa in un mucchio di detriti. Momenti di tensione, il colpo in canna, il grilletto tormentato da dita nervose, la voce del sottufficiale che lacerava il silenzio come una scudisciata, l’odore della morte nell’aria.

Chi arrivava a piedi subiva lo stesso trattamento: donne, uomini e bambini, il nemico usava indifferentemente le une e gli altri, chiunque poteva trasformarsi in un’arma letale.

Difficile vivere la realtà in una terra martoriata e lontana…

La donna apparve all’improvviso, avvolta in un ampio caffettano che le arrivava ai piedi, teneva per mano una bambina, alta quel tanto da arrivarle alla vita, forse di tre o quattro anni. Dietro di loro un’autovettura procedeva ad andatura lenta. Il soldato che aveva lasciato le rive del Brenta alzò il cannocchiale, mettendo a fuoco la coppia che avanzava ai bordi sull’asfalto. Una donna come tante altre, il fazzoletto nero le avvolgeva nuca e buona parte del volto, lasciando scoperti il naso e, soprattutto, gli occhi. La bambina le saltellava a fianco, forse sua figlia, una scena già vista altre volte: era l’auto che seguiva la coppia a preoccuparlo.

L’alpino tese il cannocchiale al sergente dopo aver esternato i suoi dubbi, poi puntò l’arma inquadrando l’auto che procedeva lentamente sulla strada. Il sottufficiale scosse il capo. Non aveva bisogno di un cannocchiale per rendersi conto che c’era qualcosa che non andava. Che ci facevano quelle due sotto una canicola di minuto in minuto sempre più torrida e soffocante? Passare il ponte per andare dove? E la macchina dietro di loro, troppo grande, troppo sgangherata, perché così lenta?

Il sottufficiale ordinò l’allerta, decisione subito condivisa dal soldato che gli stava a fianco: era arrivato da poco, uomo del nord, militare, alpino da generazioni, esperienza zero. Il sergente invece, era un uomo del sud, arruolato per necessità, la vita di caserma un mestiere come un altro, i soldi spediti ai suoi, mese dopo mese, anno dopo anno, tanti i mesi e tanti gli anni passati con la tuta addosso. Più che una divisa, una seconda pelle…

Il sottufficiale indicò gli obiettivi: una donna, una bambina e l’automezzo che le seguiva. Sì, la donna e la bambina. Non era la prima volta che i terroristi le usavano come bombe umane. In quanto all’auto, dietro al volante poteva esserci un kamikaze. La donna continuò a camminare sulla strada, la bambina rideva e saltellava felice. La vecchia auto accostò lentamente dietro di loro, un uomo al volante, impossibile farsi un’idea di un viso coperto da una barba scura.

L’attenzione dei militari, ce n’erano altri due fermi all’inizio del ponte, venne attirata dallo scoppiettio irregolare di un motore vecchio e asmatico, le ruote che mordevano l’asfalto mentre si avvicinava sempre più alle barriere di filo spinato. Fu in quel preciso momento che il sergente gridò ai due soldati fermi sui bordi dell’asfalto di gettarsi nella trincea.

C’era qualcosa che non quadrava. Ora l’auto stava sorpassando la donna e la bambina, per puntare verso di loro a velocità sempre più sostenuta. Un grido, un ordine secco: gli uomini sparsi intorno al posto di blocco si gettarono nelle trincee, le canne dei fucili mitragliatori tese in direzione dell’auto che ora procedeva a forte velocità. L’uomo a fianco del sergente veniva da una famiglia di cacciatori e contrabbandieri, gente abituata a sparare al volo per necessità, sbagliare un colpo voleva dire niente uccelli, niente lepri e stomaco vuoto. Anche se negli ultimi tempi le cose erano cambiate e si stava molto meglio e la gente della pedemontana veneta sembrava aver dimenticato un certo passato, era subentrata la passione, i fucili da caccia non mancavano certo.

L’auto imboccò il ponte, il soldato prese la mira con calma e, all’ordine del sergente, sparò senza utilizzare la raffica. Otto colpi uno dietro l’altro, otto colpi sul guidatore. La faccia scomparve in una miriade di frammenti rossi. Il resto del contingente seguì l’esempio dell’alpino, investendo l’automezzo con continue raffiche di proiettili. L’auto, in balia di un autista senza volto, sterzò a sinistra, sbattendo contro un cavallo di frisia, trascinando con sé filo spinato e paletti d’acciaio. Saltò in aria subito dopo, una torcia di fuoco salì incontro a un azzurro infinito mentre le schegge falciavano l’aria. Il soldato alzò lo sguardo dal mirino mentre il sergente urlava ordini incomprensibili.

Aveva appena ucciso un uomo, il primo della sua breve vita. Era così facile uccidere qualcuno?

Dietro l’auto in fiamme, sull’asfalto, c’erano due sagome arrotolate nei caffettani. L’uomo del nord e l’uomo del sud saltarono fuori dalla trincea, davanti a loro l’inferno, un falò che sputava verso l’alto un fumo nero come la pece. Il sergente precedette il soldato di qualche metro, la donna era ferita ad una gamba, si lamentava, stava perdendo sangue ma tenacemente rifiutò di farsi curare. Poi indicò la bambina. La piccola, le braccia allargate sull’asfalto, stava guardando il cielo, gli occhi spalancati, la bocca aperta. La strada si stava colorando di rosso. La donna urlò il suo dolore in una lingua sconosciuta. Alzava le mani e urlava, urlava, urlava…

Il soldato s’inginocchiò accanto alla bambina, una mano sotto la nuca e l’altra che cercava di tamponare lo squarcio provocato da una scheggia. Il sottufficiale lo scosse, poi lo costrinse ad alzarsi: non c’era più niente da fare, erano morti in due, il kamikaze e la piccola. Nell’aria odore di sangue, di polvere e di morte. La sirena di un’ambulanza coprì per qualche minuto i lamenti della donna. I tre infermieri la trascinarono dentro il mezzo, poi tornarono indietro a prendere la bambina. Il nuovo giorno annoverava già le sue prime vittime. Soldati e infermieri: per un attimo, s’incrociarono sguardi impotenti. Poteva anche andare peggio, disse piano il sergente mentre batteva la mano libera sulla spalla dell’alpino.

Due uomini in piedi, l’elmetto sfibbiato, le armi puntate sull’asfalto. Il soldato guardò la bambina mentre veniva portata via e pianse senza ritegno. Aveva lasciato nel suo paese, adagiato lungo il Brenta, una nipotina della sua età. Con parole allungate in uno stile da prima elementare, lei gli aveva scritto una breve lettera: lo aspettava a casa per il suo compleanno. Le mancavano le sue storie. Lo zio era uno che sapeva destreggiarsi con la fantasia, chissà cosa le avrebbe raccontato dopo la fine della sua permanenza in quella terra lontana, dove il sole e la sabbia accompagnavano la vita di tutti i giorni.

Il soldato si asciugò le lacrime con un gesto rabbioso. L’uomo del sud ricordò ad entrambi che erano dei militari. Anche se il prezzo da pagare era alto, stavano facendo il loro dovere. Parole. Parole sotto un cielo ostile.

Attorno a loro, il silenzio di una distesa di sabbia rossa…

Lucio Aimasso

L’ora prima dell’alba

Il Pance Vuote è deserto da mesi.

La cucina è silenziosa. Mi piacerebbe preparare un caffè e svegliare Cesare con quell’odore che si arrampica per le scale, ma la provvista che nascondo dietro i pensili deve servire a uscire dall’incubo. Niente può essere sprecato.

Spazzo il corridoio e le scale, dò aria ai due saloni, spalanco i battenti del portone d’ingresso. Dietro le persiane verdastre delle case in pietra di Bosia si nascondono sguardi vigili: Gina che vuole sposarsi con Andrea se torna dalle montagne, Carla che ha visto il fratello di sedici anni ammazzato a bastonate, Candida che quando c’è un ferito si dà da fare più degli altri e ha promesso che una volta finita questa porcheria studierà da infermiera. E poi Lucia che da quando ha perso i genitori non parla più. E Marina che il fuoco le brucia le viscere e vorrebbe imbracciare un fucile e andare con gli uomini a combattere, ma non può perché se no Albertino rimarrebbe da solo.

