Testi inediti vincitori 2001

Salmo 139 (138)

“La borsa a ciondoloni

sulla sua signora fiera

con lo scettro di biscotto

pralinato tra le mani.

Ha vinto la pronuncia

del nome imbarazzante dei gelati,

che strappa la gioia di vivere

e l’intimità, detta apertamente:

il Cornetto, il Croccantino, il Cucciolone.

Come dal confessore

col timore di non avere pene a sufficienza

o col sospiro prima di dire l’indecenza,

il male capitale. Tu scruti e conosci il mio cuore:

il Lui & Lei, il Cooky snack, il Carte d’Or (e)”.

Batte il respiro

“Batte nel cuore

il respiro dell’addio.

Batte forte ed entra,

bizzarra evanescenza

dentro la stanza, la luna,

Rompe il suo raggio il sonno

Scuote nel brancolante buio

la vita che fluiva lenta,

quieta nemica dell’indifferenza,

e fa più grande il sogno”.

Erodiade

“Quella testa la voglio, sul piatto, esangue, recisa alfine dal corpo,

sul bene sul male non più senziente, fatta cembalo muto per sempre”.

Tu credi mozzandola dunque,

greve così elidere il Verbo,

che al potere sa l’oro gemello,

oh! che seccante granello…

Tu credi agitandola dunque,

l’acre tua bocca seconda,

demente! Qui tutto ottenere

polvere polvere polvere…..”

Funeral a Ricaldon Funerale a Ricaldone

“Lasa Signur ch’ u sea fiurì u senté” “Lascia Signore che sia fiorito il sentiero”

a ricord el paroli ‘d na cansòn ricordo le parole di una canzone

e tònta gént, duminica ‘d gené e tanta gente , domenica di gennaio

‘ns la strà du simiteri a Ricaldòn . sulla strada del cimitero a Ricaldone.

Andè a murì per na cansòn ‘d Sanremu Andare a morire per una canzone di S.Remo

per in erur ‘d cariera da cantònt per un errore di carriera da cantante

um bsogna avéini poca, esi di semu bisogna averne poca, essere scemo

l’era acsé chi pensavu i benpensònt. era così che pensavano i benpensanti.

Ma a sòn sicùr ch’ u j era in’ atra idea Ma son sicuro che c’era un’altra idea

‘nt la gént ch’ a l’era là ‘ns cula salita nella gente che era là su quella salita

chi savu che el razòn ad la puisea che sapeva che le ragioni della poesia

del voti i son pù forti che la vita. a volte sono più forti della vita.

Mè a j’era lé da sul, coi me magòn Io ero lì da solo, coi miei magoni

per Tenco , e la mé storia ansèma a tè per Tenco, e per la mia storia con te

e um girava ‘nt la tèsta el so cansòn e mi giravano nella testa le sue canzoni

cula puisea che adess j’andavu a stré quella poesia che adesso andavano a sotterrare

Duminica ‘d genè … zerda e grisur Domenica di gennaio… gelo e grigiore

la strà col ciotri sraji ‘ndrént ai bògg la strada con le pozzanghere gelate dentro i buchi

‘sa fila lònga‘d gént ch’a j’ava atur questa lunga fila di gente che avevo intorno

tucc con la tèsta basa e l’aqua a j’ògg tutti con la testa bassa e l’acqua agli occhi

At ò vista!! Pù ‘n là col paltò scur Ti ho vista ! Più in là, col paltò scuro

a l’impruviz, andrénta in teremot all’improvviso, dentro un terremoto

ma a j’ò facc mustra ‘d niente, a j’ò tnì dur ma ho fatto finta di niente, ho tenuto duro

per nént emusiunèmi cme in fanciot. per non emozionarmi come un ragazzino

Um è avnu cme l’istint ad defilèmi Mi è venuto l’istinto di defilarmi

nénta fèm vigghi , vòja ‘d scantunè non farmi vedere, voglia di scantonare

ma ‘t ai uardà , t’éi cursa a salutémi : ma hai guardato, sei corsa a salutarmi:

‘t la savi che lé ‘n mèz a j’era mé. Sapevi che lì in mezzo c’ero io.

A stava schiss, a j’ava ‘l grup an la gula Stavo zitto, avevo il nodo in gola

po’ at ò ciamà cme t’avi facc a avnì poi ti ho chiesto come avevi fato a venire

se t’eri con di amiz o bèle sula: se eri con amici o se eri sola:

còn j’amiz ad tò pari, del Partì. con gli amici di tuo padre, del Partito.

A so nént se per Tenco o d’j’ att mutiv Non so se per Tenco o per altri motivi

che t’eri basinaja, t’avi j’ògg trist che eri mogia, avevi gli occhi tristi

uardònda méj am na so acorcc , ‘t piònzivi guardando meglio me ne sono accorto

la prima vota piònzi ch’at ò vist. La prima volta piangere che ti ho visto.

U fava frigg, as eru pià sut brass Faceva freddo, ci siamo presi sottobraccio

sentivu an po’ ‘d calur stònda dauzén sentivamo un po’ di calore stando vicini

u giasòn u scrusiva suta i nost pass il ghiaccio scricchiolava sotto i nostri passi

a capiva perché ‘t ava ausu bèn capivo perché ti avevo voluto bene.

It òn ciamaja , as suma saluta Ti hanno chiamata, ci siamo salutati

“Augum –si – t’avi dicc – restuma amiz” “Vediamoci – avevi detto – restiamo amici”

e prima ‘d scapé véa , in bazén, sgagià e prima di scappare via , un bacio, svelti

ch’at ò punzì la pèl con i barbiz che ti ho punto la pelle con i baffi.

Lasa Signur ch’u séa fiurì u senté Lascia Signore che sia fiorito il sentiero

cme chi dzivu el paroli dla cansòn come dicevano le parole della canzone

per Tenco e per la gént ch’a l’era lé per Tenco e per la gente che era lì

‘ns la strà du simiteri a Ricaldòn. sulla strada del cimitero a Ricaldone.

