Testi inediti vincitori e motivazioni edizione 2020

MOTIVAZIONI DEI VINCITORI – EDIZIONE 2020

 

DAVIDE ROMAGNOLI

El silensi d’i föj druâ

introduzione di Franco Loi

Nota alla seconda edizione di Luigi Cannillo

Marco Saya Edizioni

marzo 2020

Il trentaduenne Davide Romagnoli, al suo esordio poetico, ci sorprende con un libro in lingua milanese di assoluta maturità espressiva: era dai tempi degli esordi di Loi che non si leggeva qualcosa del genere. Romagnoli si muove in un paesaggio essenziale, perimetrato, come Morandi, verrebbe da dire, tra le sue bottiglie, con un sentimento dello sguardo che ha qualcosa di sacro e di solido, e una concentrazione linguistica che ricorda l’esperienza dell’antica poesia provenzale: parole che sono già simbolo prima ancora di distendersi nel verso; che nascono dall’esperienza del quotidiano, ma per dilatarsi – come giustamente suggerisce il prefatore di questa seconda edizione – a tempo assoluto; uno sguardo antiretorico sul mondo, che si avvale però di una retorica impeccabile.

Il suo è un viaggio che va dal fiato alla parola. Nella dimensione costitutiva del silenzio entrano foglie che sono fogli, nomi che sono subito mondo. Silenzi, solitudini, ombre, il nulla che assedia, un senso di stupita sospensione nei confronti dello scorrere delle cose, rigurgiti di nausea, ma anche vasi di fiori, colori, e reminiscenze letterarie sempre sottili e motivate, come il riferimento ai limoni di Montale o agli uomini vuoti di Eliot, il vèss e il nient di una delle grandi opere dell’esistenzialismo francese, ma anche il vess e il temp di uno dei documenti fondamentali del Novecento, non solo filosofico. Un libro tutto raccolto in una voce: una parola che si riversa nella materia del mondo con la sua forza di suono e di pensiero. Una grande rivelazione della poesia contemporanea.

GUGLIELMO APRILE

Farsi amica la notte, Giuliano Ladolfi Editore, Borgomanero 2020.

La poesia di Aprile sembra nascere dall’incrocio tra Leopardi e Cioran, perché non le resta che dire o, meglio, dare voce all’insignificanza e all’insensatezza del mondo. Nella piena consapevolezza che anche le parole non hanno alcun rapporto reale con le cose, ma sono etichette di comodo, meri flatus vocis, nel migliore dei casi azzardi, formule magiche intese a esorcizzare l’innominabile. L’azzardo, del resto, è l’unica risposta, per quanto beffarda o sconsiderata, in grado di ingraziarci – si fa per dire – la sfingea entità che a comun danno impera, qui metaforicamente evocata ora come “carta moschicida” in cui “siamo, / polvere e schegge, invischiati, tutti”, ora come “sabbie mobili” che tutti inghiotte, ora infine come una “bestia” con la quale dobbiamo ingegnarci di convivere. «Vivere è anche possibile, a patto / però di una dose di sventatezza: / è il lancio dei coltelli, / è il colpo di carambola, / è il biglietto in omaggio sulla giostra». «Danza sul filo e grazia da funamboli, / arte di istrioni, trucco da pagliaccio / e paradosso da sofisti è vivere». «Per vivere», insomma, «bisogna essere pazzi». O fingersi tali e stare al gioco: accettare la realtà, fino al cupio dissolvi, cioè “farsi amica la notte”, perché davvero – come aveva già intuito Guicciardini – noi “siamo al buio delle cose” e, in assenza di segnali sicuri e di una sicura identità, siamo condannati a brancolare nella nebbia, in balìa del caos. L’alternativa è chiudere gli occhi, rimuoverla, la realtà, cedere all’autoinganno. Il divertissement nel senso pascaliano del termine. Che però non ci soccorre «nel caso di un precoce / risveglio dall’anestesia» e non ci immunizza da possibili incubi füssliani.

ANNA BUONINSEGNI

Inscritta nel tema del dolore, la raccolta di Anna Buoninsegni, Quando si compie la danza, rappresenta un tentativo strenuo di venire a patti con esso, con il nostro essere creature definite dalla debolezza della materia (come recitano gli straordinari versi di apertura “siamo strutture d’aria / sciami di polimeri che si attraggono”).

La modernità del discorso poetico di Anna Buoninsegni, quindi, non è tanto il ripercorrere un percorso tematico ben noto alla poesia di ogni tempo e paese, bensì la sua contestualizzazione in una contemporaneità in cui le istanze spirituali (per non dire di quelle religiose) sono sommerse dalla consapevolezza del nostro essere precariamente sospesi in una danza di creazione e distruzione materiale. Ed è questo a cui rimanda il titolo, senza finti lirismi e sentimentalismi, ma anzi guardando la vita e la morte con occhio asciutto, nelle parole di William Butler Yeats.

La voce umana, di cui la poesia è concreta sublimazione e perfezionamento (“quel gioco di parole che diventano forme”, p. 87) è fino a un certo punto assimilabile alla voce delle pietre meravigliosamente evocata nella poesia omonima (p. 53) – una voce di durata e durezza, insomma di resistenza impassibile nel tempo. Ma l’uomo non è pietra, anche se il dolore a volte ci stimola a prenderla a modello: il dolore per la lontananza definitiva di chi è scomparso è immedicabile, per quanto la poetessa lasci intravedere una sorta di ricongiungimento oltre l’attesa, in un ciclo che risente di influenze orientali: “i cimiteri hanno la snellezza dell’abisso / noi li risaliamo fino alla nascita” (p. 39). L’uomo infatti ha memoria, quindi consapevolezza della sofferenza anche se immerso nella vita concreta dell’oggi, che si parli del “vento morto” e del “pazzo andirivieni” nella metropolitana, o dei morti che rispondono al nostro appello: l’uomo serba ricordi, cerca medicamenti spirituali.

Quella di Anna Buoninsegni è una raccolta di altissima e densa poesia, una delle più importanti degli ultimi anni, che in un linguaggio modernissimo ma dalle profonde risonanze ci parla del nostro essere umani.

DARIA GIGLI – PREMIO OPERA PRIMA

Se l’intelligenza è la capacità tutta umana, fragile e aleatoria, di leggere nei rammenti di realtà, la poesia è il dono di scrivere ciò che si sente dietro e dentro le cose in rapporto a sé. Una visita a Hölderlin, il libro di esordio di Daria Gigli – un esordio maturo, che poggia sul solido retroterra culturale di una studiosa del mondo classico – è una perfetta esemplificazione di questa idea.

La raccolta, articolata in più sezioni, prende la mosse da una sezione eponima, appunto sulle orme del poeta tedesco, dedicata ai miti greci, ma senza alcuna concessione a quella superficiale esteriorità del mito fin troppo di moda, tutta retorica e astratti vagheggiamenti; piuttosto, la poetessa fonda qui le basi di un leggere dentro e dietro il mondo, facendoci avvertiti della sua stratificazione, e del modo in cui le presenze mitiche stanno fianco a fianco alle cose e agli eventi della vita quotidiana, contribuendo a definirla. Le sezioni successive, infatti, partono da osservazioni precise e persino minimali, ma sempre cariche di un vago senso di mistero e indeterminatezza e quasi di perturbante. Esemplificando, una poesia come dorme nella nebbia (p. 61) è carica di quel senso di mistero che Williams imprime alla semplice carriola abbandonata alla pioggia: “Dorme nella nebbia “ un innaffiatoio verde / accanto al basilico [ . . . ]”.

Gli oggetti, le persone, il Tu a cui il discorso non di rado si appoggia e persino l’Io che tutto osserva e annota con acribia al di là di un velo che non toglie alcuna luminosità alla vita ma la avvolge di un alone di indefinito, vengono così caricati di un significato fortemente pregnante. Il linguaggio poetico, la voce che definisce ogni vero poeta, è la misura del successo di questo lavoro: solidamente costruito su un verso libero colto ma al contempo colloquiale, musicale ma mai esornativo, riesce a trasfondere nei versi sia la solida concretezza del reale che l’oscura e mai ostentata percezione di una alterità che sempre sfugge alla nostra ragione.

EDOARDO PENONCINI Al paréa uŋ fógh ad paja, puntoacapo, Pasturana 2019.

Forse la notte del mondo è già cominciata e tutti noi viviamo ormai in un tempo hölderliniano di protratta povertà: una povertà ben diversa da quella materiale del mondo di ieri o di ieri l’altro – peraltro ricco di vita, di affetti e di valori – evocato da Penoncini con tocchi e toni di sobria elegia. La nuova povertà coincide con la desolazione che ci circonda, con il diradarsi angoscioso delle ragioni di vivere, con il venir meno di quanti ci corrispondevano. E della lingua stessa – quella delle madri e dei padri, quella delle radici – che, pur nella sua dura asprezza, dava senso e sostanza alla conversazione, alle chiacchierate di un tempo.  Lo straniamento è la condizione da cui il poeta muove, recando con sé un’inguaribile nostalgia delle stelle e della luna che rischiaravano le notti d’antan. A consolarlo, con quel tanto di luce e di calore che da essa promana, è la poesia: che non è un fuoco fatuo e nemmeno un fuoco di paglia, se è vero che sprigiona aromi di persistente dolcezza ed è “un fuoco che lascia cenere”. Così, “quando si alza un po’ di vento / la cenere vola leggera / le parole accendono il cielo / e io – dice il poeta – mi sento meno straniero”.  Il dialetto, insomma, non è un reliquato inservibile, ma aspira a misurarsi con l’attualità, a dire il nuovo, a non arrendersi alla notte: grazie a “parole da semina / rinnovando ogni cosa ogni radice / l’insonnia di notte restituisce / la bussola e i sogni della mia casa”. Le metafore del fuoco e della semina sono spie di una volontà che, fiduciosa nelle risorse di una “lingua” “sempre più viva mentre si perde”, non si rassegna a vederla morire.

MOTIVAZIONI 2020 SEZIONE B

ALESSIA BRONICO

Sin dal primo testo, la silloge Scienza di morte: violare la vita mostra di alimentarsi al suo

difficile tema tramite un’immaginazione tutta interiorizzata. Nell’insieme, conferma di

saper tenere in vivace e originalissimo equilibrio riflessione esistenziale, senso di gioco

nell’esercizio del linguaggio e consapevolezza metafisica, che, come un vento paràclito,

agisce sottotraccia fra i versi, alitando contro l’algida maestà della Nera Mietitrice.

L’universo di colori (se ne trovano ben sette, in sei testi di misura contenuta) e di parti

metaforicamente “essenziali” del corpo (il nervo e il palmo delle mani, le mani, appunto,

le labbra, gli occhi, il cranio, il teschio, l’unghia, il cuore, l’orecchio, la faccia, le guance)

protagonisti della raccolta, è allo stesso tempo dato esterno e interno. E proprio nella

loro capacità di combinare vitalismo linguistico e cromatismo naturalmente allegorico in

una strana specie sui generis di sur-realismo sincopato, sta una delle ragioni di interesse di

queste nuove poesie di Alessia Bronico. Che qui è votata a disinstallare senza scialo di

mentalismi, o di stratagemmi retorici, i valori “soliti” di presenza e assenza, di animato e

inanimato in un’esperienza poetica di vita-in-morte che, più che vincere la morte, sembra

dilatarla ritmicamente a misura d’intensità.