Vorrei urlare a tutte di farsi vedere, improvvisare una festa in mezzo alla strada, ballare a piedi nudi. E inseguire i nostri vent’anni come puledri impazziti. E morire d’amore. Ma tutto ciò che ho dentro non vuole saperne di uscire, incastrato laggiù in fondo.

Il vecchio Jose, appollaiato sulla sedia in paglia a ridosso del muro esterno dell’albergo, mi saluta con un cenno del capo, indica il punto in cui le colline si sfiorano, dove una colonna di fumo si alza sottile. Riesco a scorgere alcuni cingolati. Da qui non ne sento il rumore, ma è come se mi fossero accanto e il loro frastuono mi incatenasse al muro. Mi infilo in bocca l’indice e il pollice, lasciando partire un fischio che spacca l’aria del mattino. Lo ripeto altre due volte. Lo so, è un gesto che una signora per bene non dovrebbe saper fare, ma diamine, questa è guerra. Tutto quanto è guerra.

La zazzera di Albertino spunta in mezzo ai pini che circondano l’albergo. Nonostante sia appena un bambino, ha gli occhi tesi e profondi che aveva suo padre.

Stanno arrivando dalla vallata”, sussurro. Non ho bisogno di aggiungere altro perché il bambino vola via verso il paese. Quando mi volto, Cesare è dietro di me.

Vieni, torniamo a coricarci”, mormora ed è l’unica cosa che mi sembra avere un senso.

Chiudiamo i battenti del portone. Saliamo le scale in silenzio. Ci spogliamo. Scivoliamo sotto le lenzuola, ma il tepore della nottata è ormai lontano. Le ore sfilano via accompagnate dai rintocchi del vecchio campanile. I rumori degli automezzi che si avvicinano sembrano un lento latrato. Si mescolano alle urla in tedesco. Qualcuno bussa al portone d’ingresso con un colpo secco. Vorrei urlare, ma dalla bocca esce solo un mugolio stanco, come il lamento di un animale braccato.

Scendo io”, sussurra Cesare.

Vengo anch’io”, rispondo. Avvolgo le mani nelle sue. Apriamo il portoncino in un solo movimento, fuori è sceso un tramonto livido che sa di marcio. Davanti a noi sono a decine, assiepati sulla strada, a cavalcioni delle moto, in bilico sui cingolati. Sono laceri e nei loro occhi brilla una luce rossa. Portano addosso i segni della sconfitta, come tutti quelli che passano per di qua.

Davanti a tutti c’è un ufficiale magro, vestito da ufficiale. Gli occhi sono due lampi sul viso scarno e pieno di ombre. Accanto a lui un uomo piccolo di statura, i capelli neri unti pettinati all’indietro, si guarda intorno, poi punta il dito verso il paese e quando parla lo fa in un italiano perfetto.

Chi è rimasto in paese?”.

Nessuno”, risponde Cesare.

L’uomo traduce in tedesco, il comandante annuisce e indica la casa alle nostre spalle.

Ci serve il vostro albergo”, riprende l’interprete.

Incrocio lo sguardo di mio marito. Con gesti cauti ci facciamo da parte, mentre i tonfi degli scarponi avanzano nel corridoio. Nessuno sembra fare caso a noi, i loro movimenti sono rapidi, le parole stringate. Qualcuno si è già coricato su coperte sudicie e si addormenta di colpo.

L’interprete, aiutato da un soldato, distende una grande mappa nel mezzo della sala, sopra il tappeto bianco e rosso che ci ha regalato mio padre. Indica un punto battendoci sopra l’indice due volte. Accanto a lui il comandante osserva.

Nel salone scende un silenzio greve, interrotto dai rumori delle armi che vengono pulite. Stiamo immobili contro il muro, finché l’interprete fa cenno a Cesare di raggiungerli. L’uomo con la divisa scura lo fissa da seduto, le braccia appoggiate sulle ginocchia. Gli chiede degli altri uomini, quanti sono e dove se ne stanno acquattati nei boschi. Cesare scrolla le spalle.

Il comandante si volta verso la finestra, finisce la sigaretta e la spegne sotto il tacco degli stivali. Avanza con passi leggeri, come se appoggiasse solo le punte dei piedi sul pavimento, poi occhieggia verso di me, soffiando un ordine che da qui non riesco a sentire. L’omino vestito di nero si avvicina, guarda oltre le mie spalle, in direzione delle cucine.

Abbiamo fame”.

Non è rimasto niente”.

Se guardi meglio in dispensa sono sicuro che troverai qualcosa da mangiare, e magari anche da bere”, annuisce mentre la sua mano scende alla cintura e accarezza brevemente l’impugnatura di un lungo coltello da caccia.

Due soldati mi accompagnano alla dispensa delle emergenze, un piccolo refrigeratore sistemato dietro il lavello. Ne estraggo due polli e un coniglio, li taglio a pezzi e li preparo con qualche erba aromatica. Adoro le mie mani abili e aggraziate mentre cucino, ma in questo momento sembrano gli artigli di una vecchia. A fior di labbra prego che dalle dita coli del veleno per mescolarlo alla carne.

In pochi minuti il profumo fila verso la sala. Stendo sul tappeto una grossa tovaglia ricamata e sistemo le tre pentole con la carne. Poi torno in cucina e arraffo tutte le bottiglie di vino e liquore che sono rimaste. Le appoggio su uno dei tavoli addossati alla parete. Bevono senza bicchieri. Il comandante fuma appoggiato allo stipite della finestra. I suoi occhi mi incastrano contro il muro.

Quando finiscono, l’interprete raduna una pattuglia di dieci soldati. Si legano gli scarponi, indossano gli elmetti. Abbrancano alcuni fucili sparpagliati per la sala.

Tu vieni con noi”, dice rivolto a Cesare.

Dove?”.

Ci serve qualcuno esperto del paese, vogliamo solo fare alcune domande a quelli rimasti”.

Vi ho già detto che non è rimasto nessuno, solo qualche vecchia”.

Mio marito mi stringe la mano, quasi potessi trasmettergli la forza di cui ha bisogno.

Non lascio sola mia moglie”.

Il comandante fa un cenno e non so neanche da chi né da dove parte un pugno duro e preciso che fa crollare Cesare ai miei piedi. Un formicolio mi attraversa le mani e le braccia, fino a intorpidirmi il collo. Vorrei aiutarlo a rialzarsi, passargli una mano sulla guancia, dove si sta allargando un segno rosso, ma mi sento senza forze. Cesare si rimette in piedi, ma cadendo ha perso gli occhiali che sono finiti dietro la porta. Nessuno lo aiuta a recuperarli e il suo viso privo delle lenti sembra quello di un ragazzino sofferente. Mi accascio, sposto il battente della porta e afferro gli occhiali, li pulisco sulla gonna più volte, con gesti bruschi, come se fossero rimasti nella polvere per anni. Glieli porgo, ma il suo sguardo è rivolto a terra, quasi avesse vergogna di incontrare il mio.

Vai con loro”, sussurro.

Reagisce con un gemito strozzato e prima di uscire dalla sala mi accarezza la pancia.

Seduta per terra, porto le ginocchia al petto. Cerco di contare i secondi che passano, ma ogni volta che arrivo a dieci perdo il ritmo e devo ricominciare da capo. L’orologio della chiesa batte le otto. Alcuni dei soldati della pattuglia tornano dopo un’ora. Hanno visi stanchi. Tra di loro camminano le donne e i bambini rimasti a Bosia. E Jose. Cesare non c’è.

L’interprete abbaia un ordine in tedesco e un soldato ci conduce in una stanza accanto alle cucine. I bambini appoggiano la testa sulle ginocchia delle madri e si addormentano. Marina scruta i soldati. Lucia stringe Albertino. Jose fissa il muro. Gina singhiozza piano. Maria, la più vecchia di tutte, unisce le mani davanti agli occhi come se stesse pregando. L’interprete si è arrotolato le maniche della camicia nera fin sopra i gomiti.