Ci dicono

“Ci dicono

Siamo della categoria

“Giovani”

Esultate

Ragazze e ragazzi

A noi appartiene il futuro

Navigate e telefonate

Così un giorno

Potrete avvertire

Quando attraccherete

Da qualche parte

A noi appartiene del resto il futuro

E ce lo pubblicizzano

A colpi maniacali

Di tariffe speciali

Affittando per l’occasione

Corpi siderali

Ah

E non dimenticate

Le messaggerie vocali

Comunicate

Comunicate

Comunicate

Date retta a me

Comunicate

Perché non è mai stato

Così costoso

Un tempo era gratis”.

Le poesie segnalate della Seconda edizione

Serena Giacometti – Padova

Primavera

Sei venuto

carezzevole piuma,

verde foglia,

nuvola bruna

su secca spoglia.

La tua coda di pavone

la tua sensuale canzone

tra pallide ali

tra frasi servili.

Sono della tua corona

incoronata,

nel tuo ventre frantumata;

la lingua balla, avvelenata,

al suono dell’unico nome.

Sono d’evanescente vanità

avvolta.

Di nient’altro m’importa.

Claudio Bellini – Valenza (Al)

Vestiti di legno

Il vento teneva

la città sospesa

come un castello di carte.

Dentro vi era Dio

vicino a croci di ferro,

vicino a uomini insanguinati,

vicino a belve feroci.

La terra confezionava

vestiti di legno

per i suoi figli.

Enrico Sessa – Milano

Compleanno

Il tempo non passa mai

lassù

nel lucernario.

Il mondo si ferma

davanti a quella piccola finestra,

e il silenzio

fa festa ai miei anni.

Matteo Fantuzzi – Castel San Pietro (BO)

…ho 3 quadri sulla parete di casa: tre

quadri. in ognuno di loro l’oceano.

3 vicoli delle pareti. tra essi mi immergo

ho troppe rinunce da potermi opporre. loro

avanzano ed io mi trascino. addormento

mi lascio al trasporto: sopporto

Antonio Toni Mirli – Piacenza

*Lina*

Lina si lavava graffiava l’acqua del catino di smalto.

Lina che non era certo la moglie di Saba.

Aveva un piano nobile in testa tra i capelli biondi naturali.

E perdite sudate di acquazzoni.

Non sapeva nel suo gesto nella sua pelle nuova di quel

velo antico del Monferrato. Lina aveva

gli occhi azzurri si lavava,

non sapeva che in segreto ero vicino che quell’aria

di mattina anch’io la respiravo .

Di regolamenti, vettovaglie, trombettieri

“Passeggiò sul colmo , a ridosso delle merlature a picco sulla piazza. Esitando piegò le zampe, quasi a spiccare il volo. Desistette . Tornò indietro spingendo ripetutamente in avanti il becco, goffo, scivolando sulla superficie curva del coppo.

Un frullo d’ali e non fu più solo. Danzarono sul coperto un madrigale. Una breve pausa ed insieme si alzarono, diretti a ponente : l’occhio incantato, le ali nel cuore.

Distolse lo sguardo dalla torre e lesse ad alta voce il testo del “Regolamento di Vettovaglie”. Solo l’inizio, scandendo le parole: -“Tutti i mercanti che espongono la propria mercanzia in pubblica piazza o strada dovranno dipendere dal giudice per l’assegno dei rispettivi posti, e non sarà loro lecito cambiar il posto assegnatogli. Nel caso di insubordinazione ne sarà fatto immediato rapporto alle Autorità con requisizione immediata delle vettovaglie esposte, di qualsiasi natura esse siano“-,

alzò lo sguardo al fondo della sala, senza distinguere volti e persone, -“….e demolizione e rovinatura con gesto pubblico“. E’ chiaro? La piazza deve ora rimanere sgombra, non è giorno di fiera. Ora andate. Via via, uscite!-, conclude in modo affrettato chiudendo il pesante volume, e rivolto ai suoi attendenti: -Vi raggiungerò sulla piazza-.

Dette robe, se pregiudicate, non si lasceranno vendere nemmeno a vil prezzo, e ne anche donare ai poveri, ma verranno distrutte in quel modo che il giudice crederà più conveniente“. Il regolamento dettagliava le misure fisiche e gli strumenti per addivenire alla rovina della mercanzia: pestatura delle merci alimentari di rivenditori di butirro, pollame e pesce di ortolani, fruttajuoli, beccaj, pizzicagnoli, fornai, mugnai, lardajuoli, pasticcieri; macero o fuoco per opere da sarto, calzolaio e simili; ma non aveva voluto darne lettura. A che sarebbe servito poi, era misera gente, popolani, mercanti: l’inganno nei gesti e nel cuore….

Si prescriveva poi che “essendo le penali portate dal presente regolamento note ai più, non si potrà mai, riconosciuta e provata una contravvenzione o mancanza al disposto, deviare dalle medesime“. Mai a memoria d’uomo era stata fatta eccezione, neppure per una coppia di vacche, nell’anno nero della carestia, finite a colpi di bastone e lama e poi bruciate. Il cerimoniale della rovinatura pubblica attirava sempre folla, pur attonita. La miseria dilagante non frenava l’applicazione del regolamento, sottolineava vieppiù la gravità del gesto del trasgressore, l’inesorabilità della pena, l’efficienza della Giustizia. Proprio avant’ieri quella verduraia, carnale e ciarliera all’eccesso, l’aveva sommerso di odori e parole, incomprensibili e rozze: lo sfregio alla mercanzia di costei era stato atto dovuto, giusto e necessario. Esemplare e liberatorio.

Arrivato sulla piazza, due uomini muniti di picconi si diressero verso il carroe ne sollevarono il telo che lo ricopriva. Tra pentolame vario, un oggetto riluceva. L’occhio del Giudice si fermò.