*

DANIELA RAIMONDI

Daniela Raimondi, nel narrare poeticamente la vicenda de La donna più vecchia del mondo, si è ispirata alla vera storia di Koku Istambulova, ultracentenaria cecena che ha affermato di non essere mai stata felice in quasi 130 anni di esistenza. Raimondi non ha dunque inventato la protagonista della sua silloge, ha fatto di meglio. Le ha regalato non una, ma due gioie: quella della parola e quella dell’ascolto. Con i colori della neve, del pane, della lana e dei buoi, la poetessa dipinge l’esilio terrestre di un’anima assetata di liberazione, incastrata in una preghiera di morte. Le immagini lucide ed essenziali, liriche quanto basta, offrono al lettore il ritratto commovente di una creatura vicina alla purezza della terra, un’ape operaia stanca, reduce da ere di guerre interiori ed esterne, stretta dentro una cariatide provata da una pletora di dolori. Koku, con la fatica del vissuto e l’impaziente attesa della fine, accende in noi il desiderio, spesso inconfessato, di raggiungere al più presto chi ci ha già lasciato. Raimondi sa come piegare il rassicurante linguaggio della prosa e quello diretto della narrazione storica alle esigenze sonore, estetiche ed empatiche della poesia. La persona e il personaggio si fondono, prendono vita, ancora più vita della vita vera, quella riportata dai giornali. Ne nasce un racconto in versi al quale si ha tanta voglia di chiedere: «e poi, cosa succede ?».

Gabriella Montanari

GIORGIO PAPITTO

La silloge “Le parti animali “ di Giorgio Papitto ci conduce sull’orlo di un precipizio nel quale si è sempre sul punto di cadere: i versi fanno pensare ad una sorta di delirio intermittente del pensiero che si muove senza apparenti punti di appiglio tra ossessioni e briciole di saggezza estemporanea.

Dietro il linguaggio semplice, e per nulla ricercato, si nasconde una mistura di allusività e forza espressiva che non lascia indifferenti. La poesia di Papitto, in questa silloge, è soprattutto forma della risonanza, passo sospeso, stato dell’essere in bilico tra senso e non senso.

I testi vivono in continuo depistaggio ( si veda l’uso ossessivo della punteggiatura che crea un ritmo proprio nell’istante in cui lo spezza) del significato che costringe chi legge in una sorta di inseguimento. C’è qualcosa di inafferrabile, come uno sberleffo antilirico, spigoloso e imprevedibile che comunque attrae.

In questa silloge si parla di affetti familiari, di eventi luttuosi, di conflitti e distanze, si affronta il tema del corpo come entità concreta con cui scendere costantemente a compromessi, tra la vergogna, la malattia, la vulnerabilità, la voglia di libertà. Ma tutto viene espresso paradossalmente col pudore del mascheramento distaccato della prospettiva esterna della lingua che rinvia a mondi interiori proposti con voce ferma e discreta al tempo stesso.

Stefano Vitale

CARLO RETTORE

La volontà di testimoniare un senso non soltanto nella vita che ci circonda e osserviamo,

ma nell’arduo “guadagno” della lingua che la dice: nel frutto, a un tempo aspro e

saporoso, che è possibile gustare abbandonandosi al piacere/compito di una parola

necessaria, è forse ciò che più caratterizza la poesia di quest’intensissima silloge. Nei

pochi versi scabri di Vansi e altri dì, al di là dell’attraversamento del negativo, il saldo

discorso lirico di Carlo Rettore sa aprire e mantenere operativa una tensione piena di

fertili contraddizioni fra silenzio e parola; una tensione che si duplica sull’asse metaforico

in cui convivono gli estremi di “tera” e “saloto”, tratteggiando per cenni micro-narrativi

un microcosmo di provincia che ha tinte soltanto apparentemente nulliste… Nel dire “le

robe de la fine”, in “dì cadàvari” lungo il trascorrere dei quali “no apare mìa Divinità”,

niente, in realtà, è ineluttabilmente perduto: a restare, per il poeta e per noi che lo

leggiamo, sono le parole, figlie di una crescita spontanea, come l’ultima annata di

granturco che campeggia nella più complessa e più vibrante delle sette poesie.

SEZIONE C

MOTIVAZIONE – ALFREDO RIENZI

Il dialogo che l’essere umano intraprende con la natura e col regno animale, intangibile e vero, è sempre stato oggetto di riflessione e di spunto da parte della letteratura – non solo italiana – e in particolare della poesia: dai lirici greci a Lucrezio, da Orazio a San Francesco d’Assisi e sino ai contemporanei. Nello specifico le rondini sono state fonte d’ispirazione per Giovanni Pascoli, Umberto Saba, Gianni Rodari, Gaetano Arcangeli (quest’ultimo – poco noto, forse – non certo sconosciuto ad Alfredo Rienzi, cui la giuria del Concorso Guido Gozzano – Augusto Monti ha assegnato il primo premio nella sezione “Poesia singola inedita”). Componimento che vede in prevalenza endecasillabi variamente accentati e aderenti al linguaggio quotidiano, la rondine di Alfredo Rienzi, con cui l’autore riesce a dialogare perché “fino da bambino sono/stato gentile anche con le rondini” e perché “studiai la loro lingua/ragazzo” è “la più anziana tra quelle che ho ascoltato”. La ragione vera del ritorno (delle rondini, di noi stessi, a noi stessi) non attiene soltanto al rifugio e al benessere: l’Itaca junghiana è l’aspirazione al sogno, dove “immaginato e vero” coincidono nel desiderio di immortalità, sia pure transitoria ed effimera come può essere quella di una fotografia. È una poesia “di levità, di gentilezza, di leggerezza (come afferma Gianfranco Isetta) che dà senso al vivere e al convivere possibile.” Sino all’ineguagliabile antitesi della chiusa: “ho chiuso gli occhi e aperto l’obiettivo”.

LUIGI BALOCCHI

La ballata del Gigino matt

L’operazione del poeta dialettale assume il suo più profondo significato di fronte all’imporsi a livello internazionale di superlingue come l’inglese e a livello nazionale dallo standard elaborato nei centri produttivi del Nord” (Franco Brevini). La ballata del Gigino matt, poesia in dialetto abbiatense cui la giuria del Concorso Guido Gozzano – Augusto Monti ha assegnato il secondo premio nella sezione “Poesia singola inedita” è un affresco commosso, scanzonato e potente dedicato al pittore Luigi Sironi. Nell’incalzare dei versi – quinari e senari in prevalenza tronchi, liberamente alternati – Luigi Balocchi fa rivivere le opere e i gesti dell’artista scomparso, i cui tratti salienti – almeno dal punto di vista biografico – sembrano accostarsi a quelli del grande Antonio Ligabue. La ballata (che dal punto di vista ritmico assume la cadenza di un valzer), pur essendo originalissima, si inserisce nel solco tracciato da Nanni Svampa (e da Georges Brassens che Svampa tradusse in milanese) più che nella tradizione di Delio Tessa o di Carlo Porta. L’arte e la vita di Luigi Sironi, che “va in giro col violino, il culo sul manubrio, vestito da Cowboy” è centripeta, non centrifuga: brucia in se stessa (il fuoco ci brucia,/un quadro dei tuoi); per questo “semm a struş” espressione non facilmente traducibile se non a costo di una lunga perifrasi. “Vagabondi, ficcati in un buco e fuori di testa e/fuori dal giro”, alienati, estromessi dalle “miserie”, dagli “inganni” di una società che glorifica le vanità, la fama, la ricchezza, idoli cui sacrifica anche l’amore. “La scura pagura; e den gh’è on spetasc (un disastro)” ne sono conseguenza ineluttabile, senza vie di fuga.

GIANPIERO CASAGRANDE

Leggendo la poesia di Giampiero Casagrande, Grandiflora, (cui la Giuria del Premio Guido Gozzano-Augusto Monti 2020 ha attribuito il terzo premio nella sezione “Poesia singola inedita) non si può non pensare alla coscienza e la “gigantesca magnolia” rappresenta la memoria che di essa è il tratto più evidente, ciò che la caratterizza. Non c’è dubbio che la memoria può abbracciare solo una piccola parte del passato, può trattenere solo quello che è appena accaduto ma senza di essa non ci sarebbe coscienza. Infatti il poeta attraverso il grande albero trattiene i ricordi di ciò che è accaduto nella sua vita: la Grandiflora è stata testimone di eventi tragici ma anche di piccoli fatti quotidiani, ha camminato, ha vissuto insieme al poeta. Non è da tutti però avere memoria e quindi coscienza e anche un albero meraviglioso e imponente può essere abbattuto per piccole, miserabili esigenze condominiali, il suo legno regalato a un falegname per farne sedie e tavoli. E a ribellarsi chi se non il poeta e gli uccelli – come ha scritto in un bel verso Casagrande – che avevano casa su quelle fronde?

SEZIONE D

FRANCESCA FERRANTE

opera: GIMONDI E MARMELLATA DI ARANCE

Una bambina.

Una piccola che non può competere con il fratello maggiore, Giorgio, il primogenito cocco di mamma. Una bambina che cova rancore, ma che sa aspettare…

Osserva il fratello: lo osserva nei pomeriggi di studio, lo osserva la mattina e all’ora di pranzo, ma sa che quelli non sono i momenti più propizi per la vendetta.

E aspetta, aspetta un particolare sabato pomeriggio, quando si trova sola in casa.

Ora sa cosa fare: si avvicina alla porta della soffitta che cela la stanza segreta del fratello, il suo regno. Dove è racchiuso il tesoro di Giorgio, il suo gioco preferito.

E agisce, assaporando subito dopo il dolce gusto della vendetta.

Ma quel sabato, alla sera, un malefico fato si sarebbe preso la rivincita su entrambi, lei e Giorgio.

Un testo redatto attraverso una scrittura estremamente chiara e piacevole, costruito con sapiente equilibrio, dove il lettore viene condotto con bravura fino all’inaspettata conclusione.

DAVIDE BACCHILEGA

Un racconto di guerra, toccante e teso, privo di retorica o di soluzioni consolatorie. Il protagonista, un soldato originario dei monti dove passa la linea del fronte, essendo pratico dei luoghi viene scelto come portaordini e durante una drammatica marcia ha modo di riflettere su come la guerra trasformi gli uomini e i loro sentimenti: i nemici sono quelle stesse persone con le quali prima si avevano rapporti privi di odio reciproco, senza che il parlare un’altra lingua ed essere divisi da un confine costituisse un ostacolo, le fattezze dei combattenti mutano fino a diventare irriconoscibili a loro stessi, gli amori finiscono perché le donne non vogliono diventare vedove prima ancora di sposarsi.

Il protagonista riflette anche sulla propria vigliaccheria di fondo: quella per la quale grazie alla sua conoscenza dei luoghi può essere mandato in missione ed evitare di stare al fronte, ma soprattutto quella per cui evita di comunicare al commilitone che lo accompagna nella marcia la dolorosa verità sulla sua fidanzata; la stessa vigliaccheria che lo porterà ad una decisione apparentemente assurda nel finale, una volta portata a termine la missione.

MARCO SPECIALE

La pandemia nel racconto Giona, che visse nella balena è il pretesto per poter affrontare temi come la disuguaglianza sociale, la distanza tra chi è considerato normale e chi pazzo, la capacità di adattamento e la palese necessità  di andare contro alcune regole . Il vice questore Caserta si trova a discutere con un senzatetto dal nome blasonato che ha trovato rifugio durante il lockdown nella biblioteca comunale .

Passando da citazioni e ricordi di una vita diversa si può intuire la lucidità e la volontà di far vivere la parte migliore del genere umano che sa adattarsi ma soprattutto resistere all’abbruttimento e all’omologazione.