Cerchiamo gli autori di un agguato che è costato la vita a due di noi”, annuncia laconico.

Dietro di lui appare il comandante. Si limita a fissarci una per una. Sprangano le finestre della stanza in cui ci hanno ammassati, poi tornano nella sala grande chiudendosi la porta alle spalle.

Ci fucileranno”.

Diciamogli tutto quello che sappiamo”.

E cosa dovremmo dirgli? Che i nostri uomini sono in montagna? Questo già la sanno, ora vogliono i nomi e io nomi non ne faccio neanche se mi torturano”.

Neanche se ammazzano Albertino?”.

La voce rugosa di Jose ci mette di fronte a una paura strisciante che nessuna di noi ha avuto il coraggio di confessare.

Potremmo dargli qualche informazione generica, senza tradire i nostri uomini”.

Non sono stupidi, se ne accorgeranno”.

E allora cosa diavolo possiamo fare?”.

Neanche sappiamo chi è stato a fare questo benedetto agguato”.

L’importante è che l’hanno fatto, due porci di meno”.

Come puoi dire questo? Guarda in che situazione ci troviamo”.

Candida intona un’Ave Maria a cui si aggiungono altre voci. La testa di Albertino si fa spazio tra i miei seni. Gli sussurro la vecchia ninna nanna con cui mia madre mi faceva addormentare. I rintocchi del campanile battono la mezzanotte con un timbro lugubre che sembra una sentenza.

Ci sparano?”, chiede Albertino.

No”, sussurro.

E cosa ci fanno?”.

Niente, non ci fanno niente”.

I suoi capelli sono così soffici e neri. Vorrei che nostro figlio gli assomigliasse, che avesse la sua pelle morbida, le sue orecchie piccole, nascoste tra i riccioli, la mani tenere e sporche di terra.

Forse vogliono solo farci paura”, mormora la vecchia Maria.

Non ci uccideranno davvero, mica siamo soldati”.

Se trovano quelli sulle montagne allora sì che sparano, ma noi cosa vuoi, siamo… siamo niente per loro”.

E cosa vuol dire? Hanno già ucciso un sacco di persone che non erano soldati”.

Piantala Marina, per l’amor di Dio, così fai paura a tutti”.

Madonna santa, avessi io un fucile, gli sparerei… nel culo, ecco dove gli sparerei”.

Nel culo”, ripete Albertino e tutti scoppiamo a ridere con lui.

Alle nostre spalle i rumori del bosco si intrecciano nell’oscurità. Le chiome degli alberi frusciano. Il richiamo del barbagianni si alza ripetitivo. Nel cuore della foresta, il ruscello continua a scorrere tra le pietre e le frasche. Lontano, dalla parte delle montagne, esplode il crepitio secco di una raffica, talmente rapido che l’eco si dissolve subito. Penso a Cesare e il battito del cuore mi balza in gola. Trattengo il fiato e la saliva sa di aceto. Albertino guaisce sulle mie gambe.

La porta si apre dietro di noi. L’interprete compare sulla soglia e si ferma. Mi si avvicina e mi afferra per un braccio.

Il comandante ti vuole”, sussurra con l’alito che sa di alcol.

Mi alzo e fisso le altre donne, poi i bambini addormentati e per ultimo il vecchio Jose che annuisce con il suo sguardo bagnato. Lascio che osservino mentre scivolo via. Nella sala l’atmosfera è cambiata, si è fatta più calda e rumorosa. Le bottiglie di vino sono quasi tutte vuote, alcune sul tavolo, altre dimenticate per terra. Il comandante non ha abbandonato il suo posto accanto alla finestra, ma quando mi vede si avvicina con un passo lento. L’interprete ascolta le sue parole pronunciate a bassa voce.

Il comandante vuole ballare”, afferma.

Cerco gli occhi dell’ufficiale, annuisco lentamente e parlo, adagio e in italiano.

La musica c’è e il comandante avrà il suo ballo, ma a tutte le persone che sono di là non verrà fatto del male”.

Non sei nella posizione per trattare”, mormora l’interpreta con una smorfia.

Il suo viso, così vicino e furente, è ripugnante. Il comandante gli appoggia una mano sulla spalla invitandolo a tradurre. Ascolta le sue frasi dure e brevi, poi mi osserva nella penombra. Quando parla lo fa con una voce bassa e dolce, come se si stesse sforzando di farsi capire da me nella sua lingua madre.

Per quello che hai chiesto non basta un semplice ballo”, sogghigna l’interprete

Se promette di lasciar andare tutti quanti avrà ciò che vuole”.

La voce mi esce ferma, ma dentro sento un tremolio che mi sconquassa. L’omino vestito di nero traduce, poi torna a sedersi tra un gruppo di soldati che sta giocando a carte.

Il comandante mi osserva, le braccia rilasciate lungo il corpo. Da vicino ha la pelle liscia di un bambino, i capelli brizzolati tagliati alla bell’e meglio e una bocca stranamente carnosa sul viso scavato.

Mi volto e sento il suo sguardo scivolare su di me. Attraverso la terra straniera che è diventata la stanza che amo di più, quella in cui ho ballato fino all’alba la notte del mio matrimonio. Dal mobiletto nero accanto alla finestra sollevo il grammofono, lo sistemo su un tavolino basso ricoperto da un panno verde. Lo carico e una suadente voce francese si infila tra di noi. I suoi occhi trasparenti navigano nei miei e trovano l’appiglio che cercavano. La sua mano avvolge la mia. Con l’altra mi cinge il fianco. Iniziamo a muoverci lentamente, prendendo le misure. Il suo corpo, così allungato, nel ballo si trasforma, diventa dolce e aggraziato. Guarda oltre le mie spalle, il viso è diventato austero, quasi bello. Ci muoviamo tra gli sguardi dei soldati, unendo i respiri che si fanno più pesanti a ogni passo. All’improvviso mi trascina in una vortice di piroette. La mia schiena, per quanto flessuosa, fatica a tenere il suo ritmo. Il suo sguardo è perso tra le note, sul volto un’espressione concentrata. Quando la musica finisce, il comandante ne ordina ancora. E ancora.

Rimango senza fiato, avvolta in un sudore appiccicaticcio. Mentre la nota conclusiva rimane sospesa nell’aria, le sue braccia mi stringono e il suo naso si intrufola tra i miei capelli. Ho bisogno di respiro, di aria. Il comandante mi lascia camminare fino alla finestra, guardo nel buio. Là dentro, da qualche parte, c’è Cesare. Chiudo gli occhi, mentre un minuscolo conato mi capovolge lo stomaco.

Usciamo dalla sala. Saliamo le scale vicini. Alle mie spalle avverto la presenza discreta di due soldati. Il comandante mi prende per mano. I nostri passi risuonano su per le scale. Gli indico la prima stanza a sinistra, quella per gli ospiti speciali. Entro per prima, a occhi chiusi, respirando l’odore della lavanda avvolta in piccoli sacchetti sistemati sulla finestra. Dalle persiane filtra la luce della luna e il leggero frinire dei grilli. La notte si è fatta silenziosa. Il comandante chiude la porta dietro di sé, si avvicina al rubinetto sistemato sulla parete in fondo, si sciacqua il viso impolverato. Mormora qualcosa in tedesco. Siede sul letto, si sfila gli stivali, li appoggia contro la parete, allineati e vicini. Attende.

Il campanile suona le due.

Il profumo del comandante è odore di sottobosco, fresco e ostinato. Riconosco i funghi appena spuntati, il muschio che si aggrappa alle pietre, la corteccia ruvida dei castani. Le sue mani non sono più abituate a stringere una donna, lo fa con una foga disordinata, carica di un desiderio covato a lungo. Il respiro accelera, il corpo si fa tiepido. Tutti i suoi spigoli si sciolgono dentro di me. Chiudo gli occhi. Una nuova notte mi cala addosso. Un orizzonte scuro in cui si confondono i contorni e la faccia di Cesare si sovrappone a quella del comandante.

Battono le tre.

