Testi inediti vincitori e motivazioni edizione 2021

MOTIVAZIONI GIURIA

SEZIONE A – LIBRO EDITO

UMBERTO PIERSANTI

Campi d’ostinato amore

La nave di Teseo

2020

Umberto Piersanti, uno dei grandi poeti della nostra modernità, continua con Campi d’ostinato amore a perlustrare le sue Cesane, luogo del mito e della storia, che sembrano sconfinare con la Galassia, affondare in un «tempo / remoto, / remoto più d’ogni altra storia / e vicenda».

E lo fa addentrandosi con lo stesso spirito di sempre, ma pervaso di un’intimità nuova, nella terra perduta e ritrovata dell’infanzia, «eterna epifania / Eden che il tempo / non intacca / ma innalza», segnata dalla guerra, dall’assenza del padre-soldato, dalla presenza di figure familiari che sembrano ancora sbucare da un fosso, nella nebbia di un’alba o tra le luci di una notte stellata che si apre all’Immane del mondo.

C’è la gioia, in questo libro pensoso e stupefatto, c’è il dolore, c’è la vita vegetale e animale che vibra di leggende remote e intatte, c’è il selvatico dei boschi, popolato di suoni paurosi, di anime fruscianti, la domesticità concreta di un focolare; ci sono madri, sorelle, case, figli evocati sul confine del sogno, con una delicatezza di lingua che non dimentica però mai quella concretezza e quella precisione del vocabolario che la vera memoria poetica esige.

E c’è il «tu» che divide e congiunge il tempo di ora con quello di allora, l’uomo ferito dagli anni – eppure sempre così assetato di vita, così indomabile – con il «giovinetto / che hai lasciato / per sempre camminare / in quel sentiero», il puer aeternus che continua a parlarci di fole, a tenerci legato a quel prima che docilmente, misteriosamente ci viene incontro da chissà quale era della vita.

Pochi poeti, nell’ultimo mezzo secolo, hanno saputo coniugare leggibilità e intensità della scrittura come Umberto Piersanti, creare miti così densi di umanità e di commozione, così asciutti e veri, così intrisi – come dice il titolo – di un amore ostinato per la vita.

Motivazione scritta da Giancarlo Pontiggia

MATTEO MUNARETTO

Preparazione per l’arca

Moretti & Vitali, 2021

Le qualità poetiche di questo splendido e sinfonico libro di Matteo Munaretto si spiegano e si apprezzano tenendo anzitutto conto del suo punto di partenza: l’agostiniana «vecchiaia del mondo»; di un mondo che «ha in odio / se stesso – e la poesia – come ogni cosa / che ascoltavamo ridere e felice sulla cima / delicata della vita / è schernita se non sia / sciatta, senza gioia: / l’ha perduta, / deve sparire ogni traccia. – Non sa / guardare in faccia la bellezza, / l’inerme purità dell’esistente / chi l’ha disfatta e coperta di sputi». È dunque in nome della «bellezza antica», còlta e francescanamente delibata anche nelle manifestazioni più umili del creato e nei dettagli all’apparenza più insignificanti, come il pane in cui «ama / nascondersi» la sapienza, che la poesia di Munaretto reagisce a tanta desolazione, facendo leva su «rime / che mimano delizie / fatte di mica, gialle di forsizie», confidando «in un’umile scienza degli a-capo», in una «lingua che non abdica all’umano, / franta ne emana / lo splendore, ne mesce la celeste / vertigine nel vino che ci incanta». È una poesia, la sua, nutrita sì di cultura classica e biblica, di sapienza cristiana, patristica e dantesca, ma aperta pure alle suggestioni della migliore lirica novecentesca, non solo italiana, all’insegna del canto e dell’incanto. Per lui, come per Miłosz, la poesia è «inseguimento appassionato del Reale», nell’intuitiva certezza che la struttura del mondo è «dotata di senso». Di qui, mosso da un entusiasmo contagioso e da un sentimento, nonostante tutto, di «perfetta letizia», che si traducono in un fervido rampollare di metafore e di rime, Munaretto, nelle vesti ora di Noè ora di Ulisse, dopo un lungo errare, drizza la prora della sua arca salvifica verso la terra dei padri, anzi del Padre, in un viaggio che si configura appunto come un ritorno a casa, «nella rosa / in fiamme / ardet nec consumitur / nel cuore di lode che muove ogni cosa».

Motivazione scritta da Carlo Prosperi

ROBERTO ROSSI PRECERUTTI

Leggendo Rossi Precerutti ci si ritrova trasportati a capofitto dentro a una vertigine barocca. Nelle quattro sezioni, nelle quattro spesse, eppure ariose volute architettoniche, che danno straniante struttura unitaria a Il sogno del cavaliere, la ricerca di un “vedere segreto” coincide con l’esercizio della legge della forma come rappresentazione della verità. In questo libro di grande suggestione arcaista, l’io poetante va oltre se stesso rappresentando con pacata sapienzialità lo scontro mentale in atto fra una forza plasmante e un materiale che va plasmato: che poi è la vita stessa, nei suoi “vuoti fasti” rinchiusa dal poeta in “gloriose cancrene di memoria”. La poetica di Rossi Precerutti non è la nostra. Non è quella del nostro tempo, cioè, che tende a fare della poesia una manifestazione soggettiva dei sentimenti, laddove, fra i versi di Rossi Precerutti, pathos si dà, piuttosto, nell’esperienza meditata di un vero linguistico, che non sta tanto nelle immagini, quanto negli ardui significati che le decifrano. Eppure, forse, anche proprio il quieto incedere, apodittico e spavaldamente inattuale, della poesia di Rossi Precerutti fa sì che essa sappia restituirci qualcosa di storicamente interessante: un tentativo di esplorazione e interpretazione di un’anima poetica in grado di tenere nobile, cavalleresca distanza dalle figure elettive del contemporaneo.

Motivazione scritta da Massimo Morasso

MARINO MONTI

Arturnê. Poesie in dialetto romagnolo,

Editrice La Mandragora, 2021

Il libro di Monti – come spiega nella sua prefazione Pierluigi Moressa – «consegna al futuro la memoria della sua gente, di un paese in collina, del sorriso d’intere generazioni e rende eterna la voglia di ritornare / a quella casa / di sassi di fiume / bianca / tra rami d’avellano / che solcano il cuore». Il tema centrale del libro è quello del nostos e della nostalgia che ne consegue, il richiamo struggente delle radici e degli affetti, ma anche delle immagini o, meglio ancora, dei sentori e dei colori perduti, dei quali il cuore serba indelebile traccia, così da riaccendere le parole in grado di evocarli. E «nel gioco delle parole» sta appunto il segreto «per tenere lontano / l’ombra della sera». «Le parole / che mi stanno / dentro» dice il poeta «sono la voce / dei miei vecchi. / Nel silenzio / puliscono l’anima. / Sono come / il grembo / di una madre». Un miracolo, questo, affidato alla levità di versi brevi, scarni, ma d’intensa musicalità e di perfetta scansione, in una variazione sul tema quanto mai suggestiva. Il dialetto, in questo caso, è davvero la voce dell’anima: una voce che viene da lontano. O forse – come voleva Rimbaud – dal profondo.

Motivazione scritta da Carlo Prosperi

FRANCESCO OTTONELLO

Nella nota in fondo al libro Francesco Ottonello scrive che la poesia nasce da una dimenticanza, da un guasto del serbatoio, da una falla nella memoria. Tale irruzione dell’oblio però è tutt’altro che mortifera, e muove a un gesto che ha l’ambizione di re-inventare la realtà nella finzione suprema della scrittura. Questa raccolta d’esordio, così già a fuoco dal punto di vista stilistico, nella fermezza del tono e nella calibratura ritmica dei versi, ha la densa, rizomatica sostanza di un viatico esistenziale, nel triplice senso che la parola viatico riassume: l’insieme delle cose che una persona porta con sé mettendosi in cammino; quanto può servire di sostegno, di conforto in un’impresa o in un’attività (qui «scrivere/ solo per un gesto», che poi è il dono della parola che non salva), e l’alimento spirituale con cui affrontare, qui e ora, il viaggio a un’altra vita – per “emergere” ed “espatriarsi”, come scrive Ottonello, «oltre il latte materno e le galassie».

Motivazione scritta da Massimo Morasso

MOTIVAZIONI GIURIA

SEZIONE B SILLOGE INEDITA

MOTIVAZIONE ALFREDO RIENZI

Di sesta e settima grandezza, la silloge inedita di Alfredo Rienzi, nella sua natura di estratto da un lavoro più ampio, procede da una visione cosmica, che si accampa poi nel sottofondo come basso continuo, per giungere a una dimensione privata. In questo modo, il poeta si accosta a una poetica più affine all’allegoria che alla metafora o al simbolo. La visione delle stelle, delle stelle al limite della percezione visiva ad occhio nudo, la quale richiede un estremo affinamento dei sensi, rappresenta il tentativo di comprendere razionalmente se stessi e il proprio rapporto con l’altro, ma anche con il mondo visibile tutto.

La percezione e la comprensione che ne deriva si danno per attimi, per misteriose allegorie, ci dice già il testo di apertura, con l’insistenza su lemmi come “improvviso”, intravide”, “sfarfallio”, “scheggia”: il nostro tentativo è insomma quello di rintracciare a fatica “la linea che flette il visibile / al nascosto”.

La misteriosa apparizione epifanica del primo testo – il levarsi di un rapace “o solo / semplicemente un raggio di sole” si trasforma poi nella visione dall’alto di un nibbio – figura totemica già apparsa nella poesia di Rienzi: il rapace ha rispetto a noi vista acutissima, “occhio perfetto”, e vede tutto, per comprendere meglio di noi l’aleatorietà, il caos e il nonsenso della realtà. È qui, all’altezza della metà della silloge, che il poeta si accosta all’esperienza di una dolorosa crisi personale e sentimentale, che viene quindi inquadrata con grande sottigliezza sullo sfondo cosmico di “questioni” che “non hanno soluzione razionale” per creature come noi preda della limitatezza e della complessità della vita.

Per la capacità di trasfondere in poesia, con ampiezza e profondità di sguardo, la complessità dell’esperienza umana in un verso sempre ricco di soluzioni espressive elegantemente creative, Di sesta e settima grandezza di Alfredo Rienzi risulta vincitrice della sezione Silloge inedita della XX edizione del Premio Guido Gozzano.

Scritta da Mauro Ferrari

MOTIVAZIONE IGOR GIAMMANCO

Igor Giammanco si colloca con questa silloge all’interno di una visione lirica del mondo e con gli occhi della poesia lirica legge il mondo. Il poeta lo fa con linguaggio semplice, ma sempre sorretto da un respiro poetico sospeso e meditativo. Egli sa cogliere emozioni e provocare riflessioni con testi interessanti per la loro esattezza e calibrata leggerezza. Colpisce quindi lo stile misurato, contenuto che non cede mai all’enfasi né alle scontate narrazioni discorsive.

Il poeta pare cercare così, nella sua osservazione del mondo, un senso più ampio di risonanza che colleghi il suo sentire alle cose stesse che lo circondano. Ma non per perdersi nell’indistinto universale, quanto piuttosto per ritrovare il senso profondo delle cose materiali, delle relazioni umane, dei sentimenti e dei pensieri.

La poesia di Giammanco è qui poesia dello scambio tra micro e macro cosmo, delle vibrazioni impercettibili dell’esserci, poesia in cui ogni singola parola sta necessariamente al suo posto in un disegno architettonico poetico sobrio e compiuto.

I versi sono brevi, scattanti, ma lievi; le immagini sempre delicate ma efficaci nell’esprimere una condizione esistenziale problematica che non indulge mai nell’esibizione del disagio, ma che resta discreta, saggiamente consapevole dei propri limiti.