Anche la chiusa ottima: l’uomo di autorità che ritrova il se stesso con le proprie contraddizioni e la voglia di raccontare una storia nota a lui, ma meravigliosamente ignota all’occupante 

SEZIONE E

GIACOMO REVELLI

La quarta edizione del Premio Augusto Monti di Monastero Bormida per il miglior romanzo edito di ambiente ligure o piemontese viene assegnato per il 2020 a Giacomo Revelli con il libro “La lingua della Terra” pubblicato con Arkadia Editore.

La scrittura, il ritmo narrativo e il sottile senso dell’umorismo che pervadono le pagine hanno convinto all’unanimità la Giuria del Premio. “La lingua della Terra” non è soltanto un romanzo con una perfetta e sapiente ambientazione, ma ha a cuore temi come il profondo amore per la Natura, l’accoglienza e la condivisione, argomenti centrali della narrazione, perché, come ha scritto l’Autore, “Nessuno è straniero, lo siamo tutti.”

BRUNO GAMBAROTTA

con il volume Ero io su quel ponte racconta una storia, una piccola, grande storia che incrocia uno dei tanti destini che hanno segnato drammaticamente il tempo del secolo breve.

Nel libro l’autore mette a frutto tutta la sua capacità di giornalista, di cronista, di indagatore, di immaginatore di fatti e di destini. Un’opera che si fa leggere dalla prima all’ultima pagina perché possiede un ritmo espressivo e storico incalzante, stringato, essenziale e nel contempo altamente e riflessivamente poetico. Il ponte di Moncalieri era, fino al libro di Gambarotta, la storia di un evento drammatico annunciato, sfiorato ed esaltato dal passaggio sulle sue già incerte arcate dall’indomito Mussolini, cui il fato della storia aveva riservato una più tarda fine.

Bruno Gambarotta, attraverso un’inedita ricostruzione degli eventi che attorno alla caduta del ponte si coagulano, ricostruisce storie mai ricostruite e non più ricostruibili: le vite, i narrati delle persone che non finiscono la loro vita nell’acqua del Po di Moncalieri ma, miracolosamente, “Parlandone da vivi”,come fa l’autore, continuano ad essere presenti nella memoria collettiva, comunitaria.

Restituire memoria a chi si è trovato all’incrocio di destini fatali rappresenta il sostrato più profondo di questo originale romanzo che ricostruisce la poesia della rinascita. Una narrazione che fa bene all’anima perché è anche nel sapiente e popolare uso delle parole che si ri-definiscono i destini del mondo, quei destini che la grande storia priva di poesia, calpesta e cancella.

ALESSANDRO FERRARO

Il libro è, innanzitutto, il frutto di un’idea originale: far raccontare una città da scrittori e poeti che l’hanno vissuta, per poco o per tanto tempo o addirittura semplicemente di passaggio. E non si tratta di testi pensati appositamente per questo scopo, ma di opere letterarie in cui i diversi autori, in base ai loro percorsi culturali ed esistenziali, hanno parlato di Genova a vario titolo. Ne deriva una carrellata di voci, tra cui prevale quella dei poeti (tra i grandi Montale e Caproni i preferiti, ma c’è spazio anche per molti altri minori), come se la città, chissà perché, avesse una particolare vocazione per la poesia. Ma c’è anche quella dei narratori, che spazia dal realismo verghiano di Remigio Zena all’onirismo/realismo di Antonio Tabucchi. E così quella dei musicisti, con due cantautori soprattutto, così diversi, ma complementari, come Gino Paoli e Fabrizio De André. Con loro l’autore ci accompagna in giro per la città ed è bello scoprire quante voci di scrittori “foresti” siano rimasti ammaliati, complice il mare, da questa città/porto di navi e di esseri umani. E chi meglio di noi, “foresti” al di qua dell’Appennino, può capirne la ragione, noi che da secoli ne subiamo il fascino e lo viviamo come amore/odio nei confronti della “grande meretrice”?

Ma tutte queste voci – ecco un altro grande pregio del lavoro – non sono concentrate soltanto sul centro storico, ma risuonano lungo tutto quel “serpente che pare abbia inghiottito un coniglio senza poterlo digerire”, come definiva la geografia della città Montale, da levante a ponente: parlano anche di Boccadasse, di Staglieno, di Sampierdarena, di Pegli e della Val Polcevera. E raccontando di tutti questi luoghi testimoniano i mutamenti urbanistici e del tessuto sociale della città (emblematico il caso di Via Madre di Dio) negli anni del boom economico e il boomerang della dismissione industriale che, a partire dagli anni ’80, ha lasciato Genova senza una precisa identità.

Non si tratta, dunque, di una semplice compilazione di luoghi letterari (sui quali concordiamo con Enrico Testa) da visitare come tanti turisti in comitiva (turismo culturale?), ma del racconto a più voci dell’epopea perduta di una città “stundàia” che soltanto la forza evocativa della letteratura è in grado di celebrare.

CRISTINA TRINCHERO

Frutto di una ricerca approfondita, in cui si dimostra una attenzione particolare alla completezza e alla significatività delle fonti, il saggio di Cristina Trinchero fornisce un quadro efficace della figura e dell’opera di Leo Ferrero, intellettuale e letterato che ha svolto un ruolo di primo piano nella cultura europea del primo trentennio del Novecento. Con una scrittura scorrevole e un rigore impeccabile l’autrice chiarisce in modo puntuale il ruolo giocato da questo “mediatore culturale” vicino a Piero Gobetti, strenuamente in contrasto con le scelte del regime fascista.

Si rende così ragione del valore di un personaggio non abbastanza conosciuto, la cui formazione cosmopolita e la cui sensibilità verso le novità rilevanti della cultura italiana e francese risultano però radicate nel milieu culturale torinese, esprimendo l’apertura che gli ambienti intellettuali della città piemontese manifestavano verso i fenomeni più innovativi della cultura nazionale e internazionale.

ALESSANDRO MELUZZI – MASSIMO NUMA – FABIO FEDERICI

Il libro pone al centro dell’attenzione uno dei problemi più scottanti in Italia e nel mondo nella relazione tra i sessi. E lo fa proponendo dei dati statistici impressionanti, che dimostrano quanta strada ci sia ancora da fare per raggiungere quella parità sessuale introdotta dall’articolo 3 della nostra Costituzione e rivendicata come imprescindibile perché si compia un reale processo democratico da Teresa Mattei, la più giovane delle Madri Costituenti (aveva solo 25 anni): “Non vi può essere oggi, a nostro avviso, un solo passo sulla via della democrazia, che non voglia essere solo formale ma sostanziale, non vi può essere un solo passo sulla via del progresso civile e sociale che non possa e non debba essere compiuto dalla donna insieme all’uomo, se si voglia veramente che la conquista affermata dalla Carta costituzionale divenga stabile realtà per la vita e per il migliore avvenire d’Italia”.

Il problema viene affrontato su tre livelli: un excursus sulla storia della violenza di genere e sul suo impatto a livello planetario, sviluppato da Fabio Federici, colonnello dei carabinieri impegnato nel lavoro di prevenzione; un esame psico-antropologico del fenomeno da parte del professor Alessandro Meluzzi che ne indaga gli aspetti di insorgenza e le dinamiche della psiche dei soggetti coinvolti sia maschi che femmine; un’analisi del ruolo dei mass media nel divulgare i fatti, scritta dal giornalista Massimo Numa, da cui emerge come essi siano uno strumento fondamentale di pressione sulle istituzioni, affinché intervengano con mezzi adeguati nell’opera di prevenzione, e di stimolo dell’opinione pubblica, perché prenda coscienza di quanto magari sta accadendo intorno a ciascuno di noi. E i tre approcci si amalgamano perfettamente riuscendo, con l’annessa “Radiografia di cinque femminicidi” – redatta in stile scarno, essenziale, ma per questo ancora più efficace – a svolgere un’opera di divulgazione documentata e puntuale, ma non specialistica, che è in grado di raggiungere un pubblico vasto di lettori e, nello stesso tempo, a indicare alcune soluzioni pratiche del problema per gli operatori del settore.

E, come chiude il suo saggio il professor Meluzzi, siamo anche noi convinti che la cultura sia “la vera arma per frenare il più possibile questo assurdo stillicidio di omicidi” e che la famiglia e la scuola debbano impegnarsi a far crescere i ragazzi e le ragazze innanzitutto come persone, in modo che sappiano dialogare tra di loro nel pieno rispetto delle specificità di genere e dei sentimenti dell’uno e dell’altro.

 

 

 

 

 

 

Testi inediti vincitori – SEZIONI B-C-D

 

 

ALESSIA BRONICO –

III

Farà la morte un gioco,

farà finta di niente il bene,

sul fuoco la zuppa ribolle,

è quasi neve, rintoccano

tutti i campanili, la sposa

è scesa alla sua terra,

un tetto tra centro e periferia,

un gatto sempre lontano,

scappa ché si possa ritirare,

ha tenera l’anima, rosa nera

sull’occhio vuoto, le finestre

appannate, gocciole di condensa,

umido tutto, il pavimento,

la sedia, la gonna bianca coi

nastri rossi: non sei da nessuna

parte adesso: neppure nella morte

e l’unghia che suona il tavolo

ricorda i vivi.

DANIELA RAIMONDI

L’amore

 

Pascolavo le pecore sul monte.

La sete era tanta, l’aria bruciava i polmoni.

Lui mi venne vicino e gli offrii il mio cibo.

Lo divorò in silenzio,

lasciando l’orma dei denti nel pane.

 

Raccolsi acqua di fonte nella coppa delle mani

e gli diedi da bere.

Fu in quel momento che seppi cosʼè la gioia.

 

Quella notte fuggii e corsi alla sua casa.

Lui mi sciolse le trecce,

poi si gettò sopra di me senza dire una parola.

Durò poco e provai solo dolore.

 

Il giorno dopo venne alla mia casa.

Chiese a mio padre di avermi come sposa.

Parlarono poco e si strinsero la mano.

Fu un patto tra uomini.

In cambio di due vacche e un campo arido,

lui divenne mio marito e il mio padrone.

 

 

GIORGIO PAPITTO

Campionari

È buio così da scordare.

Il disgusto nel decorso Che soffri.

E calmo mi dormi sul braccio.

Scavi e fai d’astrologo il mio centro.

Le gambe Facili, la voce a pendere.

Forse, arrischiarmi fra tutto.

Vorrei le stelle ritorte.

E dare acqua alle piante, Poi svelarmi nell’urto.

È ormai tanto antico.

Quel tuo nome di sempre, che fugge per le piane.

Come non fosse mio neanche.

CARLO RETTORE

Vansi e altri dì

Po’ a metea i piè in moia, ’nte łe ruse

so łe rive. Pa ła carezà vegnea su

onto, de sorte, ’l granturco bruzà

nte i canpi

(ła tera ła vołe cuerta) e se podea catare l’ùltima anada,

parlare de màchine e semento,

sentirse intieri soło che

co ’l fontanaso ’nte łe sgnare.

Poi mettevo i piedi in ammollo, fra gli urticanti / sui bordi dei fossi. Sulla strada cresceva / sporco, spontaneo, il granturco bruciato / nei campi // (la terra dev’essere coperta) / e si poteva raccogliere l’ultima annata, / parlare di macchine e cemento, / sentirsi completi solo / con l’acqua stagnante nelle narici.

ALICE SERRAO

La figlia

è una somiglianza violenta

canta oracoli e porta a termine

la tua giovinezza;

chiede il conto di cosa

ne hai fatto della vita, la trasfigura;

gremisce di mistero

un destino potenziale, lo avvera.

Il padre e la madre, nel guizzo che

strabocca, sottendono il segreto

e non sono più per l’altro, sono:

rinfianco a una fioritura.

La vita, un lillà che profuma.