Le lenzuola sono fredde. Intorno solo buio. La sua guancia è bagnata di lacrime. I suoi occhi fissi sul soffitto sembrano cercare qualcosa. Vorrei scappare, alzarmi e confondermi con quel buio che ci spia da fuori, ma la sua voce lenta, rotta dall’emozione, mi inchioda al letto. Minuscole goccioline di sudore scendono lungo i capelli, come animaletti impertinenti che si aggrappano ai miei riccioli. Le parole sono fatte di suoni ingarbugliati, ma dalla sua bocca escono emozioni lontane, cariche di malinconia. La sua voce parla di sguardi amorosi, di un seno su cui piangere, di manine da stringere e accompagnare. Desidera dimenticare ciò che è stato, la guerra, l’orrore in cui siamo precipitati.

Il cuore avanza nel petto, quasi volesse uscirne per danzare sulla pancia. Da fuori entra un’aria fredda che sferza la pelle. Mi avvolgo nel lenzuolo cercando un po’ di tepore. Ricordo una notte di tanti anni fa, ero una bambinetta, e dopo un brutto sogno non volevo saperne di dormire di nuovo. Temevo le ombre e pregavo che il giorno arrivasse presto. Mio padre mi si sedette accanto e con la sua voce calda disse che quando si prova a stare svegli per tutta la notte si arriva a un punto in cui le tenebre sembrano enormi, dure e insuperabili. Si avrebbe voglia solo di appoggiare la testa contro il muro e piangere. E proprio quando ci si rassegna e ci si lascia andare si iniziano a scorgere i chiarori che annunciano l’alba.

L’ora più buia è quella che precede l’alba, bambina mia.

I rintocchi delle cinque mi svegliano di soprassalto. Ho sognato Cesare. Si muoveva tra le stanze vuote dell’albergo in una ricerca affannosa di qualcuno o qualcosa, senza poter riconoscere nulla di ciò che era il nostro mondo. Io lo inseguivo, urlando, ma i suoi passi scivolavano veloci sui pavimenti lucidi. Lo vedevo entrare nell’ultima stanza, quella accanto alla nostra, e rannicchiarsi su una culla minuscola, volevo entrare anche io, ma la porta della stanza si chiudeva di colpo, lasciandomi fuori.

Il comandante mi osserva dal suo cuscino. Gli mimo il gesto di portare una sigaretta alla bocca, lui si sporge verso il pavimento e raccoglie un pacchetto da cui estrae una sigaretta. L’accendo e aspiro a lungo. Lui ritorna a fissare la volta della stanza. Il mio corpo è così bianco e soffice rispetto al suo, magro e arrossato, scarno in molti punti. Sulla spalla ha due nei in rilievo che sembrano nocciole tostate. Le vorrei accarezzare con la punta delle dita, ma prima che possa farlo si alza, si infila i pantaloni e la camicia ed esce dalla stanza.

Finisco la sigaretta. Mi alzo, mi lavo la faccia, le spalle, le ascelle, sfrego il collo e la fronte, la pancia, le gambe. In pochi secondi sono gocciolante e senza fiato. Mi affaccio alla finestra. Urlo il mio nome, lo urlo fino a sentire qualcosa che si spezza nella mia voce.

È l’ora più buia.

Raccolgo da terra i miei vestiti. Sembrano stracci lasciati a marcire. Li indosso ricacciando indietro un conato di vomito. Esco dalla stanza sulle gambe malferme, scendo a piccoli passi le scale, lasciandomi scuotere dai brividi di freddo. Il salone è un via vai di soldati. Trasportano le loro cose fuori dall’albergo, le ammassano sulla strada, ne fanno cataste disordinate. Nessuno bada a me. Entro nella stanza dei prigionieri. Alcune donne dormono, altre si alzano in piedi appena mi vedono. Marina corre ad abbracciarmi, seguita da Candida, da Maria e poi da tutte le altre. Arriva Albertino con la faccia gonfia di sonno e i riccioli sparsi sulla fronte.

Siamo morti?”, chiede con una voce impastata.

Lo abbracciamo tutte, lo stringiamo, lo avvolgiamo in un amore silenzioso.

Da fuori giungono i rumori dei cingolati messi in moto, sento lontana la voce del comandante che ordina la ritirata e subito un fragore immenso riempie la stanza di echi assordanti. Si tratta di pochi istanti, poi torna a regnare un silenzio ovattato.

Una figura si alza da un angolo e si avvicina, vacilla, tiene le mani protese in avanti come a volersi proteggere. Il viso di Cesare, pulito e stravolto, mi fissa senza occhiali, gli occhi resi piccoli e incerti.

Sei tornato…”, sussurro.

Come superstiti che si guardano in silenzio, con volti scavati e corpi lacerati, ci sciogliamo in un abbraccio, un urlo primordiale che risuona tra le montagne, mentre dai listelli sbrecciati delle persiane filtrano i primi bagliori dell’alba.

Racconti segnalati

Ilaria Salvi

Musica silenziosa

Oggi lo sento, soffia da ponente e batte sulle persiane di questa casa che geme nelle sue ossa di legno e di pietra, fischia nei pertugi degli infissi un sibilo vibrante, prepotente, che percorre invisibile la stanza e scopre il tempo misurato dalla polvere, rivela i racconti dei soprammobili, chiede alle foto di non tacere le loro storie, finge di brezza la calma piatta di un vecchio quadro della marina, indugia leggero sulla superficie del tavolo di formica per sapere quali mani quali bocche quanti piatti quando… la mia anima assente riesce a vederlo e lo teme perché sa che tutto muove questa presenza non invitata ed invadente: dovrò sigillare con gommini e gommapiuma porte e finestre o finirò per dover rispondere di me.

E non lo voglio o dovrei disseppellire la musica del cuore e tornare ad ascoltarla. Mi costringerei a vivere ancora, e farlo ormai è una fatica che mi dà dolore; più facile invece lasciarsi cullare da questa deriva dove un senso un motivo un filo di storia sono fantasmi labili e dove la carnalità delle percezioni si trasforma in bruma con l’appannarsi degli occhi e si fa molle e incerta nei passi appoggiati sul bastone. Se oggi la stanza ne rimanda col vento una debole eco, solo io la posso sentire, perché la mia è una musica silenziosa.

La chiesina di san Rocco era addobbata a festa e festa grande doveva essere; avevo ripulito il sagrato dai segni dell’inverno e lo avevo fatto con cura, con le mie mani, ci avevo anche fatto portare i miei vasi di camelie, alte quasi quanto me, cariche di fiori rosa e bianchi che stavano per sbocciare; nell’aria un odore di fresco ed un profumo di nuovo. Dentro, nastri dai fiocchi morbidi ed ampi inghirlandavano le panche e giunchiglie ed altri fiori di campo tessevano la piccola navata, fino all’altare; le vetrate, che non erano mai state lavate con il sapone e asciugate con la carta di giornale, lasciavano entrare una luce insolita: don Antonio disse che bella così, la chiesa, non era stata mai.

Avevo ventidue anni e lo splendore dell’entusiasmo, del sogno e della fantasia che nemmeno le ristrettezze dei tempi autarchici, le rigidità del sabato fascista ed il timore di una guerra alle porte avevano intaccato. Portavo una coroncina bianca intrecciata di fiori ed un vestito semplice, lineare, con roselline ricamate al collo, ai polsi, al bordo e lungo la chiusura, a coprirla, che terminava in uno strascico appena accennato; l’avevo immaginato per tutta l’estate, l’avevo curato per tutto l’autunno e per tutto l’inverno, riponendo in ogni taglio, in ogni punto, in ogni piega una preghiera per il futuro. Avevo mani d’oro, e le usavo per tagliare cucire ricamare fare la maglia filare lavorare al telaio… ora volevo usarle per stringere sfiorare accarezzare, per conoscere col tocco delle dita il volto di mio marito, ed il suo corpo, per imparare insieme un linguaggio nuovo, senza parole.

