Testi inediti vincitori e motivazioni 2019

SEZIONE B

Michele Bordoni

La fabbrica è stretta, una cruna d’ago.

Finitudine estrema se la guardi

dalla visuale puntuale del dettaglio.

Il particolare è inflessibile

e qui tutto lo è – un’altra cosa

rispetto al labor limae che sapevi, quell’eroico

e comico amoreggiare tra aria

e la sua forma scritta –

qui è consuetudine

la riduzione a zero dell’errore,

la quotidiana pratica del vivere

l’esacerbarsi della perfezione.

E noi non siamo ricchi ma esilissimi,

capillari

come spilli che inseminano

di mastice la trama della tela,

tra gomma e gomma flettendo

 

Cristina Micelli

Per il brusio delle sentinelle ho fatto spazio

dentro ai mattoni, deviando il nero delle celle

su per le fessure delle strade aperte.

Mi seguivano, mi allacciavano le scarpe

di spalle restavano in disparte

riempivano i fossi con gerle di voci

dicevano il bene per me e per le foglie dei gelsi.

 

Luca Bresciani

Le braccia si perdono

e i gesti rimangono.

Un inverno inverso

dove i rami si scollano

e le foglie continuano ad avanzare

in una mischia di primavere.

La meta è essere

prima di diventare:

lanciare i frutti

senza essere fecondi.

Saragei Antonini

Ri me màtri pigghiai u tremùtu chiddu ri terra –

ri me pàtri u mari chiddu c’arresta

Di mia madre ho preso il tremore quello di terra – di mio padre il mare quello che resta

U munnu u vivu arreri a sigaretta

mi pari cchiù laggu ccù fumu ca acchiana e scumpari

mi pari ri campàri cchiù auta.

Il mondo lo vivo dietro la sigaretta mi sembra più largo con il fumo che sale e scompare mi sembra di campare più alta.

Alessandra Corbetta

L’orologio ha interrotto il suo ticchettio,

il rumore si congeda dalla basculante mutilata

Silenzio intorno, il cucù si è chiuso a riccio.

Nella stanza accanto sono scesi i santi

tutti a presentarsi, qualcuno li ha chiamati

e ora ti stanno col fiato sul collo.

Concedi una lacrima da attrice di teatro

nell’impossibilità del calore ti fai gelo,

io mi trasformo in cristallo. Di umano resta

il copriletto e il coniglio della sera prima.

È la piega introversa di un grido lo sguardo controluce, che mi muove verso

il tuo viso raggomitolato a uovo attorno a un bacio, che, se scocca, mi cambia in

un susino in boccio tra le case.

SEZIONE C

 

Ivan Fedeli

(Le favole)

Pensarla adesso una favola ti torna

Peter Pan e quella fedeltà di Wendy

Uncino e gli altri ai ruoli. Così Spugna

l’Isola che non c’è, tutto racchiuso

in un’eterna giovinezza come

allora gli anni delle nuvole e

dei sogni che ti bastava una scopa

a capire un cavallo o una carezza

a domare il silenzio della notte.

Avresti voluto essere dei loro

e anche tu volare in alto additare

il sopra il sotto il bene il male il mondo

forse nella bellezza che nessuno

sa. Era la vita che si affacciava

incommensurabile a possederla

in ogni istante battito presenza

e faticavi un po’ a tenerla intera

quasi scivolasse via chissà dove

che si provava dolcezza spavento.

Ti chiedono della poesia oggi

e manca coraggio a dire cos’è

se c’è mentre ridi e ti chiedi a tua

volta se il Capitano fosse destro

o mancino e non hai risposta. Accade

di scordarsi talvolta e serve più

memoria ricordo a capire chi

siamo, succede anche agli alberi che

dalla radice spuntano e si danno

al cielo per proprio destino senso

ma prima della grandezza del tronco

della fragranza del fiore, la foglia.

 

 

Alessia Bronico

i miei capelli erba calanchiva,

spina dorsale esposta al sole,

mani mie, rami

adagiati al calore che ferma

l’ora arsa nel grembo sterile

di madre argilla, i miei occhi

fiori radi, arroccati, piedi nuovi

steli a proseguire il paesaggio,

e tra i venti di fuoco il ritmo,

io: i cui seni custodiscono

un calanco eroso dalla storia

 

 

Antonio Merola

Ho provato a portarti lontano,

ma il mostro ci ha seguito ovunque

come a spaziare l’alberata in una grillaia:

sentiva l’odore del sole, tu piangevi

dietro a ogni angolo. Una lubricità

non bastava a nascondere la sfogliatura,

a scivolare altrove: avevamo paura

delle grandezze come l’acqua dentro una fontana.

 

 

Gabriele Borgna

È tempo di rovistare tra le voci

del vivente, nel lento incedere

di luce che accende

il bianco del ciliegio e del duomo.

Chissà da quale anfratto

una cincia fa il verso alla serpe.

La gambarossa s’aggrappa 

ai muraglioni cospirando 

nuove fughe tra i sampietrini.

Davanti all’indifferenza 

del mare che rimonta,

interno il gusto del fico

appena colto.

Ricalco gli accenti di una lingua

di pietra in festa.

 

Emanuele Franceschetti

Penso alla bellezza come ad un meccanismo

di relazioni costruite da ingegni misteriosi.

Penso che nel marmo addomesticato dallo scultore

resista una traccia fondamentale,

un lascito, una fibra impercettibile:

la pelle, la saliva, e poi l’amore,

o forse la memoria, un’esistenza intera,

l’incedere testardo della morte…

(Le donne sigillate nei cappotti

corrono oltre il diluvio, fiduciose

nel sogno breve della primavera.

La vie en rose risuona, a mezz’aria,

e la vita precipita

in una forma simile alla gioia)

 

 

SEZIONE D

Andrea Martini

Oceano Atlantico -270 miglia dalla costa dell’Isola di Terranova

15 Aprile 1912, ore 01.30

Quando il nostro Direttore, Mr. Hartley, chiamò ad alta voce il pezzo successivo, la prima cosa che mi passò per la mente fu che quel ragtime non mi era mai venuto bene, nonostante lo avessimo provato centinaia di volte. Era il mio incubo.

“Pineapple Rag, Signori” . E dovette quasi urlare, per farsi sentire in quella bolgia di grida, di pianti ed urla di bambini. Con la barba imponente che gocciolava. Sopraffatto, nonostante la voce tonante, dal fragore delle scialuppe che precipitavano in acqua prive di controllo, delle paratie interne della nave sfondate dalla ferocia dell’oceano. Il frastuono della morte che avanzava. Che minuto dopo minuto stava prendendo il possesso di tutti noi, implacabile, senza più scampo.

Eravamo sopravvissuti in cinque, fino a quel momento. Il Direttore, appunto, poi un trombettista di colore, e tre violini, dei quali ero il più giovane. Quel che restava della prestigiosa Orchestra del Transatlantico “Titanic”. Indossavamo ancora i frac dell’esibizione serale appiccicati al corpo, inzuppati di acqua gelida, ma l’adrenalina che ci scorreva nelle vene era un anestetico potente e non ci faceva sentire più nulla, né il freddo né la paura, ormai.

Stavamo per morire, questo era certo. A testa alta, sfidando il vento polare e gli spruzzi delle onde che annaffiavano il ponte “A”, ci eravamo raggruppati sotto un tendone lacerato dal vento. Nessuno fra noi aveva neppure preso in considerazione di scappare, di provare a mettersi in salvo. Gli altri orchestrali erano già tutti morti, spazzati via da quell’oceano color della pece, e noi li avremmo onorati fino allo stremo, con la nostra musica.

“Avanti, signori, diamoci dentro” ci incitò ancora l’imponente Mr. Hartley, guardando ciascuno di noi nel profondo degli occhi “ e ricordate che l’Orchestra non muore, finché suona come state facendo adesso. Sono fiero di voi, sappiatelo”.

I passeggeri erano impazziti dal terrore, con gli occhi sbarrati correvano disperati da un parapetto all’altro. Stringevano bambini al petto, trascinavano dietro di sé valigie semiaperte. Cercavano una via di fuga che non esisteva, urlavano sgolandosi, chi bestemmiando e chi pregando Dio. Solamente alcuni, una ventina o poco più, si erano portati in silenzio intorno a noi, e ci ascoltavano, con lo stupore dipinto sui volti. Il nostro ultimo pubblico da onorare.

Ricordo due anziane sorelle di Philadelphia, gentili e miti, che qualche giorno prima si erano venute a complimentare dopo il concerto-aperitivo del pomeriggio. Si tenevano per mano, immobili, in silenzio. Poi una ragazza giovane, giovanissima, che avevo notato durante il viaggio perché sempre sorridente, della terza classe. Ed il miliardario Ben Guggheneim, che pareva neppure scalfito dall’inferno che ci stava inghiottendo tutti, fasciato in uno smoking impeccabile con la fascia di raso bianco in vita, incomprensibilmente asciutto, col cilindro sul capo , che sorrideva appoggiandosi al bastone mentre parlottava sottovoce col suo domestico.

“Pineapple rag”, neppure a dirlo, in quelle condizioni disastrose ci venne meravigliosamente, come mai prima. I violini e la tromba sembravano nati e cresciuti suonando insieme. “Bravissimo, Schiaffino, vai forte “ mi strizzò l’occhio il Direttore, mentre la sua bacchetta volteggiava ancora nell’aria a chiudere le ultime note “ finalmente ti ho sentito andare a tempo con gli altri” .

Raramente, nella mia giovane vita, mi ero sentito fiero di me come in quel momento.

“Nearer, my God, to thee “ chiamò ancora Mr. Hartley. Era un vecchio inno religioso, dove i violini – se facevano bene il loro mestiere- parevano quasi struggersi, parlando e piangendo fra loro. “Signori, chiudiamo con questo. Che Dio ci benedica tutti, e non dimenticatelo mai : qualunque cosa accada, per me è stato un onore suonare con voi”.

Lo fissavo ammirato. Assomigliava ad una statua, il corpo solido e robusto, con gli occhi che scintillavano, le braccia ferme, allargate, grondando acqua. La bacchetta impugnata nella mano destra, immobile.

Una frazione di secondo di silenzio. Nodi in gola, dolorosi da deglutire. Poi il trombettista di colore attaccò con energia, ed io che stavo al suo fianco potei notare le lacrime che gli riempivano gli occhi. Era finita. Ancora pochi minuti, e di noi non sarebbe rimasto più nulla. Ricordi nei cuori dei nostri cari, forse, e musica dissolta nell’aria, nel mezzo dell’oceano.

*

Un paio di minuti dopo, duettavo con Ted Whitaker, l’altro violino, in un passaggio delicato. Non era facile, inclinati in maniera innaturale, con le mani congelate e l’archetto che scivolava via. Le parole, sullo spartito, dicevano qualcosa come “più vicino a te, Signore, voglio venire io”. Una parte di me pensava che era vero quel che avevo sentito dire spesso : quando la morte si fa prossima, ti passano nella mente, una dopo l’altra, le immagini in sequenza di una vita intera.

Io e mio fratello Ettore bambini, mentre giochiamo a pallone nel cortile della nostra piccola casa di Camogli. Il mistero della scomparsa di mia madre, fuggita via una sera senza neppure salutarci e mai più tornata. Mio padre che si spacca la schiena sui pescherecci, giorno e notte, per farmi studiare alla scuola di musica. E poi i primi concerti, le giacche eleganti e ricamate con cui sfilavo orgoglioso per il lungomare del paese. Il telegramma annunciato urlando da mio zio, il postino, con cui mi comunicavano l’ingaggio nell’Orchestra più prestigiosa del momento, pronta per salpare con il “Titanic” nel suo viaggio inaugurale.