Decise di avvicinarsi. Trattavasi di un’opera scultorea di eccelsa fattura, una “pietà” ove il dolore aveva ceduto il posto alla beatitudine. Qualsiasi chiesa o nobile famiglia avrebbero anelato a dare dimora a tale perfezione artistica; lui stesso avrebbe pagato una somma altissima, per poi farne dono al Sovrano, naturalmente….. “Che fosse frutto di sacrilego furto? Come poteva essere arrivata fino alla nostra città? Che fare? “. Guardò il mercante, le mani larghe a nascondere gli occhi, e poi la folla accorsa numerosa ed in silente attesa. E poi di nuovo la Vergine Santissima, il Suo volto di madre….. Quale grazia e quale eccesso di perfezione! Gli parve esito d’inarrivabile bellezza, ma non era opera consueta….. No, Ella non aveva bisogno di alzare gli occhi al Cielo, il Cielo era tra le Sue braccia. Non portava il gesto sconsolato di volgere le palme delle mani rimettendosi alla volontà potente del Dio supremo….come erano solitamente tali raffigurazioni. No, le mani si posavano dolci sul volto senza vita del Suo Figliuolo, ne accarezzavano, sfiorandolo, il pallore mortale. Carne della propria carne. E Spirito, di Dio.

Alzò la mano, allontanò i pensieri, e le scuri si abbatterono. Il rumore del pentolame coprì il crepitio della pietra in frantumi. Come Geremia su quella di Gerusalemme, così il mercante su quei resti indirizzò lacrime e carezze, grandine e dolore.

Distolse lo sguardo e si diresse al palazzo, il volto di gesso. S’era ritrovato investito delle cariche di Podestà e Giudice, sempre più occupato a gestire norme, applicare sanzioni, regolare la vita della città secondo ordine: le Fabbriche potevano aspettare, gli fu detto. Per lui, Architetto della Comunità, una vera iattura.

Seppur nell’imminenza del pasto, un ulteriore interruzione lo distolse da pensieri e cibarie: venne portato al suo cospetto un giovane triganiere, due occhi profondi e neri da sguarafosso. Ripetè meccanicamente la lettura del Regolamento, concludendo con “….requisizione immediata delle vettovaglie esposte, di qualsiasi natura esse siano e demolizione e rovinatura con gesto pubblico“.

-Presto, facciamo in fretta!- esclamò risoluto, ma ormai esausto.

Sulla piazza il telo era già stato tolto dal carro. Il Giudice fermò il suo cuore: una grossa gabbia ed all’interno i più begli esemplari di triganini e trombettieri, del tipo bianco bigio, bissone caldano, dorato frizzano maltinto, magnano munaro nero, pietra scura, pietra chiara, pietra di marmo, quadrinato sauro, schiamone, smagliato, trigano, varazzo zarzanello. –

Domine Iddio….“, il padre del Giudice aveva raggiunto vette insuperabili nel governo degli augelli. Gli aveva insegnato là, sul davanzale dell’altana, le tecniche e i trucchi dell’arte triganaria con i quali si era soliti dirigere le ostilità tra gli stormi che gridavano battaglie nei cieli cittadini.

Un colombo, dove nasce muore“, gli ripeteva spesso. Gli aveva trasmesso la passione e l’ardore per l’addestramento: non era scopo prioritario la cattura dei colombi delle fazioni avverse, quanto piuttosto quello di far compiere al proprio branco dei voli perfetti per compattezza ed entusiamo. Un branco ben addestrato doveva levarsi in volo e andare a cercare un altro, anche lontano, per unirsi a questo. I due branchi uniti si accompagnavano e riaccompagnavano nelle rispettive dimore a vicenda, seguendo diligentemente i cenni dei triganieri, che se li rimandavano colle banderuole, sino a quando qualcuno non decideva di ritirarsi e richiamare col fischio il suo, “strappando“. Il pensiero di quelle giornate passate sui tetti….i componenti del branco “strappato” che si appoggiavano tosto sul ponte dell’altana, mentre quelli dell’avversario ad impennarsi, e tronare a tutta velocità alla colombaia d’origine.

Un colombo, o muore o arriva“, si diceva nell’ambiente. E il bello era proprio vederli arrivare, incominciare da lontano a chiudere le ali e a volteggiare nell’aria, quasi a manifestare la felicità di essere ritornati alla loro dimora. I suoi preferiti, “trombettieri di Altemburgo“: intelligenti e sensibili. Fedeli: se separati arrivavano a morire di crepacuore.

Domine Iddio….“, aveva dovuto lasciare tutto questo, chiamato a fare altro. Non più colombi pitone di Piacenza, stretti parenti padani dei sottobanco modenesi, incapaci di alzarsi in volo; né colombi romani, giganti della specie, inclini alla rissa; né scontri tra gli ascolani o i sanguigni romagnoli; non più i colombi grossi calzati di Lucca, i tronfi, i conchiglia funebre, i bocchetta di Venezia, i turchi calabresi, i begliocchi di Stettino, i capitombolanti provenzali, i volteggiatori di Latore, i tremolanti di Mookee, i saltimbanchi di Lowtan, che volano altissimi per lasciarsi improvvisamente cadere di qualche metro facendo tre o quattro capitomboli, girando su se stessi come un saltimbanco che faccia i salti mortali. Neppure un gazzo nero vellutato, o uno schietto pietra-chiara con verga gialla.

-Signor Giudice, si sta facendo tardi….potete dare inizio alla rovinatura- intervenne il consigliere. Incurante, avanzò verso il serraglio.

-Da dove venite?-, domandò.

-Ho girato presso le principali corti europee allietandole con spassosi esercizi di “peristeropedia“: ho ammaestrato queste creature a eseguire nei loro voli speciali danze figurate, a fingersi morti in seguito a uno schioppo di fucile….sono animali meravigliosi, fuori dalla norma!-

-Avete infranto il regolamento-.

-Ho insegnato loro a lanciarsi in mezzo ai fuochi d’artificio rimanendo immobili tra i continui scoppi e lo sfolgorare delle scintille, tra le risate ed il rumoroso stupore degli astanti….. Sono la mia vita, intelligenti quant’altri mai!-

-Il regolamento è chiaro: nessuna eccezione-.

-Vi prego, signore, per i miei trombettieri…..-.