Quella notte se ne andò: in chiesa aveva detto sì con voce bassa e sguardo scuro, mi aveva baciata come si fa con una bambina, casto e incerto; alla festa sedeva rigido accanto a me, quasi formale ed accennava un sorriso solo quando qualcuno proponeva un brindisi. Pensai avesse condensato emozioni e tensioni in sangue rappreso che poi, cessati il vociare gli auguri i canti gli scherzi, di nuovo si sarebbe sciolto ed avrebbe ripreso a scorrere, in un calore pulsante. Ma, entrato in casa, non si tolse nemmeno la giacca: dalla camera ho sentito la porta richiudersi alle sue spalle, e poi, per lunghi giorni, non ho più sentito niente.

Annaspavo inebetita, assente, incespicando in un vuoto ubriaco, finché una febbre violenta e generosa mi regalò l’oblio, il distacco, una scusa per non esserci e rannicchiarmi in un luogo dentro, profondo, dove non arrivavano suoni, né luce e non sentivo i brividi, né il freddo dell’abbandono. Poi, quando fu il momento, mi svegliò: era una musica sottile, tiepida, leggera, mi blandiva risalendo dal ventre, solleticando il seno, riempiva le mani e le gambe, percorreva la spina dorsale e scorreva fino alla nuca, faceva risuonare nella mia testa il suo invito sempre più dolce, sempre più affabulante, sempre più convincente e, scardinando il serraglio nel mio cuore, mi fece aprire gli occhi.

Non so da dove sia venuta, se l’abbia portata per la finestra una voce fuggita da qualche barcone forestiero attraccato al pontile di carico, o l’abbia modulata un qualche pennuto sul ramo del fico nella corte dietro la mia casa; di certo non l’aveva trasmessa l’Eiar e non era un motivetto di moda che si canticchia per fare da colonna sonora ad uno stato d’animo; don Antonio diceva che era stato l’Angelo Custode e magari era vero, per farsi perdonare di essersi distratto così tanto.

Di fatto era una musica solo mia, che ho tenuto per me.

In serata si è messo a piovere, si sente battere sui cocci dei coppi e delle tegole, con insistenza sempre più frequente; il gorgo nella gronda si incanala nel pluviale e scivola nella via a scorrere per le scalinate fino ad intercettare nel lastricato in pietra i fori di adduzione di una fogna o, raccogliendo altre acque di altre scale, fino ad arrivare in fondo alla discesa a gonfiare un mare già gonfio e tinto dell’ossido delle miniere. Questo tempo che avanza con accanimento gocciolante, impietoso e inesorabile mi rende fragili anche i pensieri.

Mio marito, perché quello era, scappò in tutta fretta, si dice che avesse già pensato a tutto. Con una valigia di cartone prese il primo vapore che salpava per il continente, portandosi dietro la sua compagna di letto. Perché non deludermi prima, perché marchiarmi la vita a fuoco negandomi ogni futuro, ogni nuovo inizio? La gente diceva che fosse preso dalla malia di una strega, che gli avessero fatto una fattura per allontanarlo da me e legarlo a lei. In qualche modo una spiegazione andava trovata. Non si sa cosa passi nella mente dei vigliacchi che diventano bigami e poi fanno figli bastardi, negando a tutti, tranne che a sé, il diritto ad essere accolti nelle pieghe delle regole di una società bigotta. Mi affibbiarono un nomignolo volgare che alludeva alla mia verginità o meglio, alla mia mancata iniziazione e divenni lo zimbello di un paese ipocrita che camuffava in pietà la fame di sordidi argomenti quasi che nutrirsi, schernendoli, del mio dolore, della mia impotenza, della mia vergogna, potesse catalizzare squallore e meschinità solo su di me, rendendone gli altri immuni.

Tornò dopo un paio di anni, a guerra iniziata, quando lo scalpore si era acquietato, altri piccoli scandali avevano alimentato il bisogno apotropaico del paese e la gente aveva altro a cui pensare; certo non passò inosservato e con la sua compagna ed il figlio che a fatica camminava andò, more uxorio, ad abitare un paio di stanze umide in una delle viuzze alla fine del paese, appena arrampicata sopra le logge del dazio.

Un giorno lo incontrai per caso, girando l’angolo della posta: il risentimento e l’odio viscerale che avevo covato fino a quel momento risalirono improvvisi e violenti, si incanalarono nella gola e nelle mani, gonfiarono le vene del collo e gravarono il tonfo del cuore; ma la mia musica, che sempre ha saputo quando venirmi a trovare, mi avvolse le tempie e mi riempì gli occhi della figuretta magra di un bambino così che mi chinai ed usai le mani per accarezzare quel figlio che avrebbe dovuto essere mio. Si nascondeva dietro le gambe di un uomo impalato che già alle dieci puzzava di vino per il bisogno di giustificare l’insicurezza, la debolezza, la paura di stare al mondo che alla fine sono peccati di tutti; provai per lui una pena piena di rabbia e provai compassione per quel bambino, che portava il cognome della madre e risultava figlio di un ignoto anche a se stesso.

Nessuno sa cosa succeda nelle case, quando porte e finestre sono chiuse o perlomeno questa è la formula usata per farsi ognuno gli affari propri; ma la donna ed il bimbo rifugiati di notte negli androni e lividi di botte e di cinghiate, raccontavano, senza osare emettere un fiato, storie di quotidiana e misera crudeltà, accettata dal costume e tollerata dalla legge.

L’epilogo non fu edificante: nei fumi del vino tentò di disinnescare un ordigno che aveva trovato nel campo, tornando dalla miniera, con l’intenzione bislacca di farne un portauovo; in casa, dove per fortuna era solo, si formò un cratere nel pavimento e lui fu portato all’ospedale militare dove gli amputarono una gamba incancrenita; poi l’ospedale e la città furono bombardati e non se ne seppe più nulla: ossa brandelli e sangue fra ossa brandelli e sangue.

Fu così che rimasi vedova.

Se il giorno ha portato uno strepito – spiriti di acqua e vento a infestare ferite mai chiuse – che mi è rimbalzato dentro, fin nelle viscere, ed è schiantato come ha fatto il fulmine nell’asta metallica vicina alle campane, il calare della notte su una nube orlata di oscuro chiarore me ne rimanda distorte e quietate assonanze; ma il cielo che si straccia sopra un lembo di mare corrusco, incalzato da un orizzonte senza tramonto e da una notte divoratrice di luna, mi rammenta che il buio prevale su noi, poveri, fiochi barlumi.

La sua morte mi aveva liberato, avevo la rara possibilità di cambiare pelle e ricominciare. La mia musica suonava più forte, ad ogni nuova alba mi suggeriva un accordo nuovo ed è stata solo colpa mia se non sono stata attenta ad afferrarlo, fissarlo, incatenarlo ad altri accordi a comporre una canzone da cantare, fatta di me, di un’altra, di dieci, cento, mille persone, ognuna con le sue note, le sue melodie, le sue dissonanze a riempirmi la testa, il cuore, la vita. Mi accorsi invece, con amara sorpresa, quanto in realtà fossi simile a lui che avevo giudicato con disprezzo e condannato per la sua mancanza di coraggio; mi feci del male e forse ne feci ad altri quando scelsi di tenere la mia musica solo per me.

L’americano si faceva capire con sguardi gesti e qualche parola storpia, passava sempre davanti alla mia casa quando era in libera uscita e faceva capolino nella bottega a piano terra dove lavoravo come sarta per mantenermi; aveva comprato un cappello ed una cravatta ma quando li mettesse non lo so, lo vedevo sempre in divisa: un tintinnio brioso all’altezza dello stomaco mi portava a sperare che li avesse comprati per me e ne ebbi la certezza con l’acquisto dei calzettoni: mi fece intendere che aveva freddo e poi, guardandomi, li portò all’altezza del petto, a riscaldarsi il cuore. Era me che voleva e provai un misto di leggerezza, di timore e trepidazione sentendo battere il sangue e germinare una speranza di riscatto. Da allora aspettavo con ansia che passasse e quando scendevo al porto non mancavo di andare sul molo ed indugiare nei pressi della sua nave. Capitava di fare insieme qualche passo e scambiare parole distorte; capitava di prendere un caffè, o una pasta; capitava, alla fine di una guerra che ci aveva fatto temere per la vita, di aver voglia di ridere e capitava di sfiorarsi sapendo entrambi che non bastava.