Continuando a suonare, senza neppure voltare il capo, lo sguardo mi cadde obliquo su una grande scialuppa nera che a poca distanza, stipata all’inverosimile di passeggeri urlanti ammassati gli uni sugli altri, era calata lentamente in mare -l’unica, forse- da alcuni membri dell’equipaggio, usando corde e ganci. “State calmi, maledizione” urlava un marinaio per farsi sentire, le mani sanguinanti e spellate dalla gomena “state calmi e non vi muovete, forse riusciamo a farvi scendere”.

Io andavo incontro alla morte, mentre quelle persone si stavano salvando. Sì, loro avevano una possibilità di fuga, di sopravvivenza. In quel preciso attimo, ebbi veramente paura. E persi la testa, in preda al panico. Non avevo più il controllo di me. Davanti ai miei compagni che mi fissavano allibiti, ed al Direttore rimasto a bocca aperta e con gli occhi stralunati, lasciai cadere il violino a terra, e senza dire una parola fuggii a gambe levate, attraversando il ponte, fino a raggiungere in un lampo la ringhiera.

Appena il tempo di voltarmi. I miei occhi incrociarono -nello spazio di un secondo- la delusione e l’amarezza dentro gli sguardi di quei poveri musicisti, votati alla morte. Vinse, però, l’istinto egoistico dell’animale.

Mi lanciai a corpo morto oltre il parapetto del ponte, precipitando all’ interno della scialuppa, dove cadendo schiacciai alcuni corpi. Fu un volo di almeno tre metri che causò uno spaventoso sbilanciamento dell’imbarcazione. Udii verso di me grida ed insulti di ogni tipo, un uomo anziano col giubbotto di salvataggio mi sputò in faccia, rabbioso. Ma che importava. Ce l’avevo fatta, e forse ero in salvo.

Dopo alcuni minuti, la scialuppa toccò il mare, ed iniziò a galleggiare verso la deriva, fra le urla di gioia dei passeggeri. Alcuni si abbracciavano, le mamme baciavano i bambini, quasi tutti piangendo e ringraziando il Signore. Alzai il capo, e vidi lassù in alto i membri dell’equipaggio che avevano fatto il miracolo stavano esultando, a braccia levate, appoggiati esausti alla ringhiera. Sembravano piccolissimi, e avevano compiuto un’impresa immane.

La confusione era indescrivibile, il rumore del mare copriva ogni voce. Riuscii però a sentire ancora la musica dell’Orchestra, che stava continuando a suonare sul ponte. O forse, si trattava solo della mia immaginazione. O era il vento che portava lontano ancora le note di prima. Prima della mia fuga da uomo vile.

Stipati ed ammassati l’uno sull’altro, nella scialuppa tutti piangevano per la gioia e festeggiavano. Io mi sentivo lontano da loro, inebetito, altrove. Spossato, chiusi gli occhi. Ero vinto dalla stanchezza, immerso nel buio, ma riuscivo lo stesso a vedere. Quegli ultimi sguardi tristi, del Direttore e dei miei fratelli. Mi trovavo in mare aperto, quel mio mare che mi ha fatto da culla da quando sono nato. Ma quei fantasmi iniziavano già a perseguitarmi.

*

Penitenziario di massima sicurezza di Jackson, Georgia (U.S.A.) – Braccio della morte

8 febbraio 1948, ore 07.30

L’ultima chiamata per il detenuto Attilio Schiaffino, italiano di Camogli, condannato alla sedia elettrica, avvenne di primo mattino.

Il sergente Jefferson, responsabile del Braccio della morte del carcere, un georgiano di Atlanta ormai prossimo alla pensione, ebbe un sussulto di amarezza nel pronunciare il suo nome, ad alta voce come prevedeva il ferreo regolamento, alle sette in punto.

Ne aveva visti tanti, tantissimi, soprattutto prima della guerra. Uomini arrivati ad un passo dalla fine, con le ore ormai contate alla rovescia : bianchi, neri, ragazzi, adulti, quanti ne erano passati -riflettè in silenzio- per quell’estrema ala dell’Istituto. Cinquanta? Forse di più.

Probabilmente, Schiaffino era il suo ultimo detenuto da scortare verso l’ultima stanza in fondo al corridoio, quella della “Vedova Nera”. Così era chiamato da sempre, in un macabro tentativo di esorcizzare la morte, l’apparecchio che abbrustoliva i corpi di quei disgraziati : una leva abbassata dal Direttore, e poi via. Chi era fortunato se la cavava in poco tempo, una ventina di secondi o poco più di agonia. Ma Jefferson, nei suoi anni di servizio a Jackson, ne aveva viste di tutti i colori. Gente che non ne voleva sapere di morire, gente che resisteva fino all’ultimo spasimo.

Come l’ultimo di un paio di mesi prima, un ventenne di colore che dopo quindici minuti si contorceva ancora costretto dalle cinghie, con gli occhi schizzati fuori dalle orbite, ridotto ad un ammasso di carne sanguinolenta e fumante. Era stato troppo perfino per i familiari della ragazza che aveva violentato e massacrato, seduti dietro il vetro nella cameretta riservata ai pochi spettatori ammessi. Erano fuggiti via, nauseati, disgustati.

Ma Attilio, o meglio “Violino”, non meritava di finire così.

Cinque anni prima era entrato in Istituto, con una sentenza di morte sulla schiena per avere sparato ad un gioielliere durante una rapina finita male. Quasi immediatamente, tra lui e Jefferson era nato un rapporto speciale. Forse era l’età che avanzava, e che tendeva ad ammorbidire il carattere spigoloso del vecchio sergente. O forse l’ abilità del detenuto nel suonare il suo strumento, proprio quello che fin da bambino aveva affascinato la guardia, collezionista di un’infinità di dischi di musica di ogni tipo.

Il detenuto Attilio Schiaffino , col passare del tempo, per tutti -compagni di cella, agenti, familiari in visita- perse il suo nome originario, e divenne semplicemente “Violino” . Dapprima sporadicamente, e poi sempre più spesso, era convocato a suonare in tutte le occasioni in cui nel Penitenziario si faceva musica.

Festa annuale dell’Istituto, funerali, ricorrenze. Anche ai ricevimenti offerti dal Direttore e da sua moglie, con ospiti di prestigio. Quando gli veniva consentito , per qualche ora, di dismettere la divisa da carcerato e di indossare nuovamente una giacca scura, con la camicia bianca ed il papillon.

Il sergente era solito trascorrere molte ore a discorrere con lui, specie nei turni di notte, attraverso le sbarre della minuscola cella. Stavano seduti su due sgabelli, ciascuno dalla propria parte, e così il tempo passava, e passavano gli anni . Nel frattempo erano stati respinti tutti gli appelli, le decine di ricorsi presentati dagli avvocati di “Violino” ad ogni possibile Corte. Combattevano come leoni, le provavano tutte, ma ottenevano solo freddi dinieghi.

Il vecchio Jefferson aveva imparato a conoscerlo a fondo. Più volte avevano parlato di quell’istante preciso in cui ad Attilio si era spezzato qualcosa dentro. Quando la parabola ascendente del buon ragazzo, nato in un minuscolo paesino sul Mar Ligure e divenuto musicista emergente e di successo, aveva preso la piega fatale che lo avrebbe portato a deragliare senza più controllo.

Mille volte gli aveva raccontato di quella notte maledetta, sul “Titanic”. Di quel tragico bivio di fronte al quale era stato posto, e che gli aveva fatto scegliere la salvezza anziché una fine ormai certa.

Si torceva le mani, disperato, quando la memoria ritornava sul ponte del transatlantico in balia dell’Oceano : “Quegli sguardi, sergente, quegli sguardi”…. non potè mai più scordarli. Erano quelli carichi di delusione del Direttore dell’Orchestra e degli altri suoi compagni. Quei disgraziati avevano gli occhi dilatati e tristi, da animali destinati al macello. Che fiutano già nell’aria l’odore della morte imminente.

“E’ proprio vero” sorrideva amaro Attilio, ancora due notti prima della sua esecuzione, il volto affilato che spuntava dalle sbarre “a tutto si può sopravvivere. Tranne che ai sensi di colpa ed alla vergogna”. Jefferson ascoltava in silenzio, pensieroso. Sapeva bene a cosa si riferiva. Conosceva nel dettaglio tutta la storia, aveva letto e riletto il suo fascicolo personale nell’ufficio del Direttore.

Il lento declino dell’alcolismo, il divorzio, la morte di un figlio piccolo. Fu quasi scontato, scordarsi di chi neppure assomigliava al giovane talento rampante di un tempo . Nessuno pensò più a scritturare quel rottame con le mani tremanti, che arrivava in ritardo alle prove e, un paio di volte, si era presentato ubriaco sul palcoscenico, sbagliando tutto fin dal primo attacco. Perso, col pensiero altrove, stava scivolando su di un piano inclinato da cui non seppe più risollevarsi.

*

Padre Daniel era stato per anni Cappellano Militare dell’esercito statunitense, prima di essere incaricato della cura delle anime dannate del Penitenziario di Jackson.

Sbarcato in Sicilia con l’Armata del Generale Patton, nel 1943, aveva conosciuto la fase più bieca della guerra. Gli Alleati risalivano la penisola lentamente, a prezzo di perdite sanguinose, incontrando la resistenza accanita delle truppe tedesche.

Fu in quel periodo che Padre Daniel conobbe gli effetti letali del cianuro di potassio. Quasi tutti gli alti ufficiali nazisti erano muniti dai loro Comandi di minuscole fiale di questo veleno potentissimo, da custodire gelosamente. Da rompere coi denti ed ingerire prima di cadere nelle mani del nemico. Pochi secondi di convulsioni incontrollabili, poi arrivava la fine, fulminea e senza scampo. Erano passati anni da allora, ma Padre Daniel aveva ancora davanti agli occhi quei suicidi rapidissimi, di uomini in alta uniforme dallo sguardo gelido.

Ne parlò a lungo, dopo giorni e giorni di tormento insopportabile, con il Sergente Jefferson, qualche settimana prima della data stabilita per l’esecuzione di Attilio Schiaffino.

Alla fine, pianificarono tutto con grande cura.

La guardia fece in modo di avere il turno fuori dalla cella, quando il Cappellano si recò a confessare per l’ultima volta il condannato, sedendoglisi accanto dietro le sbarre, avvicinando il viso al suo, parlandogli a voce sommessa.

Padre Daniel teneva strette le mani di “Violino”, mentre recitava le preghiere col capo chino. Solo il Sergente potè vedere la fialetta minuscola, piena di liquido trasparente, che passava rapida da una mano all’altra. Dal Ministro di Dio al condannato a morte.

“Non credo che il Signore mi perdonerà mai per questo” disse piano il Cappellano, quasi in un soffio “ ma te ne prego Attilio, mettila in bocca prima di entrare in quella stanzetta, non fartene accorgere per l’amor di Dio. Ed appena il Direttore abbassa la leva, in quel momento esatto, schiacciala coi denti. Sarà questione di pochi secondi “.

“Violino” stava in silenzio, con gli occhi chiusi, la fialetta che lo avrebbe ucciso in un lampo nella mano destra stretta a pugno. Pregava.