Scritta da Stefano Vitale

MOTIVAZIONE KRISTIAN FABBRI

La silloge di Kristian Fabbri, «A memoria», in quest’autunno che puntualmente scivola verso l’imminente celebrazione dei defunti, ci riporta alle atmosfere romanticamente cimiteriali di Thomas Gray, Foscolo ed Edgar Lee Masters, ma con l’aggiunta di un tocco moderno e personale. Il luogo delle sepolture diventa letteralmente un «campo santo», territorio di trapasso fisico e metaforico, architettura d’incontro tra l’incontestabile finitudine del corpo e l’agognata continuità nello spirito di chi resta. Come nell’«Antologia di Spoon River», il ricordo del quotidiano ormai estintosi e le faccende rimaste in sospeso fanno irruzione nella terra che ancora non trova pace. Dalle tombe si levano quesiti, ora rivolti a chi vive, ora a chi regna su vivi e morti. Quesiti che smuovono e commuovono. Le risposte hanno differenti colori, quelli dei fiori a cui i sepolti non sanno e non vogliono rinunciare. Una sorta di « dimmi che fiore mi porti e ti dirò cosa sono stato per te».

La tensione avvertita dal poeta tra terra e cielo e la conseguente aspirazione al volo liberatorio tornano nell’immagine kafkiana dell’uomo insetto che tenta tutte le strade in suo potere per superare la barriera del vetro che lo separa dalla vera luce e dalla gioia del mondo.

Le liriche sono racconti che hanno scelto la brevità del verso per orchestrare i molteplici punti di vista dell’autore e conferire una musicalità scattante al suo incessante rivolgersi a se stesso, a Dio, al lettore.

Il finale è una spirale di corsi e ricorsi storici con cui Fabbri pare voglia fare i conti, annoverando nel bilancio anche la variabile pandemica che non ha fatto altro che aggiungere polvere ai tumuli sempre più bisognosi di tutta la nostra memoria emotiva.

Scritta da Gabriella Montanari

MOTIVAZIONE FABIO FRANZIN

La silloge di Fabio Franzin ci porta con la sua poesia all’interno della crisi sociale, morale, culturale, persino antropologica che vive la nostra epoca. Ma in questa silloge inedita lo fa soffermandosi, con stile neo-crepuscolare, sugli aspetti umili, marginali, quotidiani del tema mettendo in luce aspetti intimi, nascosti e per questo non meno dolorosi e toccanti. Franzin affronta il suo tema poetico con un tono ed uno stile solo in apparenza carichi di nostalgia. Dietro il tono sommesso c’è la consapevole denuncia di una humanitas che si sta dileguando, che si aggrappa alle sue ultime certezze. Franzin sa cogliere il timbro, la tonalità, il colore delle situazioni quotidiane : egli è quindi dolente e tenero, carico di pietas e al tempo stesso individua ferite, disagi muovendosi nelle pieghe della psiche e nei meandri dei comportamenti ordinari.

Franzin usa il dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense: la bellezza della lingua dialettale, non viene mai messa in ombra dalla traduzione in italiano e, viceversa, il testo italiano conserva un’aderenza, una limpidezza sua propria rispetto al testo originario. Il suo stile è asciutto, robusto, narrativo, senza fronzoli: sa cogliere i particolari, leggendo con occhi acuti gli imprevisti della realtà, i frammenti, gli eventi apparentemente secondari facendoli divenire poesia autentica.

Scritta da Stefano Vitale

MOTIVAZIONI GIURIA

SEZIONE C

POESIA INEDITA

A seménsa” di Maurizio Paganelli

La poesia A semensa, scritta in dialetto ligure, si apre con una similitudine potente, che toglie alla morte ogni elemento terrifico o consolatorio per restituirla al nudo ciclo biologico: unico sguardo in grado di generare lucida, autentica pietà. La parola “madre” non compare mai, ma proprio per questo è gridata, in un silenzio carico di pudore e di doloroso stupore. In diciassette versi vediamo compiersi l’elaborazione alchemica da sofferenza muta a puro, tenero sentimento di perdita. Lo splendido espediente lirico del movimento à rebours («Cammino all’indietro/ per non lasciarti sola») porta con sé una regressione all’infanzia, con i drappi funebri che richiamano il grembiule/grembo materno e la luce impietosa del giorno che rinvia progressivamente alla fase aurorale della vita. La sorvegliatissima rệverie del poeta genera versi franti, tendenzialmente brevi, dal ritmo efficace sia nell’originale che nella traduzione in italiano, fino al secco, enigmatico distico finale, in cui generazione e corruzione sembrano ricongiungersi in un gesto fortemente simbolico: «bisogna sotterrare/ il seme di un padre».

Il Gian” di Ivan Fedeli

Il testo intitolato Il Gian si configura come un breve e condensato poemetto, caratterizzato da una struttura a metà fra il dialogico e il narrativo, come preannuncia l’attacco volutamente discorsivo e informale («Dimmi»). Questo andamento prosegue nel quarto verso con un discorso in presa diretta, di sapore quasi verista («il padre operaio/ in balcone a dire è mio figlio»). I ventidue versi sono costruiti in una metrica volutamente irregolare, anche se a partire da una base di endecasillabi sciolti, proprio per non interrompere la particolare costruzione della sintassi, fortemente mimetica rispetto al linguaggio reale dei parlanti. La voluta reticenza sulla sorte del protagonista, divenuto un mito per la sua piccola comunità, getta tuttavia sul testo una luce ellittica, che elude facili esiti bozzettistici e conferisce alla memoria contingente una dimensione universale: la storia del Gian, fatta ormai soltanto di parole altrui, ci ricorda che l’esistenza di ognuno riceve un senso dalla relazione con i suoi simili, così come gli estinti continuano a vivere nel ricordo di chi rimane.

Ostia” di Felicia Buonomo

La breve lirica “Ostia” colpisce per l’alta intensità delle metafore e per l’originale schema metrico: nove versi lunghi, scazonti ma ritmici, nei quali è ben riconoscibile la cesura, che in più di un caso configura i due emistichi come doppi settenari alessandrini, talora raffinatamente ipermetri («Si scioglie in fretta, taglia // il tempo necessario»; «Una benedizione//un segno di croce che allarghi»; «Come un masticar(e) di ostia//che chiede redenzione», e così via). La cornice formale, costruita con grande maestria, permette di identificare l’andamento del testo come prosastico soltanto in apparenza: la forma elaborata contribuisce anzi a distanziare dal lettore e dall’autrice stessa il difficile tema cui si ispira la poesia, l’incomunicabilità in tutte le sue forme, escludendo il rischio di derive autobiografiche e di facili sentimentalismi intimistici. L’immaginario religioso, che la metafora eponima scatena, conserva al di là di qualunque logica confessionale la sua forza primaria di scandaglio dell’anima umana, in un climax ascendente di trasgressione e mistero, che si chiude infine nella lapidaria affermazione “Tu non mi senti”.

Motivazioni scritte da Alessandra Paganardi

MOTIVAZIONI GIURIA

SEZIONE D

RACCONTO INEDITO

Cristiano Sormani Una storia del mare

Il racconto ripercorre in modo originale l’eterna e sempre attuale la vicenda di Ulisse, presentandoci una narrazione a due voci distanti sia spazialmente sia temporalmente: da un lato un Ulisse ormai avanti negli anni, solo, sopravvissuto a se stesso, che rievoca con dolore e amarezza un passato ai suoi occhi sempre meno glorioso e sempre più illusorio, dall’altro il diario tenuto da Penelope nell’attesa del suo ritorno, un diario attraverso il quale l’anziano re, dopo averlo scoperto, giunge alla dolorosa consapevolezza che la sua inesausta ricerca è approdata al nulla, poiché in realtà non sapeva di possedere già quello che cercava e l’ha capito troppo tardi, dopo aver perduto irrimediabilmente l’amata sposa, con una sorprendente inversione dei ruoli rispetto al mito classico.

La narrazione è tesa, vibrante, e pur non indulgendo al particolare esornativo nel suo linguaggio asciutto e insieme prezioso, rievoca con maestria l’ambientazione mitica della vicenda, caricandola di una sensibilità universale.

Vanes Ferlini. El Golosito

Un rompicapo.

La presenza di quell’avventore, che arrivava puntualmente ogni domenica mattina, era diventata ormai per il gestore di quel bar, laggiù a Buenos Aires, un rompicapo inesplicabile.

L’esistenza di Luis Alvarez, invece, di colui che per il barista costituiva l’enigma, doveva, doveva per forza, trascorrere tranquilla, passare inosservata, adottando la strategia del camaleonte…

Con una scrittura precisa, che tradisce la perfetta conoscenza dei luoghi dove il racconto si dipana, l’autore tesse con bravura la trama della narrazione che, pian piano, si carica di tensione come un elastico che si tende, fino a spezzarsi nella pagina finale nella quale il passato, un orribile passato, torna a trovare Luis Alvarez, fino a sedersi insieme a lui ai tavolini di quel caffè.

Ivana Saccenti. Fosca

Quella di Fosca è una storia come ce ne sono state a milioni nelle campagne della Pianura Padana; una storia fatta di lavoro, sudore e piaceri semplici come lei; una ragazza come tante, nata in una famiglia lavoratrice che l’aveva aspettata a lungo e che l’amava anche e soprattutto per il suo non crescere mai del tutto, conservando lo stupore e l’ingenuità tipici della fanciullezza. Nel testo, di lunghezza non eccessiva, c’è tutto: la vita giornaliera di una famiglia, la complicità tra donne e la vita di paese, che viene interrotta dalla presenza estiva del venditore di pesche.

La scrittura è matura, gioca con gli intercalari e le ripetizioni quasi a ricordarci il modo tradizionale in cui venivano raccontate le storie nelle comunità agricole; anche per questo, il lettore sente di far parte di quei quadri tra cucina, piazza e aia. Un racconto dolce e amaro come la vita.

MOTIVAZIONI PREMIO MONTI

SEZIONE E

Langhe Inquiete, appunti per un romanzo” di Marco Giacosa

San Bovo, gara palla, Maggio 42”. Questo appunto segnato a matita con la tipica scrittura delle persone di una volta, campeggia sul retro del libro di Marco Giacosa vincitore della sezione narrativa Augusto Monti 2021. Il titolo è “Langhe inquiete” seguito da: “appunti per un romanzo”, titolo scherzoso perché il romanzo esiste ed è questo. Nel segno dei nostri maggiori l’Autore racconta, a tratti con fulminate humor, di un imbranato ragazzetto albese, di nonni campagnoli e di estati incantate, di campi scout e prime abbaglianti questioni ormonali, via via verso la scuola e poi i crudeli drammi familiari. La morte della madre, il rimpianto di non averle detto abbastanza di quanto sia stata amata, fino al lavoro e alla maturità (maturità si fa per dire perché il nostro è ancora un giovanotto). E su tutto il quesito esistenziale di sempre: partire e tornare, abbandonarsi o resistere, smemorarsi o coltivare, persino con ossessiva minuzia di dettagli, l’unica cosa che possediamo veramente: la memoria singola e quella del mondo, che poi sono la stessa cosa.

Carlo Piano, Il cantiere di Berto, Edizioni e/o

L’opera di Carlo Piano non è soltanto il romanzo del ponte di Genova, anche se la tragedia del crollo del ponte Morandi e l’impegno per la costruzione del nuovo ponte San Giorgio sono elementi fondamentali nella sviluppo delle vicende narrate. Con uno stile asciutto, ma efficace e intenso, l’autore, infatti, racconta la vita del caposquadra Berto, i suoi drammi segreti e le sue speranze mai sopite, per irradiarsi e coinvolgere un’intera città, con la sua volontà di riscatto, e il mondo del cantiere, di cui viene fornito in appendice uno “zibaldone” utile al lettore per comprendere i termini tecnici e in genovese.