Singhiozzando, si buttò a terra: -O Dio che sei in ogni luogo, nella rugiada del mattino e nella brina della sera, nel passero e nell’avvoltoio possente. Chi ha portato all’uomo il raggio di sole, la speranza del futuro, la certezza dell’approdo dopo il diluvio? Non fu forse una colomba? E chi è foriera di pace, prosperità ed abbondanza per la città? Non è invero la colomba?-, alzò lo sguardo al Giudice: -….Vi prego, Vi prego, signore!-.

Questi guardò gli occhi umidi, e poi la gabbia. Rabbrividì, abbottonandosi e continuando a fissare il giovane, fece cenno di sollevare il coperchio. Nel mormorio generale, fu un attimo, un sibilo. Un colpo secco e lo stormo si involò.

Alzò repentina la mano e le scuri si abbatterono. Il rumore del legno spezzato non coprì il frullo d’ali e il turbinio di polvere sollevata.

Come la Vergine sul corpo del Figlio, così il giovane triganiere su quei resti versò carezze e sorrisi. E lacrime ammaestrate, come nei maggiori teatri del continente; la mente al Cielo e il cuore grato che oscillava piano nell’acqua ghiacciata della possibilità”.

Il rosmarino.

I luoghi hanno un’anima. E sono vivi, più vivi delle persone che li abitano.

Bella frase, non c’è che dire. Forse l’ho letta nelle cartine dei cioccolatini, forse sul retro di un CD di musica new age. Però è vero. Accidenti se lo è! Altrimenti, mi dico, non starei seduta qui, in mezzo alla polvere, a domandarmi perché mi sento così male all’idea di lasciare questa casa.

Il trasloco è sempre un trauma. Lo so, buttata così è un’affermazione da vecchia comare che, sfogliando le riviste dal parrucchiere, abbia fatto indigestione di rubriche “Lo psicologo risponde”. Il guaio è che anche questa è una verità. Esistono poche fortunate (dipende dai punti di vista) persone che vivono fregandosene allegramente del luogo in cui si trovano (casa, quartiere, nazione, pianeta Terra… non necessariamente in quest’ordine) o che dichiarano che vivrebbero bene in qualsiasi posto. Persone che non hanno alcun problema a spostarsi, per un giorno o per la vita intera. Un po’ profughi, un po’ viaggiatori, un po’ rappresentanti di enciclopedie.

Per carità, non è il mio caso. Io, se trovassi un vaso abbastanza grande, mi ci pianterei, come un geranio. E mi parcheggerei su un bel terrazzo, in una posizione ideale; non troppo sole, non troppo vento, giusto grado di umidità. Oppure, mi accosterei al muro di una vecchia casa. Casa come questa, alla quale sto dicendo addio.

C’era una grande pianta di rosmarino, fino a qualche tempo fa, tra la porta e una panca di pietra. E’ seccato. Per mia madre è un segno del destino.

Non ho mai abitato in questa casa per più di una ventina di giorni consecutivi. Giusto il tempo delle vacanze di agosto, spesso anche quelle di Natale e Pasqua. Il tempo della vendemmia, ovviamente. Ha dominato i sogni della mia infanzia, i sogni veri, i notturni onirici viaggi. Ad essere sincera, io sogno spesso le case, quindi, se si dà retta alle più comuni interpretazioni, sono una che riflette parecchio su se stessa. Verissimo. Sai che pizza… Be’, io ritengo me stessa interessante, ma non esageriamo…

Torniamo alla casa. Ho sofferto meno quando abbiamo lasciato la nostra vera casa, in Riviera, quella in cui la mia famiglia ha abitato per cinquant’anni. Il problema è che questa casa è ormai solo un guscio vuoto e cadente. Non c’è più la prozia Matilde, una roccia di donna che, me lo ripeto sempre, se fosse nata mezzo secolo più tardi, sarebbe diventata capitano d’industria o presidente della Camera. Non c’è più mia nonna. Non ci possiamo più venire noi, e allora ci siamo premurati di portar via tutto. Più che un trasloco è stato un saccheggio. Una rapina di ricordi. Ogni mobile, ogni vecchio attrezzo è stato da noi portato via con il preciso scopo di catturare per sempre un po’ dell’anima della casa.

Mi aggiro per le stanze spoglie con un mano un voluminoso piatto di portata, bianco con svolazzi color seppia. Non è nostro. Abbiamo ritrovato un appunto, scritto con inchiostro ormai sbiadito su carta ingiallita, in cui forse la prozia si era segnata di doverlo restituire ad una certa Eugenia. Ignoriamo per quale ragione il piatto fosse ancora tra le stoviglie della prozia e neppure il perché e il come vi fosse arrivato. Forse era stato consegnato pieno ma, una volta svuotato, non era tornato alla legittima proprietaria.

Mio padre ha identificato l’Eugenia del biglietto, perciò devo recarmi da lei, o meglio, da sua figlia Maria, per procedere alla restituzione. Mi decido a salire in macchina, fa un gran caldo nonostante sia quasi sera. Il paesaggio ha la forma e i colori pieni, maturi, che io amo di più. Io sono un tipo da collina, senz’ombra di dubbio. Anche se sono nata e cresciuta al mare, se mi chiedono di chiudere gli occhi e di immaginare la natura, io vedo queste colline, con i vigneti, i campi di grano, di mais e i noccioleti. E, in un angolo, lo scorrere del fiume Bormida, qui dove si incontra con l’Erro. E la torre.

Arrivo ad una cascina tra le tante, un cane – un meticcio di media taglia – mi viene incontro scodinzolando. Un uomo anziano e uno giovane lavorano dentro al cofano di un grande trattore. Sono il marito e il figlio di Maria. Mi presento e spiego loro la ragione della visita.

Mi invitano immediatamente ad entrare, e intanto mi chiedono dei miei genitori e se è proprio vero che abbiamo deciso di vendere la casa, come hanno sentito dire in paese. Glielo confermo e Pietro, il marito di Maria, grugnisce « E’ un peccato… »

L’interno della cascina è arredato con gusto, persino con qualche tocco decisamente moderno, anche se con una sobrietà tutta contadina. Ne ho viste parecchie, di case come queste, anche più ricche, ma hanno tutte il passato lì, appena sotto la superficie passata a cera, anche se i pochi oggetti antichi o almeno vecchi sono usati né più né meno come decorazioni, come si farebbe in città.