Riuscì solamente a sussurrare un “Grazie, Padre” prima che il Sergente aprisse la porta inferriata della cella, per lasciare uscire il Sacerdote. Tutti e tre si guardarono fissi negli occhi. Nessuno parlava, ma il condannato aveva finalmente il volto disteso. Ed avrebbe giurato che Jefferson gli aveva strizzato l’occhio, solo per un attimo, ed accennato un mezzo sorriso.

*

Oceano Atlantico – 270 miglia dalla costa dell’Isola di Terranova

15 Aprile 1912, ore 01.45

Il primo ad accorgersi del mio ritorno è il trombettista di colore. “Direttore, Schiaffino non è scappato, sta tornando”. E tutti, proseguendo senza sosta la loro musica, si voltano verso di me.

Correndo, riesco ad afferrare sul pavimento di legno il violino, che avevo gettato a terra pochi istanti prima, ed anche l’archetto. Affannato, fradicio di acqua e di vento, intirizzito fino al midollo. Ma ce la faccio, sono di nuovo con loro, e riprendo a suonare il pezzo scegliendo il tempo giusto ed inserendomi in sincronia perfetta con gli altri strumenti.

Mr. Hartley non riesce a nascondere il sorriso fra la barba gocciolante, col volto pallido semicongelato. “Attilio, pochi secondi ancora ed eri licenziato” grida, fingendosi severo, per farsi sentire da tutti. E per regalarci ancora un po’ di coraggio, forse.

La nave è sempre più inclinata, ormai è quasi impossibile restare dritti in piedi. Il violinista accanto a me scivola, cade a terra su un ginocchio e si fa male, ma si rialza subito, senza smettere di suonare.

Il Direttore non molla, e scandisce lo scorrere delle note con gesti ampi, tenendo il viso ben sollevato. Il nostro ultimo pezzo, “Nearer, my God, to thee “ è quasi giunto al termine. Ci guardiamo a vicenda. Sappiamo tutti perfettamente che non ce ne saranno altri.

Io attacco con forza il finale, gli altri mi vengono dietro decisi. Sì, penso che davvero la nostra Orchestra non ha mai suonato bene come in quel momento. Sto per morire, e mi stupisco di questa serenità leggera che sento scorrermi dentro.

Da sopra la spalla dove si appoggia il violino, posso vedere il parapetto in ringhiera, ed i marinai che stanno faticosamente calando la scialuppa in mare, imprecando ed urlando come ossessi. La salvezza è ancora lì, è distante solo una ventina di metri. Pochi minuti fa sono scappato da vile, e l’avevo anche raggiunta, in un barlume di follia. Ma poi qualcosa è accaduto dentro di me, e mi ha riportato indietro.

Sono bastati alcuni passi di corsa, per recuperare a terra il mio violino, e tornare sotto il tendone lacerato dal vento, a suonare come prima con quel che resta dell’Orchestra del “Titanic”. Pochi, pochissimi passi, penso adesso, mentre tutti insieme siamo all’ultima nota, ed io stacco l’archetto dal mio strumento.

Ho perfettamente presente quel momento, quando ero sul punto di scavalcare per gettarmi nella scialuppa, e lo sento distante come non mai. Mi sembra di averci messo un’eternità, a tornare qui al posto che è mio, dove veramente mi sento felice.

Quasi una vita intera.

Davide Bacchilega

Prima del coprifuoco

Su, pedalare. Pedalare verso il traguardo, due colli da superare prima dell’arrivo. Come fanno i ciclisti al Giro d’Italia, chilometro dopo chilometro, tappa dopo tappa. L’importante è raggiungere la meta prima che faccia notte, prima che scatti il coprifuoco. Se non dovessi riuscirci, potrei finire dritta nei guai, ma ora è meglio non pensarci. Mi impegno solo a pedalare, finché tiene il giorno.

Di missioni ne ho portate a termine ormai un paio di decine. Se corressi il vero Giro d’Italia, che di tappe ne conta venti, l’avrei praticamente finito. Una manciata di metri ancora e potrei alzare le braccia al cielo.

Solo che al vero Giro d’Italia gli atleti stanno in gruppo per la maggior parte del tempo, mentre io viaggio sempre da sola. Non che sia senza una squadra, una squadra ce l’ho: mi incoraggia in partenza e mi accoglie all’arrivo; per il resto dipende tutto da me. Sono una buona passista e me la cavo in salita. Per questo mi hanno scelta fra tante.

Su, pedalare. Senza badare alla fatica, al sudore, al pericolo. Solo l’avanzata della notte potrebbe mettermi in affanno. Queste notti deserte e silenziose che iniziano troppo presto, che non finiscono mai, perché ci imprigionano nelle nostre case, secondo l’ordine imposto.

Non che prima le notti fossero un circo chiassoso e lucente, mai lo sono state. Ma solo l’idea di poter uscire per rubare la frutta dagli alberi dei vicini, tirare palle di neve alle finestre dei maestri antipatici, o raggiungere un fidanzato segreto in qualche posto nascosto dove nemmeno la luna potesse spiare, ci faceva sentire nostre quelle notti, anche solo un pezzetto, mentre ora ce le hanno levate tutte intere e in un colpo solo. Non è più roba nostra.

Dunque: pedalare. Addosso, gli abiti pesanti per difendermi dall’inverno. Nella borsa, i libri di scuola per confondere chi mi incrocia. Nella testa, la cieca fiducia che la strada sarà sgombra di minacce dopo il prossimo tornante. Ho solo sedici anni e sto correndo una strana gara, di uno strano sport, in uno strano tempo. Tutti mi chiamano Gina, come Gino Bartali, anche se io preferisco quell’altro, il giovane Coppi, che ha vinto l’ultimo Giro. E chissà se ce ne saranno ancora.

Bardata con il cappuccio di lana e il cappotto grosso, i chilometri filano via che è una meraviglia su questa bici nuova, una Bianchi ultimo modello. Quella che avevo prima era ridotta a un catorcio: senza più fanali, il campanello muto e i freni scassati, è già una fortuna non essere finita in un dirupo dopo le prime discese.

Per darmi una mano, la mia squadra mi ha allora regalato questa scheggia. Requisita, mi hanno detto. Non ero sicura di volerla usare, se le cose stavano così. Fregare un po’ di frutta va ancora bene, ma le biciclette sono preziose. Poi mi hanno assicurato che è stata confiscata con un regolare “buono di prelevamento”. Quindi tutto nella norma, a sentir loro. Ad ogni modo devo trattarla bene, la bici. Con i tempi che corrono, ripararla sarebbe un’impresa: i pneumatici di scorta e i pezzi di ricambio costano troppo alla borsa nera.

Su, pedalare. Lasciandomi alle spalle il paese e attraversando la campagna, verso la prima salita. Quando arrivo ai piedi del declivio, scopro che il ponte che scavalcava il fiume non c’è più. Fino all’altro giorno collegava le due sponde. Ora invece posso vedere ciò che ne resta, ossia le sue macerie, ingolfare il corso d’acqua sotto di me. Qualcuno l’ha buttato giù: è evidente che da qui non si può più passare. Accumulerò del ritardo rispetto alla tabella di marcia, ma forse nemmeno troppo.

So infatti che c’è una passerella di lastroni di pietra, poco distante, che permette di raggiungere l’altra riva da un punto poco profondo del greto. Se ricordo bene, ci si arriva attraverso quel sentiero sterrato che costeggia la vigna. Non perdo tempo e imbocco il mio piano B.

Quando raggiungo quel passaggio improvvisato, mi accodo a una contadina a bordo di un asino, intenta anche lei a guadare il fiume. Sto per spingere la bici sulla passerella di pietre quando sentiamo un brusio conosciuto provenire dall’alto.

Sappiamo già cosa dobbiamo fare: nasconderci in un fosso e pregare forte. Dietro le mie palpebre chiuse nascono delle lacrime, ma le sconfiggo subito da vera campionessa. Bartali non piangerebbe per la paura, tantomeno Coppi. Mentre l’asino rimasto allo scoperto raglia inquieto alle nuvole, la contadina e io aspettiamo immobili per minuti interminabili. Minuti che mi allontanano dal traguardo, o forse mi riavvicinano alla vita.

Dopo che l’aereo è scomparso all’orizzonte senza sfogare la sua rabbia, io e la mia occasionale compagna di sventura usciamo dalla nostra tana senza più un’anima. La donna, per farsi e darci forza, afferra l’asino per la cavezza e me per la manica. Ci porta entrambi a casa sua per curarci dai morsi dell’ansia. All’asinello dà un po’ di paglia da sgranocchiare. Per me, invece, ha scelto una personalissima terapia d’urto: un paio di bicchierini di grappa che mi bruciano lo stomaco.

Stordita dall’alcol brusco della signora, vorrei tanto abbandonarmi a dormire e scordarmi tutto, ma ho una missione da compiere prima del tramonto. Saluto quindi la donna e mi rimetto in sella.

La ripartenza è assai ballerina, e la vista è sdoppiata, ma do fondo a tutte le mie energie per raggiungere il traguardo prima che sia troppo tardi.

Su, pedalare. Pedalare fino alla cima della collina, il Gran Premio della Montagna. Gli ultimi metri prima della vetta sono i più faticosi ed esaltanti. Una volta scollinato, mi attende una discesa sfrenata e leggera. È delizioso ora scivolare veloce lungo l’altro lato della fatica, sciogliendo i muscoli e l’angoscia, con la consapevolezza di essere a metà strada. Gli imprevisti sul percorso mi hanno fatto perdere molto tempo, ma ormai non ha senso tornare indietro. Farò a gara anche con il sole, e se sto facendo la cosa giusta, come sono sicura di fare, raggiungerò la destinazione prima che la mia ombra sparisca.

Al prossimo bivio devo girare a sinistra. Non mi serve la mappa, ho imparato il percorso a memoria. Svolto quindi per la via che mi porta dritto verso la seconda collina, ma noto che in fondo alla strada c’è un posto di blocco. Sono quelli dell’altra squadra. Quelli che, è proprio il caso di dirlo, vogliono mettermi i bastoni fra le ruote.

Tra me e loro non ci sono sentieri in cui svoltare. Inoltre sono troppo vicina per tornare indietro senza insospettirli. Mi spingo allora avanti quasi fossi un kamikaze: a volte la sfrontatezza e un faccino dolce possono trasformarsi in un lasciapassare. Pigio decisa sui pedali e mi arresto proprio di fronte al militare ragazzino. Ricamo un sorriso di miele sul viso, gonfio il fiatone a perorare la mia causa. Gli spiego che nella borsa ho i libri e i quaderni di scuola, che vengo dal paese per tornare a casa, che l’ora del coprifuoco è vicina e sono in tremendo ritardo.

Il soldato dà un’occhiata veloce alla mia roba e mi lascia andare. Sono solamente una fanciulla di sedici anni, ho un bel sorriso ingenuo e una mamma da cui tornare.

Scatto sui pedali con uno sprint che neanche Coppi mi supererebbe. Poi, di nuovo, i muscoli vengono messi alla prova dall’asfalto che riprende a salire, a inclinarsi verso l’alto, verso il secondo Gran Premio della Montagna di giornata. O di serata, si può ormai dire.