Ma non seppi andare oltre e lo lasciai partire, senza un saluto, senza una parola, senza risposte: dopo quasi sessant’anni non so ancora il perché e dire che quello che stava succedendo mi sembrava troppo – troppo bello, troppo incredibile, troppo sconvolgente, troppo definitivo, forse, in realtà, troppo normale – è una risposta stupida, ma è pur sempre l’unica che ho. Non fui capace di prendere quello che sentivo di non poter dare: amicizia, affetti e l’amore, più di tutti l’amore, sono cose complicate.

Ci sono scorci, nel trascorrere dei paesaggi interiori, che se non cogli non rivedrai mai più, fatti di emozioni e sensazioni capaci di arricchirci con colori e sfumature nuove purché si afferrino allora, proprio in quel momento per essere in grado poi di usarli sempre, tentando e ritentandone tutte le combinazioni possibili nel rapido gioco della vita; questo mi diceva la mia musica calando, diventando monocorde e piatta, mentre guardavo la nave salpare ed allontanarsi insieme al sogno solo vagheggiato di rinascere persona nuova.

Il paese palpebra di luci che poco alla volta si smorzano, ad accogliere il sonno; apro la mia finestra spenta e tira un’arietta ghiaccia, preludio di fine stagione; e già un’altra è pronta a rinnovare il rincorrersi dei corsi infinito: ma quando un’altra notte con la sua aria fredda invaderà l’anima nei suoi più piccoli recessi, veramente non avrò motivi per aver paura?

Ho voluto credere che anche a me avessero fatto una malia, avrebbe potuto con comodità giustificarmi il fatto che amore fosse una parola vuota: declinata in ogni era e in ogni luogo, in tutte le forme d’espressione della natura umana, cantata anche nei testi sacri nelle sue accezioni più sensuali, l’unica ricchezza a disposizione di tutti fu per me un buco nell’anima che, nonostante fossi una brava sarta, non sono mai stata in grado di rammendare.

Dopo di allora non ho più avvertito tensione, attrazione, desiderio nella carne e, lentamente, ho smesso di percepire passione, interesse, curiosità nello spirito; ogni tanto riaffiorava, all’inizio di ogni primavera o nel pieno e rotondo calore dell’estate, il languore sordo e penoso di un’esistenza stordita. Perduta l’America, il mondo si è ridotto a questo piccolo paese dove io sono il nomignolo che porto e quel poco che ho vissuto, quel tanto che ho lasciato scorrere, quel troppo che è sfuggito allo sguardo degli occhi e a quello del cuore si sono confusi e fatti liquidi per consentire alla mia anima rastremata di stare a galla, mentre la mia musica mi martellava e rombava insistente, rabbiosa, si batteva, unica, dentro di me, per opporsi a questo progressivo sfaldarsi ed annullarsi del percepire e del percepirsi; ha continuato così per lunghi anni finché, a un certo punto, ho fatto finta di non sentirla.

Ora che l’ultima soglia non è lontana, mi son fatta persuasa che fosse questa musica potente e silenziosa a guidare il canto delle mie mani quando cucivo, quando ricamavo, quando confezionavo per i clienti tende, copriletto, vestiti delle feste o quando impastavo il pane, era l’andante che mi sollevava ogni volta che il senso di incompiutezza e la vergogna e la paura mi impedirono, per inerzia per ignavia o per disgusto, di vivermi almeno come avrei dovuto, perché quel che avrei voluto ancora adesso non lo so. Mi ha accompagnato per tutta la vita, anche quando non volli sentirla, armonizzando con virtuosismi audaci la mia distonia di creatura irrisolta, che è diventata adulta, matura e vecchia senza mai pensare davvero di poter essere donna.

Era una musica silenziosa, come me; viveva nelle piccole cose di tutti i giorni, come me; non si è mai lasciata cantare, come me; ma oggi che tutto quel che mi resta è soltanto una livida attesa, mi chiedo se sia mai davvero esistita: come me.

Dalla finestra,14 settembre 2002

Piero Malagoli

Biglietto di terza classe

Quando aprì gli occhi si accorse che ormai era giorno fatto. Tutti avevano faticato a prendere sonno, la sera precedente. Sua moglie Doireann era consapevole che sarebbero trascorsi mesi prima che avessero potuto nuovamente condividere un letto. I bambini, avvertendo la tensione per la sua partenza, si erano scambiati dispetti fino a tarda ora, dopo che la lanterna era stata spenta da un pezzo.

Michan osservò una blatta, nera e lucida come alabastro, immobilizzarsi nell’angolo tra le assi del pavimento e la parete, le vigili antenne sollevate a captare l’inudibile. Quando afferrò lo stivale l’insetto scattò, scivolando velocemente verso una fenditura nel muro. A un paio di pollici dalla salvezza fu raggiunto dalla suola di cuoio pesante, che mise fine alla sua esistenza senza sofferenze.

Il colpo svegliò Beanon, che si trascinò con l’indolenza dei suoi undici anni giù dalla branda e corse fuori, a svuotare la vescica dolorante nella latrina sul retro.

Anche la piccola Ierne, fasciata in pezze sudice ormai maleodoranti, salutò frignando sommessamente l’uggiosa mattina d’aprile. Dalle imposte accostate filtrava una lama di luce grigiastra, disegnando sul pavimento un rettangolo opaco.

Doireann si rigirò, allungando il braccio e toccando il petto di suo marito. Un groppo in gola le mozzò il respiro, poi si fece forza. La decisione era stata presa, non si poteva tornare indietro.

Nel corpo ancora giovane di Michan, la miseria aveva scavato solchi profondi sulle cosce smagrite e nei glutei scarni. Fiaccato dagli anni di massacrante lavoro da fittavolo su quella terra ingrata, si aggrappava al sogno di donare a sua moglie e ai tre figli una vita migliore.

Sapeva che non l’avrebbero ottenuta lì, nel sud di quell’Irlanda che da generazioni li maltrattava. I fondi coltivabili si erano progressivamente ridotti a favore di appezzamenti a foraggio, su cui pascolavano le mandrie dei grandi proprietari terrieri.

La sua famiglia aveva sempre avuto di che campare, fino all’epoca della grande carestia. Generazioni di Walsh avevano arato, seminato e irrigato quegli acri di terra scoscesa, subito a nord di Ballymore, strappando con le unghie ogni singolo ortaggio da quelle zolle. Fu nel 1845 che la peronospera attaccò le patate, che rappresentavano la parte preponderante dell’alimentazione dei suoi avi. Nel giro di pochi mesi, i tuberi che fornivano la base dei due pasti giornalieri, divennero un ammasso marcescente immangiabile e nei cinque anni seguenti la denutrizione decimò la popolazione. Uno di quegli eventi capaci di spezzare in due la vita di un’intera generazione, dividendola in prima e dopo.

Il padre di suo nonno perse la terra e i discendenti si adattarono a subaffittare piccoli lotti, dove dodici ore di fatiche quotidiane venivano ripagate da una stentata sopravvivenza.

Glas, fratello di suo nonno, fu il primo a emigrare verso quelle colonie canadesi che parevano il paradiso e, se non lo furono, riuscirono almeno a ricompensare più generosamente gli esuli figli cattolici, bistrattati nella madre patria. Appena Glas fu in grado di mantenere la moglie, si unirono zii e cugini, portando gran parte dei Walsh di là dall’oceano, in cerca di fortuna.

Solo suo padre Domnall rimase, a consumarsi fino all’ultimo giorno in un’esistenza di stenti, incapace di spezzare le catene che, come un Prometeo, lo legavano a quelle coste ventose.

Forse per questo Michan non aveva voluto cedere. Per quel testardo rifiuto di negare l’esistenza di un futuro sulla terra dei loro padri.