Mi offrono da bere un vinello dolce e frizzante, Maria va a preparare il caffè, mi porta una torta di nocciole. Le mostro il piatto e le spiego che gliel’ ho riportato.

Lei ride. « Sono anni che abbiamo rotto l’ultimo pezzo di quel servizio!»

« Be’, non proprio l’ultimo…»

« Perché non lo tenete voi per ricordo? » mi propone. «Sarebbe più un ricordo per voi che per noi » insisto. «Va bene » accetta Maria con un sorriso.. Esalo un sospiro di sollievo. Ho onorato anche questa volontà della prozia ed ho sbolognato un ingombrante coccio che, pur con tutti i nostri buoni propositi di non rinunciare neppure ad un chiodo arrugginito o ad una tazzina sbeccata, minacciava di essere la goccia che fa traboccare il vaso. Mia madre, nonostante la sua indiscussa abilità nell’arredare (leggi stivare) mobilia e oggetti vari, avrà il suo bel daffare a piazzare il tutto nella nostra attuale casa, già ricchissima di masserizie!

« Però anch’io ho qualcosa da darti » mi annuncia Maria. Panico; chissà perché, penso subito che quel qualcosa sia enorme, ben più grosso del piatto.

Spedisce il marito a prendermi della verdura, delle caciotte e un salame, poi mi invita a scendere in giardino. Contro il muro della casa esposto agli ultimi aliti del vento che arriva dal mare, c’è un’enorme pianta di rosmarino.

« Visto che meraviglia, eh? » mi dice, orgogliosa. « E’ un regalo della tua prozia a mia madre. E’ nato dalla pianta che aveva lei davanti a casa e che mi hai detto che è seccata. » Si china per prendere un vasetto di coccio nel quale sta crescendo una nuova piantina. « Tieni. Portatelo in Riviera.»

La ringrazio. Annuso le minuscole foglie cerose, dall’aroma inconfondibile. Forse, alla fine, lo spirito della nostra antica casa piemontese riusciamo a portarcelo via… Maria sorride, compiaciuta. Forse ha capito cosa sto pensando.

La signora Pazzaglia

La signora Isidora Pazzaglia al mattino si sveglia presto per sciacquare subito il cuore dagli incubi notturni, orlati di rimproveri e di recriminazioni; mentre si ravvia i capelli davanti al lavandino, li vede con la coda dell’occhio gorgogliare via dal buco, sempre un po’ otturato dalle speranza cadutele lì dentro la sera prima, con l’ultimo sorso schiumoso di dentifricio. Fa colazione con latte e caffè e poi si dedica al rito quotidiano della spazzatura da buttare: raccoglie le ultime cose della sera sparse per la casa con meticolosità, stando ben attenta a non tralasciare niente e senza volersi soffermare troppo sull’angoscia di non riuscire, durante la giornata, a creare tanti rifiuti da riempire un sacchetto l’indomani.

Apre la piccola pattumiera rossa che occhieggia nell’angolo della cucina, ne cava fuori il sacco sul fondo del quale giacciono già, inermi e spiaccicati, i rifiuti del pasto della sera avanti. Li guarda cacciando per un attimo lo sguardo e il naso dentro: le piacciono perché le ricordano le alghe imputridite sul bagnasciuga del mare, hanno quel solito stare languido e abbandonato, i primi per il cadere casualmente dentro il sacco durante veloci operazioni di gastronomia casalinga, le altre per essere state lasciate li a morire da quelle onde leggere e quasi senza voce del primo mattino. Un giorno, si ripromette, sarebbe andata al mare, si sarebbe divertita a raccogliere tutto quel ciarpame sulla spiaggia e ne avrebbe riempito un gran bel sacco.

Armata di questo carico ancora leggero e vagamente odoroso, va in salotto e acchiappa soddisfatta i fili di lanugine sparsi sul pavimento (il tappeto che ha comprato fuori dal supermercato da un magrebino si libera spesso di qualche ciuffetto colorato) per poi lasciarli liberi di cadere leggeri nel sacco finché non si appiccicano all’organicità in via di putrefazione che già giace là dentro.

Afferra l’incarto di un gelato gustato davanti alla televisione proprio mentre ne mandavano la pubblicità: quale soddisfazione aveva provato, quasi un’euforia intima e appagante (aveva anche sorriso con la bocca sporca di cioccolata). Ne fa una pallottola, anch’essa leggera e eterea, che subito si riapre e si allunga grinzosa e ribelle sopra il resto della spazzatura.

Raccoglie il giornale del giorno prima, svuotato di alcune pagine che le erano servite per raccogliere le squame della carota pelata per quel cruditè che aveva letto dal parrucchiere, su una di quelle riviste per adolescenti che parlano solo di diete e di ragazzi. Mentre lo pigia dentro a forza le cadono gli occhi sul titolo stropicciato di prima pagina “Morir… soffoc… dal… spazz..” Eh, no questo a lei non accadrà mai…

Impugna, decisa e soddisfatta per la scoperta, la lattina vuota di aranciata lasciata in giro con falsa noncuranza, per poi poter assaporare il brivido di rintracciarla, nascosta malamente sotto il tavolinetto che ne lascia trasparire il colore e la forma ma inganna un po’, per uno strano effetto si luci e di lavorazione del vetro, sull’esatta posizione. Dopo aver raccolto quelle briciole stantie di vita, passa nel corridoio, che come dice il nome stesso, serve solo per correre, per trasportarti come un tapis roulant verso le altre stanze della casa e non offre niente di bello da gettare via se non, quando sono accesi termosifoni d’inverno, qualche cespuglietto di polvere. Le tornano allora in mente quei film western in cui eterne sequenze sono dedicate alla visione di sterpi che rotolano per strade arse dal sole.