JACOPO CURI

Quando uno si affaccia striscia fuori di sé

per entrare in quello che vede. A un tratto

non è più – ritratto nel silenzio – nel suo

punto di vista, non è più l’unico testimone.

Così questa cosa di essere al mondo, e solido

e presente, svanendo trasla la coscienza subito

all’attimo successivo, quando però ci si ritrova

ormai a largo sopra un mosaico di tetti a cadere

giù nella custodia della pelle per ritrovarsi fuori

dalla finestra nudi e dal grembo con l’eco

di un lontano oltre familiare, l’ultrasuono

sfilacciato, il cordone che si è staccato.

FRANCESCO BALASSO

Sirene mi scaldo la pasta di ieri

e immagino giornate parallele

un carillon di acari mi passa davanti

va di luce in luce, se ne sta per conto suo

forse aspetto una rivoluzione

che dovrei cominciare per primo

fisso i quadretti di una vita

appesi alla parete giallognola

nelle foto della prima comunione

avevo già imparato a fare il felice

una cimice sbatte sul muro

ritorna di minuto in minuto

mi ricorda quel passo di Ulisse

legato all’albero della nave

non so se basterà a svegliarmi

ma niente richiama così tanto

gli angoli di muffa in cucina

MASSIMILIANO DI MARIO

(il sabotatore di lacci)

Non conosco le praterie dove corro

ma forse le conoscono

i miei piedi. Tra le dita si nasconde

la risposta, mentre brancola la mente asmatica

i miei polmoni chiedono più Africa

e meno metropolitana, più sargassi

effervescenti nel turchese

e meno maledetta grammatica.

Le mie poesie chiedono più anima

ma il corpo non ci crede abbastanza

non ci può fare niente, si agita

in presenza dell’anima (la rivale

in qualche enfatico talk show

di spessore universale).

Assumo la giusta dose di vitamine

ho una dieta varia, ricca di potassio

e povera di carboidrati, di grassi

limito le carni rosse e mi dedico

all’epistemologia solo lontano dai pasti.

Ho due paia di ciabatte (per la doccia

e per l’asfalto) e uno spazzolino di riserva

sempre pronto. Ho letto che l’igiene

va a braccetto col materialismo dialettico,

e quando vado a letto un pensiero

s’invola alle cose che non ho fatto

un altro ai futuri che non ho predetto

un terzo a tutto quello che avrei potuto

scrivere meglio, o non scrivere (meglio).

Mi preparo a sognare le praterie, gli schiaffi

di terre che non mi saziano

case di tufo simili a stomaci

di bestie troppo selvagge per riempire

i miei vuoti. Mari d’erba deserta

dove lascio scivolare le mie ancore

sabotatore indefesso della mia stessa pelle

delle mie scarpe slacciate.

SEZIONE C

ALFREDO RIENZI

La fotografia di una rondine

Mi sono intrattenuto a dialogare

con qualche rondine dal ponte vecchio

di San Mauro: studiai la loro lingua

ragazzo, dai balconi e dalle strade.

Non sono certo d’aver compreso bene:

la più anziana tra quelle che ho ascoltato

mi ha confessato la ragione vera

del suo ritorno, anche in questo anno:

non per gli insetti o per scampare ai falchi:

aveva desiderio d’apparire

in una foto un poco somigliante

ad un suo sogno vecchio e ricorrente

dove mischiava immaginato e vero.

Ed io che fino da bambino sono

stato gentile anche con le rondini

l’ho ringraziata per la confidenza,

ho chiuso gli occhi e aperto l’obiettivo

GIANPIERO CASAGRANDE

Grandiflora

La gigantesca magnolia del cortile,

il suo molteplice fiorire, orgoglio

di un isolato intero dal ’29,

che ha visto le fucilate dei repubblichini

al partigiano rifugiato (ben visibili

sul muro i fori a far da corona

agli scuri, al suo nascondersi

e apparire), che ha sentito altri

spari, quelli dei settanta, poco

distanti, i paracadutisti sul comunale

per la festa dei poveri, per un giorno

a mondo capovolto vincitori, la voce

di cento nuovi faticosi video a colori

e cambiali rosa, la morte della bellissima

moglie del pirata eroe, uccisa dagli inglesi,

le mirabolanti imprese dei rivoluzionari

robot giapponesi, è vietato ovunque severamente

il giuoco del pallone, Sara del terzo

piano e i primi fuochi infantili, forse

è ancora in piedi, al di là della grande

porta a vetri, a due ante, tardo floreale,

sempre lindo l’androne, l’elegante portone

in legno chiaro di noce che non fermava

i ladri, la portinaia che sapeva cucinare,

il cane che ogni mattina ti svegliava

con il suo scodinzolare, semplicemente

felice di restare, di vederti crescere.

Il grande albero, con il suo abbraccio democratico,

matriarcale, per gli affittuari, per il padrone.

Forse l’hanno tagliato dopo tutto, le radici troppo

invasive incrinavano il selciato, le fronde

oscuravano il sole, qualcuno si

è lamentato, ha votato la commissione

condominiale, si sono opposti solo gli uccelli

vari che l’avevano come abitazione, hanno

autorizzato parcheggi, elettrificato il portone.

Non è più pulito l’ingresso, venduto

l’alloggio del custode. La grandiflora

interrotta nella sua crescita secolare,

il legno regalato a un falegname per farne tavoli e sedie.

O forse è solo l’infanzia

che s’annebbia, quel profumo di arrosto

la domenica mattina presto via via

sopraffatto dai chilometri percorsi, smarrito

con i fiori solitari e i semi rossi.

GIACOMO VIT – PREMIO SPECIALE DELLA GIURIA

A MI ÁN CONTÁT, PIERPAULI (friulano)

A mi àn contàt, Pierpauli, ch’a ti àn viodùt torzeonà pai ciamps dal Friul, di not, cun t’una anima crota e impirà pinsèirs ta li’ braghis dai onàrs. E ti ghi cridàvis a li’ àrbis, a li’ àghis, ai trois dai monts parseche a si rivoltàssin cuntra il fun ch’al ven drenti da li’ sfesis dal còur e dal ciàf, e al sbusa tal font li’ radìs…

A mi àn contàt, Pierpauli, ch’a ti àn viòdùt tornà ta la loiba di San Zuan 1 e picià manifesc’, scrits cul sanc ch’a ti coreva fòur dai deits, par visà il popul di dismòvisi da la indormia dal ultin influencer manovràt dai Siors dal Nuia, e imparà a sielsi il colòur da daghi a li’ peraulis pì vèris, chès ch’a respirin drenti di te…

A mi àn contàt, Pierpauli, ch’i ti àn viodùt sgualà pai simiteris e discuiarzi li’ tòmbis in duà ch’a duàrmin i arlefs da la Academiuta2 cun toc di luna in man, in duà ch’al duàr Argeo3 cun tal ciaf i bùtui di mil domandis, in duà ch’a duàr Novela4 cun ta la bocia la peraula profumada, in duà ch’al duàr Biagio5 cun tai vui inciamò il nissulà di ‘na barcia, e cun lòurs dismòts formà un s’ciap di benandants6 pronts a partì pa la strada da l’aria e scombati cuntra i spirts ciatifs dai nustris timps.

MI HANNO RACCONTATO, PIER PAOLO

Mi hanno raccontato, Pier Paolo, / che ti hanno visto vagabondare / lungo i campi del Friuli, di notte, / con un’anima nuda e infilzare / pensieri nei rami degli olmi. / E rimproveravi le erbe, le acque, / i sentieri dei monti affinché si ribellassero / al fumo che penetra / attraverso le fessure del cuore e della testa, / e fora sul fondo le radici … // Mi hanno raccontato, Pier Paolo, / che ti hanno visto riapparire / nella loggia di San Giovanni 1/ e appendere manifesti, scritti col sangue / che ti correva fuori dalle dita, / per avvertire il popolo di svegliarsi / dall’anestesia dell’ultimo influencer / manovrato dai Signori del Nulla, / e imparare a scegliere il colore / da dare alle parole più autentiche, / quelle che respirano dentro di te … // Mi hanno raccontato, Pier Paolo, / che ti hanno visto volare per i cimiteri / e scoprire le tombe / dove dormono gli allievi dell’ Academiuta2 / con un pezzo di luna in mano, / dove dorme Argeo3 / con in testa i germogli di mille domande, / dove dorme Novella4 / con in bocca la parola profumata, / dove dorme Biagio5 / con negli occhi ancora l’oscillare di una barca, / e con loro destati formare una frotta di benandanti6 / pronti a partire per la strada dell’aria / e combattere contro gli spiriti maligni / dei nostri tempi.

ENRICA POLEMIO

Francesco

Poesia è Francesco

che tira la camicia di suo padre

e urla Poesia non è suo padre

troppo alto per accorgersi

Le sue scarpe calpestano Camelie

e la cintura in pelle

è troppo stretta

blocca nella pancia

le parole più belle

Poesia è Francesco

che canta spesso senza intonare

Poesia non è suo padre

che adesso qualcosa la vede

la bocca di Francesco è sporca di cioccolato

si deve pulire

Ma il cioccolato è poesia

una stecca è una lettera da mangiare

Poesia è Francesco

e le sue mani di pesca

che accarezzano il volto stanco di sua madre

AGNESE MOSCONI

Alle mie ginocchia storte

Dicono non ci sia poesia

in questi spigolosi nodi,

in questa geometria sbagliata

che spezza la linea degli arti.

Non c’è eleganza in queste giunture,

solo la forza di chi ha capito

che la bellezza non vale la funzione:

così sorreggono i bambini

mentre ascoltano le favole,

accolgono la fronte

quando si è seduti e stanchi

e rendono sopportabile

ogni salita.

Mia nonna dice

siano consigliere del maltempo,

altri che ci sostengano

mentre parliamo con Dio.

Quanto a me,

in questo ruvido poligono

ritrovo mio padre,

quell’amore distratto che affatica

le ossa e le spinge all’esterno,

come una donna che vuole morire

ma non apre la finestra.

Non c’è teorema

né forme armoniose:

assomigliamo solamente

a ciò che nasce imperfetto.

ROSANNA GAMBARARA

1 – Palingenesi

Vanegiava ierattic el profeta

stanott: “Debelarann i alien d’Orion

da i occhie sensa ciglia e le legion

pietrificat d’Andromeda e la seta

velenosa dla coda dla cometa…

Stolti! En el sann ch’l’ov dla disolusion

el covne dentra, covne l’infesion

del profanat violat ofes pianeta…

Arcerchne – i veggh -, radic’ e erb pi camp…

arcendne el foch batend du sass…tel fond

dle grott – i veggh – artracc’ne la catura

de cerv e de bisont…morne d’paura

quand el mister del ciel urla de lamp…

sa la parola archminc’ne a inventè el mond”…

1 bis – Palingenesi

Vaneggiava ieratico il profeta stanotte:

“Debelleranno gli alieni di Orione dagli occhi senza ciglia,

e le legioni pietrificate di Andromeda

e la seta velenosa della coda della cometa.

Stolti!

Non lo sanno che l’uovo della dissoluzione lo covano dentro,

covano l’infezione del profanato violato offeso pianeta…

…ricercano – li vedo – radici ed erbe per i campi…

riaccendono il fuoco battendo due sassi…

nel fondo delle grotte – li vedo – tracciano di nuovo la cattura di cervi e di bisonti…

muoiono di paura quando il cielo nero urla di lampi…

con la parola ricominciano a inventare il mondo.”

GIMONDI E MARMELLATA D’ARANCE

Nei pomeriggi piovosi d’inverno, nella stanza al quarto piano del palazzo romano, incastrato lì, nella stretta via alberata del quartiere Trieste, i bambini socchiudono le ante della portafinestra che dà sul terrazzo piccolo e nella penombra giocano ai supereroi.