Quando arrivo quasi in cima al colle scopro infatti che il buio mi ha anticipata. Non sono riuscita ad arrivare prima di lui. Di orologi con me non ne ho, ma temo che l’ora del coprifuoco sia già scoccata. Da qualche parte, in Italia, i militari sparano addosso a chiunque vedano muoversi nel buio oltre l’ora incriminata, ma da queste parti non dovrebbe essere così. Se qualcuno mi ferma dirò di essere di passaggio: la legge, se rispettata fino in fondo, permette ai viaggiatori di raggiungere la propria destinazione anche durante il coprifuoco, se lontana non più di venti minuti.

Mi basterà anche meno: subito dopo quella chiesetta, posta proprio sull’ultima curva prima della vetta, dovrei trovare il casolare nel quale la mia squadra mi aspetta.

Su, pedalare. Per arrivare in fondo a quest’ennesima tappa.

Divoro i metri della stradina in salita fino alla curva della chiesa. Non mi ferma più nessuno. Vincerò il Gran Premio della Montagna e pure il Giro. Tutta la mia squadra mi porterà in trionfo.

Mi porterà in trionfo in questa notte densa e pesante che sto attraversando da fuorilegge. E pensare che rubare frutta ai vicini, sparare palle di neve alle finestre dei maestri e dare appuntamenti a fidanzati segreti mi parevano peccati infernali, seppure molto divertenti.

Ma proprio quando sono in prossimità della chiesa, scorgo un’ombra nitida proiettata dalla luna sul muro del campanile. Dal punto in cui mi trovo, riconosco in quell’ombra la canna di un fucile, impugnato presumibilmente da qualcuno appostato nella casa di fronte. L’istinto mi suggerisce di tirare dritto e di sfidare sfacciata il pericolo, come ho fatto prima al posto di blocco. Se è un uomo dell’altra squadra ad attendermi al varco, dirò di essere una ragazza smarrita in cerca di ospitalità presso il parroco. Se invece l’arma è in mano a qualcuno della mia squadra, allora sono al sicuro, la missione è compiuta.

Mentre pedalo inizio addirittura a fischiettare per annunciare il mio passaggio, come se non avessi nulla da temere. Il fucile resta però fermo, la sua ombra non si scosta di un millimetro dal muro del campanile. Scappare è inutile a questo punto: l’uomo nascosto in quella casa sa che sono qui. Continuo quindi ad avanzare, sapendo che ho metà delle possibilità di passare indenne, di salvarmi. L’altra metà non riesco a immaginarla.

Solo quando arrivo nel punto esatto di strada che divide il campanile dall’abitazione dove penso sia appostato il cecchino, mi accorgo che l’ombra del fucile non è altro che il manico di un rastrello appoggiato al muro della casa e illuminato malevolmente dal plenilunio.

Mi viene da ridere, ma mi metto a piangere.

Piango nella notte, da fuorilegge. Ma da fuorilegge, questa notte è ancora mia. Piena di frutta rubata, palle di neve, fidanzati segreti, libertà.

Dopo essermi asciugata le lacrime, perché non voglio che la mia squadra mi veda così, riprendo a pedalare fino al casolare.

Mi hanno detto di bussare forte tre volte, poi una pausa, poi due colpi leggeri.

Vengono ad aprire due ragazzi pallidi e seri. Devono far parte della mia squadra, anche se non li ho mai visti prima.

«Sono Gina» annuncio.

«Hai i documenti?» chiedono loro.

«Li ho qui» faccio io rovistando nella borsa.

Sotto i libri di scuola e i quaderni, apro il doppiofondo del mio bagaglio e tiro fuori orgogliosa le carte che cercano. I piani d’azione del nemico, quelli dell’altra squadra.

«Bene, entra» mi invitano.

Mi infilo nel casolare in cerca di tepore, ma invece di scaldarsi il mio corpo raggela. Distesi a terra ci sono tre ragazzi morti. E quei due tizi pallidi e seri ora puntano le armi contro di me.

Gina è il mio nome di battaglia. Come staffetta partigiana attraverso le vallate per raggiungere cascine e baite remote in cui lascio stampa clandestina, medicinali per i feriti, messaggi scritti o imparati a memoria, scortata dal perenne timore di non arrivare in tempo a portare la notizia che potrebbe salvare un amico. A volte accompagno i fuggitivi in posti sicuri o ascolto Radio Londra per scoprire dove saranno paracadutate le prossime scorte di viveri e munizioni. Ho macinato così tanti chilometri da completare un intero Giro d’Italia, affrontando il sole e la pioggia, la frustrazione e la speranza, la stanchezza e il sollievo, la fame più feroce e perfino qualche sporadica gioia. Il coprifuoco mi ha tolto le notti che sognavo, ma la guerra lo ha fatto anche con i giorni.

La mia squadra sarebbe stata fiera di me, ma ora la mia squadra giace a terra massacrata dai mitra dei due tizi pallidi e seri.

Peccato. Avrei di certo vinto il Giro d’Italia, con la forza che avevo nel cuore. Avrei alzato le braccia al cielo nel calore umido di giugno. Chissà quanti paesaggi, quante facce, quante brutture e meraviglie avrei visto al mio passaggio. Chissà quanto mondo avrei guadagnato e quanto mi sarei accorta di aver perso, vivendolo. Ma ora la corsa si interrompe e tutto si spegne velocemente. Non mi restituiranno più le mie amate notti.

Ne avrò soltanto una, lunghissima.

Alessio Pracanica

Gli strati della cipolla

Gli apparati di sicurezza si assomigliano un po’ tutti. Enigmatiche e rotonde cipolle in cui gli strati esterni, spesso, sembrano svolgere l’unica funzione di nascondere quelli interni.

Ovviamente, anche quello vaticano non fa eccezione.

Sotto la buccia, puramente decorativa, degli svizzeri in uniforme sgargiante, c’è il corpo della Gendarmeria e scendendo ancora, il muscoloso scheletro dei tipi vestiti di nero e con l’auricolare. Ben visibili, tutto sommato, perfino per le vecchiette con il rosario in mano davanti alla tv.

Solo che di strati ce ne sono tanti.

L’organizzazione di cui faceva parte padre Jimenez, per esempio, era sepolta nei meandri della complessa burocrazia ecclesiastica e pochissimi, al di fuori delle mura vaticane, ne conoscevano l’esistenza.

Lui stesso aveva rapporti esclusivamente con il proprio superiore, cardinale Arcadio Maria Gossetti e con il segretario di quest’ultimo. Un tipo magro con un gran naso e spessi occhiali, che si faceva chiamare padre Emilio.

Nei secoli, aveva cambiato nome diverse volte. L’attuale denominazione era Congregazione Progetti Speciali o CPS. Che in bocca ai più maliziosi diventava Camera Pannorum Sordidorum, stanza dei panni sporchi.

Sottintendendone il discreto lavaggio.

Così, anni di occulta lavanderia avevano fatto di Sebastiano Jimenez un prete abbastanza atipico. Nell’aspetto, atletico senza eccessi, quanto nell’atteggiamento, volutamente dimesso. Come unica concessione, portava al collo un piccolo crocifisso d’argento, ma questo non vuol dire niente. Tanta gente indossa un crocifisso, anche i mafiosi e i narcos. Il più delle volte con fede inversamente proporzionale alla grandezza dell’oggetto.

Quando non era in missione da qualche parte, alloggiava in uno dei tanti conventi romani, dove le sue permanenze notturne non lasciavano traccia. Per il resto. trascorreva le giornate al poligono, o nella palestra delle guardie svizzere.

Non aveva amici e non ne cercava.

Padre perdonami perché ho peccato.

Quante volte aveva dovuto pronunciare questa frase?

In fatti, pensieri e omissioni.

Nei fatti soprattutto. Che a certe cose pensava il meno possibile e quanto alle omissioni, perfino il tribunale di Dio, un giorno, avrebbe dovuto riconoscere che lui non aveva mai omesso niente. Non gli ordini ricevuti almeno.

Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa.

Amen.

Lo squillo del cellulare lo sottrasse a quelle inutili riflessioni. Nell’auricolare risuonò sommessamente la voce ben nota di padre Emilio.

– Venga. –

Non c’era bisogno di aggiungere altro. Espressioni come subito, presto, immediatamente.

Jimenez guardò l’ora sul display. Era quasi mezzanotte.

La Chiesa soppesa le azioni per secoli, prima di intraprenderle. Se un prete cattolico telefona a quell’ora, vuol dire che è urgente.

Dopo essersi rivestito in fretta, scivolò fuori dalla stanza, confondendosi con il buio dei lunghi corridoi deserti.

I frati del convento dormivano già tutti e il grande portone era sbarrato, ma lui tirò fuori dalla tasca la chiave di una porticina laterale. L’abate gliel’aveva consegnata il primo giorno, senza fare commenti.

Scese in strada nella calda estate romana e si avviò a piedi verso il Vaticano, non molto distante.

Giunto alla porta di San Pellegrino, ricambiò l’impeccabile saluto dei gendarmi di guardia e lasciò che uno di loro lo accompagnasse a destinazione. Un gesto da interpretare più come segno di deferenza, che di precauzione.

Padre Emilio, vedendolo, gli si fece incontro con aria nervosa.

– Salve fratello. Benvenuto, – mormorò, guidandolo nello studio privato del cardinale.

Arcadio Maria Gossetti lo attendeva seduto dietro una grande scrivania in lucido mogano. Era un uomo alto e corpulento, che sembrava appena uscito da un dipinto del ‘600. Sul petto esibiva un’enorme croce in oro e ametista, che mandava vivi riflessi alla luce del lampadario. All’anulare sinistro brillava un anello non meno vistoso, di identico stile.

– Buonasera padre Sebastiano, – disse, indicando una delle due sedie che aveva di fronte. – Perdoni per l’ora. Mi dicono che lei è uso coricarsi presto, da buon soldato di Cristo. Non l’avrei fatta disturbare, se non si trattasse di cosa della massima importanza. –

– Nessun problema, Eminenza, – rispose il prete, accomodandosi.

L’entrata di Padre Emilio, che reggeva un vassoio con una bottiglia e due minuscoli bicchieri, in cristallo di squisita fattura, produsse qualche istante di silenzio.

– Lo assaggi, – suggerì il cardinale, mentre il segretario versava a entrambi il liquore. – È un rosolio di qualità superiore, preparato dalle suore di un convento piemontese. Ogni Natale me ne spediscono dieci bottiglie. –

Jimenez finse di accettare l’invito, accostando il liquido alle labbra, per poi concludere con un borbottio di approvazione altrettanto simulato.

– Sono contento che le piaccia. Al giorno d’oggi non tutti sanno apprezzare la qualità, – commentò Gossetti, facendo segno a padre Emilio di uscire. – Stiamo attraversando un’epoca di profonda decadenza, di mercificazione corporea e spirituale. Continuando così, prima o poi qualche bello spirito suggerirà di usare la Coca Cola invece del vino, per dire messa. –

Padre Sebastiano poggiò sul vassoio il bicchiere ancora pieno, senza commentare. Il cardinale non era nuovo a certe fosche, quanto immaginifiche esternazioni.

I detrattori insinuavano che quello fosse il meno grave dei suoi difetti, ma si trattava di maldicenze fatte sottovoce. L’archivio di Sua Eminenza era troppo ben documentato sui difetti altrui.

– Comunque sia, lasciamo perdere queste umane miserie, – proseguì il porporato, con un largo gesto della mano. – Non l’ho buttata giù dal letto, nel cuore della notte, per parlare di bevande. –

Poi, senza altre parole, porse a Jimenez un incartamento.