Aveva assistito a decine di partenze, partecipato a innumerevoli cene d’addio, osservando da spettatore i sogni che illuminavano i sorrisi dei partenti. Stringeva in un abbraccio i loro corpi sfiniti e già li sentiva lontani. Fissava i loro occhi accesi di una febbre che li consumava, alimentata da una speranza dal nome suadente: America!

Ne aveva sentito favoleggiare i compaesani per mesi, mentre progettavano il viaggio. L’aveva vista brillare nelle pupille di ossidiana di sua sorella Blaine, la sera prima della partenza.

Tutta la famiglia Lacey stava ancora seduta sotto il pergolato, su scatoloni chiusi con lo spago… ed era già lì, stampata sui visi sognanti… l’America!

Aveva giurato a sé stesso che non si sarebbe arreso, ma ora che lui e Doireann assistevano alla miseranda crescita dei loro figli, avevano riposto tutte le speranze in quel biglietto di terza classe, pagato tre sterline, dando fondo ai risparmi di mesi, rinunciando a tutto ciò che non fosse necessario. Era stata la lettera del cugino Liber, partito per New York appena due anni prima, nel 1910, a farli decidere.

Riferiva di una vita modesta, ma dignitosa; di momenti difficili stemperati dalla consapevolezza che tutto sarebbe migliorato rapidamente. Ora aveva una stanza in affitto solo per sé, un abito buono per la domenica e mangiava carne due volte la settimana.

Assicurava che il suo padrone necessitava di manovali volonterosi; se lo avesse raggiunto, avrebbe potuto contare su un salario e un tetto sotto cui dormire. Stimava che Michan, entro un anno, avrebbe potuto riunirsi alla famiglia e fantasticava sulla possibilità di costruire una casetta tutti insieme, dopo che anche lui si fosse sposato con la fidanzata italiana.

Erano seguiti giorni di grande incertezza. Lo stato d’animo di Doireann oscillava dalla speranza alla frustrazione, sfociando nella determinazione con cui una sera gli aveva bisbigliato, avvinghiata a lui nel letto, mentre i bambini dormivano: “Compriamolo…!”.

Ora tutto il futuro era custodito in quel talloncino, riposto sul piano del tavolo, vicino alla valigia di cartone e all’involto di pane nero e carne secca, per i primi giorni di viaggio.

Alle 13,30 la nave sarebbe salpata da Queenstown e dopo sei giorni di navigazione l’avrebbe sbarcato a Ellis Island, alle porte di quello che sarebbe diventato il loro nuovo mondo: l’America.

Questo pensava, mentre si vestiva senza lasciar trapelare la tempesta che infuriava in lui. Doireann gli ronzava attorno, sfiorandolo intenzionalmente, mentre Eolann, cinque anni, non si decideva a scendere dal letto, ancora rabbuiato dalla crisi di pianto della sera precedente, quando aveva scoperto che suo padre non lo avrebbe portato alla fiera di Cork, la settimana seguente.

Anticipando l’alba, Michan era sgusciato fuori dalle coperte e seduto sui gradini, fuori dalla baracca, era rimasto ad assaporare per l’ultima volta il profumo del suo paese.

Eccola la sua terra. Mezzo acro in piano, coltivato a barbabietole, e un altro mezzo più su, verso la collina, dove il granturco forniva loro l’essenziale per sopravvivere. Infine un piccolo appezzamento di terra sassosa, condiviso col vicino, dove le patate crescevano a stento.

Una stalla diroccata, coperta a paglia e canniccio, ospitava un mulo pustoloso, smagrito e claudicante.

Respirava la brezza che anticipava il giorno e toccava le zolle scure, chiedendosi cosa avrebbe trovato di là dall’Oceano.

Prima di rientrare e rimettersi a letto, aveva scrutato verso est. Altair sfavillava, trascinando verso lo zenit la costellazione dell’Aquila, mentre sull’orizzonte Urano baluginava appena, nascosto tra le stelle incerte del Capricorno.

Nel nuovo continente altri astri avrebbero sostituito quelli consueti, che da sempre vegliavano le sue notti… un cielo capovolto. Rabbrividì e si sentì sperduto davanti all’immensità che lo sovrastava.

Il tragitto di quattro miglia fino a Queenstown era lungo da coprire a piedi e non voleva tardare per nessuna ragione al mondo. Probabilmente avrebbe dormito sul ponte di poppa per tutta la traversata, ma non rappresentava un problema. Ciò che desiderava era varcare quella soglia, che avrebbe dischiuso un dopo nella loro disgraziata vita.

Dovevano essere le undici, quando decise che il momento era giunto. Salutò i bambini, non del tutto consci del distacco imminente, e abbracciò la moglie, che ispirò profondamente, inalando l’odore acre del suo sudore. Diede un ultimo sguardo d’insieme all’interno della baracca che si ostinavano a chiamare casa e, attraverso i telai delle finestre prive di vetri, a quel territorio che pareva indifferente alla sua partenza.

Afferrò la valigia, leggera per le poche cose contenute, sistemò sotto braccio l’involto col cibo e controllò l’integrità della tasca della giacca, dove avrebbe riposto il lasciapassare per una vita migliore.

Allungò la mano sul piano del tavolo per prendere…

– Il biglietto… – sussurrò tra sé, volgendo lo sguardo attorno.

Doireann serbava l’ombra di un sorriso sulle labbra secche.

– Il biglietto… era qui… sul tavolo… –

La moglie seguì i suoi occhi e perlustrò il tavolaccio costellato di crepe, rimasto vuoto.

– Lo avrai posato… – accennò, senza alcuna preoccupazione.

– Ti dico che lo avevo lasciato qui… sul tavolo…! – affermò Michan, mentre frugava nelle tasche della giacca e dei calzoni malconci.

Doireann prese a muoversi per la stanza, tendendo il collo per sbirciare su ogni mensola, abbassandosi per controllare sotto il fornello e tra le gambe di seggiole sbilenche.

– Lo avevo messo proprio qui… – continuava a ripetere Michan come una litania, toccando col dito il punto esatto del tavolo, cercando una tattile smentita a ciò che gli occhi parevano suggerirgli.

– Beanon…! – chiamò, rivolto verso l’uscio socchiuso.

Il ragazzino rientrò dal cortile, dove stava prendendo a sassate le galline del vicino, recando all’interno un vago odore muschioso.

– Non hai visto il biglietto, qui sopra al tavolo…!? – chiese con voce implorante sua madre.

– Certo… ieri sera era lì… – si limitò a confermare, poi girò a sua volta lo sguardo attorno, sembrandogli la cosa giusta da fare.

Eolann non era ancora sceso dal letto, schivo e scontroso, rinchiuso in un mutismo risentito e Ierne li scrutava dalla culla con tondi occhi nocciola.

Michan s’inginocchiò sulle assi del pavimento, e sbirciò tra le fessure buie, nel disperato tentativo d’intravedere qualcosa.

– Pensi che sia possibile che…? – domandò Doireann incredula, chinandosi a sua volta. Non poteva crederci… non dopo tutta la violenza fatta a sé stessa per accettare quella separazione.

– Non so… ma dove altro può essere finito…? – piagnucolò Michan con voce incrinata dallo sconforto.

Schiodarono velocemente le assi esterne della baracca e Beanon s’insinuò sotto l’impiantito, nell’intercapedine, strisciando come una lucertola. Uscì imbrattato di terra e foglie, ma del biglietto nessuna traccia.

Erano passate le undici e mezza, avrebbe dovuto volare per prendere quella nave, se il tagliando fosse ricomparso, ma il mistero rimaneva immerso nella nebbia più fitta.

– Potrebbe essere stato un topo…! – propose Beanon ripulendosi alla meglio – …ne ho visti di lunghi quindici pollici, là sotto… –

– Sul tavolo c’erano carne e pane… – confutò Michan al culmine dello scoramento – …quale ratto avrebbe preferito uno stupido pezzo di cartone…? –

Doireann, non potendo più sfogare la frustrazione ripassando in rassegna la piccola stanza, prese a disfare la valigia, scuotendo ogni singolo cencio, sperando di un miracolo.