Lo fanno sempre quando le condizioni del tempo non permettono loro di scendere in cortile e incontrarsi con gli amici del vicinato: passano tutti i pomeriggi insieme e per loro farsi compagnia è la normalità.

Proprio in questo momento, però, la piccola sta pensando che non è giusto che i grandi facciano sempre i buoni, mentre lei deve sempre essere i cattivi. È stufa di non poter mai essere quella che trionfa e che viene acclamata dai cittadini di Gotham, o di Metropolis, o di New York. È stufa anche di essere quella che magari alla fine muore. Allora mette il broncio, incrocia le braccia, non si muove.

«Dai!» dicono i grandi.

«No!» urla lei. E gonfia il petto, col mento in alto, mentre un tuono rimbomba, pauroso, lontano.

I grandi ci provano a convincerla, ma la piccola sa essere testarda e non si lascia smuovere né dalle minacce, né dalle preghiere.

«Lasciatela perdere! Tanto è sempre la solita guastafeste!» sbotta Giorgio. «Cosa pensi? Che tutti possano essere dei supereroi? I supereroi sono forti, generosi e soprattutto coraggiosi! Tu sei solo una piccoletta, una mocciosa che rovina sempre tutto! Andiamo, ragazzi. Tanto con questa qui non si riesce mai a combinare niente!»

I grandi escono dalla stanza: Giorgio è il loro capo assoluto, quello che tutti vorrebbero essere. Nessuno si sognerebbe mai di opporsi a quello che dice o fa. Il suo ciuffo biondo lampeggia un attimo nella penombra e poi attraversa la porta, stella lucente che tutti seguono.

La piccola non risponde. È abituata alle parole del fratello maggiore. Sa che la considera poco più di niente. Come un po’ tutti in famiglia, del resto. La piccola sa di non poter competere con lui: Giorgio, il maschio, il primo figlio che non arrivava mai. Giorgio e i suoi successi sportivi. Giorgio che può andare a letto più tardi perché è grande e poi riesce comunque ad alzarsi la mattina dopo. Giorgio, cocco di mamma che non riesce mai a dirgli di no qualsiasi cosa chieda. Giorgio che brilla di luce propria, mentre tutti si accontentano di ruotargli intorno, proprio come fanno i pianeti con il Sole.

Non risponde, quindi, la piccola. A cosa servirebbe? Non piange neanche, però. Pensa. E decide di aspettare. E di osservare.

Passano i giorni e la piccola osserva.

Osserva Giorgio la mattina, quando si prepara per andare a scuola, sbadigli e capelli biondi sugli occhi. Lo osserva radunare i quaderni e i libri, legarli con la fascia elastica. Lo osserva nella sua fretta disordinata e decide che no, non è quello il momento.

Allora lo osserva all’ora di pranzo, quando ingoia senza voglia spaghetti, verdure e pezzi di pane. Lo osserva lanciare pigro il tovagliolo sul tavolo e alzarsi per la sua mezz’ora di lettura sul divano, imposta ogni giorno dalla madre. Ma sa che neanche quello è il momento.

Lo osserva nei pomeriggi di studio, mentre si sperde tra calcoli, date, capoluoghi di regione e noia; e lo osserva in quelli di svago, degli allenamenti di tennis, delle interminabili partite a biglie e degli schiamazzi con gli amici. Ma no, no: non sono neanche quelli i momenti!

Perché la piccola sa che il momento, l’unico momento che valga la pena di osservare è sabato pomeriggio, subito dopo pranzo.

Il sabato pomeriggio ha una dimensione tutta particolare: gli obblighi scolastici e lavorativi sono sospesi, il tempo si rilassa, la mente si libera. Il sabato pomeriggio è togliersi la divisa da indossare nel mondo per poter rimanere soli con sé stessi.

Il sabato pomeriggio sono le due ore di sigarette e birra che papà può trascorrere con i suoi amici al bar; sono le riviste che la mamma sfoglia sulla poltrona in tinello, occhiali sul naso che ritagliano ricette e copiano punti a maglia; sono le bamboline di carta con gli abitini da fermare con le alette che la piccola si diverte a svestire e rivestire; sono il tempo che Giorgio passa rinchiuso nel suo regno.

Sabato pomeriggio. La piccola sa che quello è il momento.

Adesso è nel corridoio che porta alla soffitta, seduta di fronte alla porta della minuscola mansarda che segna i confini del mondo di Giorgio.

Sa che lui è dentro.

Ogni sabato pomeriggio lui è dentro.

Passa ore e ore in questo luogo a cui alla piccola è vietato l’accesso se non in casi rarissimi e comunque mai da sola.

La piccola fissa la porta chiusa, ma lo vede. Lo vede attraverso le venature del legno, può percepire la sua concentrazione fuggire insieme alla luce dalla sottile fessura che separa la porta dal pavimento e diffondersi nell’aria come goccioline di sudore.

La piccola sorride e il bianco dei suoi denti lampeggia un attimo nella penombra. Poi il sorriso si spegne e la penombra torna buia.

La piccola aspetta. E osserva.

Le giornate si susseguono tutte uguali: la scuola, i compiti, i giochi. Ci sono stati ancora dei pomeriggi di pioggia e i bambini sono tornati a socchiudere le ante della portafinestra e a giocare ai supereroi. Si litiga, ma poi la voglia di divertirsi è più forte di quella di tenere il muso. Soprattutto se piove e non si ha altra scelta. La bambina ha accumulato nuove sconfitte. Qualche volta i supereroi hanno ucciso i cattivi e quindi lei è morta. Ma non si è ribellata, stavolta. Ha giocato come sempre, come aveva fatto prima. Prima di iniziare a osservare.

Sono passate due settimane. La piccola è di nuovo nel corridoio che porta alla soffitta. Stavolta non è seduta, ma in piedi di fronte alla porta della minuscola mansarda che racchiude il regno di Giorgio. I suoi occhi non sono più in frenetica ricerca, ma mostrano una fredda e lucida determinazione.

La piccola non sta più osservando.

Ha saputo aspettare, è stata paziente, non si è fatta dominare da decisioni impulsive che avrebbero potuto rovinare tutto.

È stata brava, ma adesso basta.

La piccola sa cosa deve fare e sa che deve farlo ora. Non può più aspettare perché sa che questo è il momento.

Questo è un sabato pomeriggio particolare.

Il regno di Giorgio è vuoto. Lui è partito, insieme alla mamma e al papà, invitati a un matrimonio fuori città per il quale, ancora una volta, lei è stata considerata troppo piccola.

Ha chiesto, pregato, insistito perché la portassero con loro. Avrebbe indossato il vestito nuovo, quello azzurro con le balze comprato con la mamma qualche giorno prima nel negozio dove si va solo per gli acquisti speciali. Gliel’ha detto, alla mamma, che desiderava tanto provare il vestito nuovo, che sarebbe stata buona, che non si sarebbe lamentata. Ma è stato tutto inutile.

«Sei troppo piccola, ti annoieresti», è stato il verdetto finale. Sempre lo stesso. Seguito dal sorriso beffardo del fratello sotto il suo ciuffo biondo.

E quindi, eccola qua, davanti alla porta del regno vuoto di Giorgio.

La piccola tende l’orecchio: sente arrivare il rumore della televisione, nel tinello al piano di sotto. Aurora è ancora lì, davanti al suo sceneggiato preferito. Non farà caso a lei. Almeno per un po’.

La piccola si avvicina alla porta. Si ferma ancora un attimo, cauta. Appoggia piano piano l’orecchio: nessun suono. Il regno è vuoto.

Allora raccoglie tutto il suo coraggio: impugna la maniglia e l’abbassa decisa. È aperta: Giorgio è un re distratto.

La piccola è accolta da una silenziosa penombra. Il regno è vuoto e lei è dentro. Da sola.

Aspetta qualche minuto che i suoi occhi si abituino al cambiamento di luce. Il regno non è molto luminoso: solo un abbaino permette che non sia del tutto al buio.

Poi, nell’ombra, la piccola comincia a intravedere i profili.

Le tre scatole sono lì: quella blu, quella verde e quella beige. La scritta Gentilini si legge appena, nella luce scarsa della stanza.

La piccola si avvicina. La sua preferita è quella blu, quella con tutti i biscotti disegnati sopra. I biscotti Gentilini sono una tradizione di famiglia: nonna Tilde è una loro cugina buona e ogni domenica, quando arriva per pranzo, ne porta in dono una scatola.

La piccola ama i biscotti Gentilini, soprattutto gli Osvego, più cicciotti e più gustosi dei Novellini che sono, invece, i preferiti di Giorgio e della mamma.

Ma la piccola non è interessata ai biscotti, ora. Non ci sono biscotti dentro le scatole, ora.

Giorgio le ha prese, dopo averle chieste alla mamma, le ha pulite con cura e ci ha messo dentro quello a cui tiene di più al mondo. Quello che gli fa compagnia subito dopo pranzo tutti i sabati pomeriggio.

Le scatole, ora, custodiscono il tesoro di Giorgio.

Moser, Gimondi, Mercks, Hinault.

Volti e nomi la fissano da dietro la plastica trasparente. Alcuni in primo piano, altri ripresi nello sforzo della pedalata. Per la piccola non significano niente di più di quello che sono: volti e nomi rinchiusi in bigliette dal guscio metà di plastica colorata e metà trasparente. Ma quello è il tesoro di Giorgio!

Sono mesi e mesi di continue preghiere ai genitori per ottenere i soldi e acquistare la retina di plastica da tabaccai e giornalai; sono interi pomeriggi di scambi con gli amici, alla ricerca del velocista mancante o dell’amato scalatore. È soprattutto il frutto di lunghi mattini e pomeriggi d’estate passati curvi sotto il sole su piste di sabbia, in gare all’ultimo sangue sulla spiaggia di Ladispoli. Un colpo di indice e via! Chi vince guadagna una pallina da tutti gli altri. E Giorgio vince. Vince sempre.

Quelle palline sottratte ai suoi amici-avversari sono il suo orgoglio.

Nelle gare disputate durante le ultime estati, nessuno è mai riuscito a batterlo.

E d’inverno Giorgio, tutti i sabati pomeriggio, si rinchiude lì, in quella stanza, con il suo tesoro custodito nelle scatole dei biscotti Gentilini.

Guarda le sue biglie, controlla che ci siano tutte, soprattutto quelle dei corridori più ambiti o quelle più rare o quelle vinte al termine di duelli infiniti. Perché quando si acquista la retina, non si può scegliere: le biglie e i ciclisti che contiene sono combinati in maniera del tutto casuale.

E poi, dopo aver rimirato il suo tesoro, Giorgio gioca.

Si è costruito una pista con delle assi di legno e l’ha riempita di sabbia, acquistata con i suoi risparmi dal negozio di forniture edili all’angolo. Ci ha messo settimane a farla. Ma una volta finita, tutti i sabati pomeriggio sono stati dedicati a sfide che Giorgio ingaggia da solo, tra scalate e volate.

La piccola fissa le palline che ha allineato in silenzio sul pavimento: il tesoro di Giorgio! Sorride.

Ora è seduta in cucina. Aurora sta preparando la merenda, proprio come ha lasciato detto la mamma: pane e marmellata. La piccola spera che ci sia la marmellata d’arance: è l’unica a mangiarla in famiglia. Nessuno degli altri ama quel gusto un po’ asprigno. A lei invece piace. Ma la mamma non la compra spesso: fa sempre attenzione alle spese familiari e comprare qualcosa che poi non sarà usato da tutti è un’eccezione. Come la marmellata d’arance.