In camera da letto scuote via dalla federa del guanciale le briciole dei presagi onirici della notte appena trascorsa, le spazza via con la scopa e le riversa nel sacco che si trascina dietro come una befana; getta via la boccetta ormai esausta delle gocce per dormire, e svuota il posacenere dagli incarti delle caramelle succhiate mentre ha riletto l’ultimo romanzo d’amore prestatole dalla sua amica. Si china poi per terra, quasi in preghiera, sperando che qualcosa le sia sfuggito il giorno prima, qualcosa che potrebbe essere rotolato sotto il letto e che potrebbe buttare ora, un po’ in ritardo, ma sempre in tempo per la corsa diurna all’illusione penelopeliana si creare e disfare per poi creare.

Niente: sotto il letto solo la ceramica un po’ scrostata e il buio profondo verso la parete. Si rialza un po’ delusa, un ultimo sguardo ricognitore attorno a sé e poi va verso il bagno, vera flicina, assieme alla cucina, di spazzatura. Sul bordo del lavandino giace, vitreo e scivoloso, il vasetto vuoto della crema da notte: purtroppo queste confezioni economiche – le uniche che si può permettere con i soldi della pensione di reversibilità del marito – durano anche un mese, ma non saprebbe descrivere quale contentezza le nasce tra le viscere, alla bocca dello stomaco quando lo afferra, finalmente vuoto, per gettarlo nel sacchetto dell’immondizia, quel sentirsi conforme e parte del sistema ora che lo butta e anche dopo, quando ne aprirà uno nuovo, già acquistato e tenuto lì, pronto, nell’armadietto del bagno dentro la sua scatolina di cartone avvolta nel cellophane, anch’essi splendidi rifiuti per far ingrassare il suo sacco.

Schiaccia tra le dita il cilindro di cartone della carta igienica (delle volte, quando la spazzatura scarseggia, lo sfila prima che sia finito il rotolo, che lascia lì a penzolare, molle e sfinito, ormai privo di scheletro e pronto alla resa); poi con delicatezza, con due dita appena, il rasoio per depilarsi (non aveva mai avuto tanti peli sulla lingua e la vita le aveva insegnato che ogni tanto non averli era meglio, almeno quando c’era da difendersi da chi voleva fare il furbo, come il giorno prima quel fruttivendolo odioso del mercato vicino a casa sua, che le voleva rifilare delle melagrane di giugno spacciandole per primizia e ad un prezzo impossibile), la bottiglia vuota del bagnoschiuma o dello shampoo, della lacca per i capelli, l’incarto della saponetta al profumo di rosa… Alla fine pigia ben bene tutto nel sacchetto azzurro, tira con forza i lacci gialli e ne fa un bel fiocco stretto stretto di modo che niente del suo buttare possa sfuggirle più e rimanga in eterno prigioniero di quel tempo ormai trascorso. Ciabatta giù per le scale del palazzo, esce per strada, percorre quei trenta metri che la separano dal cassonetto tenendo il sacco con la stessa identica soddisfazione con cui un cacciatore tiene per le orecchie la lepre appena fucilata. Giunta al cassonetto, apre col pedale il coperchio, si getta il sacco dietro le spalle e lo lancia dentro con un gemito di fatica di vivere. Lascia il pedale e il coperchio, sbattendo, gli alita con forza un po’ di tanfo nel viso. Si ravvia soddisfatta verso il portone col mazzo delle chiavi nella mano sinistra e un po’ di niente nella destra.

Un tempo, quando i sacchetti da buttare venivano lasciati fuori dalla porta degli appartamenti dai condomini ed era il portinaio che si occupava di raccoglierli, aveva preso l’abitudine di affacciarsi sul pianerottolo a sera tarda per scambiare il proprio sacco con quello dei vicini. Il portinaio, un volta che era un po’ più sobrio del solito, notò la strana disincronia tra il sacco gigantesco, odoroso di cibo e di vita in viaggio, buttato da quella signora sessantenne che viveva da sola, e il minuscolo sacchettino della spesa, abbandonato fuori dalla famiglia di cinque persone della porta accanto, leggero quanto la cenere che gli cadeva dalla cicca appesa in eterno alla bocca, e aveva pensato, tra sé e sé, che quello della signora

Pazzaglia doveva essere un gran bel vivere.

Il racconto segnalato della seconda edizione

Gianni Caccia – Novi Ligure (AL)

Il ragionamento del Bloody Mary.

Appena li vide entrare intuì. Erano scesi da un’Honda Civic che avevano sbattuto proprio davanti all’ingresso, fuori dalle righe malgrado il parcheggio fosse quasi vuoto proprio dove si protendeva la tettoia di cemento che recava l’insegna rosso scuro quasi porpora del Bloody Mary a lettere spietatamente squadrate. Non che l’avessero scritto in faccia chi erano ma in un locale che sembrava creato apposta per quel punto senza vita nel mezzo del rettilineo tra due curve strette come se obbligassero a rallentare per vederlo un pub birreria con musica dal vivo nel weekend che era l’incrocio della gente più inquieta e più smaniosa d’altrove, a lavorare in un locale come quello un edificio bianco e piatto con un po’ di dehors per l’estate e la macchia sanguinolenta dell’insegna che spiccava nella notte s’imparava presto a catalogare le facce a riconoscerle al primo colpo e al primo colpo incasellarle, ciascuna nella sua categoria così appena li vide entrare l’uno quello al volante, piuttosto tarchiato la faccia bruna e malinconicamente cattiva dove alitava un che d’intellettuale per via del pizzetto folto congiunto ai baffi, i capelli una volta corvini ora con qualche filo di grigio, ricci e fluenti, un completo beige sulla camicia bianca senza cravatta; l’altro, smilzo e dagli scatti nervosi, con un giubbotto di jeans sopra i pantaloni di un improbabile verde oliva, i capelli biondicci, radi sulla fronte, raccolti dietro la nuca in un accenno di coda; appena li vide entrare a spron battuto come se temessero di perdere un appuntamento, con la poca gente che c’era, anche se non aveva ancora avuto la prova il tipo del bar intuì.