I fogli, ricoperti da una calligrafia nitida e sottile, sembravano essere il sunto di una cartella clinica. Un anonimo paziente soffriva di crisi depressive, con progressivo decadimento delle facoltà cognitive. La diagnosi che veniva posta era demenza senile.

Terminata la lettura, padre Sebastiano restituì il documento, alzò lo sguardo verso il cardinale e attese.

– Come ha certamente potuto notare, manca qualsivoglia riferimento all’identità del soggetto, – sussurrò Gossetti in tono mellifluo. – D’altronde non possiamo rischiare che la salute del Santo Padre diventi oggetto di speculazioni e pettegolezzi. Soprattutto da parte di certa stampa. –

Le ultime parole vennero pronunciate con voce quasi impercettibile, ma padre Jimenez aveva buon orecchio.

– Immagino non occorra sottolineare il grado di riservatezza di questa conversazione. La consideri come una confessione e la tratti di conseguenza, – lo ammonì il cardinale, attendendo un cenno d’assenso che padre Sebastiano fu lesto a manifestare.

– Il fatto, oltre a essere angoscioso e triste di per sé, – sospirò Gossetti, appoggiandosi allo schienale imbottito dell’ampia poltrona, – potrebbe essere foriero di numerose… ehm, complicazioni. –

Questo era veramente minimizzare, pensò Jimenez, pur rimanendo impassibile. Il successore di Pietro non era soltanto il principale leader religioso mondiale, ma anche un capo di stato con gravi responsabilità.

Entrambi i ruoli richiedevano la massima lucidità. Soprattutto il secondo.

– Alcuni aspetti della vicenda non ci riguardano. Non direttamente, almeno, – continuò il cardinale, con il tono di chi sarebbe stato invece ben lieto di occuparsene. – Mentre per uno in particolare, è stata richiesta la nostra fattiva collaborazione. La salute mentale del Santo Padre non è ancora compromessa in maniera irreparabile e, a quanto dicono i medici, il peggioramento sarà progressivo, ma lento, per fortuna. La soluzione più ovvia sarebbe dare le dimissioni, naturalmente. Sua Santità, nei momenti di lucidità, se ne rende perfettamente conto ed è intenzionato a rassegnarle quanto prima. Una decisione dolorosa, ma ahimè necessaria. Che però, se messa in atto con troppa fretta, potrebbe turbare… ehm, determinati equilibri. Pertanto, insieme al cardinal Camerlengo e altri fratelli, tra i più ascoltati del Sacro Collegio, lo abbiamo pregato di continuare a reggere il suo pesante fardello per un altro po’ di tempo. Almeno fino a Natale. Con l’anno nuovo si vedrà. –

La lunga spiegazione, anche se formulata in cardinalese, era facilmente comprensibile. In mancanza di accordi, la competizione per il Soglio avrebbe fatto riesplodere vecchi e mai sopiti contrasti. Le varie fazioni della Curia, quando entravano in lotta tra loro, non avevano niente da invidiare alle gang di Chicago. Meglio rimandare quindi, nella speranza che lo Spirito Santo illuminasse le menti dei fratelli cardinali.

O che, più prosaicamente, una fazione riuscisse a prevalere sulle altre.

Conoscendo Sua Eminenza, il CPS avrebbe atteso quest’eventualità, ostentando fino all’ultimo formale equidistanza, per poi accorrere in aiuto del vincitore.

Dopo aver masticato un altro goccio di rosolio, Gossetti riprese a parlare, scegliendo con cura ogni intonazione.

– Natale, però, è ancora molto lontano. In verità, la cosa che preoccupa di più sono le crisi depressive. La prego, quanto sto per dirle è ancora più confidenziale. Oggi pomeriggio, il Santo Padre ha tentato di togliersi la vita. –

Jimenez comprese al volo.

– Volete che mi occupi di lui? –

Stavolta fu Gossetti ad assentire.

– Lei si conferma in ogni occasione uno dei nostri migliori elementi, padre Sebastiano. Sua Santità è circondato, oserei dire soffocato, di premure e di assistenza. Tuttavia, le persone che lo accudiscono, pur lodevoli nelle intenzioni, non possiedono sufficiente dimestichezza con questo tipo di accadimenti. Né, soprattutto, il necessario sangue freddo. Una dote che invece lei, nelle more del suo talvolta gravoso ufficio, ha dimostrato senza alcun dubbio di possedere. –

Il cardinale omise di descrivere gli eventi del tardo pomeriggio, in cui un Santo Padre con le vene dei polsi sgocciolanti, aveva percorso in lungo e in largo i corridoi vaticani, in mezzo al panico del personale di servizio.

– Eventi come quello di oggi, contrari alla morale cristiana, seppur commessi in uno stato alterato di coscienza, sono inammissibili, – concluse il cardinale. – Non possiamo, non dobbiamo permettere che il vicario di Cristo si macchi del crimine più grande in assoluto. Con qualsiasi mezzo. –

Passarono i giorni e anche la pigra estate romana giunse alla fine.

Per padre Jimenez il compito di sorvegliare quel mite vecchietto si era rivelato abbastanza semplice.

Tutte le udienze, pubbliche e private, erano state cancellate da tempo, adducendo vaghi motivi di salute e le rare volte in cui, previo benestare dei medici, Sua Santità si affacciava in finestra, gli occhi di Jimenez, un passo dietro di lui, ne seguivano anche il più innocuo movimento.

Il Santo Padre, in gioventù, dopo aver conseguito la laurea in scienze biologiche, si era occupato soprattutto di studi naturalistici, per poi occupare a lungo la cattedra di bioetica dell’Università Pontificia.

Non a caso, la sua prima e molto probabilmente unica enciclica, dal titolo Mater Natura, trattava proprio dei delicati rapporti tra scienza e fede.

Le sue stanze private erano ingombre di ricordi, derivanti da un’intensa vita di studio. Il vecchio microscopio ottico con cui, per lunghi anni, aveva sondato i misteri dell’infinitamente piccolo. Una vasta raccolta di fossili. Strumenti e sostanze chimiche.

Dopo il primo tentativo di suicidio, gli uomini della Gendarmeria avevano rimosso ogni oggetto potenzialmente pericoloso arrivando, per prudenza, a eliminare persino un’impolverata collezione di conchiglie, dai bordi forse troppo affilati agli occhi di cotanto zelo.

Ma avevano trascurato un’innocua boccettina di vetro scuro, inviata in dono, molto tempo addietro, da un confratello missionario in Amazzonia.

Fu un tonfo proveniente dal bagno ad allarmare Jimenez. Subito accorso, trovò il Santo Padre riverso sul pavimento, con accanto la boccetta vuota, da cui emanava un odore inequivocabile.

C’era molto poco che lui potesse fare, pensò, tentando di sbottonargli il colletto perché potesse respirare meglio, mentre gli risuonavano in mente le parole del cardinale.

Arcadio Maria Gossetti fu uno dei primi ad arrivare. Appena entrato, osservò per un attimo il corpo senza vita del Papa, fermando lo sguardo sulle vistose ecchimosi in corrispondenza del collo.

Poi si volse verso Jimenez, che nel frattempo si era inginocchiato dinanzi a lui.

– Il Santo Padre ha portato a termine il suo insano gesto? – domandò.

– No Eminenza, – fu l’immediata risposta.

– Ego te absolvo a peccatis tuis, – disse, alzando la mano e l’anello pastorale scintillò, colpito da un raggio di luce.

MOTIVAZIONI

SEZIONE A

Maria Clelia Cardona, I giorni della merla, Moretti & Vitali Editori, Bergamo 2018.

Quello che sùbito colpisce – e seduce – nella poesia di Maria Clelia Cardona è la colta proprietà del lessico, la pronuncia precisa e allo stesso tempo altamente evocativa, sia nel senso della ricchezza connotativa, sia in quello delle risonanze intertestuali che sa destare e mettere in moto, come se alla sua voce si intrecciassero o si mescolassero, a tratti, le voci di altri poeti. In questa nobile polifonia i classici che abbiamo assimilati o, meglio ancora, introiettati e fanno parte di noi, sì da essere sangue e linfa della nostra sensibilità, sono convocati a supplire all’insufficienza della parola, alla sua inadeguatezza ad esprimere quanto c’è di misterioso in noi, nella natura, nella vita. A misurarsi con la modernità. Perché noi moderni ci aggiriamo in un labirinto inestricabile e dalla poesia, che pure è una “Arianna senza filo”, ci aspettiamo pur sempre qualche lume salvifico. Analoga funzione sembrano avere i miti, che, con la loro esemplarità, consacrata dall’arte e dalla poesia, ci dischiudono spazi di verità. La poesia ci aiuta, insomma, a vivere, a uscire dall’inverno del nostro scontento, in attesa di una primavera che restituisca – a noi e al mondo intero – calore e colori, rianimando i semi nascosti ed i germi assopiti. Essa è la voce di una pietas che aspira ad essere cosmica, a comprendere animali e piante, vittime, al pari di noi, di una oscura Voluntas e pertanto bisognosi, come noi, di redenzione. O almeno di un lenimento, attraverso il canto. Nella persuasa speranza che cantando il dolor si disacerbi.

Pasquale Di Palmo, La carità e altri motivi di ordinario funambolismo, Passigli Editore, Firenze 2018.

Il libro, che si compone di quattro sezioni, la seconda delle quali , “Il colore dominante”, è costituita di cinque brevi prose, si presenta come un “manuale del malessere” e nasce da un forte disagio esistenziale di fronte al male che si annida nelle nostre vite e non risparmia neppure il paesaggio. Per superarlo il poeta non confida tanto nella fede e nella speranza quanto nella carità, nell’apertura alla sofferenza altrui, nella condivisione. Non si tratta insomma di “capire” e nemmeno di interpretare razionalmente l’insensatezza (solo apparente?) del mondo che ci circonda, bensì di fare propria la follia del Golgota, in uno slancio che non è solo di crucciosa pietas, ma di amore. Amore creaturale, amore della “diversità”, dell’ossimorica e irriducibile ricchezza della vita, nella convinzione profonda che «la denominazione angelica sia comune a tutti», per dirla con Dionigi l’Areopagita citato in esergo all’ultima sezione del libro. Attraverso flashback memoriali o dettagli fotografici messi diligentemente a fuoco in un terso e limpido verseggiare, Di Palmo penetra negli interstizi e nelle zone d’ombra dell’esistenza per interrogarsi sulla invivibilità della vita e ritrovarvi insieme, in un esercizio di “ordinario funambolismo”, qualche residua traccia di dignità. E di bellezza.

ANGELO ANDREOTTI, L’attenzione, prefazione di ANTONIO PRETE, Puntoacapo 2019

Sentire l’odore del mondo, toccare l’essenza del buio, ascoltare ogni foglia, cercare l’ombra del primo chiarore, sentire che nella pietra «è una carne che pulsa»: è questa la ricerca poetica condensata nel nuovo libro di Angelo Andreotti, uno scrittore che fin dalle origini si è posto sul cammino della poesia interpretandola come un prendersi cura del mondo, un esercizio posto sulla soglia di un presente assoluto, di un «qui e ora» in cui le immagini e i pensieri possano fluire nel loro moto sorgivo fatto di «mille brusii», di sensazioni in cui si cela l’anima stessa del mondo. L’attenzione di cui dice il titolo è dunque lasciare che il mondo entri in te, che si disponga sulla soglia in cui le parole si fanno silenzio, scivolano nella densità scura delle cose per trarne un suono, un moto segreto, un fiato di vita. Libro unitario, concentrato, di sorvegliatissima cura formale, L’attenzione conferma la qualità di lingua e di pensiero di un poeta schivo e raffinato che ha un mondo da esprimere e il senso concreto della parola che si adagia sulla pagina. Come egli stesso scrive in un testo di intensa forza metapoetica, «Nel foglio la poesia è bianco che salva, / le parole/ sparute orme / in un campo di neve finissima / che non va calpestata, / né voce pronunciata, / né silenzio, / poiché è proprio lì che tu imprimi / il ritmo dei tuoi passi, // prima / molto prima di metterti in cammino».