Menzione di merito

Alberto Romussi, Storia di amore, di politica e di Chiesa. Diario di un valdese, Araba Fenice

Il romanzo del pastore e teologo Alberto Romussi permette di conoscere le vicende del mondo valdese nel periodo di grande mobilitazione politica e spirituale degli anni Settanta attraverso un’originale impianto narrativo e uno stile lineare e suggestivo, scoprendo dall’interno una realtà di grande interesse storico, religioso e culturale.

SEZIONE F

Fausto Maria Greco

Il libro analizza in modo lucido e documentato la Memoria di due testimoni illustri della Shoah, Elie Wiesel e Primo Levi, occupandosi in particolare del loro rapporto con gli oppressori. E lo fa in modo comparato evidenziando i loro diversi approcci e aspettative.

L’autore ci introduce al deportato Wiesel che torna da Auschwitz con un preciso desiderio di vendetta che svanisce però di fronte al suo carnefice, al testimone che si ribella a Dio per il suo silenzio nei campi di sterminio, allo scrittore che ritiene che “la letteratura deve avere una dimensione e un’esigenza etica”, all’uomo che s’interroga sul contagio del male. E allo stesso modo al deportato Levi, che la sua vendetta la cerca in modo sottilmente analitico nei confronti di un membro di quella “zona grigia” che divenne poi la sua ossessione, al testimone che si pone il problema del male e vuole conoscerne razionalmente l’origine, allo scrittore-chimico che riconosce la dignità intrinseca non solo delle persone, ma anche delle cose, la cui verità non bisogna distorcere se non si vuole cadere nel generico, nel vuoto e nel falso, all’uomo dilaniato fino alla fine dal “presente assoluto” di Auschwitz.

Ma al di là delle differenze di percorso e di pensiero, entrambi sono accomunati dalla dedizione alla Memoria che, come scrive l’autore, “costa caro, ma è la sola capace di trasformare le parole di solitudine, di inquietudine e di angoscia in parole di speranza”.

Anna Ferrari

Il lavoro di Anna Ferrari propone un completo repertorio dei Santi presenti nell’iconografia piemontese o al Piemonte per vari motivi legati, offrendo al lettore un valido strumento per conoscerne la biografia e l’agiografia, gli attributi, la presenza nei proverbi e nella toponomastica. Il rigore nella ricerca della documentazione e la completezza bibliografica ne fanno un saggio di notevole valore, ma il linguaggio chiaro e l’agevole consultazione delle voci rendono questo repertorio accessibile a un pubblico vasto, fornendo altresì una pratica guida per visitare le località piemontesi in cui sono presenti edifici religiosi dedicati ai Santi e dove si trovano opere iconografiche ad essi riconducibili.

Rossella Pace

Il libro rende giustizia alla partecipazione liberale alla Resistenza, in particolare delle donne dell’aristocrazia antifascista, che nel secondo dopoguerra subì una sorta di ostracismo da una sinistra cieca che aveva monopolizzato la guerra di Liberazione. Furono pochi allora a capire cosa questo avrebbe comportato negli anni. Tra questi l’autrice cita Sandro Pertini che nel 1972 definì i combattenti liberali “uomini e donne leali, disinteressati e coraggiosi senza esibizionismi, che tutto hanno dato alla causa della libertà senza nulla chiedere ed è per questo che diciamo che dovrebbero essere oggetto di maggiore attenzione e rivalutazione da parte della nuova storiografia”.

Rossella Pace l’ha fatto, speriamo che il suo libro serva da stimolo – anche se viviamo in tempi dell’oblio – a una più larga condivisione dei valori della Resistenza.

Franco Vaccaneo

Franco Vaccaneo da sempre ha scritto, narrato e analizzato, l’opera e la figura di Cesare Pavese. Con il volume Cesare Pavese. Vita colline libri, aggiorna criticamente la lettura dello scrittore nato a Santo Stefano Belbo, interpretando importanti tornanti della sua avventura poetica e esistenziale. Il lavoro disvela la sofferente ricerca condotta da Pavese sui miti e i riti che le colline, frutti puri di tempestosi mari, hanno generato e ancora sono a spiegazione di quel misterico fascino che definisce le Langhe e affascina il mondo intero. Per queste ragioni la giuria ritiene doveroso segnalare il volume di Franco Vaccaneo Cesare Pavese. Vita colline libri.

Lucilla Rapetti

Frutto di una imponente attività di ricerca e di consultazione di documenti inediti, l’opera presenta un esaustivo quadro dell’intraprendente attività dei banchieri ebrei nel Monferrato gonzaghesco, offrendo preziose notizie sul loro radicamento sociale, sulla struttura delle famiglie e delle comunità e sugli elementi che ne mantenevano l’identità.

Valeria Martano

Finora il ruolo di Caterina Bauchiero era stato quello di comprimaria del suo illustre marito Augusto Monti. Al massimo una straordinaria testimone di un tempo ormai consegnato ai libri di storia, lei che, ancora ragazza, conobbe i grandi del Novecento e che ha mantenuto fino alla sua scomparsa, avvenuta poco più di un mese fa, un ricordo vivace e ricco di aneddoti di quelle importanti frequentazioni.

Il libro di Valeria Martano, invece, è la storia di Caterina; le vicende sono raccontate dal suo punto di vista, è lei la protagonista. Una ragazza come tante, di una famiglia di operai chieresi, che durante la guerra ospita in una dependance della propria casa “Monssù”, un maturo professore torinese che al liceo D’Azeglio aveva forgiato una generazione di intellettuali e di antifascisti. Questo incontro fortuito ne cambia la vita e la proietta in una società del tutto diversa dal tranquillo “mondo piccolo” della provincia piemontese.

Per questo la giuria del Premio, nel paese che ha dato i natali ad Augusto Monti e nel cui cimitero Caterina riposa accanto al marito, ha deciso di riconoscere all’autrice una menzione speciale

TESTI INEDITI VINCITORI 2021

Alfredo Rienzi – Di sesta e di settima grandezza

​​È così che si spezza la stagione

al fragore del ramo

lo scricchiolio d’alburno

l’aveva preannunciato

sembrano vite precedenti

fruscii di foglie e palpebre:

spogliano a ogni sussulto

l’intonaco del giorno e il silenzio

Nulla sarà come prima, sentenzi

e senza scomodare Eraclito né Bergson

mi pare un’ovvietà

ma la memoria torce

il ricordo, convoca un oblio

d’osso e di terracotta.

Certe questioni – e sai di cosa parlo

non hanno soluzione razionale.

Igor Giammanco – Dal ventre

Invidio l’orizzonte

che si finge linea retta,

la foglia che si fa bella

in autunno

la farfalla

che non sa il suo tempo. La mosca

che non chiede un posto e capita per caso

dalle tue parti.

Kristian Fabbri – A memoria

Dimenticai il mio nome

Dimenticai il mio nome prima di tutti gli altri.

Dimenticai il nome delle stanze

la camera, dov’era il bagno e la cucina

la sedia, il tavolo

mi guidavano al posto

che dicevano essere il mio.

Ora siedo a pranzare

con la mia famiglia

o a cena, non ricordo:

era questo il mio posto?

Io, che ero sempre in piedi,

il piatto in mano, a cucinare

e servire a tavola, ora

sono seduta, servita.

Dimenticai il mio nome

e il numero dei miei figli

mi ripetevano nomi al sentire i quali

alzavo la testa

come a un richiamo, a un segno.

Scordai il giorno e la notte,

e, per ricordarmi il giorno dalla notte,

per ricordarmi delle stanze e delle cose,

spostavo piatti, vasi, cuscini

per portarli al loro giusto posto:

nel frigo, in bagno, in soffitta

perché li cercassero, in piedi anche loro,

da una stanza all’altra

persi dietro a nulla, al nulla, come me.

Scordai come si beve,

mi ricordano che non mancavo a un brindisi,

e come si mangia; pezzo a pezzo

tagliano per me la carne e la pasta

ricordo il sapore dell’uva,

lo scrocchio del chicco fresco, in bocca

l’uva, la ricordo, e la sua stagione

quando preparavo la casa all’inverno.

Dimenticai anche il cielo e

la terra; il mondo si dimenticherà di me

a mia memoria, il mio nome:

io,

ho ancora questa parola per dirmi, ora

ricordo che ero, per chi ero,

io, ero felice di imparare ancora, e

tu?

Tu che fiori mi porti?

Come ti chiami?

Quando arriva l’uva?

E la mamma?

Fabio Franzin – Coss’ che vol dir casa

Ieri, al lavoro, mì e ‘a mé coèga

Marilena se discoréa – intànt che

‘e man ‘ndea – un fià come òni dì,

del pì e del manco, de ‘sta realtà

che tuti ne scava, drento. “Io non

sono razzista, ma vorrei che stessero

a casa loro”, ‘a diséa, intant che

montéssi tòe e carèghe, chee ròbe

che “fa zà casa”, come che i dise

tee publicità in tivù. Strano, pensée,

ea la ‘é sarda, e vinti àni fa, insieme

a só marìo, l’à straversà ‘e stesse

aque de quei de ‘dèss, ancora tosa,

parché là no’ ièra futuro, come che,

pì de ‘na volta, ‘a me ‘à ‘contà.

Pensée a ea, ‘lora, e al tenpo stesso

pensée a coss’ che vol dir casa.

Casa, par mì e par mé fémena,

l’é el posto ‘ndo ‘ che se sta ben

e, amanti dee ròbe vèce, anca

‘ndo’ che resiste ‘na memoria,

vèrta ai ospiti, ai spiriti boni.

Casa pòl èsser un castèl, ma

anca quatro muri de cartón o

‘na tenda de nàilo e lamièra

tea periferia ribandonàdha

del chissà, o soto un pont, se

chi che ghe vive, puro se sburtà

daa vita, l’é in pase col mondo.

Ma pì de tut, casa l’é el posto

che custodisse ‘na ànema, parfìn

anca de quel che no’ l’é pì qua,

te ‘sta tèra, e a volte bisogna che

sie un foresto a portarla, ‘ndo’

che no’a ‘é pì, ‘ndo’ che ‘a se ‘à pers.

Cosa vuol dire casa

Ieri, al lavoro, io e la mia collega / Marilena discorrevamo – mentre / le mani andavano – un po’ come ogni giorno, / del più e del meno, di questa realtà / che tutti ci scava, dentro. “Io non / sono razzista, ma vorrei che stessero / a casa loro”, diceva, mentre / assemblavamo tavoli e sedie, quei mobili / che “fanno già casa”, come ci ricordano / le pubblicità in televisione. Strano, pensavo, / lei è sarda, e vent’anni or sono, insieme / a suo marito, ha attraversato le stesse / acque dei migranti attuali, ancora ragazza, / perché là non c’era futuro, come, / più di una volta, mi ha confidato. // Pensavo a lei, allora, e al tempo stesso / pensavo a cosa vuol dire casa. // Casa, per me e mia moglie, / è il luogo dove si sta bene / e, amanti dell’antiquariato, anche / dove persiste una memoria, / aperta agli ospiti, agli spiriti buoni. // Casa può essere un castello, ma / anche quattro mura di cartone o / una tenda di nylon e lamiere / nella periferia abbandonata / del chissà, o sotto un ponte, se chi / la abita, pur spinto ai margini / dalla vita, è in pace col mondo. // Ma soprattutto, casa è il luogo / che custodisce un’anima, persino / quella di chi non è più qui, / in questa terra, e a volte bisogna / sia un forestiero a portarla, dove / non c’è più, dove si è persa.