Un’ora fa la piccola ha rimesso il batticarne nel cassetto. Alla fine non l’ha usato. Ha avuto paura. Di fare troppo rumore: Aurora avrebbe potuto sentire i colpi, nonostante la televisione accesa. I piedi sono stati perfetti. È piccola, glielo dicono sempre, ma il suo peso è stato sufficiente. Forse ci ha messo un po’ più di tempo. Ma non aveva fretta. Giorgio non rientrerà che a notte fonda.

Pensa alla faccia del fratello la prossima volta che entrerà nel suo regno. Sa che non potrà vederla, perché lui, come al solito, non le permetterà di entrare. Non subito, almeno. Ma non importa. Riuscirà a immaginarlo lo stesso, come tante volte è riuscita a vederlo giocare con la sua pista di legno e sabbia, seduta dietro la porta chiusa della mansarda.

È vero, bisogna essere coraggiosi per essere un supereroe. Ma ci vuole coraggio anche per essere un cattivo. E del resto, chi ha detto che un supereroe debba essere per forza buono?

La piccola mette la mano nella tasca della tuta e accarezza l’oggetto tondo che nasconde. Felice Gimondi: non sa neanche chi sia. Le piace il nome. Ha deciso di risparmiarlo. Poi addenta il pane con la marmellata. È di arance. Sorride.

Sente il gusto amaro sulla lingua. Ingoia briciole e soddisfazione. Accarezza di nuovo piano la pallina nella tasca. Gimondi e marmellata d’arance: un bellissimo sabato pomeriggio.

***

La bambina saltella, mentre la donna sistema i fiori, i capelli raccolti in un foulard a riparare dal vento.

«Aspettami qui!» dice la donna e si allontana per raggiungere la fontana e riempire una bottiglia di plastica. È da un po’ che ha adottato questa tecnica: entra dal cancello, percorre il vialetto, si ferma alla prima fontana, quella davanti all’ossario, e prende una bottiglia di plastica di quelle abbandonate dagli altri. Poi comincia il giro, senza spostare vasi e fioriere: è più comodo così.

Si guarda intorno: non c’è nessuno. È domenica mattina ed è presto, la maggior parte delle persone è ancora a letto. E poi la gente ha sempre meno tempo per questo genere di cose. Non si accorge di quello che accade a chi le vive intorno: a chi può interessare andare a fare visita ai morti?

Torna verso la bambina. Da lontano vede che è ferma e osserva qualcosa. Si avvicina.

«Mamma, chi è questo?»

La donna segue il suo sguardo.

«Una persona che era famosa tanti anni fa. Era uno sportivo.»

«Ed era forte?»

«Oh, sì. Era una campione.»

«Ed è morto, mamma?»

«Sì, tesoro. È morto.»

«E perché sta qui?»

«È una lunga storia, tesoro.»

«E non puoi raccontarmela?»

«No, non posso raccontartela. È successa tanti, tanti anni fa e io ho promesso che non l’avrei raccontata mai a nessuno. Non posso infrangere una promessa, neanche per te. Lo capisci, vero? Una promessa è una cosa sacra. Adesso vuoi aiutarmi a sistemare i fiori?»

Porge uno dei mazzi alla bambina.

«Ma mamma, tu vieni tutte le domeniche mattina qui, quando io resto a casa con papà?»

«Sì, tesoro, anche questa è una promessa che ho fatto tanti, tanti anni fa.»

«A chi l’hai fatta? Al campione della foto?»

«No, amore. Lui io non lo conoscevo neanche. Dai che abbiamo quasi finito, adesso andiamo a comprare le pastarelle da Marinari e poi all’aeroporto a prendere papà.»

«Posso sceglierle io, le pastarelle?»

«Ma certo!»

Si prendono per mano.

«Mamma, ma come si chiamava?»

«Chi, tesoro mio?»

«Il campione.»

La donna alza lo sguardo.

La pallina è lì. Anni prima, dopo averla custodita a lungo dentro a un cassetto, nascosta sotto i rimorsi, l’aveva presa e l’aveva portata lì: per restituirla.

Chiusa dentro una piccola teca, di modo che nessuno possa portarla via e che il vento non riesca a rubarla, l’immagine del campione è minuscola rispetto alle foto della lapide: un uomo e una donna sorridenti ai lati, un ragazzino con un ciuffo di capelli biondi al centro.

La donna chiude gli occhi. Ricordi e rimpianti si confondono in un sapore di arance amare che non è stata più capace di riassaggiare, dopo. Chi avrebbe potuto immaginare un sabato pomeriggio di tanti anni fa? Chi poteva prevedere? Chi avrebbe potuto pensare che non avrebbe vinto nessuno, né i cattivi né i supereroi, ma che il Fato, travestito da ubriaco al volante, si sarebbe preso la sua rivincita su entrambi?

La donna stringe la mano della bambina. Sospira: «Felice Gimondi, tesoro. Si chiamava Felice Gimondi.»

La deviazione del portaordini

Il mondo ha smesso di girare e il cielo si è ritirato dietro a un blocco solido di nubi. L’odore è quello dell’inverno che sta per piangere a dirotto il suo sconcerto. Il sacco con la posta è arrivato alla nostra postazione appena in tempo: tra pochi minuti nevicherà fitto – conosco quest’aria che pizzica il naso – e l’alpino incaricato a portare le missive fin quassù non ce l’avrebbe mai fatta in mezzo alla tormenta.

Un pallido caporale distribuisce le lettere a noi soldati, cercando di abbinare il nome scritto con calligrafia incerta sulla busta a una delle tante facce che lo accerchiano. La fame di speranza di quelle rughe ventenni è seconda solo a quella per il rancio, che ormai arriva sempre più misero e rado. Ogni volta che una busta trova il suo destinatario viene aperta con dolce ferocia, affetto disperato, da dita così gelate da scoprirsi incapaci nel maneggiare quel dono fragile. Su quelle carte ammollate dall’umidità si arrampicano le parole di madri e fidanzate, premure e raccomandazioni spedite da remoti villaggi della penisola.

«La mia dov’è?» chiedo al collega dopo la spartizione.

«Finite» fa l’altro spolverando con la mano il fondo del sacco.

«Controlla bene: ci deve essere» insisto.

Il caporale rivolta la tela del sacco come un calzino e la scrolla davanti a me. Ne esce solo una foglia morta.

Non ricevo lettere da Agnese da almeno due mesi, forse tre. Quassù il calendario smarrisce i giorni e le lune nuove. Sono tempi duri per chi si vuole bene: è da anni che siamo in guerra e mi viene da pensare che lo siamo sempre stati.

Mi siedo su una roccia fissando il valico di fronte. Di là ci sono i nemici. Di qua ci siamo noi. In mezzo ci dovrebbe essere tutto il nostro odio reciproco. Eppure ricordo ancora quando da bambino scavallavo la vetta per andare loro incontro. Non ci capivamo, ma ci scambiavamo formaggi. Ora ci scambiamo solo pallottole e bombe a mano.

Il panorama dei miei ricordi è oscurato dall’attendente del colonnello che mi si para davanti.

«Danilo, che fai lì impalato? Ti vuole il colonnello» dice. «Porta uno con te.»

Mi guardo attorno in cerca di un compare, anche se non vorrei essere io a scegliere. Come al solito ci sarà da camminare fino a consumarsi le ginocchia, ma meglio così che stare sotto il fuoco nemico. Metto gli occhi su Beppe, un ragazzo di diciotto anni che sta riguardando la sua lettera stropicciata per la centesima volta. Tutta la sua faccia ha la foggia di un sorriso, non solo la piega della labbra. È stato graziato da cinque minuti di rara gioia in mezzo a un secolo di orrori.

«Non mi ricordavo che sapessi leggere» gli dico.

«Beh, non bene, quasi niente» fa lui. «Ma questa è la sua firma, la riconoscerei fra mille!»

«Marisa?» chiedo io, traducendo lo scarabocchio minuto in fondo alla pagina.

«Proprio lei!» si rallegra Beppe.

Do una scorsa veloce a quelle frasi vergate sul foglio in modo formale, quasi fosse l’atto di un notaio. Quelle parole piccole e graziose dicono a Beppe di non pensare più a lei. Dicono che ogni promessa fatta prima di partire deve ritenersi nulla. Dicono che lei sposerà un altro, un signorino di buona famiglia che è stato riformato. Non vuole diventare, lei, Marisa, già vedova prima di sposarsi.

Da vero vigliacco, a Beppe non dico nulla. Gli assesto invece una pacca sulla schiena come per complimentarmi. Dove troverebbe altrimenti la forza per tirare avanti in questo inferno, senza il miraggio di una ricompensa?

«Mi ama, vero?» chiede lui accennando alla lettera.

«Sei un uomo fortunato» faccio io. «Vieni con me, ché c’è un lavoro per noi.»

Ci facciamo spiegare dal colonnello la nostra missione: raggiungere il comando di divisione per consegnare delle mappe sulle quali è riportato lo schieramento tenuto dai battaglioni.

Chiedo dove si trovi di preciso il comando. Il colonnello, uomo di pianura, indica con il dito una direzione vaga. «Dovete scavalcare quella montagna e poi scendere a valle. Troverete un fiume: seguite il suo corso e vi porterà a destinazione.»

Mentre la notte si avvolge attorno al campo, la tavolozza del cielo ci riserva solo gradazioni di grigio. Tutto sconsiglierebbe di partire adesso, ma non possiamo tirarci indietro. Mi infilo il plico del colonnello nella tasca interna del giaccone, recupero la carabina, qualche galletta ammuffita, scatolette di carne e una tenda che assicuro con una corda allo zaino.

Osservando il cielo, Beppe prega, io bestemmio. Poi partiamo.

Mi ricordo bene, prima, quando ancora non avevo nemici. Queste montagne erano sì un pericolo, ma puro, come solo la natura sa essere. Gli agguati erano tesi dalle valanghe e dalle frane, non da un cecchino posizionato sul cucuzzolo di fronte. Oggi, che mi hanno assegnato dei nemici, salgo e scendo dalle montagne portando ordini alle compagnie in linea, oppure scivolo verso le retrovie per chiedere rifornimenti di munizioni e viveri. Hanno scelto me perché conosco bene queste asperità, cammino veloce e sono codardo: piuttosto che combattere in trincea, preferisco scorrazzare lungo i sentieri. Rispetto ai percorsi che facevo da bambino, in guerra ho scoperto anche nuove strade e comode scorciatoie. Tutto il reggimento mi conosce: sono il primo a cui chiedono notizie sull’arrivo delle sigarette, sul rancio, sul tempo che farà.

Ho fiuto per il tempo, l’ho sempre avuto. Non mi sorprende allora che fin da subito inizi a nevicare con insistenza, mentre io e Beppe saliamo verso la vetta. Meglio una pioggia di fiocchi ghiacciati che di proiettili di piombo, per carità, ma la guerra si combatte anche contro il meteo.

Per colpa della neve, il sentiero segnato sulla pendice del monte sparisce nel bianco e ben presto il vento trasforma la nevicata in bufera. Riusciamo a vedere appena un metro davanti a noi e quando ci voltiamo le nostre tracce sono già scomparse.

Pochi chilometri dopo ci rendiamo conto che non possiamo più proseguire. Meglio accamparci nel bosco e infilarci nella tenda. Per non congelare, dovremmo accendere un fuoco, ma ci siamo scordati i fiammiferi.