PREMIO OPERA PRIMA – SEZIONE A

Michele Bordoni – “Gymnopedie” – Italic – Padova

Salutiamo con entusiasmo la nascita di un poeta. E’ abbastanza raro incontrare una poesia d’esordio già sicura e pregnante come in “Gymnopedie” di Michele Bordoni.

Poesia che scaturisce dalla grande tradizione, rivitalizzata attraverso l’esercizio di un linguaggio colto, umanamente a noi prossimo, così come nelle gymnopedie antiche i giovani officianti sapevano rivitalizzare la liturgia del rito.

Liturgia della parola, dunque, di una parola meditata e riproposta da Bordoni con riferimento sia alla sensibilità metafisica novecentesca – Rilke e Luzi, in particolare – sia la musica a cui la raccolta allude a cominciare dalla ripartizione della stessa secondo la terna per pianoforte di Satie per poi dilatarsi con metaforica ricchezza.

SEZIONE B SILLOGI INEDITE

Michele Bordoni – “Finissage” – Padova

La poesia di Bordoni si costruisce sapientemente attorno a diversi piani di scrittura e di senso che intrecciano metaforicamente i processi del lavoro manuale, in questo caso il finissage quale fase lavorativa propria dell’industria tessile e calzaturiera, con quelli del lavoro intellettuale, ovvero con la riflessione poetica sull’esistenza. Questa felice dimensione anfibia la si rileva anche nel linguaggio che sa dosare con equilibrio la dimensione alta della poesia e con quella della parola quotidiana, cosa che produce comunque un effetto coerente e denso di significati. Colpisce la capacità del poeta di sorprendere con le sue metafore, di alternare citazioni poetiche consapevoli, mostrando uno sfondo letterario importante, con versi originali e carichi di risonanze significanti e avvolgenti. La lettura di queste poesie è straniante e al tempo stesso fortemente radicata nel cuore dell’esperienza umana del vivere, dell’essere chiamati ad aprire “la prigione di questa imperfezione che ci stringe”.

Cristina Micelli

Le poesie di Cristina Micelli sono una danza del dolore che progressivamente si esaurisce nella presa di coscienza dell’ineluttabilità dell’esistenza umana. Nei versi c’è la malattia priva di salvezza, il timore di un agguato che colpisce alle spalle e non lascia scampo. La morte è casuale ma non lo è la scelta accurata del lessico e il ritmo piano del poeta che conduce il lettore attraverso una narrazione tragica che però conserva una notevole dignità e una forza del dettato. La poesia è un assedio che accompagna l’ammalato e in qualche modo lo sostiene, coprendogli le spalle, tenendo sulla soglia l’ospite indesiderato, in un “gioco” che diventa quasi “intrigante” perché misterioso, illogico, imprevedibile – come la vita.

Cristina Micelli – «L’ospite di spalle»

Quello di Cristina Micelli è un «a tu per tu», pacato ma risoluto, con un ospite non gradito, tanto meno invitato. Lei sembra essere la sola ad aver ignorato il suo arrivo, nemmeno la luna si è degnata di fare luce sulla presenza subdola dell’infiltrato. La convivenza è diventata d’obbligo, ma la padrona di casa, e del proprio corpo, ha dalla sua una triplice alleanza armata: poesia, fiducia e terapia.

Il profumo della terra carsica pervade la corsia d’ospedale, i fiori non appassiscono al cospetto della chimica, le fiabe ancora da raccontare bloccano l’avanzata del drago tumorale. «L’ospite di spalle» è un delicato elogio della resistenza umana che non cede ai toni autocommiserativi o lugubri di tanta letteratura incentrata sul tema della malattia. Il linguaggio della poetessa attinge a tutti i registri della vita, perché è la vita ad avere l’ultima parola. Il quotidiano, fatto d’intimità, dettagli e fragilità, crea vicinanza empatica. Sa commuovere con grande dignità. Il lirismo, mai spinto verso il crepuscolare o l’ermetico, trasporta il lettore nei territori salubri della bellezza intrinseca alla sostanza delle cose piccole, ma invincibili.

Luca Bresciani – « Punto di fuga »

Una silloge, quella di Bresciani, fitta di geometrie. Strofe che non sgarrano, composizioni che scrivono, anziché disegnarla, la quadratura del cerchio lirico. Il titolo, «Punto di fuga», è già un indizio oltre che originale metafora. Poesia come punto immaginario che consente al poeta-architetto di costruire la propria opera in prospettiva. Una prospettiva lontana da quella dell’io malato di onnipresenza e onniscienza. Nei versi prevale la dimensione collettiva del «noi», l’unione che fa la forza, il fuoco verso cui convergono i parallelismi che accomunano gli animi umani. Ciò che rende caldo il disegno di Bresciani è il fatto di essere eseguito a mano libera. Tra forme e rette di grande precisione stilistica non mancano le incursioni nel colore e nella macchia che sorprendono per il loro inserirsi nel quadro con armonica imprevedibilità. Nelle chiuse c’è saggezza ringiovanita da ironia, ritmo che non si accontenta della musica. Sentenze mai sputate, ma suggerite con grazia. E alla fine, tutti i conti tornano, la struttura è sana e salda.

Premio Speciale Poesia Dialettale : Saragei Antonini  – “Comu ‘na ugghia” – Catania

Questa silloge esce con forza e rigore dalle possibili secche della retorica dialettale, talvolta troppo elegiaca, nostalgica, prevedibile. E lo fa sia nei temi che nella forma. Immagini folgoranti, squarci luminosi di vita vissuta, riflessioni istantanee sul senso della vita e della morte, dell’amore e del disamore, pensieri frammentati animano la poesia di Saragei Antonini che attraversa situazioni e sensazioni con un approccio aforismatico potente quanto poeticamente ambiguo, creando così atmosfere sospese, persino surreali benché ben radicate nell’esperienza contraddittoria del reale. Poesie brevi, talvolta brevissime di pochi versi che si snodano seguendo la cadenza del dialetto, che sfruttano appieno le potenziali ritmiche, sonore, emotive della lingua costruendo un universo linguistico capace di “fare senso” col suono della parola modellandosi in preghiera, filastrocca, canto ora sommesso ora scolpito nella carne del verso.

SEZIONE C

IVAN FEDELI

È nel terzultimo verso di Among School Children che William Butler Yeats nomina, tutti di seguito,

la foglia il fiore e il tronco. In questa sorprendente Le favole, Ivan Fedeli lo fa in chiusa, negli ultimi

due versi, ma lo fa per così dire in senso contrario rispetto al grande irlandese: lui nomina prima il

tronco poi il fiore e poi la foglia, quasi a suggellare la logica immanente alla sua intenzione poetica.

Che è, insomma, quell’avanzare di ritorno per cui guardando alla vita dal suo zenith esistenziale il

cammino non è verso l’oblio, ma verso la memoria, verso il mistero delle radici e verso l’infanzia:

verso quello spazio-tempo insieme dolce e spaventoso che conteneva naturalmente in sé l’accesso al

«regno dei cieli», là dove “bastava una scopa/ a capire un cavallo”. Ai due terzi del testo, scandito

da una ritmica perfetta, lo scarto percettivo provocato dalle parole “Ti chiedono della poesia oggi/ e

manca coraggio a dire cos’è” dà conto in modo chiaro del legame fra fiaba, poesia, memoria,

conoscenza e… vicenda storica. Tanto da risvegliarci alla consapevolezza di stare leggendo non già

un semplice compianto per “gli anni delle nuvole e/ dei sogni”, ma la testimonianza, piena di

sapienza poetica, di un viaggio del pensiero teso a una lettura critica della realtà.

ALESSIA BRONICO

i miei capelli erba calanchiva

La breve, intensa e a tratti sorprendente lirica di Alessia Bronico (soltanto undici versi) ha l’incipit folgorante e imperituro dell’endecasillabo: “i miei capelli erba calanchiva”. Il calanco, che peraltro ritorna nella chiusa, è un fenomeno di erosione del terreno che si produce per l’effetto di dilavamento delle acque su rocce argillose degradate, con scarsa copertura vegetale e quindi poco protette. I calanchi sono i profondi solchi nel terreno lungo il fianco di un monte o di una collina. Sarebbe tuttavia sin troppo facile e per certi versi riduttivo ricondurre tutto questo alla metafora, definizione in ogni caso ineccepibile dal punto di vista letterario. “Erba calanchiva (…) rami adagiati (…) fiori radi (…)” sono invece espressione di un iperrealismo naturalistico e conducono l’autrice e il lettore dentro una super-realtà invisibile agli altri. Il paesaggio è assolato, l’ora riarsa, l’argilla madre e matrigna contemporaneamente (“nel grembo sterile”). Ma “tra i venti di fuoco” vi sono “piedi nuovi / steli”, quasi a proseguirne l’orografia, disegnando coi passi i sentieri e i dirupi. È una dichiarazione – viscerale e assoluta – di stupore e di unione quasi panica col proprio paesaggio, questo sì metafora di appartenenza alla vita, alla storia, alla poesia.

ANTONIO MEROLA

HO PROVATO A PORTARTI LONTANO

Nella poesia di Antonio Merola emerge in tutta la sua drammaticità la condizione umana: al male di vivere non c’è scampo. I primi due versi «Ho provato a portarti lontano,/ ma il mostro ci ha seguito ovunque» sono – per il poeta – la tragica realtà: non c’è nulla, neppure l’amore, che può lenire il dolore perché il ‘Mostro’ (figura che ritorna anche in altre poesie) non lascia scampo. Non sappiamo chi il poeta abbia cercato di portare lontano: una donna, un amico oppure se stesso. Il ‘lontano’ va inteso come il titanico tentativo di riuscire a vincere l’angoscia alla quale, però, non si sfugge come affermato negli ultimi versi: «…avevamo paura/ delle grandezze/ come l’acqua dentro una fontana».

SEZIONE RACCONTI

ANDREA MARTINI

Il racconto “Il violinista del Titanic” si è distinto per la sua struttura circolare e la scorrevolezza linguistica. Il racconto si apre e si chiude nello stesso luogo, il ponte del Titanic nel momento dell’inabissamento. 

Nella parte centrale invece ci troviamo catapultati in un penitenziario statunitense nel quale il protagonista ha definitivamente perso il suo nome a favore del soprannome Violino e sta aspettando di essere giustiziato. 

Ma quando si muore realmente? Nel momento in cui il nostro cuore cessa di battere o nel momento in cui ci si spezza, ancora giovani, con una decisione per la quale ci sentiamo condannati da tutti? 