SEZIONE C

Maurizio Paganelli A SEMÉNSA

Li drénto a-a càscia avèrta

ti pâi ina figêua ancón da crésce,

che a bala into vestî,

ma e màn son e stésse,

che tànto lòu no ha réizo dûe,

e pægie e me carésse.

Camino a l’inderê

pe no lasciâte sôla.

Ancheu o ghe ‘n bèllo sô chi scòtta.

Quànte distànte òua o ténpo in candéia,

ciù luminôzo ancón,

quànde derê o scösâ me ascóndéiva

e anâva in gatón sótta a-a tòua co-o càn.

Ghe vœan sfòrsi fantàstici

pe crédde inta realtæ:

bezeugna soterâ

a seménsa de ‘n poæ.

IL SEME: Lì dentro alla cassa aperta\ sembri una bimba ancora da crescere,\ nel vestito che abbonda,\ ma le mani sono le stesse,\ che tanto lavoro non ha reso dure,\ e identiche le mie carezze.\ Cammino all’indietro\ per non lasciarti sola.\ Oggi c’è un bel sole cocente.\ Quanto distante adesso il buon tempo,\ più luminoso ancora,\ quando mi nascondevo dietro al grembiule\ e gattonavo sotto il tavolo col cane.\ Occorrono sforzi fantastici\ per credere nella realtà:\ bisogna sotterrare\ il seme di un padre.

Ivan Fedeli – IL GIAN

Dimmi del Gian quella forza di gambe

quando attaccava la palla e il suo piede

mancino come un ricamo. Era l’eroe

del luogo e c’erano i sogni per lui

tra un tiro nel sette e il padre operaio

in balcone a dire è mio figlio. Giurano

qui sul numero undici sulla maglia

sudata e ride in dialetto a saperlo

oggi con gli scarpini al chiodo e il tempo

a ricordarci degli anni. Chissà

se scende in campo ancora la canfora

ai muscoli poi il vento e lo sguardo o

si è dato per vinto e abbraccia la moglie

di sera prima del buio. Così

qui lo si amava facendone il nome

al bar dopo un palo o un gol di rapina

ma sono cose segrete da renderlo

vivo più a lungo che credono in molti

si aggiri per sempre nei prati e corra

calciando un pallone. E c’è chi lo vede

davvero e si sente felice quasi

alla felicità bastasse ben poco.

Felicia Buonomo OSTIA

Non è leggerezza di fiore questa condanna.

Come un masticare di ostia che chiede redenzione.

Si scioglie in fretta, taglia il tempo necessario

a passare in rassegna l’elenco dei peccati

che mi getti addosso. Eppure sarei dovuta partire,

lanciarmi vuota nella libertà che pesa. Non aspettare

una benedizione, un segno di croce che allarghi

alla vita. Eppure rimango, mi punisco, mi rinnego.

Potrei silenziarmi, ma canto un urlo. Tu non senti.

Cristiano Sormani Valli – Una storia del mare.

A Maddalena. A Sandro. Al loro amore.

A ISOI, a Gaia e alla sua visione.

Ulisse ha davanti il mare. Niente da aggiungere alla sua vita. Occhi che danno lacrime, che guardano. Occhi che hanno visto la guerra e l’amore. Ulisse cerca il sole che si nasconde nelle onde, abbracciato a Poseidon e al suo abisso.

Pelo d’acqua e sale che lo proteggono, ormai. Nelle onde c’è tutto il mare che si muove. La memoria gli s’arrampica sulla schiena, gli entra nelle orecchie.

Disgrazia” è il primo segno che come una ferita gli attraversa il corpo. Frustata sul petto che lo incendia di ricordi. Spade che trafiggono, fiamme sulla città, cercare di tornare a casa, senza mai volerlo veramente. Come a essere strappato a metà. Da una parte l’avventura del mondo, dall’altra l’avventura dell’amore.

Casa e viaggio verso casa. Come una maledizione. Come una benedizione. Irrequieto come una tempesta che arriva. Calmo come il centro del tornado.

Ulisse è doppio come il giorno che nasce in luce e si trasforma in notte.

Il vecchio si muove, ancora veloce, nonostante gli anni, raccoglie una conchiglia dalla sabbia, sporca di alghe e vento. Una spirale che lo porta dentro. Nella caverna del gigante da un occhio solo. Quando ancora aveva compagni da abbracciare e tutta la vita davanti come un mare calmo da attraversare.

Ulisse e la furbizia. Ulisse che è e sarà sempre Nessuno. Ulisse dai molti travestimenti, dalle molte vite.

Ulisse che non può abbandonare le lacrime. Lacrime di mancanza.

Telemaco lontano. Eredità di stupori, sorpresa e curiosità. Telemaco come il padre, affamato di storie da raccontare.

E poi lei. Penelope distrutta dalla morte e dal suo dio. “Disgrazia” del non averla più accanto. Di aver vagato per 20 anni senza la sua mano poggiata sul grembo. Senza le sue labbra.

A cosa vale l’avventura quando tutto finisce?

Un’isola, la sua. Una solitudine.

Ulisse ha davanti il telaio. Immagina le mani severe e morbide di Penelope che creano ricami nell’aria.

Ulisse ha trovato il suo diario. Non sapeva che esistesse. Immagina la sua sposa riporre quelle carte nel baule in cui teneva il filo. Tessere la trama e poi disfarla. Tessere la trama delle parole e lasciarla depositare in fondo al baule. Per il futuro, per lui.

Ulisse è davanti a quel baule. Quelle carte in mano.

Fuori lacrima il cielo. Lui ha finito le sue.

Legge. E nel leggere se l’immagina accanto.

Sei partito, sei andato. Sta scritto all’inizio di tutto.

All’inizio di tutto, stava scritto. Ma io volevo di te l’avventura che ti bruciava il sangue, la volevo addomesticare. Pensavo di riuscirci, invece.

Sei partito, sei andato. Dicevi di non volerlo fare. Eppure l’hai fatto. Mi hai lasciata con un figlio da crescere e un orizzonte da scrutare continuamente. Mi hai lasciato l’isola da ammaestrare, da accudire, da governare.

Sei partito, un bacio che striava il cielo di nubi, come un graffio difficile a guarirsi.

E poi la nave che entrava nel mare, lentamente come i nostri sguardi, nodi che faticavano a sciogliersi.

Io ti amo, ho sussurrato. Certa che tu mi sentissi ugualmente.

Come ogni volta che lo dico ancora, a labbra serrate, come quando ti penso e so che dall’altra parte del pensiero ci sei tu. Che sei qui anche se non ci sei.

Ma mi conosci. Il giorno dopo ho appeso le lacrime al cuore e mi sono data da fare, subito. Ho dato ordini, cercato rimasugli di te nei campi, fra i pastori, nei pescatori, nelle mani piene di vene di tuo padre, nel sorriso di miele di Telemaco.

Tutti s’inchinavano alla moglie di Ulisse.

Ora s’inchinano di fronte a Penelope.

Hanno imparato a conoscermi. Sanno che si possono fidare. Che mi devono temere.

Sanno che so raccontare il mondo nel quale vorrebbero vivere.

Ho tessuto un fazzoletto bianco. Ho dipinto rocce, legno.

Ho trasformato il dispiacere, la mancanza, in silenzio. Mi sono seppellita viva nelle mie stanze, per portare il sole in mezzo al buio. Farlo germogliare come un seme.

In quei colori ci sono io. Ci sei tu, come un’ombra.

Aspettare. Senza aspettare.

Notizie di te che combatti.

Notizie di te che vinci.

Notizie di te che dovresti tornare ma non torni.

Racconto a Telemaco chi sei. Per togliere polvere al ricordo di te. Per capire se ancora resta qualcosa, brace d’amore dopo il fuoco. Difficile tenere a bada le parole.

Dipingo. Governo. Tesso. Scrivo questo diario.

Nell’assenza ho coltivato i miei fiori, gli ho messo addosso il profumo. Li ho vestiti di cera per non vederli morire.

Ho raccolto conchiglie. Ho parlato col vento. Lui mi parlava di te.

Ulisse appoggia per un attimo la carta giallo grano sul pavimento di pietra grigio. Ora che non c’è più il suo amore. Il suo amore grande come la notte. Ora che non c’è più, si appoggia le mani sul ventre. Là dove cresce la voragine. Che lo inghiotte.

Intorno a lui i segni della sua Regina. Pietre, rocce, colori e quelle parole.

Si fa forza, prende altre pagine. Salta avanti e indietro nel tempo. A tempo col battito del suo cuore.

Un pipistrello annuncia la notte. Immensa come l’occhio di Ade.

Telemaco diventa grande ogni giorno. Gli parlo di te, per fargli sapere chi è suo padre. Per ricordarmelo. Le muse mi accerchiano, sono le mie compagne di danza. Loro mi prendono la mano mentre scrivo, mentre ricamo, mentre dipingo. I miei occhi sono i nostri occhi. Quando li chiudo sono con te nel mondo aldilà del mare. Io confinata nel mio dispiacere. Tu nel tuo errare.

Vagare e sbagliare: sono il tuo motto. Ormai lo so.

Vagare e sbagliare.

Sua moglie ha ragione. Ora che i capelli sono bianchi come lana di pecora, ora lo sa che ha masticato i giorni come se fosse immortale. Pari con gli dei.

Ma ora conosce il rimpianto di chi ha vagato e sbagliato.

Che ha cercato senza trovare.

Perché quello che cercava già c’era. Nascosto nel palmo della mano.

Una lacrima, un petalo.

Un cuore incatenato. Senza catene.

Segni sulla fronte come pensieri. Profezie che non ha voluto ascoltare.

Eppure come avrebbe potuto allontanare il destino che gli governava mente e cuore?

Ti auguro buonanotte mia stella del mattino. Chissà se mi pensi, mi chiedo. Come una ragazzina al primo amore. Ma oggi mi manchi come se dovessi morire. Oggi vorrei averti vicino. Anche solo per un attimo.

È troppo per quel vecchio che una volta era Ulisse. E che ora assomiglia sempre di più al mendicante. Al mendicante in cui si era trasformato. Travestimento del tornare a casa, del sorprendere i Proci, del tendere l’arco, dello scoccare la freccia, del riabbracciare Penelope e suo figlio.

Lui, un mendicante, che mendicava il perdono del ritorno mentre Argo moriva col sole negli occhi e la coda che non smetteva di muoversi per la felicità d’aver ritrovato l’amico perduto.

Quanto ho perso, pensa Ulisse.

Cosa ho scelto?

Così ho scelto.

In bilico fra responsabilità e arte. Madre e figlia. Senza amore. Con tutto l’amore che muove le stelle, che nasce il seme, che non estingue la sete.

Ulisse guarda fuori dalla finestra, la finestra sul mare.

Le rocce suonano le onde.

Le sirene, Scilla, Cariddi. Le tempeste, le foreste, la magia. Là fuori. Chiuse nello scrigno della memoria.

Ma niente vale niente senza di lei.

La luna accarezza la superficie piatta, la colora di argento.

Ulisse chiude gli occhi ma non sogna nulla.

Non può più sognare.

Al mattino lo svegliano gli uccelli. L’abbaiare di un cane. Per un attimo pensa che tutto sia tornato a quel giorno. Al giorno della partenza.

Per un attimo pensa: non partirò. Ricomincerò tutto da capo.

Ma non ci è dato di ricominciare niente.

Avanti, un passo dopo l’altro, disegnando la propria strada.

Scia d’una barca che naviga, che cerca un porto.

Ulisse pensa a tutti i suoi amici più cari. Non è rimasto più nessuno.

È questo essere vecchi, è parlare coi fantasmi.

Penelope è una rosa gialla appena sbocciata.

Io non ho chiesto quel corpo. Quel corpo è arrivato. Anch’io sono fatta di carne e sangue. L’anima è sempre stata tua ma il corpo ha chiesto altro. Non ho niente da scusarmi. È stato accarezzare carne che non fosse la tua. Me lo devi, me lo dovevi. Non ho colpa.

Lui è arrivato un mattino di settembre. Le giornate sempre più corte. Tu lontano da 7 anni. Io senza più lacrime, né speranza.

Lui è sceso dalla sua nave. Anche lui re. Re dalla pelle colore del legno. Non scrivo il suo nome per paura di fargli un torto. Di farti un torto. Di renderlo vivo fra le pagine.

Paura che le leggerai un giorno. Che mi odierai.

Ma io non sono stata che tua, lo sai.

Con lui è stata una notte e poi un’altra, un’altra ancora.

Fino al mattino a cercare baci e carezze. Ne avevo bisogno. Lui era bello. Mi ha chiesto di diventare la sua sposa. Io ho pensato al profumo dei tuoi capelli e l’ho baciato un’ultima volta.

Sapevo di aver scelto quello che dovevo.

Ho scelto te, ancora una volta.

Ulisse scende le scale del palazzo. Non c’è nessuno. Niente più ancelle, né servitori. I suoi passi come a rompere un vetro. Pensieri, tenaglie alle caviglie.

Penelope e quell’uomo. Dove avranno consumato le loro notti? Davvero Penelope ha amato solo lui?

Gelosia che gli divora le tempie.

Ulisse corre verso la spiaggia. Si spoglia nudo nell’alba. E nuota. Nuota per allontanare il dispiacere.

Disteso al sole, asciuga il dolore.

Non perdona Penelope perché non c’è niente da perdonare.

Ha paura a prendere in mano ancora quei fogli. Paura di poter leggere quello che non vorrebbe.

Ma lo fa ancora. Perché nelle parole c’è Penelope.

Accarezza un segno sul muro che ha tracciato lei.

Sorride, senza sapere perché.

Telemaco ti assomiglia ogni giorno di più. Se mi volto velocemente mi sembra di vedere te. Come mi dispiace che tu non sia qui con lui.

Telemaco che s’innamora. Telemaco che impara a combattere. Telamaco furbo come un re. Il re che diventerà.

Io sono padre, io sono madre, per lui.

Perché mi hai lasciato tutto questo tempo? Perché non torni?

Ulisse non sa perché. Perché le cose succedono. Mistero del nascere, del vivere, dell’innamorarsi, del morire. Mistero che fa crescere i fiori, che mette pietre sulle strade. Buche nei cammini. Slanci e sorrisi.

Ulisse pensa alla prima volta.

Quei tuoi occhi grigi, come quelli di un lupo. Fingevi di non guardare quell’uomo di 4 anni più grande di te. Forte nei suoi 20 anni. Muscoli e cervello allenati. Re di Itaca, sarebbe stato e tu già lo sapevi, saresti stata la sua Regina.

Lo sapevi da come non toglieva lo sguardo dai tuoi seni di giovane donna. Da come si era avvicinato. Dall’incrinarsi della voce, spezzata dall’imbarazzo. Lui che faceva finta di non avere mai paura di niente. Aveva paura di te.

Tu che eri figlia di un mercante, non saresti mai stata mercanzia.

L’avevi fatto penare. 7 mesi. E poi avevi detto sì.

Ulisse nell’attesa si dilaniava l’intestino coi morsi della speranza, come a predire il futuro.

7 mesi ad aspettarti.

20 anni ad aspettare lui.

La prima volta che ti ho visto, sapevo già saresti stato tu. Certe cose si sanno, senza sapere come.

Io avevo i miei 16 anni in mezzo alle gambe. Mi facevo forza per non correre da te immediatamente. Ma sapevo sarebbe occorso il tempo necessario. A far crescere l’amore.

Le nozze. La reggia. Noi siamo la musica, quella festa. La prima notte. Ad accendere le stelle di desiderio. Come una canzone siamo stati io e te. Ti amerò fino alla fine del tempo e lo sai.

Ulisse è lacrime, ancora.

Gocce che toccano il pavimento della camera in cui hanno fatto l’amore quella prima notte. Sembra non sia passato che un giorno da allora.

Ma Penelope se l’è portata via la “Disgrazia” e ora non gli resta che l’eco d’un profumo.

Sei tornato. Sei tornato finalmente. Averti di nuovo fra le braccia è come una preghiera risolta. Ringrazio ogni angolo di cielo per averti fatto essere quello che sei. Nel bene e nel male.

Ringrazio per tutto. Per adesso. Per il tempo in cui non c’eri.

Perché tutto è occorso al nostro viaggio.

Il tuo, viaggio di mare e d’avventure.

Il mio, viaggio fra le parole, la tela ed i colori.

Ulisse, mio uomo. Mio grande amore, un giorno non saremo che polvere.

In quel giorno non piangere ma chiudi gli occhi e sentimi nel sangue che circola nelle tue vene. Trovami in ogni pezzo di te. Perché io e te siamo siamo tutte le stagioni e gli anni che verranno. Io e te siamo lava e ghiaccio. Io e te. Ancora insieme.

Finché niente mai ci separi.

Onorata d’essere la tua sposa.

Il mare sbatte forte contro gli scogli. Ancora e sempre.

Eolo soffia a pieni polmoni. Il cielo è grigio come il pelo di Argo.

Ulisse è appoggiato alla finestra. La stesso davanzale a cui anche Penelope si appoggiavi.

Le sue mani nell’identico posto delle tue. Sovrapposte, annullano il tempo e la distanza.

Onorato d’essere il tuo sposo, pensa Ulisse.

Ulisse sa che niente può uccidere l’amore.

Quel vecchio, quell’uomo, quel ragazzo, quel bambino, guarda l’orizzonte.

Ti aspetta. Aspetta il tuo ritorno.

Così come tu l’aspettavi.

A mani giunte con la scintilla nel cuore.

Vanes Ferlini – El golosito

Buenos Aires, maggio 1955.

Luiz Gustavo Almeyda era un tipo di poche parole.

Arrivava ogni domenica mattina, appena dopo l’apertura, e si piazzava al tavolino d’angolo, alla sinistra del bancone.

Lo stesso tavolino, ogni domenica mattina.

Dispiegava con cura il giornale e cominciava a leggerlo. Una mano poggiata al mento e l’altra sulla pagina, con l’indice a scorrere le righe.

Non tralasciava una parola, una virgola, nemmeno le note a piè di pagina.

Leggeva tutto con estrema attenzione. Così preso dalla lettura sembrava estraniato da ciò che lo circondava, immerso in un universo tutto suo.

Luiz Gustavo però osservava e prendeva mentalmente nota di tutti coloro che entravano e uscivano. I loro volti, l’abbigliamento, il tono della voce, il modo di fare… tutto ciò andava a comporre lo schedario che si era costruito nella mente e si arricchiva giorno dopo giorno. Centinaia, forse migliaia di volti e personaggi, molti dei quali senza un nome perché là, nel Café Aragonés del Barrio Flores, oltre alla clientela abituale c’era un discreto passaggio di uomini d’affari, diplomatici, militari in divisa o sotto copertura.

Il Café Aragonés era un locale con un certo stile ma non pretenzioso. Tavolini in legno di noce, perfettamente lucidati ogni giorno da Andrés, lo sguattero tuttofare; molti specchi istoriati con il marchio della Coca-Cola e l’effigie di star del cinema, tra cui spiccavano Gregory Peck e Greta Garbo; lungo le pareti correva un poggiaschiena in pelle di marocchino e le sputacchiere erano laminate in argento, anche quello lucidato ogni giorno da Andrés.

Il gestore del Café Aragonés era un italiano della provincia di Salerno, tale Giuseppe Baccaglioni, da tutti conosciuto però come “Pepito” per il fatto che non era cresciuto oltre il metro e cinquantacinque.

Da buon italiano emigrante, Pepito non faceva che lamentarsi, soprattutto dell’esoso affitto che doveva pagare al proprietario del locale, che gli prosciugava quasi tutti i guadagni della gestione del caffè. Negli ultimi tempi queste lamentele erano spesso accompagnate da presagi funesti: Pepito avvertiva (e non era il solo) gli scricchiolii del regime e questo lo spaventava non poco. Peron era al potere da nove anni ma parevano secoli e fino a poco tempo prima nessuno avrebbe presagito la sua fine, sembrava destinato a durare per sempre.

Luiz Gustavo invece non era preoccupato per la piega degli eventi politici. Aveva tutt’altro genere di timori, assai più personali.

Leggeva il giornale e di sottecchi scrutava la gente. Ogni volta che scorgeva un viso nuovo, sospetto, gli prendeva un crampo allo stomaco e spesso doveva dissimulare una smorfia di dolore.

Luiz Gustavo non era un agente della polizia segreta di Peron, né un confidente dei servizi militari e tanto meno un investigatore privato.

Era un orafo. Aveva in affitto un modesto locale in Avenida Perito Moreno, a cinquanta metri dal Café Aragonés. Due stanze e un piccolo bagno. Nella prima c’era il laboratorio, nella seconda ci abitava. Avrebbe potuto permettersi di meglio, anche se dopo la morte di Evita le richieste di creazioni originali erano scemate. Le signore della buona società non avevano più tante occasioni per mettersi in mostra e i venti di crisi che spiravano sempre più insistenti avevano dato il colpo di grazia.

Aveva comunque messo da parte un gruzzolo discreto e avrebbe potuto permettersi una sistemazione più comoda, per lui e la sua bottega.

Luiz Gustavo, però, non desiderava farsi notare anzi, se avesse potuto sarebbe diventato volentieri trasparente agli occhi del mondo. La sua vita era un continuo equilibrismo tra l’essere e il non essere, l’apparire e il nascondersi.

Fin da quando era arrivato a Buenos Aires, dieci anni prima, aveva dovuto adottare la tattica del camaleonte il quale, non potendo scomparire, si muove il meno possibile confondendosi con i colori dell’ambiente circostante.

A differenza del camaleonte, che in fondo vive tranquillo confidando sulle proprie capacità mimetiche, l’esistenza di Luiz Gustavo era invece tormentata da torbide inquietudini e visioni ossessionanti. Aveva incubi quasi ogni notte, alcuni davvero spaventevoli: sognava di essere portato via da uomini col viso coperto, di essere oggetto di supplizi degni dell’Inquisizione spagnola e infine di essere costretto a rosicchiare ossa, come fanno i lupi. Per lui però c’erano ossa umane.

* * *

Pepito non era solo un bravo gestore ma anche un fine psicologo. Trovava le parole giuste per ciascuno. Parole misurate, non una di più né una di meno del necessario, e gli avventori del Café Aragonés lo apprezzavano anche per questo.

A nessuno piace trovare dall’altra parte del bancone un tipo immusonito o magari incazzato per motivi suoi, che risponde a grugniti e sbatte le tazzine come facesse un favore al cliente.

Né d’altronde è gradevole trovarvi un gestore logorroico che parla di ogni cosa, dalle condizioni meteo alla politica all’economia allo sport, come fosse onnisciente e continua a parlare, parla solo lui, non ascolta nemmeno il cliente e spesso si perde pure le ordinazioni.

Pepito invece no. Era come se avesse in bocca un bilancino da orafo, quelli che pesano persino i milligrammi, e con quello dosava le frasi, riuscendo a trovare la dose giusta per ogni cliente.

Ci riusciva praticamente con tutti, tranne Luiz Gustavo. Nonostante ormai da mesi trascorresse l’intera domenica, dall’apertura del mattino alla chiusura del tardo pomeriggio, seduto allo stesso tavolino, mangiando poco e bevendo ancora meno, Pepito non era riuscito a inquadrarlo, né entrarci in seppur minima confidenza e nemmeno a tirargli fuori qualche parola in più di “buongiorno”, “buonasera” e “grazie”.

Luiz Gustavo era diventato per Pepito un rompicapo, uno di quelli che più sono ingarbugliati e più ti accanisci solo per il gusto di vederci la soluzione, che altrimenti rischi di non dormire la notte.

Luiz Gustavo però era ermetico, inattaccabile, un muro liscio senza neppure una crepa. L’unico suo vezzo era il “Golosito”.

Una volta si era avvicinato al bancone e aveva chiesto a Pepito una preparazione speciale: caffè lungo fatto con la moka, versato in bicchiere “vecchia osteria”, corretto con Grand Marnier (abbondante) e servito bollente con una spruzzata di panna montata sopra.

Luiz Gustavo gli aveva dettato dosi e modalità di preparazione e Pepito aveva eseguito con precisione. Ne era scaturita una specialità che aveva presto incontrato il favore della clientela. Molti anzi entravano al Café Aragonés solo per assaggiare “El Golosito”, nome scaturito dalla modesta fantasia di un anonimo avventore particolarmente ghiotto.

El Golosito” era poi rimasto come una sorta di marchio di fabbrica del Café Aragonés, anche perché Luiz Gustavo, nella sua costante preoccupazione di non apparire, aveva ceduto a Pepito la paternità del Golosito e, per così dire, ogni diritto presente e futuro su quella “invenzione”.

Altro che Golosito, Luiz Gustavo aveva ben altro cui pensare.

Anzitutto celare il suo accento straniero. Le lezioni di lingua spagnola e di dizione gli avevano in gran parte cancellato la durezza dell’accento teutonico ma un orecchio ben allenato (e in giro ce ne dovevano essere parecchi) lo avrebbe comunque colto, se fosse riuscito a farlo parlare abbastanza a lungo. Per questo Luiz Gustavo parlava pochissimo e quando poteva sostituiva le parole con i gesti.

Ma il problema più grosso, quello con cui combatteva ogni giorno da dieci anni, era cancellare il passato, almeno agli occhi degli altri perché dalla sua memoria non sarebbe mai potuto sparire.

A partire dal falso nome scritto sul passaporto falso con il quale era riuscito, senza troppe difficoltà, a entrare in Argentina, si era costruito pezzo per pezzo una vita inventata, un passato inesistente per lui ma che agli occhi di chiunque altro doveva sembrare inattaccabile e per questo aveva curato ogni particolare per non tradirsi se qualcuno caso mai gli avesse posto delle domande.

Aveva persino inventato il nome del compagno di banco alla scuola elementare in un paesino della provincia di Rosario, così come il nome del fantomatico cagnolino che uno zio inesistente gli avrebbe regalato per il suo settimo compleanno.

Lui non era Luiz Gustavo ma Luiz Gustavo Almeyda viveva nella sua mente così come agli occhi del mondo e alla fine aveva preso il sopravvento su quell’altro, quello vero, fatto scomparire dieci anni prima.

Quello si chiamava Gustav Doerschmitter e aveva parecchie cose da farsi perdonare. Nessuno però lo avrebbe mai perdonato, lo sapeva bene.

In realtà Gustav non si sentiva così tremendamente colpevole. Aveva forse sbagliato ma era stato un periodo così, la storia è piena di periodi che, visti con gli occhi dei posteri, appaiono abominevoli ma quando uno ci si ritrova dentro le cose sembrano normali, hanno una loro logica, persino una ragione d’essere.

Così era capitato a Gustav: ci si era trovato in mezzo e aveva seguito la corrente, nulla più. Poi, da sottufficiale, aveva eseguito gli ordini. Nessuno avrebbe potuto incriminarlo per questo.

Con questi pensieri cercava di placare la coscienza ma non lo lasciavano per nulla tranquillo: nelle lunghe domeniche trascorse al tavolino d’angolo del Café Aragonés scrutava i visi degli avventori e ogni volta, all’arrivo di uno sconosciuto, lo assaliva il terrore che quell’uomo, vestito bene ma non troppo elegante, dall’aria tranquilla e i modi cortesi, fosse lì proprio in cerca di quel Gustav Doerschmitter scomparso nel luglio del ’44 nei pressi di una anonima (fino allora) cittadina polacca di nome Treblinka.

Se poi lo sconosciuto avventore si voltava verso di lui, lanciandogli uno sguardo più insistente del dovuto, la mano sinistra di Gustav veniva colta da un tremito incontrollabile, tanto da doverla nascondere tra le gambe, sotto il tavolino, mentre con il dito indice della destra Luis Gustavo continuava a scorrere le righe del giornale come nulla fosse.

Dieci anni di terrore quotidiano, con la preoccupazione continua di dosare ogni parola e gesto per non tradirsi, come se Buenos Aires pullulasse di investigatori in caccia di criminali nazisti.

Con tutte le precauzioni che Luiz Gustavo prendeva ogni giorno, la probabilità di essere scoperto doveva essere una su un milione. Eppure un tarlo maligno continuava a rodergli il cervello. Di tanto in tanto comparivano sul giornale articoli riportanti la cattura di criminali ex-nazisti in Sudamerica: Venezuela, Brasile, Argentina… uno persino nella stessa Buenos Aires.

Non solo il Mossad era attivo in questa ricerca; organizzazioni sioniste e persino singoli privati mettevano un accanimento viscerale nel seguire tracce labili, dettagli insignificanti, magari impiegavano anni ma alla fine questi segugi indomabili riuscivano a catturare la preda.

Gustav immaginava che da qualche parte ci fosse una lista di coloro che erano riusciti a sfuggire al processo di Norimberga. Si domandava se ci fosse pure lui nella lista e quale posto occupasse. Ma forse erano tutte fantasie, forse nessuno si ricordava di Gustav Doerschmitter, un anonimo sottufficiale che aveva solo avuto la sfortuna di esser stato il segretario personale dell’ultimo comandante del campo di sterminio di Treblinka. Un breve incarico, sei mesi o poco più, ma forse sufficiente a includerlo nella lista dei criminali di guerra.

Gustav aveva libero accesso alla corrispondenza del comandante. Oltre alle preoccupanti notizie provenienti dal fronte russo, conservava la contabilità degli ebrei che giornalmente erano desinati alle camere a gas: nei giorni di punta si arrivava anche a ventimila, quando ne arrivavano solo cinque o seimila erano considerati giorni di riposo.

Gustav teneva i conti, ordinava le carte, leggeva prontamente le richieste provenienti da Berlino, redigeva le bozze di risposta e le sottoponeva al comandante. Era un segretario efficiente, preciso, riservato… insomma, faceva esattamente ciò che gli veniva richiesto.

Gustav però non si era mai domandato se tutto quello fosse giusto oppure no. Anzi, se lo era domandato troppo tardi, quando cioè il comandante aveva impartito l’ordine di smantellare e distruggere tutto, con i sovietici ormai alle porte.

In quel momento gli era venuto il dubbio di essersi reso complice di un crimine. Un dubbio che aveva fugato con la giustificazione che lui, in fondo, aveva fatto solo il segretario e non aveva mai torto un capello a nessuno.

Solo più tardi, sbarcato a Buenos Aires e sistematosi con una nuova identità, un nuovo taglio di capelli e un lavoro come apprendista in bottega orafa, solo allora gli erano sorti i dubbi seri, quelli che avvelenano i giorni e non fanno dormire la notte.

Più ci pensava e, anziché discolparsi, più si convinceva di essere stato complice di un crimine, quindi punibile alla stessa maniera di chi il crimine l’aveva compiuto. Era così cominciata quella vita-non vita a cavallo fra passato e presente, una sorta di limbo che dopo dieci anni era diventato opprimente.

Nei momenti di sconforto immaginava che i suoi incubi si avverassero ponendo fine a quel tremendo stato di incertezza, perché l’attesa di una pena è essa stessa un supplizio; poi però l’istinto di sopravvivenza aveva la meglio e cercava di convincersi di essere al sicuro.

Una vita amarissima, addolcita solo un poco dal Golosito che Luiz Gustavo prendeva ogni domenica al Café Aragonés immancabilmente alle nove del mattino e alle quattro del pomeriggio.

* * *

Era una domenica di maggio e la temperatura era gradevole. Spirava la brezza dal Rio de la Plata e Pepito aveva lasciato le porte del Café Aragonés aperte.

Dopo la frequentazione del mattino, nel pomeriggio si erano visti pochi avventori. Verso le quattro solo un tavolo era occupato da un gruppetto di anziani impegnati in una accanita partita a Truco.

Non avendo nulla da fare, Pepito fece cenno a Luiz Gustavo se poteva preparargli il Golosito, anche se mancavano ancora dieci minuti all’ora canonica.

Luiz Gustavo accennò di sì.

Mentre Pepito preparava la moka, entrò nel locale un ometto piccolo con un paio di occhiali rotondi e montatura in metallo. Indossava un completo grigio alquanto triste e decisamente più adatto a un funerale. L’unica vera nota d’eleganza era il Panama candido che l’ometto rispettosamente tolse entrando nel locale. Andò a sedersi dall’atra parte della sala, al tavolino esattamente opposto a quello di Luiz Gustavo.

Sedette e senza degnare Pepito d’uno sguardo cominciò a fissare Luiz Gustavo con insistenza.

Dal canto suo, Luiz Gustavo aveva già cominciato la ricerca di quel volto nel suo archivio mnemonico, senza però trovare nessuna corrispondenza.

Eppure quel volto, quella figura piccola, quella calvizie incipiente gli ricordavano qualcosa.

Continuando a fingere di leggere il giornale, la memoria di Luiz Gusavo si arrovellava come un wurstel sulla graticola alla ricerca di un dettaglio, un ricordo, anche solo un vago appiglio.

Niente da fare. Eppure avrebbe giurato di aver già visto quell’ometto.

Luiz Gustavo, alle prese con questo dilemma, teneva lo sguardo fisso sulla pagina del giornale e non si accorse quando l’ometto si alzò, attraversò la sala con passo un po’ titubante e senza chiedere permesso si sedette al tavolino, proprio davanti a lui.

Trovandoselo di fronte, Luiz Gustavo sussultò in modo impercettibile. In realtà era terrorizzato ma aveva imparato a dissimulare. Gli rivolse uno sguardo da incenerirlo e l’ometto dovette senz’altro avvertirne l’ostilità. Con voce flebile e timorosa disse:

– Scusatemi se vi importuno ma stentavo a credere che foste proprio voi. State meglio senza baffi e pizzetto, sembrate ringiovanito.

Luiz Gustavo continuò a fissare l’ometto mentre il sangue gli si stava congelando nelle vene e la memoria continuava ad annaspare nel vuoto. L’ometto gli aveva parlato in tedesco. Finse di non capire e, ripresosi dallo sgomento, cercò di mostrare indifferenza ma le parole gli uscirono un po’ strozzate:

– Non capisco quello che dite, credo abbiate sbagliato persona.

L’ometto abbozzò un sorriso e replicò:

– Sì, certo. Comprendo la vostra riservatezza, Herr Gustav. Davvero non vi ricordate di me?

Guastav si sentì precipitare addosso il castello di falsità e dissimulazioni che aveva faticosamente costruito in dieci lunghi anni. Eppure quell’ometto dallo sguardo acuto ma sereno, dal modo di fare educato, quasi timoroso e dal tono di voce rassicurante non sembrava proprio un cacciatore di criminali di guerra.

Seguì un silenzio imbarazzante, rotto dalla comparsa di Pepito che servì il Golosito a Gustav e domandò all’ometto se desiderasse qualcosa.

L’ometto fece cenno di no col capo e quando Pepito ritornò dietro il bancone, si sporse verso Gustav e sottovoce disse:

– Mi chiamo Simon Levi. Quando voi la mattina entravate in ufficio, io me ne andavo.

Un lampo squarciò la memoria di Gustav e lo scagliò all’indietro nel tempo e nello spazio, fino a Treblinka dove un prigioniero aveva conquistato la fiducia del comandante, che lo aveva preso come servitore tuttofare e in quel modo gli aveva salvato la pelle.

L’ometto colse l’espressione di stupore che si dipinse sul viso di Gustav:

– Ecco, ora vi ricordate di me. Sono contento di vedervi in salute, davvero. Almeno qualcuno ce l’ha fatta. Sapete, mia moglie e i miei due figli sono rimasti a Treblinka.

Gustav lo fissò un attimo in viso ma non poté sostenerne lo sguardo. Abbassò la testa, fissò la pagina del giornale ancora dispiegato sul tavolino e mormorò:

– Mi dispiace.

Subito si rese conto che un “mi dispiace” non valeva nulla e anzi suonava ridicolo di fronte all’immane tragedia di cui era stato testimone e complice. Si sforzò di aggiungere una parola di conforto ma Simon lo interruppe con un gesto deciso della mano:

– Non dovete darmi giustificazioni. In fondo voi eravate un buon miliare, erano altri i criminali.

Quelle semplici e sincere parole alleggerivano l’animo di Gustav ma non potevano però fargli dimenticare ciò che era stato.

– Voi non eravate sposato, se ben ricordo – riprese Simon. – I vostri genitori?

Gustav risollevò lo sguardo dal giornale:

– Morti sotto il bombardamento di Dresda.

Simon sospirò e mormorò qualcosa in ebraico che Gustav non comprese. Lo guardò di nuovo in viso e questa volta i loro sguardi s’incrociarono. Un punto d’incontro, la radice comune del dolore.

– Se potessimo tornare indietro… – disse Gustav stringendo i pugni con uno scatto nervoso.

Simon sfoderò un sorriso amaro:

– Se potessimo tornare tutti indietro, rifaremmo tutti le stesse cose, belle o brutte che siano. Quindi tanto vale andare avanti.

Simon si alzò poggiando le mani sul tavolino, come se gli costasse fatica. Si mise in testa il Panama, sistemandolo con cura, e tese la mano a Gustav:

– Buona fortuna.

Gustav fece un cenno di assenso per ricambiare l’augurio e gli strinse la mano. Una stretta non convenzionale, franca e prolungata.

Seguì poi con lo sguardo quel piccolo grande uomo uscire dal locale con il suo passo un po’ incerto, come non sapesse bene dove dirigersi. Lo seguì finché scomparve dietro l’angolo dell’Avenida.

Intanto, sul tavolino, il Golosito si era irrimediabilmente raffreddato.

Ivana Saccenti – La Fosca

Elsa sollevò gli occhi dalla stoffa che scorreva sotto l’ago della Singer e bloccò il pedale.

Aprì i vetri sulla splendida ottobrata. La luce e il calore del sole inondarono la sua postazione di lavoro: la macchina da cucire, la sedia, il tavolo.

Le arrivava il ronzio incessante delle api e dei mosconi che corteggiavano scheletri di grappoli d’uva fragola sfuggiti alla vendemmia e penzolanti dal pergolato con qualche acino raggrinzito e passito.

Un fischiettio e lo scampanellio della bicicletta le annunciarono l’arrivo della Fosca. L’aveva riconosciuta, pur se la finestra non inquadrava la scena: la ragazza arrivava sempre scortata da una scia di allegria.

Con impeto Fosca spinse l’uscio che, come per un colpo improvviso di vento, si aprì senza nemmeno il tempo di emettere i soliti cigolii. Irruppe nella grande cucina di Elsa: lì si consumava tutta la vita diurna della casa.

Non era una bella ragazza, la Fosca. Cresciuta parecchio, aveva gambe lunghissime, dal ginocchio in giù tutte d’un pezzo come tronchi; i piedi calzavano il quarantuno. Le braccia, anch’esse smisuratamente allungate, ciondolavano a destra e a sinistra ad ogni passo. A dire il vero, tutti i movimenti del corpo risultavano sgraziati e poco armoniosi, fuori controllo. Il collo faceva invidia ad un ritratto di Modigliani. La pettinatura tirata a coda di cavallo, che oscillava come un pendolo, evidenziava il viso allungato e magro. La fronte era nascosta dalla frangia che lambiva le sopracciglia. Sotto, due occhietti scuri sempre in giro qua e là, difficili da fissare.

Tuttavia, pur tra le imperfezioni, non potevano sfuggire all’occhio sensibile ai particolari, le mani. A nessun pittore sarebbe stato facile immortalarne l’assoluta perfezione. Le dita affusolate e le unghie smaltate di rosa tenue, cui la ragazza dedicava cure maniacali, ne risaltavano la grazia.

Ciao Elsa!” urlò sbandierando il braccio destro. “Che pedalata! Sono tutta sudata, tutta sudata.”

Tirò fuori dal seno il fazzoletto, era lì che lo nascondeva sempre, e tamponò la fronte e il collo.

Dai siediti. La vuoi un po’ di Idrolitina fresca?”

Sì, sì, volentieri, volentieri!”

Si sedettero una di fronte all’altra. La Fosca tracannò la bibita e Elsa prese tra le mani un orlo da imbastire.

Da dove arrivi così trafelata?”

Sono stata al mercato a comprare uno scampolo per una gonna.”

Tolse dall’inseparabile sporta di paglia un pacchetto avvolto in carta da giornale. Vi sfilò un pezzo di stoffa e glielo mostrò.

Elsa, ti piace, ti piace?”

È un bel gabardine” osservò la sarta strofinandone con perizia un angolo tra pollice e indice. “Ma non te l’ho appena fatta una gonna?”

Mi va stretta. Devi prendermi ancora le misure, le misure.”

Elsa le diede un’occhiata, ma non notò alcun cambiamento. Faceva la sarta da sempre, di misure se ne intendeva, con tutte le donne che aveva vestito!”

Non mi sembri ingrassata.”

Fosca esitò e, aggiungendo rossore alle guance accaldate, accennò un sorriso enigmatico, mentre i suoi occhi sfuggivano allo sguardo di Elsa, come per evitare che la donna ne carpisse il segreto.

Elsa, devo dirti una cosa importante, importante.” L’aria era quella di chi concede l’esclusiva di una confidenza. “Ieri la mamma ha chiamato Ginevra per farmi visitare.”

Non stai bene?” chiese preoccupata la sarta, tenendo l’ago sospeso.

No, no, sto benissimo, sto benissimo. La levatrice ha detto che… sono in stato interessante, in stato interessante.”

Sorrideva dolcemente senza ombra di imbarazzo e ora gli occhi brillavano, fermi sul viso di Elsa.

La donna, incredula, cercò invano parole adeguate alla situazione. Tempo addietro, la madre di Fosca le aveva confidato che era preoccupazione sua e del marito che qualcuno approfittasse dell’ingenuità della ragazza per farle del male. Elsa pensò a quei poveri genitori e alla reazione alla notizia della gravidanza della figlia.

Come se le avesse letto nel pensiero, Fosca le venne in soccorso.

Il papà e la mamma sono felicissimi. Lui ha pianto di gioia, e la mamma dice che dove mangiano tre, mangiano anche quattro.”

* *

Fosca aveva diciannove anni. Era nata nel ’45 quando Agnese e Nando, già quarantenni, non speravano più di avere figli. Qualcosa durante il parto andò storto ma Ginevra, la levatrice, non spiegò mai alla coppia cosa fosse realmente accaduto. Quella creatura fu per loro una benedizione, una gioia immensa. Crebbe giudiziosa e ubbidiente. La maestra diceva che era una bambina sempre contenta, andava d’accordo con tutti, ma faticava a tenere il passo della classe. In terza ancora non sapeva leggere e scrivere correttamente. E poi…quel ripetere il finale delle frasi, la preoccupava. Suggerì ad Agnese uno specialista in città, ma né lei né Nando furono d’accordo.

Fa così perché vuole parlare in fretta” la giustificava. “Se non è tanto brava, pazienza. Dopo le elementari starà a casa ad aiutarmi.”

Un giorno, al ritorno da scuola, Fosca si gettò tra le braccia della mamma e col viso sprofondato nel suo grembiule, che ne soffocava la voce, iniziò a singhiozzare.

Tu e papà siete bugiardi. Non è vero che la maestra mi ha messa all’ultimo banco perché sono alta. L’Adele dice che lei è davanti perché è la prima della classe e io sono in fondo perché non sono tanto normale e sono somara, sono somara.”

La sua bambina così disperata, Agnese non l’aveva mai vista. Ad ogni singhiozzo, quel corpo esile sussultava contro il suo.

A te piace stare all’ultimo banco?”

Sì, così vedo tutti senza dovermi girare” rispose piagnucolante.

E alura…lasa chi diga! Lascia che dicano!”

Con un angolo del grembiule le asciugò le lacrime che irrigavano le guance e il moccolo che colava dal naso, anche a quello serviva il grembiule delle mamme, e la baciò in fronte.

Dopo la quinta, mentre Agnese e Nando mandavano avanti la stalla e i campi, Fosca si occupava della casa: pulizie, cucina, spesa.

Ogni mattina infilava la sporta di paglia nel manubrio della bici, percorreva il viottolo di sassi e buche che univa la sua cascina sperduta tra i campi al resto del mondo e raggiungeva la bottega del Beppe. Un pot-pourri di fragranze di pane, focaccia, torte e biscotti appena sfornati e odori stuzzicanti e invitanti di formaggi, spezie e salumi appesi al soffitto, orgoglio di Beppe.

Fosca maneggiava i soldi con sicurezza e sapeva fare bene i conti. Successe un paio di volte che Beppe le diede il resto sbagliato: lei controllò e sul palmo della mano glielo spiattellò davanti al naso.

È la seconda volta” fece la ragazza con inaspettata risolutezza, guardandolo minacciosa negli occhi. Non accadde più.

Beppe commentò con la moglie: “Però la Fosca, altro che mica tanto giusta, i conti li sa fare bene! Fregarla non è facile.”

* *

Elsa, pensa che bello, che bello! Nascerà a maggio, il mese della Madonna e delle rose, delle rose. Sarà Maria Rosa o Marcello.”

Come Marcello Mastroianni!”

No, Marcello… come suo padre, come suo padre.”

Marcello? Chi poteva mai essere questo Marcello? Elsa proprio non ne aveva idea.

Forse era uno di quei giovanotti sempre fuori dall’osteria che l’avevano soprannominata “Olivia”, per il suo aspetto allampanato. Quando arrivava in bicicletta, si appostavano ai bordi della strada e la incitavano battendo le mani, come al giro d’Italia.

Dai Olivia, forza, pedala, pedala, ch’el to Braccio di Ferro al t’aspeta!”

Lei li scansava e accelerava cantando a squarciagola e pedalando con le lunghe gambe ad angolo per evitare che le ginocchia urtassero il manubrio, impettita, senza degnarli di uno sguardo. Quando li aveva ben distaccati, sbandierava un braccio e urlava: “Ciao stupidlot! Siete una manica di stupidlot!”

Si lasciava alle spalle le loro sghignazzate.

**

Fosca un amore “in carne ed ossa” non l’aveva mai avuto. Tuttavia, aveva vissuto tanti amori “sulla carta”: divorava i fotoromanzi.

Leggeva la sera, dopo cena, quando in cucina tutto era sistemato, i suoi genitori erano andati a dormire e la casa era immersa nel silenzio. Seduta sul tavolo, abbassava il lampadario saliscendi e iniziava la lettura ad alta voce. Nando ed Agnese al piano di sopra la sentivano e poco importava se la lettura era ancora stentata e incerta come alle elementari. Contava saperla lì, protetta dalle mura domestiche e dal loro affetto.

Fosca, tra foto e dialoghi, viveva la sua vita sentimentale. Si immedesimava da protagonista nelle storie di tradimenti, amori finiti, contrastati, nascosti, impossibili e ne soffriva fino alle lacrime. Oppure si commuoveva per il lieto fine, quando l’amore trionfava su tutto, persino sulla cattiveria della gente, sulle ingiustizie, sui pregiudizi. Gli attori, belli ed affascinanti, diventavano i suoi “morosi” che cambiavano ad ogni nuova rivista. Con i ritagli dei giornali tappezzava tutta la sua stanza. A volte le accadeva di sognarli.

Raccontava dei suoi “amori” in bottega, tra i sorrisetti di compatimento dei clienti.

Beppe, dammi un etto del tuo salame speciale, voglio farlo assaggiare a Pietro, il mio moroso.”

Non si chiamava Maurizio?”

Maurizio l’ho mollato. Non aveva intenzioni serie. Morto un papa, se ne fa un altro, come dice la mamma.”

E così, di settimana in settimana si avvicendavano i nuovi “papi”: Sergio, Carlo, Claudio…

* *

Elsa, Marcello è quello delle pesche, delle pesche!”

Chi, il verunes?”

Sì, proprio lui, il verunes. Mi raccomando, è un segreto.”

Aveva abbassato il tono della voce e proteso il busto verso la sarta che, colta la solennità della rivelazione, sospese il lavoro.

Non lo sanno nemmeno i miei. Sanno solo che non è di qui. Per la mamma è meglio un forestiero, così non lo incontra in giro per il paese. Cosa ne dici, è bello vero? Altro che quelli dei fotoromanzi.”

Certo, bello è bello, ma … Marcello è…”

È sposato, stava per rivelare ma, con una freddezza di cui lei stessa si meravigliò, deviò: “È tanto che non lo vedo.”

Anch’io, è dall’inizio di settembre. Mi aveva promesso che la domenica dopo mi avrebbe portato a Verona alla casa di Giulietta. Mi ha raccontato la storia d’amore di Giulietta e Romeo. Sapessi quanto ho pianto. Io l’ho aspettato vestita della festa, ma non è venuto, non è venuto. Poveretto, ha sempre tanto da fare.”

Allora, come la facciamo questa gonna?” Tagliò corto Elsa.

Con l’elastico in vita, così mi andrà bene anche con la pancia, con la pancia. La sfoggerò quando Marcello mi porterà a Verona.”

* *

S’incontrarono, la Fosca e Marcello, la prima volta un pomeriggio di luglio del ’64.

Nella penombra della cucina, con gli scuri socchiusi per lasciar fuori la luce e la calura estiva, lei sonnecchiava sul divano. Sola. I suoi erano nei campi per la raccolta dei meloni e delle angurie. Qualche pigro muggito arrivava dalla stalla.

Il motore di un camion interruppe la quiete della canicola. Fosca sbirciò tra le fessure delle persiane. Sull’aia, un camioncino rosso carico di cassette di frutta. Ne scese con fare atletico un giovanotto che squarciò il silenzio in cui la casa era abbandonata, urlando il suo richiamo:

FORSA CHE GHEMO I PERSEGHI DE VERONA,

NOSTRANI, DOLSI E BONI

COME LE DONE!”

Fosca uscì, ad ogni passo sempre più rapita da quella visione: indossava una canottiera bianca che dava risalto alla pelle abbronzata e dalla quale emergevano spalle e braccia vigorose.

Buongiorno!”, l’accolse lui, con un sorriso invitante. “Abbiamo le pesche dolci e profumate, appena raccolte questa mattina!”

Ne prese una dalla cassetta e gliela offrì. “Assaggia che bontà!”

No grazie, mi fido.” Da uno così, avrebbe comprato qualunque cosa a scatola chiusa.

Quante ne vuoi?”

Ma… due o tre chili.”

Due o tre chili? Prendine una cassetta. In pochi giorni le finisci. Mangiate con il pane, sono meglio di una bistecca.”

Le portò in casa una cassetta colma.

Gli offrì un bicchiere di spuma e lo osservò mentre beveva: capelli neri mossi, occhi scuri, bocca ben disegnata. Da quale fotoromanzo era uscito?

Non ti ho mai visto da queste parti, da queste parti.”

È la prima volta, di solito giro nella mia zona del veronese. Passerò ogni giovedì per tutta la stagione delle pesche. Grazie per la spuma. Io sono Marcello, tu sei…?”

Fosca.”

Lo vide camminare, salire sul camion, allontanarsi e da quel momento non ebbe davanti a sé che quelle immagini. Quanto sarebbe durata una settimana? Un’eternità.

L’eternità passò. Il giovedì seguente, ritornò. Fosca da più di un’ora girava attorno al tavolo in cucina, evitando il divano. Peccato sgualcire il vestitino blu a pois bianchi, stretto in vita, con la gonna a campana e le maniche a palloncino, che le stava tanto bene. Si precipitò sull’aia. Si ritrovò davanti quel sorriso che l’aveva seguita per tutta la settimana.

Ciao Fosca, che eleganza! Allora, com’erano le mie pesche?”

Buonissime! Papà ne vuole due cassette, le altre le abbiamo finite subito.”

Te l’avevo detto. Aspetta, ho una cosa per te.”

Prese in cabina una pesca enorme. Gliela porse, sorridente.

È la più bella che ho. L’ho raccolta apposta per te.”

La accolse con le mani a coppa e la annusò. Il frutto le copriva tutto il viso, salvando solo gli occhi, puntati su di lui.

Lo sguardo di Marcello fu calamitato dalla grazia delle mani: la pelle di seta, le dita lunghe che avvolgevano il frutto prezioso, le unghie rosa della tonalità della buccia. Fosca l’addentò. Il nettare bagnò le labbra e sgorgò sul mento. Lui con la mano lo asciugò. Gli sguardi, l’uno nell’altro.

Attenta al vestito! Le macchie di frutta non se ne vanno.”

Fosca si avviò in casa e lui la seguì con le due cassette.

Illuminata da una spada di luce che tagliava la penombra, lei gustò il frutto che distillava gocce di nettare, che lui raccolse con le sue labbra.

Il divano, tutto per loro. Sgualcire il vestitino blu a pois bianchi non era più peccato. Era desiderio travolgente. Stretta a lui, da respirare appena.

Così, ogni giovedì. Ad ogni incontro, la pesca più bella per lei. Anche l’ultima volta che si videro, all’inizio di settembre…

Quando si alzò dal divano e si ricompose, lei lo squadrò e pensò divertita: “Muti stupidlot, eccolo il mio Braccio di Ferro!”

Devo andare, è tardi. Ci vediamo domenica e ti porto a Verona alla casa di Giulietta. Conosci la storia di Giulietta e Romeo?”

No”.

Gliela raccontò e lei si commosse fino alle lacrime.

È una storia vera?”

Certo! Tutte le storie d’amore sono vere, se ci credi.”

Anche quelle dei fotoromanzi?”

Se ci credi, sì.”

Prima ci credevo, adesso non li leggo più, non li leggo più. Credo solo alla nostra storia d’amore.”

Fosca, promettimi di non parlarne con nessuno. Deve rimanere un segreto tra noi due. Solo così, sarà veramente la nostra storia d’amore. A volte la gente è cattiva e si mette in mezzo…”

Come con Giulietta e Romeo?”

Sì. Giurami che non ne parlerai con nessuno.”

Sì, sì, te lo giuro, te lo giuro.” Spaventata all’idea che qualcuno le portasse via quella storia vera, incrociò velocemente gli indici sulle labbra e pronunciò la formula “Giurin giurello”, rispolverando un vecchio ricordo dei tempi della scuola.

A Marcello quel gesto ricordò la sua bambina: lo faceva ogni volta che erano complici di un segreto che la mamma non avrebbe dovuto scoprire.

Improvvisamente disorientato, le chiese: “Quanti anni hai?”

Diciannove, e tu?”

Mentì. “A domenica! Verrò con la mia Giulietta, si chiama così la mia macchina.”

Lo accompagnò sull’aia e lo vide partire. Per l’ultima volta.

Lo aspettò ogni domenica: smalto alle unghie, capelli sciolti, calze fini, scarpe nere di vernice e borsetta abbinata. I suoi, preoccupati, la guardavano agitarsi avanti e indietro dalla finestra, ma non chiedevano. Poi, verso sera, saliva in camera e mentre si spogliava di tutto, cancellando anche il rossetto, pensava a lui, povero Marcello, che anche quella domenica aveva dovuto lavorare. Scendeva in cucina con le calzette corte, ciabatte e grembiule, e Agnese e Nando ritrovavano serenità.

* *

A maggio del ‘65 nacque Marcello. Da subito, per tutti, Marcellino. La Fosca fu una mamma attenta e premurosa e i nonni non furono da meno. Quei tre non fecero mancare nulla al bambino che crebbe bello, sano e sereno. Agnese, in un momento di sfogo col marito, sputò veleno: “Chiunque sia quel disgraziato, un pregio ce l’ha: non farà sentire la sua mancanza.”

Marcello non fu più visto da quelle parti né quell’estate, né le estati seguenti.

Pesche buone come quelle del verunes non ne abbiamo più mangiate” diceva la gente.

Fu nell’agosto del ’68 che Elsa rivelò a Fosca del ritorno di Marcello, sempre di giovedì.

Da me non si è fermato, forse non aveva tempo” lo giustificò lei.

Il giovedì seguente, preparò Marcellino ben pettinato e ben vestito, lo caricò sul seggiolino della bici e raggiunsero la casa di Elsa. Il camioncino rosso era già sull’aia.

Il cuore le usciva dal petto. Rimase sulla bici: non era sicura che le gambe la sostenessero. Marcello non era cambiato.

Ciao, come stai? Lui è il mio bambino. Si chiama come te, come te, ma tutti lo chiamiamo Marcellino.”

Impietrito, Marcello deglutì. Impossibile imbastire una frase: le parole gli si aggrovigliavano in gola. Si schiarì la voce. Qualche suono doveva pur emetterlo!

È un bel bambino!” e, accarezzandogli la testa, “quanti anni hai?”

Tre, così” rispose il piccolo mostrando orgoglioso tre dita della mano. “E so già guidare il trattore del nonno.”

È patito per i trattori. Mio padre lo porta spesso in campagna. Sai Marcellino, questo signore ha una Giulietta come il modellino che ti ha regalato la mamma per il tuo compleanno.”

Va veloce?” chiese il bambino a Marcello.

Velocissima. Domenica vi porto a fare un giro.”

Posso guidare io?”

Certo, ti insegnerò.”

Fosca sorrise compiaciuta per l’intesa tra i due, appena nata e inaspettata. Marcello non raccontava bugie. Solo favole. Alle quali lei e Marcellino, come tutti i bambini, credevano.

Mamma, ho fame, voglio una pesca.”

Te la regalo io una bella pesca, la più grande che ho. L’ho raccolta apposta per te.” Marcello andò in cabina e gli portò una pesca enorme, che il bambino a stento tenne tra le sue manine.

Mamma guarda, sembra una palla. La posso mangiare subito?”

No, ti sporchi. La mangerai a casa, a casa.”

Marcello intervenne in sua difesa: “La mamma ha ragione. Hai una maglietta così bella! Le macchie di frutta non vanno via.”

Quelle d’amore, nemmeno, pensò la Fosca allontanandosi.

Sbandierò il braccio e ridendo gridò:

Ciao, stupidlot, ti aspettiamo domenica!”

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