L’anno scorso ho visto un commilitone rimediare a questa mancanza; dovrei avere imparato l’insegnamento. Dopo aver recuperato dalla macchia qualche manciata di foglie secche, ramoscelli e piccoli tronchi, apro una cartuccia della carabina e ne cavo fuori la polvere da sparo. Quindi recupero la bacchetta che si usa per ripulire la canna dell’arma e la sfrego velocemente sui pantaloni fino a scaldarla. Quando appoggio la bacchetta alla polvere da sparo, scaturiscono scintille che incendiano le foglie e i ramoscelli, quindi i rami più grossi. Dopo averci soffiato su, le fiamme attecchiscono ai legnetti e iniziano a scaldarci le ossa.

Davanti al fuoco che arde vivace, biascichiamo qualche parola. Come sempre, si parla di cosa faremo una volta tornati a casa: io vorrei un mestiere onesto; lui una famiglia numerosa. Anche se non la nomino, lui sa che sto pensando ad Agnese. Anche se non la nomina, io so che sta pensando a Marisa. Gli dovrei dire la verità, ma si perderebbe prima di ritrovarla.

Quando ci svegliamo non c’è ancora il sole. Ha smesso di nevicare e il viaggio può riprendere.

La salita che affrontiamo è piuttosto ripida e man mano che saliamo in alto il bosco si dirada, lasciandoci più soli. Le montagne si spogliano di vegetazione, denudate anche da quel velo di neve fresca che prima le copriva. Privati di quel manto, i sentieri battuti tornano a mostrarsi, soprattutto quello che ci porterà su in cima: è una serpentina insidiosa che si spinge fino al passo da valicare. Nel silenzio dell’altitudine, non udiamo segni di vita, neppure di animali.

Una volta giunti sull’altro versante, scendiamo lentamente aggrappandoci dove capita, speroni di roccia o radici. La discesa è tanto ripida quanto lo era la salita dall’altra parte e la neve che si scoglie rende il terreno scivoloso. Per evitare una pozzanghera, faccio un balzo per aggrapparmi a un abete, ma il ramo si spezza e precipito al suolo, scivolando in una scarpata.

Precipitando sbatto contro cespugli, massi e tronchi d’albero, finché non mi ritrovo ammaccato qualche decina di metri più in basso. Gli ostacoli che la mia caduta ha incontrato mi hanno evitato di ruzzolare più a fondo, ma si sentono nelle ossa. Grido a Beppe che sono ancora vivo, quindi lui scende con cautela lungo la scarpata per soccorrermi.

Oltre diversi ematomi, ho una caviglia che sento rotta e forse qualche costola incrinata. Non me la sento di risalire fino al punto da cui sono caduto, al sentiero conosciuto. Decidiamo allora di imboccarne un altro più in basso, sperando di non perdere la rotta. Il risultato è che per un paio d’ore navighiamo alla cieca con il rischio di finire nelle mani dei nemici, assieme alle carte segrete che custodisco nel giaccone.

Il mio passo sciancato rallenta ora la marcia, costringendoci a scommettere su vie sempre più improbabili per evitare tratti troppo duri. Orientandoci con il sole seguiamo la giusta direzione, ma la strada che battiamo potrebbe non essere sicura. A un certo punto ci pare di sentire il rumore di un corso d’acqua provenire da qualche parte sotto di noi. Forse è il fiume di cui parlava il colonnello quando ci ha consegnato l’ordine.

«Tu resta qui, non sforzare la caviglia» mi fa Beppe. «Vado io a vedere.»

Mi siedo su un ceppo d’albero, mentre Beppe si allontana in direzione di quel rumore liquido. Il ragazzo ha un cuore d’oro, penso tra me, dovrei dirgli la verità. Non faccio in tempo a prendere una decisione che il rumore di una raffica di mitragliatrice cancella ogni proposito.

Imbraccio la carabina e corro con la caviglia a pezzi verso il punto in cui il mio compagno è scomparso. Superato il folto della vegetazione, si apre davanti a me una piccola radura esposta al sole. In mezzo alla radura, Beppe è disteso a terra. Si tiene il fegato sanguinante con entrambe le mani. Esco allo scoperto e lo afferro per le ascelle, cercando di trascinarlo nel bosco. Un’altra sventagliata di mitragliatrice spettina l’erba sotto i nostri piedi, per fortuna senza colpirci.

Una volta rifugiati nella vegetazione, Beppe tira fuori dalla giacca la lettera di Marisa.

«Mi ama, vero?» mi fa lui, come chiedendomi di leggere.

«Moltissimo» dico io con quel foglio insanguinato in mano.

Per un attimo lo vedo scuotere la testa. L’attimo dopo non scuote più nulla.

Quando scorgo da lontano una valle profonda e un docile corso d’acqua, il mio istinto intuisce che stavolta è il fiume buono, non quello traditore che è costato la vita a Beppe. Scendo verso la valle che sono tutto un dolore. Oltre il fiume ci sono le tende e le baracche del comando.

Consegno all’aiutante del maggiore il plico sgualcito, conservato per quasi due giorni vicino al cuore. L’uomo mi porta dall’ufficiale, un tizio dal viso scavato ma dai baffi curati. Quando apre la busta e legge le carte, una smorfia incomprensibile gli macchia il viso.

«Il tuo compagno?» chiede.

«Morto.»

«Sei ferito?»

«Nulla di grave.»

Il maggiore scrive qualcosa su un biglietto e lo infila nella stessa busta con cui sono arrivato. «Da consegnare al colonnello» mi dice. «Entro la giornata di domani. Intanto puoi dormire qui.»

Ordina all’aiutante di portarmi nella tenda degli ufficiali, dove ricevo qualcosa da mangiare: una gavetta di rancio caldo e un bicchiere di grappa.

Era da Natale che non mangiavo così.

Poco prima di addormentarmi penso ad Agnese. Il paese in cui vive, in fondo, non è molto distante da qui. Saranno al massimo una ventina di chilometri, forse quindici. Se non avessi la caviglia gonfia arriverei lì in poche ore. Anzi, anche con la caviglia in queste condizioni non ci dovrei mettere troppo. Se partissi adesso, saltando il sonno, sarei in paese all’alba, giusto in tempo per salutarla prima di tornare al mio battaglione. Il tutto entro la giornata, come da ordini ricevuti.

D’altronde che senso ha dormire, se c’è il tuo amore che ti aspetta?

Per tutta la notte cammino attraverso i boschi, scendendo verso la pianura, in direzione del paese in cui abitano Agnese e i suoi genitori. Nel buio, l’unico rumore è il mio respiro affannato, perfino la battaglia dorme. Mi lascio orientare dalle montagne che mi circondano, che qui sono familiari. Se qualcuno cogliesse questa mia deviazione notturna, crederebbe che sono un disertore. Invece sono soltanto un soldato acciaccato che cerca uno spiraglio di casa in un tempo straniero. Il dolore alla caviglia è ormai insopportabile. Quello alle costole, pugnalate continue.

Ma la mia donna mi aspetta e non mi posso fermare.

Quando arrivo alla fattoria della famiglia di Agnese, riconosco suo padre mentre zappa la terra accanto a un mulo. «Tonio» lo chiamo.

Lui alza la testa dalle zolle e mi guarda strano. Con gli occhi mi domanda che voglio.

«Sono Danilo» dico allargando le braccia.

«Danilo chi?» fa lui.

«Il fidanzato di Agnese.»

Tonio sgrana gli occhi e poi si appoggia rassegnato al manico della zappa.

Sono cambiato così tanto da quando sono partito? Quanto mi hanno consumato il rancio cattivo, la fatica, le malattie? Se ora mi guardassi con gli occhi di un estraneo, riconoscerei me stesso?

«È finita la guerra?» chiede Tonio.

«C’è ancora.»

«Perché sei qui?»

«Per Agnese.»

L’uomo non dice più nulla e riprende a zappare. Dietro di lui, a un centinaio di metri di distanza, vedo lei, Agnese, uscire dal fienile con una cesta in mano. Si ferma in mezzo all’aia guardandoci. Si starà chiedendo chi è quel vagabondo che sta importunando il padre.

«Vuoi andare da lei?» mi chiede Tonio senza smettere di zappare.

Ho camminato quasi venti chilometri per incontrarla, più quelli prima. Andare da lei è l’unica cosa che voglio in vita mia. Ma se lei ora avesse cambiato idea, se mi trovasse brutto, se si fosse già impegnata con un signorino riformato, o se semplicemente non volesse diventare una fidanzata già vedova, come potrei trovare ancora la forza di tirare avanti, di salire e scendere quelle montagne per una guerra intera senza la speranza di tornare da lei?

Voglio andare da lei, ma non ci andrò.

Volto allora le spalle alla fattoria e mi incammino verso la montagna.

Appena la via inizia a salire, però, un crepaccio mi si apre nel petto.

Giona, che visse nella balena

Il vice questore Matteo Caserta osservava il reticolo di crepe che segnava il soffitto del suo ufficio. Aveva una vera passione per la geografia e si immaginò che fosse la mappatura in bianco e nero di un enorme bacino idrografico. Il solco più grande era il fiume principale, le fenditure più leggere l’intricato sviluppo degli affluenti. Poteva trattarsi dell’Orinoco o del Rio delle Amazzoni, forse del continentale Volga. Il nuovo commissariato di Monza, ultimato solo qualche mese prima, manifestava qualche problema di assestamento.

Un languore, un silenzio malinconico, avvolgeva l’intero piano, la pandemia aveva messo in atto la diaspora della sua squadra. E c’era chi portava le pensioni a casa degli anziani, e c’era chi vigilava su eventuali assembramenti, e c’era chi organizzava posti di blocco per verificare le autocertificazioni. Nessuno dei suoi si era ammalato e questa era già una gran notizia. A metà marzo, come un padre apprensivo, aveva ascoltato con preoccupazione la tosse di Locatelli. Ma non erano comparsi altri sintomi, mancavano cioè febbre, insufficienza respiratoria, diarrea, problemi al gusto e all’olfatto, astenia acuta, dolori diffusi, estese irritazioni cutanee, insomma lo stretto necessario per poter accedere alle cure dei sanitari. E allora persino il suo agente, piuttosto costipato, era andato a prestare la sua opera sul territorio, un’espressione che Caserta detestava, come se di solito lavorassero nell’iperuranio.

Il momento era quello che era e un vice questore deve restare di presidio in commissariato, come fa il comandante che non abbandona la nave mentre l’equipaggio sbarca. Così, per la legge del contrappasso, si era trovato a vivere quel che aveva sempre cercato di scansare: i cosiddetti reati minori. Si trovò immerso in litigi condominiali, in risse al supermercato per un panetto di lievito, in lamentele per le puzze di un ristorante etnico, in banali smarrimenti di documenti, in rabbiose querele per una mezza parolaccia. Furti pochi, perché pure i ladri se ne stavano rintanati.

Ogni reato deve essere importante per un poliziotto ma, inutile negarlo, dopo oltre trent’anni di servizio aveva dovuto arrendersi: per le cose minute non aveva alcuna inclinazione. Dategli qualche omicidio da risolvere, diamine. Si sentiva come uno chef stellato che debba imbastire una pasta al burro: meglio lasciar fare a un’abile massaia. Sì, un atteggiamento snobistico fuori luogo, un difetto di cui era cosciente ma che non era mai riuscito a eliminare. Ora, a cinquantasei anni, gli pareva oltremodo difficile che potesse avere un qualche miglioramento.

E gli era toccato in sorte questo caso.