A mezzogiorno tutti erano seduti attorno al tavolo, increduli dell’accanimento con cui la sorte avversa aveva deciso di bersagliarli. Pareva che forze arcane fossero intervenute per negare loro ogni via di fuga, intrappolandoli per sempre su quel fazzoletto di terra. Persa la nave e i loro risparmi, nulla poteva salvarli dall’indigenza più nera, in quel paese che pure avevano tanto amato.

Uno starnuto di Eolann li fece volgere dalla sua parte, mentre, ancora rannicchiato sul letto, tentava di leccarsi il moccio con un’espressione molto meno contrita.

Fu Doireann ad avvicinarsi al materasso, augurandosi che ciò che sospettava non trovasse conferma.

– Eolann… – chiese, stringendogli dolcemente le manine sudicie – …non hai preso il biglietto, stanotte, mentre tutti dormivano… vero…? –

Il bambino si rimpicciolì nell’angolo, spalancando gli occhi oltre ogni immaginazione.

– Il biglietto che papà ha lasciato sul tavolo… – continuò, mentre il marito cominciava a intuire dove volesse andare a parare – …non lo hai nascosto perché non partisse…?! –

Il piccolo negò scuotendo la testa, con una titubanza che valse più di una confessione.

Michan scattò in piedi, sollevandolo e frugandolo furiosamente, mentre Doireann buttava all’aria il lettuccio e tolto il cuscino ancora umido di lacrime, finalmente… eccolo!

Il biglietto stava lì, intatto e immobile, sorpreso di averli dovuti attendere per tutto quel tempo.

– Riaghail O’Toole… – proruppe Michan rivolto al figlio maggiore – …corri da Riaghail e fagli attaccare il cavallo al carretto, poi digli di precipitarsi qui… –

Uscito il ragazzo, si mise a ricacciare tutto nella valigia, mentre sua moglie stringeva Eolann con aria contrita, quasi condividesse la sua colpa.

Non voleva arrendersi… se ancora esisteva una possibilità di salire su quella nave se la sarebbe giocata, scapicollandosi a Queenstown.

O’Toole arrivò come il vento. I saluti si ripeterono frettolosamente e i due scomparvero lungo il sentiero sterrato verso la costa, verso il futuro, incontro… all’America.

Le case colorate del porto fluviale apparvero in lontananza poco più di un’ora dopo. Il vecchio carro sferragliava lungo il pendio e un paio di volte pietre affioranti rischiarono di rompere gli assali. Michan tendeva il collo oltre i tetti spioventi, per intravedere l’enorme sagoma del transatlantico ancorato al largo, nei pressi di Roche’s Point. Ne distingueva il ponte di prua, tra le fronde di una quercia e il muro di sasso di una rimessa. Un fumaiolo giallo e nero spiccava per un momento dalle tegole rosse di un granaio, per scomparire immediatamente, celato dal campanile di San Colman, che avevano seguito nelle ultime miglia come una stella cometa.

Dentro di sé sapeva che ce l’avrebbe fatta, sarebbe saltato su quella nave all’ultimo, ma ce l’avrebbe fatta. L’alternativa era inaccettabile.

In paese, il fermento attorno al bastimento era indicibile e carrozze di ogni tipo affollavano i viottoli che conducevano al molo, mentre eserciti di facchini spostavano bauli dalle dimensioni spropositate. Molti personaggi in vista avevano voluto presenziare a quella partenza e vetture a nolo stazionavano davanti a ogni albergo o taverna della piccola cittadina fluviale.

Mentre cercavano un varco, le sirene della nave squillarono, riecheggiandogli in petto. Ruppe ogni indugio, scese di gran carriera per proseguire a piedi, afferrando le sue cose e ringraziando il vicino, che si congedò con una frettolosa stretta di mano.

Correndo a perdifiato lungo il sentiero scosceso la valigia tentò di aprirsi, ma riuscì ad afferrarne il coperchio e l’abbracciò, come stringendo al cuore i suoi cari che aveva lasciato a Ballymore.

L’abbrivio della pendenza lo aiutava a procedere più velocemente di quanto le gambe potessero sopportare. La fatica era un martellare del cuore nelle orecchie… il suo respiro, fiotti di aria salmastra che inghiottiva senza rallentare.

Rischiò di ruzzolare sulla massicciata, percorrendo l’ultimo tratto in cui le case nascondevano il porto, poi sbucò nello spiazzo. Frastornato dal traffico studiò i cartelli per un momento e imboccò la banchina della White Star Line.

Un muro di gente assiepava il molo, celando l’orizzonte. Tanfo di acqua stagnante e cherosene si mischiava agli effluvi di colonia e dopobarba del distinto pubblico che assisteva alla partenza.

S’insinuò, spintonando con le spalle e con la valigia sformata che ancora stringeva tra le braccia, fino ad aprirsi un varco e, stravolto, raggiungere il bordo della banchina.

Il Titanic stava muovendosi appena, sputando fumo denso da due dei quattro fumaioli inclinati. Tre rimorchiatori lo scortavano come timide damigelle, mentre una flotta di pilotine stava riguadagnando la riva, dopo aver imbarcato gli ultimi passeggeri. Il faro di Roche’s Point sciabolava luce azzurra e i suoi 49 piedi al algida altezza parevano poca cosa rispetto all’imponenza del transatlantico.

Quasi ottocento piedi di lunghezza per 46.000 tonnellate… Oltre 50.000 cavalli vapore sprigionati da 29 caldaie…

Michan ignorava i dati tecnici, ma rimase folgorato dallo scafo nero che sembrava scivolare senza sforzo, mentre la murata sovrastava le minuscole imbarcazioni da diporto, affollatesi attorno per salutare. Le macchine al minimo rombavano sornione, dissimulando la loro immane potenza. I passeggeri affacciati al ponte di dritta erano una colonia di brulicanti formiche, appena percettibile sul bianco abbacinante delle cabine di prima classe.

Michan gridò la sua frustrazione, mentre tutti, intorno, sventolavano fazzoletti e agitavano mani che pochi minuti prima avevano stretto quelle dei partenti. Le sirene suonarono tutte insieme e gli parvero le trombe dell’inferno, che si spalancava per inghiottirlo.

Quindici munti dopo, mentre i curiosi lasciavano il molo, Michan osservò il Titanic doppiare lo scoglio di Fastnet Rock e filare verso l’Atlantico, portandosi appresso i suoi sogni.

Un fotografo che non aveva smesso un momento d’immortalare l’evento sparò un ultimo lampo di magnesio dal suo treppiede, ritraendolo seduto sulla banchina ormai completamente deserta.

Poco più tardi, entrò nell’ufficio della White Star Line come un sonnambulo. Un impiegato dai modi bruschi gli chiese cosa desiderasse. L’uniforme impeccabile e i baffi impomatati, tradivano la cura con cui si era preparato per quello storico giorno.

– E’ rimborsabile questo biglietto…? – domandò timidamente, mostrando il talloncino con impresso il logo della compagnia.

– Certo che no, amico…! – si sorprese quello, con un risolino sarcastico – …non potete nemmeno raggiungerlo al prossimo scalo… il Capitano Smith metterà le macchine a tutto vapore e andranno dritti dritti a New York…! –

Michan si girò, senza commentare, avviandosi verso l’uscita.

– Potete sempre metterlo in quadro… – gli urlò dietro l’impiegato divertito – …se batteranno il record di traversata, diverrà un cimelio…! –

Sportosi nuovamente sull’acqua, valutò per alcuni secondi di buttarsi a mare. Non immaginava con che coraggio potesse ripresentarsi a casa, né dove avrebbe trovato la forza per affrontare quella nuova sconfitta. Sentiva la sua terra farsi prigione. L’isola che gli aveva dato i natali lo stava trattenendo crudelmente a sé, come una perfida madre, gelosa dell’ultimo figlio rimastole.

Fu solo il biglietto a volare dal molo, lasciato cadere dalle dita tremanti di Michan.

Lo guardò volteggiare nell’aria, posarsi sull’acqua torbida, galleggiare per qualche secondo tra chiazze d’olio multicolore, poi inabissarsi, inghiottito dalle placide onde del porto.

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