Con uno scrivere mai ridondante e volutamente snello lo scrittore è riuscito a condensare in poche pagine realtà come la pena di morte, la morte assistita, il riscatto sociale e il peso che ogni singola decisione ha sul nostro esistere

 

DAVIDE BACCHILEGA

PRIMA DEL COPRIFUOCO

Il racconto tratta il tema resistenziale in modo originale e del tutto privo di retorica, presentando la storia di una staffetta partigiana, una ragazza che assolve il proprio compito con abnegazione e spirito di sacrificio uniti alla perfetta consapevolezza dei rischi che sta correndo.

Co-protagonista del testo è la bicicletta di cui la giovane si serve per i suoi spostamenti sulle colline del Piemonte e che è diventata un tutt’uno con lei; la vicenda, in un crescendo di tensione scandito dall’anafora del verbo “pedalare”, l’imperativo che la ragazza rivolge insistentemente a se stessa, culmina con una brusca virata, proprio quando ci si aspetta una soluzione positiva, in un finale drammatico suggellato da un prezioso ed efficace riecheggiamento catulliano.

Lo stile del racconto, sobrio e intenso allo stesso tempo, rende con efficacia gli stati d’animo della protagonista e la cupa atmosfera di quei tempi in cui la vita e la morte erano divisi da un filo molto sottile.

Motivazione GLI STRATI DELLA CIPOLLA, terzo classificato – ALESSIO PRACANICA

Un testo dalla scrittura molto lucida, steso con perizia e senza variazioni nel registro emotivo, quasi alla stregua di uno scorrevole resoconto giornalistico.

Accattivante nel contenuto, come lo può essere un racconto che verte sulle vicende che accadono nelle segrete stanze del Vaticano, dove un giorno il Santo Padre, ormai malato ed in preda alla depressione, tenta il gesto più insano, uno dei crimini più grandi per un cristiano.

Spetterà a padre Jimenez, oscuro ed efficiente servitore della Congregazione Progetti Speciali, dall’atteggiamento volutamente dimesso, evitare che il suicidio di Sua Santità sia reso esplicito al mondo intero.

Pregevole e ben congegnato il finale a sorpresa.

 

SEZIONE MONTI

SEZIONE E

1° MARINO MAGLIANI

PRIMA CHE TE LO DICANO ALTRI

Premio Augusto Monti 2019

Si esce con qualche difficoltà dalle notizie bibliografiche che riguardano Marino Magliani e la montagna di pagine già pubblicate . Chi come me non lo conosceva rimane incuriosito dalla varietà di esperienze che lo hanno guidato a scegliere cosa gli torna congeniale nel pavesiano mestiere di scrivere.

Le notizie biografiche che lo riguardano ci dicono che è nato in Val Prino, nell’entroterra di Imperia, nel 1960. Ha vissuto per anni tra Spagna e America Latina e alla fine del secolo scorso si è stabilito in Olanda, sulla costa, dove scrive e traduce.

Una delle ultime sue fatiche è il libro dal titolo C’era una volta (Senzapatria Editore con disegni di Marco D’Aponte) che ha emozionato ancora una volta amici e lettori.

I proventi di queste pubblicazioni vanno in beneficienza rispettivamente alla Comunità San Benedetto di Don Gallo, per i bambini di Santo Domingo, e a Nutriaid che sostiene i bambini africani che muoiono di fama.

Con il libro Prima che te lo dicano altri ha partecipato al Premio Augusto Monti. Sul retro di copertina l’editore parla della scrittura affilata, molto efficace, che travalica i percorsi di una vita solo in apparenza “tranquilla”, e che porta in scena numerosi personaggi che poi scompaiono creando curiosità sempre senza risposte. Nel cuore di queste narrazioni – da cacciatore e da bracconiere- l’autore mette al centro le vicende rivissute dentro la vecchia villa di Raul Porti, amico e protettore del protagonista, che parte all’improvviso per l’Argentina, in un modo misterioso circondato dal silenzio. Il resto di questa storia è tenuta in vita dal desiderio di capire come e dove sia finito l’uomo più importante della sua vita proprio negli anni in cui i dissidenti “sparivano” perseguitati dalla dittatura al potere.

L’autore ridisegna anche per sé l’avventura epica per eccellenza, la ricerca delle proprie radici.

2° GIUSEPPE FERRARIS

II classificato

Giuseppe Ferraris

Torcetti per il Commissario

Indagine ad alto tenore di zuccheri

Con uno stile sobrio e spesso venato di ironia, l’autore ambienta il suo racconto in una Torino dimessa e popolare, dove, tra bar e balconi, figure semplici e talvolta grottesche vivono una vita apparentemente normale. Ma sullo sfondo di questa banale quotidianità si delineano drammi e contraddizioni, mentre dal passato emergono sentimenti e lasciti misteriosi.

Il giallo, con un ammiccante undestatement, diventa un pretesto per scavare con garbo in un’umanità ordinaria che si rivela tuttavia di grande profondità interiore.

SEZIONE F

1° TIZIANO GAIA

STAPPATO

Premio Augusto Monti 2019

Tiziano Gaia è nato a Torino nel 1975 ed ha vissuto a Castellinaldo ( Cuneo). A lungo responsabile delle pubblicazioni enologiche di Slow Food, direttore del Museo del vino a Barolo, collabora con la rivista internazionale Decanter. Negli anni precedenti ha pubblicato il volume Puoi chiamarmi fratello nel 2011 – Pubblicazione che ha partecipato come finalista al Premio Reis Encreuse 2011 dell’Associazione Culturale Arvangia.

Con il libro STAPPATO, che ha come sottotitolo “Un astemio alla corte di Re Carlo” entra ed esce con disinvoltura nel mondo del vino, dimostrando di conoscerlo a fondo. Si comporta come un vulcano d’interessi, esperienze, viaggi, risvolti inattesi.

Lo fa con leggerezza e con una scrittura sbarazzina ma attinge ad una sua conoscenza precisa e circostanziata di un mondo che è in continua evoluzione; per la scelta dei contenuti e per gli approfondimenti, che rendono manifesta l’empatia con i personaggi di cui scrive, Gaia ama il vino e ne esalta le peculiarità.

Tratteggia vividi ritratti dei personaggi più importanti della viticoltura italiana e dà voce ad una storia in simbiosi con un paesaggio unico di cui, a volte, noi stessi non siamo consapevoli.

MOTIVAZIONE DI GIGI GALLARETO su Tiziano Gaia

Il libro di Gaia non è solo il racconto autobiografico della sua esperienza lavorativa ed emozionale all’interno di Slow Food. E’ un saggio di grande raffinatezza, scritto con sottile e garbata ironia, che mette a nudo senza pudori ma con equilibrata obbiettività i “dietro le quinte” di questo movimento di pensiero che è anche azienda, università, casa editrice e che negli ultimi decenni ha contribuito non poco a trasformare il semplice gourmet o l’appassionato di vini in un cultore del cibo “buono, pulito e giusto”. A ideare questa rivoluzione di pensiero che ha dato una coscienza al piacere è stato Carlin Petrini, uomo dalle molteplici qualità, geniale precursore dei tempi, persona capace di intuire i nuovi modi di interpretare la globalizzazione, di fare uscire il prodotto contadino di eccellenza dalla nicchia in cui era imprigionato e di inserirlo in una rete mondiale di analoghe eccellenze. Un uomo poliedrico e cosmopolita, che in fondo resta il più langhetto dei piemontesi, un re senza corona ma orgoglioso della sua corte di giovani coraggiosi che stanno scrivendo la storia della nuova enogastronomia.

 

2° VINCENZO FAUSTINELLA

Vincenzo Faustinella

Dallo sciopero generale alla rivolta del pane di Torino (1915-1917)

La relazione Caputo sui fatti di agosto 1917

L’autore ha saputo delineare uno studio impeccabile su uno dei momenti più sconvolgenti della storia piemontese del Novecento, inserendo la rivolta del pane del 1917 nel precipuo ambiente politico e sociale torinese, ma cogliendone anche il più generale significato nel contesto italiano. La competenza dimostrata nell’utilizzo e nella selezione delle fonti di ricerca, la padronanza metodologica, la chiarezza nell’esposizione e gli spunti di riflessione che dall’opera emergono le conferiscono un valore paradigmatico nella ricerca storica.

BIOGRAFIE DEI VINCITORI

Biografie dei vincitori Sezione A

Maria Clelia Cardona “I giorni della merla”- Moretti & Vitali – Roma

Maria Clelia Cardona è nata a Viterbo e vive a Roma. È presente su numerose riviste e antologie, e ha pubblicato raccolte di poesia, opere di narrativa, traduzioni e testi di critica letteraria. Fra le raccolte di poesia: Il vino del congedo (Introduzione di Mario Luzi), Amadeus, 1994; Da un millennio all’altro, Empiria, 2004; Il segno del novilunio (disegni di Lucilla Catania), Il Bulino, 2011; Di fiato e di fuoco (Postfazione di Giovanni Tesio), Coup d’idée, 2016; I giorni della merla (Postfazione di Marco Vitale), Moretti e Vitali, 2018. Fra le opere di narrativa: L’altra metà del demone, Marsilio, 1998; Il cappello nero, Marsilio, 2000; Furia di diavolo, Avagliano, 2008; Sottoroma, Empiria, 2013.Fra le traduzioni: Yves Bonnefoy, L’acqua che fugge, Poesie scelte 1947-1997, Fondazione Piazzolla, 1998; Carmina Burana, Guanda, 1995; Frontone, Elogio della negligenza, Medusa, 2006; Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno, Ladolfi Editore, 2012. Fra le opere di saggistica: La storia della villeggiatura, Abete, 1994; L’essenza dei latini (con Luca Canali), Oscar Mondadori, 2000, e lavori riguardanti il mondo classico per Einaudi Scuola. È stata condirettrice della rivista letteraria “malavoglia”, collaboratrice di “Pagine” e cura una rubrica di poesia su “Leggendaria”. Sue poesie sono tradotte in inglese e in francese.

Nelle sue opere ricorre un’attenzione rivolta alla letteratura e alla Storia del passato, riformulato attraverso l’esperienza della modernità. Nelle poesie è spesso presente una ripresa del mito classico, rivolta a dare la parola a personaggi femminili, da Euridice a Calipso, Persefone, Circe, Penelope, Arianna, ecc., lasciati in ombra da una dominante figura maschile. La natura, gli animali, i luoghi della vita, il gelo della perdita e il conforto del canto, i colloqui con i poeti più amati, gli interrogativi sui linguaggi, anche su quelli attuali e problematici dei social, sono i temi che dominano nei Giorni della Merla. Nelle opere di narrativa è messa in luce l’impossibilità della Storia di giungere alla verità, e la conseguente, sia pur problematica, valorizzazione dell’invenzione letteraria.

Pasquale Di Palmo “La carità” – Passigli – Venezia

Pasquale Di Palmo (Venezia, 1958) ha pubblicato le raccolte di poesie Horror Lucis (Edizioni dell’Erba, 1997), Ritorno a Sovana (Edizioni L’Obliquo, 2003), Marine e altri sortilegi (Il Ponte del Sale, 2006), Trittico del distacco (Passigli, 2015), La carità (Passigli, 2018). Ha stampato i saggi I libri e le furie (Joker, 2007), Lei delira, signor Artaud. Un sillabario della crudeltà (Stampa Alternativa, 2011) e Venezia. Nel labirinto di Brodskji e altri irregolari (Unicopli, 2017). Ha curato e tradotto diversi volumi, tra cui opere di Artaud, Corbière, Daumal, d’Houville, Gilbert-Lecomte, Huysmans, Michaux e Radiguet. Ha inoltre curato I surrealisti francesi. Poesia e delirio (Stampa Alternativa, 2004), I begli occhi del ladro di Beppe Salvia (Il Ponte del Sale, 2004), Neri Pozza. La vita, le immagini (Neri Pozza, 2005), Saranno idee d’arte e di poesia. Carteggi con Buzzati, Gadda, Montale e Parise di Neri Pozza (Neri Pozza, 2006), Album Antonin Artaud (Il Ponte del Sale, 2010). Collabora all’inserto culturale Alias del quotidiano “Il Manifesto”.