Gli avevano fatto un rapido resoconto dei fatti ma la faccenda era talmente fuori dal comune che Caserta pensò che gli agenti della volante avessero omesso qualche dettaglio fondamentale o che, al contrario, avessero caricato di significato eventi senza troppa importanza. Il tutto non funzionava, come un elettrodomestico con le pile inserite a poli invertiti, il più col meno e il meno col più, o qualcosa di simile. A cominciare dall’aspetto. Il barbone, così gli era stato rappresentato, si mostrava ben diverso dal cliché del senza fissa dimora. Pareva un nobile decaduto, vissuto probabilmente fra pareti cariche di ritratti di avi, fra comò Napoleone III e divani damascati. Una patina, simile a quella che si deposita sui quadri abbandonati in cantina, ne opacizzava la figura. Ma quest’evidente caduta sociale non traspariva affatto dai suoi modi, il tono della voce si manifestava basso quanto si conviene. Volle dare la mano al vice questore a ogni costo, una stretta caricata il giusto, non troppo debole né troppo rude: da ambasciatore. Forse c’era stato un tempo in cui aveva frequentato preziosi ricevimenti in cui la discrezione era il passepartout per il contatto sociale. Il suo fisico, alto e asciutto, era avvolto da un’aura di distinzione. L’unico segnale di una reale cesura col passato era quel codino in cui raccoglieva i capelli grigi troppo lunghi.

Caserta lo fece accomodare. Calcolò al volo la distanza che li separava, un paio di metri buoni.

«Può abbassare la mascherina.»

E così fece anche il vice questore, la barba fluente bagnata come il pelo di un cane finito in una pozza.

«Caserta, un cognome che ha forse qualche origine ebraica.»

«Non ho mai fatto particolari indagini, è possibile. Ma, visto che siamo sull’argomento, mi parli un po’ del suo: Squassi-Carella, fa quasi paura pronunciarlo.»

Per tutta risposta l’uomo cominciò a frugarsi nelle tasche della giacca. Per un momento il vice questore immaginò che avrebbe estratto un biglietto da visita con stemma araldico del casato. Invece, con sua sorpresa, fece capolino una bottiglietta di acqua ossigenata.

«Mi perdoni, ma non riesco a farne a meno. Temevo di averla smarrita nel trambusto. Almeno un paio di volte al giorno faccio degli sciacqui, mantiene lo smalto splendente.»

Effettivamente, il sorriso che ne seguì mostrò una dentatura perfetta, di un bianco abbagliante. Davvero originale il nobile decaduto. Le sue parole avevano un suono pacato, parevano il frutto di un’autentica serenità. Il fatto che si trovasse di fonte a un vice questore non lo intimidiva affatto. Viveva quel colloquio con naturalezza, l’inquisito sentiva di poter interagire con assoluta disinvoltura.

«Ha mai provato l’acqua ossigenata? Funziona davvero.»

«Io sono un tradizionalista. Sono fermo alla Pasta del Capitano. Ma torniamo a noi, parlavamo del suo cognome.»

«Immagino cosa voglia sapere. Lei si chiede come mi sia ridotto in questo stato, con un cognome simile. Diciamo che è un pezzo della mia vita di cui non voglio parlare. Sono stato ricco e ora sono povero: scelte. Da bambino ti mettono sullo scivolo: vai giù, direzione obbligata. Da grande è uguale, per te è pronta una strada in discesa, decisa da altri. Io ho scelto di saltare in corsa dal toboga, non sono arrivato nel posto dove tutti mi aspettavano. E ho fatto bene.»

Il vice questore ascoltava attento; il tipo, tutto sommato, gli piaceva. Ma non si sarebbe fatto troppo incantare. Spesso le persone che vivono in strada romanzano assai sul proprio destino e spiegano la loro condizione con ipnotici discorsi da abili affabulatori, aggiungono dettagli per rendere più accattivante il racconto, la cui veridicità, per altro, sarebbe tutta da accertare.

«Posso chiamarla col nome proprio? Squassi-Carella mi pare troppo ingombrante. Dunque, Eugenio, comprendo la scelta di indipendenza, a suo modo è stato coraggioso. Come diceva quel cantautore? Libertà e perline colorate. Ma la mia libertà finisce dove comincia quella degli altri. Qui ci sono reati. Parliamo di violazione di proprietà. Parliamo di un’effrazione in un ufficio pubblico.»

«Effrazione è una parola grossa, quelli son gli scassi col piede di porco. Io ho dato solo una spallata. Ci sono porte che soffi e entri.»

«E lei ha soffiato. Conosceva gli ambienti, a quanto pare.»

« I posti che frequenta la gente come me, che vive in strada, non sono molti: i dormitori, i centri di accoglienza, le mense sociali, la Caritas. E le biblioteche. Si sta caldi d’inverno e freschi d’estate e non possono mandarti via. Trovi i bagni puliti e ti lavi un po’, magari ti fai pure la barba.»

«Non credo che tutte queste attività siano consentite, ma andiamo oltre. Quando è entrato nei locali della biblioteca?»

«Il primo lunedì dopo la chiusura totale.»

«Il 9 marzo?»

«Sì, mi pare il 9. Col buio, le sette o le otto di sera, se ricordo bene.»

«E ci è rimasto più di due mesi. Fino a oggi, quando la signora delle pulizie è tornata fra gli scaffali. Ha capito di non essere sola e le è preso un mezzo infarto.»

«Di questo mi dispiaccio molto. Sì, ero lì da un paio di mesi. Uscivo per prendere da mangiare e poi tornavo, pasti frugali. A lei, signor vice questore, credo invece che piaccia il buon cibo.»

Caserta, 130 chili mal distribuiti su una pur ragguardevole altezza. La sincerità di Squassi-Carella rasentava l’impudenza. Non faceva nulla per alleggerire la propria posizione, si divertiva a giocare con sfrontatezza. Il suo candore era assoluto, ogni sua parola brillava di rara spontaneità. Era palese l’assenza di freni inibitori. Gli stenti della vita di strada non ne avevano però minato la lucidità. Aveva ben inquadrato il vice questore, collocandolo nella solida architettura del mondo che si era edificato. E il pallino della situazione voleva tenerlo in mano lui, l’indagato, anche a dispetto dei santi.

«Lei ama le biblioteche? Dev’essere un gran lettore, un poliziotto letterato.»

«Certo che le amo, ma non così tanto da sceglierle come albergo. Piuttosto, è vero che, alla richiesta di spiegazione dei miei sottoposti, lei ha dichiarato di essere l’occupante

«Ho detto la pura e semplice verità, esiste un termine più calzante?»

Caserta, di primo acchito, non seppe rispondere. Quell’interrogatorio strampalato finiva per confonderlo, ma poi si riprese.

«Io, dopo occupante, aggiungerei almeno abusivo

«Mi sono solo rifugiato in un luogo sicuro: zero rischi, niente virus. E poi, vivere in una biblioteca chiusa, senza nessuno, è sempre stato il mio sogno.»

Il pensiero del vice questore andò per un attimo a Borges, ma erano riflessioni troppo alte per questa situazione. L’occupante non era un insigne letterato ma un simpatico cialtrone. La domanda, invece, si imponeva.

«Cos’ha fatto là dentro in questi due lunghi mesi?»

«Ho letto parecchio, classici, soprattutto. Poi ho recuperato un vecchio computer dalla cantina. E ho visto diversi film.»

«Tipo?»

Caserta era ormai incuriosito.

«Tutto Hitchcock, tutto Kubrick. E poi un po’ di neorealismo, un bianco e nero favoloso, storie che colpiscono al cuore. Qualcosa di Clint Eastwood. Ho rivisto I ponti di Madison County e glielo confermo: troppo melenso.»

«Sa che il suo soggiorno creerà problemi? Uno scherzetto che costerà alla collettività oltre mille euro. Dovranno sanificare l’intero edificio.»

«Guardi che io sono un maniaco della pulizia. Ogni oggetto che ho preso in consegna l’ho disinfettato: acqua ossigenata e alcol, i miei fedeli compagni. E ho ripetuto l’operazione prima di riporre ogni cosa, libro o DVD che fosse. Ho curato gli ambienti. Al banco prestiti c’era un profumatore, sa, quella bottiglietta con i bastoncini. Li ho girati ogni cinque giorni in modo che il profumo nell’ambiente fosse costante. Sì, sono un po’ fissato su certe cose.»

«Apprezzo i suoi interventi igienizzanti ma è tempo di coronavirus. Il trattamento va effettuato per legge.»

L’uomo parve costernato. La faccenda dei mille euro l’aveva davvero turbato.

«Andrò in galera?»

«Lei ha diversi precedenti. Deciderà il magistrato.»

«E la tessera della biblioteca? Dice che me la ritireranno? Sa, ho lasciato Il Conte di Montecristo a metà e mi piacerebbe finirlo.»

Caserta pose gli occhi al cielo e intercettò di nuovo il reticolo di crepe: sì, poteva essere l’Orinoco. Si alzò per sgranchirsi e si diresse verso la finestra per sbirciare fuori. Dalla periferia la città appariva lontana, bruciata dal sole, avvolta nella sfocatura di un miraggio. Uomini e donne di tutte le razze sostavano davanti all’ingresso del commissariato, i volti accomunati dalle mascherine. Osservò il loro perfetto distanziamento. Poi tornò a sedere, desideroso di concludere la curiosa vicenda.

Ma qualcosa era cambiato, l’occupante teneva lo sguardo basso, prigioniero di un’improvvisa catatonia. Poi gli comparve un leggero tremito alle mani e misteriosi fantasmi vennero a mettere a soqquadro il suo equilibrio, a inchiodarlo a imperscrutabili incubi. Pareva incredibile che questa figura fragile e vulnerabile fosse davvero l’Eugenio Squassi-Carella di qualche istante prima.

Il vice questore stette senza parlare, l’instabilità emotiva dell’uomo lo aveva zittito: ne ebbe pena. Intrattenere e consolare non facevano parte dei suoi compiti ma Caserta avrebbe fatto un’eccezione, qualcosa era possibile anche a due metri di distanza.

«Il resto del libro glielo racconto io, mi dica solo a che punto era arrivato. Edmond Dantès era già evaso dal Castello d’If

SEZIONE B – SILLOGE INEDITA

– Alessia Bronico – Scienza di morte : violare la vita – Padenghe sul Garda (Bs)

– Daniela Raimondi – La donna più vecchia del mondo – Saltrio (Va)

– Giorgio Papitto – Le parti animali – Alatri (Fr)

Premio poesia dialettale

Carlo Rettore – Vansi e altri dì – Borgoricco (Pd)

Sillogi segnalate

Alice Serrao – PadreMadre – Rho (Mi)

Francesco Balasso – L’altra ora – Marano Vicentino (Vi)

Jacopo Curi – Il muro – Appignano (Mc)

Massimiliano Di Mario -Tratti opachi su tela nera – Padova

SEZIONE C – POESIA INEDITA

– Alfredo Rienzi – La fotografia di una rondine – San Mauro (To)

– Gianpiero Casagrande – Grandiflora – Saluzzo

– Luigi Balocchi – La ballata del Gigino Matt – Mortara

Poesie segnalate

Agnese Mosconi – Alle mie ginocchia storte – Rimini

Enrica Polemio – Francesco – Bari

Rosanna Gambarara – Palingenesi – Roma

Premio speciale della Giuria

Giacomo Vit – Mi hanno raccontato, Pierpaolo / A mi an contat, Pierpauli– Bagnarola (Pn)

SEZIONE D – RACCONTO INEDITO

-Davide Bacchilega – La deviazione dei portaordini – Lugo

-Francesca Ferrante – Gimondi e marmellata d’arance – Pesaro

-Marco Speciale – Giona che visse nella balena – Monza

Racconti segnalati

Franca Parazzoli – Il triplo Axel – Angera (Va)

Sualen Riccardi – Si prega di chiudere gli occhi – Borgo Veneto (Pd)

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