Andarono difilati verso di lui girando nel contempo lo sguardo tutt’intorno, anzi il tipo smilzo a un certo momento puntò quasi i piedi e fece per tracciare un’orbita sui suoi tacchi, poi riprese la direzione del bar. Il locale, una specie di rettangolo corto e largo, era immerso in una penombra da camera ardente; due luci rossastre, piuttosto soffocate che soffuse, disegnavano due flebili cerchi sul pavimento, al centro del rettangolo, mentre alcuni faretti giallognoli incombevano, a completare l’opera, sul bancone del bar in fondo, ancora deserto a quell’ora presta del venerdì sera, dove lui si affaccendava più per non stare fermo che per necessità. Come un rombo in lontananza pesava sul locale un sottofondo cupo, la voce sporca di Tom Waits che raschiava dalla gola le sue ultime note imbarbarite dal whisky.

Sedettero sugli sgabelli e così scomodi appoggiarono le mani al bancone di finto marmo; quelle del tipo col pizzetto erano straordinariamente pelose, cespugli sgraziati fiorivano sulle dita in concordanza della faccia, gli veniva la barba fin quasi agli occhi, quelle del tipo con l’accenno di coda erano esili e lisce come la sua faccia dove era appena un segno di peluria sotto il mento.

Il tipo col pizzetto comandò gentilmente una birra piccola.

«È perché vuoi restare lucido, vero?», disse l’altro col tono di una battuta che teneva in serbo per l’occasione. Poi comandò a sua volta un caffè sforzando un’uguale gentilezza.

«Ma non sei già abbastanza nervoso?», fece di rimando il tipo col pizzetto. E ci risero su col gusto di aver ripetuto e sentito proprio quello che volevano ripetere e sentirsi ripetere. Non ebbe più dubbi allora, anche sotto i loro modi gentili la natura si tradiva, aveva catalogato giusto.

«Che razza di musica», disse il tipo con l’accenno di coda mentre il tipo del bar armeggiava alla macchinetta del caffè. «La conosci?»

«Mai sentita», rispose il tipo col pizzetto.

«Con questa musica del membro», e il tipo con l’accenno di coda calcò quest’ultima parola, «faranno scappare tutti. Non lo troveremo».

«Sarà un brano per quando non c’è di gente», disse sbrigativo l’altro mirando con soddisfazione le consumazioni che arrivavano. «Del resto la musica è intonata al locale».

Consumarono senza più parlare, l’uno svuotando il boccale di birra piccola con pochi e ampi sorsi, l’altro divorando il caffè e raccogliendo lo zucchero rimasto sul fondo col cucchiaino. Infine il tipo col pizzetto gli fece la richiesta che aspettava.

«Cerchiamo Tiberio Ciceri. Sappiamo che viene spesso qui. Un tipo sulla trentina, anche qualcosa di più, altezza media, capelli castani, porta gli occhiali; taciturno, veste trasandato…»

«So chi dite. Non è ancora arrivato stasera. Ma è ancora presto».

Tiberio Ciceri: dunque cercavano lui. Un po’ fuori quota rispetto all’età media del locale, veniva sempre da solo, non conosceva nessuno e non aveva mai attaccato discorso, neanche con quelli del bar che finivano presto o tardi per dare confidenza ai clienti più o meno abituali. Si piazzava sempre all’angolo sinistro del banco, dov’era una curvatura prima della porta del bagno, ingollava di furia la sua birra come se fosse pentito di essere entrato; occhi per lo più a terra, che fissavano il pavimento o il poggiapiedi del bancone e solo di rado si appuntavano in faccia a qualcuno rivelando uno sguardo mite e intenso, finora aveva fuggito la catalogazione, faceva categoria a sé.

«Se però viene dopo che siamo andati via», disse il tipo con l’accenno di coda con uno scatto in avanti del braccio destro, «non dirgli che l’abbiamo cercato. Perché noi torniamo», aggiunse tentando con malagrazia di addolcire il tono di minaccia.

Il tipo col pizzetto alzò con calma la mano sinistra facendogli il gesto di fermarsi, che poteva bastare.

«Ho capito», disse asciutto il tipo del bar.

«A questo punto però», disse il tipo col pizzetto voltandosi verso il compagno, «sarà curioso di sapere oltre. E poi, che cosa avrà capito?»

«Che deve occuparsi esclusivamente degli affari di sua pertinenza», sogghignò il compagno.

«Che lo cercate ed è inutile che venga a qui a bere di fretta per fuggire subito, tanto tornerete e lo troverete, una sera o l’altra. Qui o altrove, più facile qui me lo sento».

«Perspicace, l’amico», disse il tipo col pizzetto. Poi, rigirandosi con calma verso il bancone e passando un dito sull’orlo del boccale sul cui fondo galleggiava un po’ di schiuma: «E se ti dicessimo che hai colto in pieno, che hai davvero capito?»

«E per che altro lo cerchereste? L’ho capito appena siete entrati, mi restava solo da sapere chi. Ma servirebbe fare qualcosa? Se potesse fuggire quello che gli avete destinato, quello che anche a voi è stato destinato, perché anche voi avete ricevuto un comando e non potete fuggirlo…» I due si guardavano negli occhi, perplessi del ragionamento. «Non farò nulla, se è questo che volete sapere. Non posso fare nulla per evitarglielo. Se non voi, verrà qualcun altro e lo raggiungerà. Non si può fuggire quello che ci è destinato. Solo…»

«Solo?», interrogò il tipo col pizzetto.

«Solo mi dispiace che sia lui. Non lo merita. Non m’interessa che cosa vi ha fatto, o che cosa ha fatto a chi vi ha mandato, ma di certo non lo merita».

«Un barista dal cuore tenero», fece il tipo con l’accenno di coda. «O vuoi menarci per il naso?» Stava perdendo la pazienza, ma lo frenava il compiacimento di camuffare le espressioni più trite che gli salivano alle labbra.

«No, è curioso», disse l’altro. «Continua. Perché, secondo te. non lo merita?»

«Lo si intuisce dalla faccia, che non lo merita. Da come fugge anche quando se ne sta là, in quell’angolo, a bere. Ma ciò che è inevitabile non ti guarda in faccia, se lo meriti o no».

«Ah, allora si vede che Tiberio Ciceri è uno che fugge?»

«Lui più degli altri. Qui tutti fuggono. Il bar è una fuga. Che t’illude per un poco, una mezza sera d’averla trovata, finché non è l’ora di pagare».

«Quindi ti dispiace perché è lui, e non altri?»

«Appunto. Tanto più che non posso evitarglielo, o stonarlo su altri. Foste venuti per lo spacciatore seduto a quel tavolo, con un collega o un cliente, non lo so, o per quel fighetto che è entrato adesso con un’ochetta nuova, mai che sia due volte la stessa, mi sarebbe importato solo che non lo faceste qui. Poi mi tocca pulire, e il sangue non si lava via facilmente. Costa fatica».

«Mi sa che stai dando troppa confidenza all’amico», tagliò corto il tipo con l’accenno di coda. «Ora che ci ha visto in faccia, poi».

«Giusto». continuò il tipo col pizzetto. «Ora che sai, come pensi che ci regoleremo con te?»

La gente non voleva ancora arrivare, solo due o tre ciuffi di persone spuntavano tra le sedie e i tavolini vuoti e nessuno intendeva avvicinarsi al bancone, a interrompere il ragionamento; Tiberio Ciceri quella sera non aveva cercato lì la sua fuga, aveva scelto una fuga diversa dall’insegna sanguinolenta che appariva all’improvviso ai fa delle auto nella notte, invitando inesplicabilmente a fermarsi.

«Quello che volete, neanch’io posso fuggirlo. Se mi risparmiate e stasera lui non viene, la prossima volta che si fa vivo, se lo è ancora intendo, potrò dirgli…»

«Mi pareva di essere stato chiaro», digrignò il tipo con l’accenno di coda.

«di non fuggire più, che nessuno di noi può fuggire».

«Sei proprio il barista adatto per questo locale. Bloody Mary, che specie di nome. Che cosa ti ricorda?», chiese al tipo col pizzetto.

«Una robaccia imbevibile, fatta col pomodoro e qualcosa di piccante».

«E proprio un nome del genere dovevano dargli?» Gli rispose la voce siderale di Laurie Anderson, contornata, come non era suo uso, di fisarmonica e chitarra acustica. Strange Angels, cantava, here they come.

«Già quelli che hanno per passatempo di andarsi a prendere qualcosa in un bar è gente da poco. Quelli che vengono qui, poi…»

«Perché non chiedi ragione a lui, del nome?»

«Buona idea. Scommetto le pudende», disse il tipo con l’accenno di coda calcando ancora il preteso eufemismo, «che non sa neanche perché il posto dove lavora si chiama così. E magari», la faccia glabra s’illuminò tutta, ne aveva scovato un’altra delle sue, «e magari adesso esce la padrona, una bonza dalle sinuosità cascanti, coi capelli lunghi e rossi, non quel rossiccio ramato, ma proprio rossi che sembra le abbiano rovesciato il sugo di pomodoro in testa, e il nostro amico, con la sua faccia da pesce bollito, la chiama: “Excuse me, Mrs. Bloody Mary?”». E qui stette ad aspettare l’effetto saltellando sul suo trespolo. Il tipo col pizzetto piegò il labbro a un accenno di sorriso forzato, appena visibile tra la peluria.

«Mica per altro nel cinema usavano il pomodoro», intervenne il tipo del bar. «Quella roba è davvero imbevibile, pastosa come il sangue; se qualcuno la vuole chiediamo bene se sa di che si tratta, prima di servirla. Ma capita di rado. Io, poi, non la so fare».

«Questo stordito mi ha triturato l’organo». Il tipo con l’accenno di coda represse appena un epiteto zoomorfo alla divinità che gli avrebbe rovinato tutto il gioco di schivare il turpiloquio; la sua voce era ormai il soffio rabbioso di un gatto che stava per sfoderare le armi. «Fosse per me comincerei da lui. Andiamocene, stasera non viene».

«No, aspettiamo ancora un po’», disse il tipo col pizzetto. «Non vedi che proprio adesso c’è un po’ di gente? E poi lui mi piace. Ragiona bene. Prenderei un’altra birra piccola».

«Ma non dovevi mantenerti lucido?»

«Mi serve per concentrarmi meglio. Tu non prendere altri caffè, che sei già abbastanza nervoso».

Ilipo del bar aveva voltato le spalle ai due e spillava la birra. Con la coda dell’occhio sbirciava il tipo col pizzetto che fissava il boccale vuoto continuando a ripassarci il dito sull’orlo, gliel’aveva lasciato davanti proprio per quel bisogno, mentre l’altro era sceso dal trespolo e lo squadrava torvo con le mani infilate nelle tasche del giubbotto che grattavano. Quando tornò con la birra il tipo col pizzetto aveva tirato fuori i soldi delle consumazioni.

«Stasera tocca a me», disse, e sfoderò un altro mezzo sorriso.

«Sì, se viene tocca a te. È il giro».

«È il giro. Quando tocca, non lo puoi fuggire». Mise il resto nel portafogli ordinando le banconote, poi tastò la birra con sorsi più brevi.

«Ha ragione l’amico», disse rivolto al boccale. «Non si può fuggire. Neanche noi. Pensa se, ad esempio, ci rifiutassimo».

L’altro sbuffava, frenando a stento la sua impazienza che non contemplava un’ipotesi di quel genere. Venne gente al bancone e il tipo del bar dovette abbandonarli. La musica non fu più un sottofondo, il volume era salito, come d’abitudine quando il locale cominciava a riempirsi. Ma restava un romorio ossessivo, un blues imbastardito che era tutto un refrain, che sembrava sempre al punto di svoltare e invece tornava senza speranza su se stesso; il continuo, angoscioso refrain sul quale i Savoy Brown sferragliavano il loro Train to Nowhere.

Il tipo del bar tornò da loro con un paio di bicchieri lavati in mano, facendo segno che non aveva più tempo da spendere, che il ragionamento era finito.

«Aspettiamo ancora un po’», disse il tipo col pizzetto levando la sua faccia pelosa dal boccale. «Se arriva celo indichi. Senza scherzi, s’intende», aggiunse col suo mezzo sorriso.

«Siamo intesi. Non potrei evitarglielo comunque. Avrei solo una richiesta…»

«Che cosa ancora?»

«Non fatelo qui. Il sangue, costa fatica a lavarlo.»

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