Angelo Andreotti – “L’attenzione” – Puntoacapo – Ferrara

Angelo Andreotti è nato nel 1960 e vive a Ferrara, dove dirige le Biblioteche e gli Archivi comunali dopo aver diretto per molti anni Musei. Prima per i Musei, poi per le Biblioteche, ha curato e cura rassegne sulla poesia. Laureato in Filosofia si è sempre occupato di linguaggi artistici, curando mostre e scrivendo numerosi saggi su arti visive e letterature in riviste, cataloghi, collettanee. Fa parte del Comitato promotore dell’Accademia del Silenzio, e dal 2017 è membro del Consiglio scientifico del Centro Nazionale di ricerche e studi autobiografici della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, collaborando attivamente sia all’organizzazione del Festival dell’Autobiografia, sia impegnandosi in laboratori e seminari di e sulla poesia. Ha pubblicato i saggi Il silenzio non è detto. Frammenti da una poetica (Mimesis, 2014) e Il nascosto dell’opera. Frammenti sull’eticità dell’arte (Italic, 2018), nonché la raccolta di racconti Il guardante e il guardato (Book Salad, 2015 – introduzione di Flavio Ermini e postfazione di Patrizia Garofalo). Per la poesia ha pubblicato: Porto Palos (Book, 2006); La faretra di Zenone (Corbo, 2008); Nel verso della vita (Este, 2010); Parole come dita (Mobydick, 2011); Dell’ombra la luce (L’arcolaio, 2014 – introduzione di Matteo Bianchi e postfazione di Duccio Demetrio); A tempo e luogo (Manni, 2016). L’attenzione (puntoacapo, 2019 – prefazione di Antonio Prete) è il suo ultimo libro.

Biografia dei vincitori sezione B

Michele Bordoni di Padova con la silloge “Finissage”

Michele Bordoni (nato nelle Marche nel 1993) è dottorando all’università di Cagliari, dove studia le correlazioni tra immagine e parola dal Tardo Rinascimento fino a Vico. Come poeta ha pubblicato “Gymnopedie” (Italic, 2018), finalista del premio “Solstizio” e menzione d’onore al premio “Elena Violani Landi”; sue poesie sono comparse su riviste quali Nuova Ciminiera, Yawp, Laboratori di scrittura.

Luca Bresciani di Pietrasanta (Lu) con la silloge ” Punto di fuga”

Luca Bresciani è nato a Pietrasanta (LU) nel 1978. Ha pubblicato le seguenti raccolte di versi: Lucertola (Edizioni del Leone, 2011) a cura di Paolo Ruffilli, Modigliani (Lietocolle, 2015), L’elaborazione del tutto (Interno Poesia, 2017) con la prefazione di Davide Rondoni e Canzone del padre (Lietocolle, 2018). Le sue poesie sono ospitate su molti siti letterari tra cui Poetarum Silva, Atelier Poesia, Interno Poesia, Poesia del nostro tempo e I poeti sono vivi e sul quotidiano la Repubblica. E’ il presidente dell’Associazione Culturale Vita alla Vita e fondatore del concorso Vita alla Vita per poeti under30.

Cristina Micelli di Basiliano (Ud) con la silloge “L’ospite di spalle”

Cristina Micelli , nata a Udine nel 1965, vive a Basiliano (UD)

Ha pubblicato le raccolte poetiche: A chi scorre, (qudulibri, 2017), menzione al Premio InediTO Colline di Torino 2016; Stato di veglia (Ed. Dot.com Press – Le voci della luna, 2011), 2^ classif. al Premio Giorgi 2011.

Suoi testi sono presenti in alcune riviste, siti web e antologie, fra cui “Non ti curar di me se il cuor ti manca” ed. qudulibri, “Parole sante” ed Kurumuny, “Fuochi complici” a cura di Marco Ercolani ed. Il leggio Libreria Editrice.

Biografie vincitori Sezione C

Ivan Fedeli “Le favole”- Ornago (Mb)

Ivan Fedeli (1964) insegna lettere e si occupa di didattica della scrittura. Ha pubblicato diversi percorsi poetici, tra cui Dialoghi a distanza in Sette poeti del Premio Montale (Crocetti), Virus (ed. Dot.Com.Press) e, per i tipi di Puntoacapo editrice, Campo lungo (2014, Premio Casentino), Gli occhiali di Sartre (2016, Premio san Domenichino) La meraviglia (2018). Per Ladolfi editore è uscito, nel giugno 2019, A margine .

Alessia Bronico- “I miei capelli….” Padenghe sul Garda (Bs)

Alessia Bronico (Atri, 1981). Vive tra la Lombardia e l’Abruzzo luogo delle sue origini. Diplomata in canto e laureata in lettere, svolge attività d’insegnamento.

Ha pubblicato in poesia L’abito della Felicità (LietoColle, 2016), Un dio Giallo (LietoColle, 2018), è inserita in Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea n. 5 (Raffaelli Editore, 2017).

Antonio Merola, classe 1994, ha pubblicato il saggio F. Scott Fitzgerald e l’Italia (Ladolfi, 2018). È cofondatore di YAWP: giornale di letterature e filosofie, per il quale gestisce oggi la sezione poetica. Dal 2019, fa parte della redazione della rivista «Atelier». Assieme a Iuri Lombardi e Alfonso Canale, ha curato la rassegna poetica Razzie Barbariche su «Pioggia Obliqua», dedicata alla poesia edita under 30. Sue poesie inedite sono apparse su siti e riviste letterarie come Nazione Indiana, il n.89 della rivista «Atelier» e Atelier on line, La Bottega della Poesia di Repubblica, Argo – Poesia del nostro tempo, Poetarum Silva, Nuova Ciminiera, «Il Foglio Letterario», Pageambiente e sul numero speciale di «A4 – la rivista su un foglio solo» dedicato alla poesia. Collabora o ha collaborato con Altri Animali, (Racconti Edizioni), Flanerì (per cui ha curato la rubrica L’isolamento del romantico americano), Lavoro Culturale, «Midnight», «O’ Magazine» e Carmilla. Suoi racconti inediti sono apparsi su Nazione Indiana, Carmilla, Argo, Cultora, Frammenti Rivista, Il Pickwick, Reader For Blind e nel primo numero della Creatura.

Biografie vincitori Sezione D

Andrea Martini -“Il violinista del Titanic”– Genova

Andrea Martini, avvocato penalista, è nato ed abita a Genova. Avrebbe di gran lunga preferito fare il giornalista, ma gli imperscrutabili percorsi della vita lo hanno condotto altrove.

La professione lo induce soprattutto a parlare, spesso ed in pubblico : nel privato, talvolta, capita invece che si isoli all’“amata tastiera” a scrivere, per sé e per gli altri.

Ha partecipato a numerosi Concorsi letterari, riportando segnalazioni e buoni piazzamenti. Nel 2016 ha vinto il Premio Nazionale “Chiaroscuri di Luna”; nel 2017 ha vinto il Premio Internazionale “Giovanni Descalzo”, il Premio Nazionale “Vinceremo le malattie gravi” e si è piazzato fra i finalisti ex aequo al Concorso “Notti Nere” di Acqui Terme ; nel 2018 ha vinto il Premio “Residenze Gregoriane” di Tivoli; nel 2019 ha vinto il Concorso “Note Raccontate” di Camogli.

Prolifico per tendenza, ogni volta deve sudare molte camicie, per comporre un racconto breve.

Davide Bacchilega- “Prima del coprifuoco” – Lugo

Davide Bacchilega ha 42 anni, vive a Lugo (RA) e lavora a Bologna come creativo pubblicitario. Ha pubblicato i romanzi La più odiata dagli italiani (Las Vegas edizioni, 2017), Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati (Las Vegas edizioni, 2016), I romagnoli ammazzano al mercoledì (Las Vegas edizioni, 2014), Bad news (Giulio Perrone, 2011), Deep Blue Hotel (I fiori di campo, 2006) e White Russian (Incontri editrice 2005). Diversi suoi racconti fanno parte di raccolte edite da Marcos y Marcos, Stampa Alternativa, Giulio Perrone Editore, Raffaelli, Tuga, Las Vegas edizioni e altri.

Alessio Pracanica – “Gli strati della cipolla”- Milazzo

Alessio Pracanica è nato a Messina. Laureato in Medicina, ha lavorato come chirurgo per molti anni.

Nel 2011 ha abbandonato la professione ospedaliera per dedicarsi maggiormente alla scrittura.

Ha pubblicato: Racconti dell’età del rap (Ed. Creativa, 2008) The Big (Ed Creativa, 2011) Contati le dita (Mursia, 2015)

Suoi racconti sono stati inclusi in antologie curate da diverse case editrici come Ed. Historica (Tanto una brava persona), Perroni Editore (Qualcosa di grande, L’ufficio brevetti) e I Sognatori Editore (The Kingmaker, Gerarchie, For Ever).

Con il racconto “The Kingmaker” ha vinto il premio “Un sogno dentro un sogno” indetto da I Sognatori Editore.

Con il racconto “Mostri in Kartner Strasse” si è classificato al 2° posto al Premio Guido Gozzano 2018.

Come autore di testi ha collabora con i musicisti Viola Nocenzi e Andrea D’Amico, in arte Mozo.

Attualmente scrive per il blog CNB Comunicazione.

comebavadilumaca

Elena Zuccaccia

amerblog

Just another WordPress.com weblog

valentina di cesare

leggo e scrivo

nuovamente

giorno cancella giorno

Cantiere poesia

Scusateci per il disagio, stiamo sognando per voi

internopoesia.com/

Il blog di Interno Poesia

Le parole e le cose²

Letteratura e realtà

il lunedì degli scrittori

dopo i poeti della domenica, viene il lunedì degli scrittori o gli scrittori del lunedì, ma anche poeti. ma morta lì. niente santi, né navigatori. cioè, quelli del web sì, intendevo navigatori...insomma, fate voi. questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7-3-2001. le immagini e video qui inserite sono nella maggior parte tratte da internet; se qualche immagine e video violasse i diritti d'autore, comunicatemelo in un commento alla predetta immagine.

404: file not found

Tutte le riviste felici si somigliano, ogni rivista infelice è infelice a modo suo.

La Balena Bianca

Rivista di Cultura Militante

Festival Itinerante Internazionale di Poesia&Musica "Acque di Acqua"

dal monte al fiume, dal mare al castello, alla radio, nel palazzo e nel parco, dall’osteria alla pieve, dal lago alla biblioteca, nella frasca e in museo, davanti a un battistero romano… verso la poesia con la carovana del verso…

Solo io e il silenzio

appunti disordinati di Morena Fanti

larosainpiu

LIT-TLE blog di Salvatore Sblando

Istanze & Fantasmi

poesie seminate, di Martina Campi

Inapparente crèmisi

voce d'ombra e d'altri demoni

Io Vi Racconto

... prego, accomodatevi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: