Testi inediti vincitori 2002

Silvio Sangiorgi

Testamento di un esule

Sono tela di ragno al passaggio dei soffioni.

Non è sospiro, né desiderio:

qui prego abbrunato

che pietra almeno che porto in tasca

torni alla mia terra

Gabriela Fantato

La volpe sul tetto di casa

Nella casa ho messo ovunque

le tagliole per prendere quel tempo

quella lucida sera del ’38

(le bambine portavano calze

grosse, di cotone e mia madre

un nastro tra i capelli)

la volpe tra le tegole disegna

un silenzio di passi

piccoli come la pioggia sui vetri

(mia madre sa dei denti che prendono

senza chiedere, prendono

al collo gatti e bambini).

Tra la sedia e l’economica

respirano le piccole bocche

e gli anni si arrotolano nel cesto di lana.

E’impossibile dire se la volpe

tornerà , se il gancio tiene la memoria

(era impossibile fermarla

in quel suo spiare il mondo

dal camino di polenta gialla)

non c’è più la chiave e la porta

non si apre, non si apre.

Resto ferma , impigliata nella foto.

Vanda Guaraglia

Il taglio dei ginepri

Gli uomini scendevano dal bosco nella neve

era vertigine il pianto dei tronchi

nei nidi la vita un silenzio d’attesa.

Gianni Giannini

Impermeabile

A parlarne per primo è stato un cronista straniero, poi l’inchiostro ha mosso altro inchiostro e le parole sono divenute immagini, cibo per i telegiornali. Desideravano intervistarmi e sarebbe stata l’occasione per demolire tutte le ipotesi e le teorie, anche le più oneste, però non avevo voglia di raccontare e non mi è venuta in seguito.

Ieri ha telefonato un vecchio amico per chiedermi: come va? Andava meglio quando il mio lavoro era solo un hobby che nessuno poteva conoscere e tanto meno sospettare. Ora invece mi assillano con offerte in dollari, in sterline, in euro e in monete mai sentite. Non capiscono che sono uno studioso o al limite un collezionista. Mi trattano come un mercenario e ricevo diverse minacce, ma dormo sereno perché la mia attività è indispensabile.

Sta suonando il campanello, un suono lungo e leggero. Finisco di scrivere il sei orizzontale, poso l’enigmistica sul tavolo e vado ad aprire; completerò più tardi il cruciverba.

L’uomo sulla soglia mi saluta e come vuole il regolamento mi mostra il suo tesserino: è l’ispettore Castelli, ci siamo conosciuti lo scorso inverno. Anche lui si ricorda e cammina davanti a me, fino al salotto. Si toglie l’impermeabile e lo appoggia su una sedia, poi, senza attendere il mio invito, si accomoda al centro del divano. Si liscia la barba con due dita e spiega a voce bassa: “Stavolta la faccenda è più delicata, è stato un politico a denunciarla, uno famoso…”

“Che differenza fa?” Chiedo rimanendo in piedi, a un metro da lui.

“Non riesce a capire? Lei forse gli ha rubato segreti importanti!”

“Io non rubo, raccolgo.”

L’ispettore sorride, chinando leggermente il capo.

“Mi parli della sua attività…” L’ha proposto senza ironia, mi sembra anzi un invito amichevole e l’accetto stappando la bottiglia che avevo preparato sul tavolino di cristallo. Verso la birra nei boccali e ne porgo uno all’ispettore, che ringrazia e assaggia.

Mi accosto alla finestra, bevo una sorsata e avvio il mio racconto:

“Ho cominciato a dieci anni. Facevo la raccolta di notte, utilizzando la gerla di mia madre. Mi alzavo dal letto in punta di piedi, aprivo la finestra e saltavo giù planando fra i ceppi di lattuga o sopra le foglie di rucola. Il nostro paese contava cinquecento abitanti che andavano a dormire presto e durante il sonno perdevano, inconsapevoli, i loro ricordi. Io trovavo i ricordi davanti alle case e sapevo riconoscerli e catalogarli, li distinguevo dal colore e dalla luce che sprigionavano e avevo già intuito questa regola banale ma infallibile: i ricordi buoni sono grandi e leggeri, mentre i ricordi tristi sono piccoli e pesanti.

Non mi hanno mai scoperto, anche se una notte due ragazzi che tornavano dalla sala da ballo mi hanno visto all’opera, davanti alla villa del dottore. Stavo riempiendo la gerla, ma a loro dovevo sembrare un mimo, un mimo con scarso talento giacché adoperava una gerla vera. Sono scoppiati a ridere e al più grande dei due è cascato qualcosa da una tasca della giacca, ma io non gli ho detto niente.

Il materiale che raccoglievo lo portavo in fondo al paese, dove cominciava il bosco. Mi addentravo in una baita abbandonata e rimanevo delle ore fra quelle pareti di pietra spiando, con l’aiuto di una pila, i ricordi degli altri. La gente non si accorgeva della mia attività e anche i miei genitori non immaginavano nulla; avevo dei segreti e a tavola sfoggiavo lunghi silenzi, ma non ero poi diverso dagli altri ragazzini.

A Natale mi hanno regalato la bicicletta che desideravo, così ho iniziato a esplorare i paesi attorno. Ero diventato più esigente ma forse non è questo l’aggettivo adeguato, diciamo che mi stavo oltremodo appassionando al mio hobby. Evitavo solo di raccogliere i ricordi della mia famiglia, per pudore o per altri intuibili motivi.

Avevo sedici anni quando l’ente delle ferrovie ha concesso a mio padre il trasferimento. Ci siamo spostati in città e per mio padre si trattava di un ritorno alle antiche abitudini, mentre mia madre, che in campagna era nata, non pareva contenta della nuova sistemazione. Mio fratello era troppo piccolo per esprimere un giudizio, ma piangeva più del solito. Io? Ero curioso di vedere cosa sarebbe cambiato.

In città, ovviamente, la raccolta è aumentata, anche se per ragioni di tempo mi occupavo solo del mio quartiere. Stavamo al quinto piano e non potevo calarmi dalla finestra perché sotto c’era l’asfalto del marciapiede. Scappavo dalla porta e scoprivo che le notti non erano più deserte; le auto passavano ad ogni ora e chi si trovava a bordo riusciva a vedermi dai finestrini. Scorgevano un ragazzo magro che, fermo davanti all’ingresso dei palazzi, fingeva di riempire una grossa valigia (non usavo più la gerla perché mia madre l’aveva lasciata in paese, a una cugina). Avrei voluto attaccare un cartello sui portoni: Giovedì Raccolta Ricordi, come si fa con gli abiti smessi. Ma la gente non avrebbe capito.

Il materiale che trovavo lo portavo in cantina, non conoscevo altri posti dove nascondermi. Mi sedevo in cima a un materasso arrotolato e legato con lo spago, guardavo il vino imbottigliato da mio padre e pensavo che io sarei un giorno riuscito a imbottigliare i ricordi e avrei scritto sulle etichette la data e la provenienza. Ricordi DOC, insomma.

A parlare per primo della mia attività è stato un giornalista francese, non so come abbia saputo la storia; avevo trent’anni e stavo ancora coi genitori.

Poi le televisioni si sono tuffate sulla notizia e la gente ha iniziato a chiamarmi. Qualcuno ha preteso che gli restituissi i ricordi, ma non sempre ho potuto farlo perché i ricordi peggiori ho l’abitudine di bruciarli.

Esiste perfino chi vorrebbe acquistare i ricordi degli altri, tuttavia un simile trapianto non potrebbe funzionare e non parliamo dei rischi connessi…

Adesso abito da solo e ho aperto un officina, appena fuori città, dove riparo i ricordi guasti. Le richieste sono tante ma ho solo due braccia e non riesco a trovare un aiutante, sembra sia l’unico in grado di fare questo mestiere, o forse sono l’unico che ne ha voglia.”

“O magari l’unico che ha il coraggio di farlo.” Ha dichiarato l’ispettore, concludendo il mio racconto. Mi ha ascoltato con interesse e ha gradito la birra sebbene fosse un po’ calda, l’ha bevuta a piccoli sorsi senza mai posare il bicchiere sul tavolino.

Ora, ci scommetto, soffierà a labbra strette e accarezzandosi le sopracciglia parlerà dell’uomo politico che mi ha denunciato.

“E’ in mezzo agli scandali da quando è nato, chissà quanti scheletri tiene nascosti nei suoi mille armadi! Lei, col suo furto o la sua raccolta, la chiami come crede, lo ha posto in una situazione precaria.”

L’avevo immaginato, anche stavolta l’ispettore è dalla mia parte. Ma all’improvviso smette di parlare, il suo sguardo s’indurisce e i muscoli del suo viso si contraggono. Vedo i suoi ricordi che svolazzano per la stanza e poi crollano ai piedi del divano; sembrano sbiaditi e confusi. Mi avvicino all’ispettore e gli riempio il bicchiere. Mentre beve, raccolgo i suoi ricordi con un gesto rapido e provo a riordinarli e a metterli a fuoco.

La ragazza è giovanissima, potrebbe essere sua figlia. No, è un ricordo di tanti anni fa, è carico di polvere ma non sembra deteriorato, forse posso aggiustarlo. Mi piacerebbe aiutare l’ispettore.

“Perché è così attratto dalla vita altrui?” Lo ha chiesto con un filo di voce, quasi vergognandosi della sua curiosità e senza aspettarsi una spiegazione, poi si è curvato in avanti e ha perso altre immagini del suo passato. Ricordi nitidi, stavolta.

Vedo il mare, un terrazzino e l’insegna spiritosa di un ristorante. Sopra il tavolo, accanto ai fiori, quattro mani sono intrecciate. Gli occhi s’incontrano paralizzandosi, oppure scivolano assieme verso il medesimo orizzonte. Un’onda immensa si spacca contro il terrazzino ed è già salita la luna. Le parole sono l’inutile didascalia degli sguardi. Ma una forbice, sbucata da chissà dove, inizia a recidere quelle immagini, che subito si anneriscono perché il ricordo diviene insopportabile.

L’ispettore comincia a pormi domande inutili e perfino insensate. Non si accorge di quanto gli sta accadendo: ciò che perde adesso è forse smarrito per sempre. Mi chiedo cosa sia giusto fare. Per molti anni ho creduto a una specie di algebra dei ricordi, dove alla fine prevale il segno positivo; ma ai piedi del divano ho raccolto immagini orribili, scorciatoie per la follia. E la follia potrebbe causare un vuoto di memoria, o esprimere l’ossessione per un ricordo breve come un battito d’ali e lungo come l’infinito, breve come un battito d’ali e lungo come l’infinito, breve come…

Chiedo scusa, vado in bagno e chiudo a chiave la porta. L’acqua fredda mi sciacqua le mani e il viso. La lampadina dello specchio ha ripreso a tremolare e dà noia agli occhi, dovrò sostituirla.

Saranno passati due minuti, forse meno. L’ispettore se n’è andato senza salutarmi, una scelta bizzarra. Ha dimenticato sulla sedia l’impermeabile; potrei frugare nelle tasche.

Il mio tesserino dell’autobus: che faccia sconvolta! La licenza di pesca scaduta da diversi anni: avevo i capelli ricci e scuri. E queste? Devono essere le chiavi del mio appartamento al mare. Nel taschino interno scovo l’ultima foto che ancora rimane di lei, l’ultima foto assieme a lei: siamo dentro al mare.

Lentamente, mi sposto in cucina. Da un cassetto prendo i fiammiferi, ne accendo uno e rimango impassibile mentre noi bruciamo nel lavandino e in mezzo alle onde.

Era l’ultimo ricordo. Posso tornare di là, riaprire l’enigmistica e terminare il cruciverba.

Alan Zamboni

Sotterrifugi

Chiuse i libri, mise via la “i”, con il suo puntino, spostò il diario al confine del tavolo. Elsa si guardò intorno. Uscì lasciandosi alle spalle la casa e la cucina con tutte le spezie rinchiuse nei sacchetti e nei barattoli, che il profumo non avrebbe saputo districarsi.

Nel bagno, sempre più in ordine della camera, galleggiavano i cadaveri dei trucchi da signora, le creme per il seno, i Vagheggi, le lozioni per rinforzare i capelli. Poi, rinchiusi in armadietti bianchi come lapidi, senza maniglie, i rossetti, i rimmel, i fondo tinta.

Elsa non si era curata dei libri, oggi che i libri non si prendevano cura di lei. Nella sua camera volumi e carte e locandine e biglietti si sotterravano a vicenda senza capirsi, senza avere pagine in comune.

Fuori era sole, ma Elsa indossò i suoi occhiali scuri e spostò il sole su un altro piano, scordato. Pensò che la bicicletta non sarebbe servita e rinchiuse raggi e ruote dietro la basculante della rimessa.

Si incamminò ma si dimenticò presto della strada che non sapeva essere confine di niente. I colori che si inseguivano nella sua mente si sbiadirono. Leggeri spostarono odori e fantasie con loro. Elsa si accorse ma non disse nulla.

Restavano i suoi passi, i fiori e la primavera.

Elsa pensò che “adesso no”. Adesso la primavera poteva essere traditrice e recise i fiori dei giardini che incontrava e si lasciò dietro stuoie di petali.

Perse l’eco dei passi e passò sul tempo calpestando i sogni.

Sulla sera si incamminò verso casa, ma nessuno la vide rientrare. Col suo ritorno aveva cancellato anche tutti i suoi abili sotterfugi.

“Sensazione strana” pensò Elsa. Tutto com’era prima. Nulla che valesse la pena di essere riesumato.

Mancava solo l’atto finale, la cremazione di tutti quei morti, sparsi e sciocchi. Tutto era fermo come in un’attesa soleggiata, come in un’afa pesante e grassa di mosche.

Gli appuntamenti dalla massaggiatrice, la borsa della palestra, il cellulare attaccato al carica-batterie risalivano dal pavimento come stalagmiti e si concedevano sordità.

Il regno delle cose, come un gigantesco ragno delle case.

Incellophanò tutto e il sacchetto rigonfio ed ebete si colmò del tutto senza sosta come una claustrofobica arca di Noè.

Non c’era più nulla. Notte fuori. Pareti bianche dentro. Non una scritta sulla lavagna a pennarelli, non un cd vicino al caminetto. Non un segno sulla parete, non un ammenicolo che non fosse finito tra gli altri a dare volume al sacchetto di cellophane.

Era ora di andare a dormire, ora che i sogni erano incarcerati con tutto il resto e non correva più rischio di incubi, Elsa poteva allora andare a dormire.

Poteva chiudere gli occhi che più niente avrebbe tradito.

Ma la camera… era lì il punto. Era lì che il “punto” la aspettava. Solitario sulla parete bianca non poteva essere più evidente. Non ‘poteva più nascondersi. Il “punto della i” era rimasto fuori dal sacco. Forse era rotolato cercando scampo in camera, si era aggrappato alla parete, aveva cercato rifugio, ma nel mondo di niente di Elsa non c’erano vie d’uscita. Sarebbe stato visto subito, ovunque. Lei lo raccolse lì, dalla parete bianca.

Non poteva lasciare un punto senza la sua “i”.

Bastò un giro di danza per accorgersi che la “i” non era libera come il suo punto. Forse il punto era solo un punto e a capo.

Forse era la metà di un punto e virgola; o di un: “due punti, aperte le virgolette”. No. Elsa era sicura. Era il punto della “i”.

Cercò nel sacco e si trovò a districarsi tra scarpe da tango e costumi da bagno, bottiglie d’annata e fotografie radenti, bugie e baci d’affetto. Ribaltò cassetti e scatole di colori e biancheria, rilesse i biglietti inanimati alla ricerca di “i” senza punto, scaraventò le lacrime e i sorrisi sullo stesso autunno.

Trovò cose che giurò di non aver mai nascosto, il sacco era zeppo di cose che qualcuno aveva messo via per lei. Quando scorse il tempo e gli orologi, i pensieri e la terra di Siena sembrava già tardi. Quel tardi che non usciva mai dal sacco. Ma la “i” e il suo puntino si erano già ritrovati quando il sacco vuoto e languido venne bruciato da Elsa e si contorse negli spasmi più implosivi.

La “i”, senza il suo punto si era nascosta fin dall’inizio del racconto dietro le pupille di Elsa sì che lei avrebbe potuto vederla solo ribaltando gli occhi indietro, solo guardandosi. Proprio come faceva durante un orgasmo. Era poi scappata durante la frenesia della ricerca e, recuperato il suo puntino, era tornata dietro gli occhi di Elsa.

La “i” aspettava. Aspettava lì. Sicura che un giorno sarebbe stata trovata e che, stringendosela al seno, Elsa avrebbe finalmente potuto tornare Elisa.

STORIA DI UN BRACCIO

Fu ritrovato immerso nel fango, in una fredda mattina di marzo.

Il Podestà era giunto ansimante ed alla prima occhiata, imprecando, aveva esclamato rivolto al segretario:

– Si chiami con urgenza Sua Eminenza Eccellentissima! Lo si distolga dalle sue funzioni fosse pure all ‘Adorazione eucaristica, o ad amministrare i ‘Estrema Unzione a quel diavol d ‘un Rettore… od anche a sorseggiar vinsanto in compagnia del Granduca! Ovunque sia, deve arrivare qui al più presto e… non fatene parola con alcuno…via, via!-

Il Vescovo non tardò. Avvicinandosi, terreo, tolse la papalina, slacciò la mantella poi, aiutato dal prevosto, si piegò a terra allungando le dita bianche e ingioiellate: -Domine Iddio! Omnia ad maiorem Dei gloriam! Soli Deo, Trino atque Uno qui universi bonum omniumque Principium, et honor et gloria! Deo gratias, ci siamo! Ci siamo! –

Una mano, livida, con profonda escoriazione proprio al centro del palmo, fuoriusciva dalla melma. Spiccava il colore rosso scuro del sangue che raggrumandosi usciva dalla ferita prodotta dalla ferramenta. Le unghie parevano grigie, al di sotto della mota. Il Vescovo provò a raggiungerla, ma il fossato era profondo e scivoloso, ed il broccato della veste alquanto prezioso… -Estraetela, presto… ma con delicatezza! -, esortò goffo imbottito nella sua rotondità, palesando i calzari. -Fate pianio, per ani or di Dio!-, miagolò, coprendosi il volto, trepidante.

Un giovane seminarista, al sèguito, ubbidì e sporgendosi riuscì ad afferrare la mano esanime e rigida: dall’acqua melmosa affiorò dapprima il gomito e via via, coperto da alghe e altri immondi elementi, l’intero arto. Coperto di tumefazioni e graffi sanguinanti, il braccio venne adagiato sull’erba e, con una pezza candida di lino ricamata, mondato dalle lordure. -Sia lodato Domine Iddio. L’abbiamo trovato! E’ un giorno di grande festa per tutti, che il popolo intero ricorderà ad saecula saeculorum! Grande festa!-, ripeté il Vescovo con un tremito nella voce e la pancia borbogliante di lamento acquatico.

Tutto era principiato a gennaio proprio qualche ora prima della Solenne Processione e la notizia lo aveva colto di sorpresa durante la recita delle Lodi: furto, sacrilego furto!

Possibile? Il braccio sinistro del Crocifisso della Cappella di Cristo Re in Duomo era scomparso, svitato dal corpo.

Con le ginocchia piegate, tese nell’ormai inutile sforzo di sostenere il corpo e resistere alla morte, l’efebico corpo maschile di impeccabile ed armoniosa anatomia, costituiva un raro esempio di arte lignea del secolo quindicesimo, di autore ignoto toscano. Il volto esprimeva dignità e silenziosa mestizia: gli occhi infossati, aperti e fissi, la bocca semiaperta, il volto sofferente, e una grossa vena gonfia di sangue, evidenziata sul ventre, che sembrava pulsare, vera, ne caratterizzavano la fattura. Aveva la particolarità di poter essere smembrato e passare dalla condizione di appeso alla croce con le braccia spalancate, a quella di cadavere adagiato nel sepolcro, avvolto dal sudario, in attesa della resurrezione.

Tutto questo mediante la semplice operazione di svitamento e rotazione attorno a perni di ferro inseriti nascostamente nel legno. Gli stessi chiodi potevano essere tolti dalle mani e dai piedi ed all’occorrenza tamponate le forature con perni lignei, a somiglianza della carne sanguinolenta. Da secoli il corpo del Divin Salvatore veniva dunque periodicamente manipolato, staccandolo dalla croce e riportato, dopo la processione per le strade della cittadina e del contado, al giaciglio di morte, nella Cappella del Santo Sepolcro. Tre giorni, per poi ricomparire crocifisso nella Cappella del Cristo Re. Così da sempre, a memoria d’uomo, con enorme afflusso di fedeli devoti ed oranti.

-Possibile?- aveva dunque imprecato il Vescovo, – Chi può essere i ‘autore di tale atroce misfatto, chi il responsabile di tanto esecrabile eccesso? E’ il demonio che arma la mano di questi sciagurati e che confonde le loro menti, figli d’una demoniaca protervia, infami scellerati! “Lontan da città, lontan da sanità” avverte il proverbio: avran trovato rifugio nel contado montagnoso e silvestre a loro opportunissimo. Ah, stirpe di crini mali! La strada barocciabile da Pontassieve voluta dal Granduca e’ stata certo il bieco teatro di vana fuga in terra romagnola, o forse la feccia se la ride dal Ponte sul Sestaione, al Passo della Tambura… ma la bestia che con empietà inaudita, e con laide mani, quale ricettatore per la sacra refurtiva, ha minato la serena vita della nostra cittadina, dovrà trovarsi con rapidità rinchiuso nelle prigioni ducali, quanto é vero Iddio!-

Aveva poi continuato in un lacrimevole e compassionevole lamento fino a giungere pesantemente a biasimare di sua bocca la grande infamità, la nefanda insensibilità di intridere il sacro nell’immondo. Fu costi al cospetto di una marmorea Madonna che un brontolare di budella venne soddisfatto con cosciotto di castrato e arrosto lardellato. Fu presto interrotto dai suoi consiglieri che presero a manifestargli i loro intendimenti sulle azioni da intraprendere. Forte era l’esigenza di non esporsi inutilmente alla contestazione, al dileggio, all’inevitabile scandalo. Occorreva prendere tempo, il braccio poteva essere recuperato: palesare l’atroce gesto avrebbe potuto confondere e turbare profondamente la città devota, in particolare modo alla Sacra Croce. Prendere tempo, fu la decisione.

La Processione si preannunciava come sempre imponente. Vi era convenuta la migliore nobiltà del circondario, persino dalla lontana Sassorosso, assita sugli scranni della cattedrale, come grani di rosario: la folla nella piazza era immensa. Spirava un freddo acuto che sapeva d’aceto ed all’uscita del Crocefisso, il popolo meravigliato era rimasto come immobile, chi nelle strade, chi ai poggioli: un drappo rossoporpora avvolgeva parte del corpo del Redentore, cingendogli morbidamente i fianchi e via via su a coprirne la parte sinistra. Qui un elegante cordone dorato con nappe lo tratteneva al traverso della Santa Croce. Mai a memoria d’uomo era stata addobbata in tal guisa: tutti a chiedersi perché e percome, quando, proprio a ridosso del Palazzo del Vescovo, dalla croce ondeggiante al passo dei fedeli, il laccio si era sciolto, la nuvola rossa era scivolata a terra, ammutolendo la folla. La processione si era arrestata, e gli sguardi increduli andavano ora al Cristo, mutilo del braccio, ora al Vescovo, prostrato. Pareva l’effetto di così gran prodigio, che qualcuno aveva gridato al miracolo. Nel silenzio si era cominciato a sentire gemiti, pianti e urli nell’aria: qualcun altro aveva gridato al prodigio foriero di sventura.

Sua Eminenza aveva alzato lo sguardo, e poi le braccia, esclamando:

… Oremus! Il caso risulta come inaudito e tremendo, spaventevole, orrendo, è vero, ma non tutto è perduto. Dominus mortificat et vivificat, ad inferos ducit et reducit! Domineddio ha voluto inviare un segno: fermiamoci in preghiera, espiamo le nostre colpe, liberandoci dal peccato! Timete et orate quia nescitis horam! Preghiamo! Preghiamo! – La fibbia dorata delle pianelle brillò ai raggi del pallido sole.

Orrore e spavento avevano impregnato la città intera: ovunque esclamazioni, singulti, pianti, grida. La punizione divina aveva provocato nel popolo atterrito dolorose confusioni alle quali si era tentato di reagire con penitenze austere, vigilie, digiuni e processioni.

Propitius esto! Parce nobis, Iesu. Propitius esto! Exaudi nos, Iesu. A peccato sacrilegi! Libera nos, Iesu.

In Duomo, ripieno di genti grondanti di lagrime, e poi orazioni, confessioni, comunioni e processioni, pratiche devote da svolgere in pubblico come in privato, implorando l’intervento della Beata Vergine per la scoperta dei sacrileghi: occhi levati verso l’edicola sacra ad impetrare soccorso.

Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, parce nobis, Domine. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, exaudi nos, Dominee. Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, miserere nobis, Domine.

Oremus.

Dal lacrimevole lamento, il Vescovo era divenuto sempre più deciso a scovare il colpevole e si univa al coro di implorazioni che risuonavano strazianti nei vicoli, nelle piazze, davanti alla chiesa, sotto i patiboli.

Per tutta la giornata aveva imperversato uno stranissimo temporale, una burrasca d’acqua con tanta profusione di fulmini che aveva fatto presagire l’approssimarsi di eventi ancor più funesti. Qualcuno avverti che a Resceto il fiato prigioniero nel ventre della terra si era liberato, con un tremito lungo come un credo. Altri giurarono che il Ponte sul Sestaione era crollato per il giustissimo sdegno di Dio, e la rovina era durata per lo spazio di un miserere.

Durante la notte si era poi svolta l’Orazione pubblica delle Quarant’ore nella Chiesa di San Venceslao, ove era concorso quasi tutto il popolo della città con bellissimo ordine. E fu proprio in quell’occasione che venne notata l’assenza del fabbro: strano, si bisbigliava, e se fosse… L’indomani fu letta nella piazza e distribuita a stampa l’accorata “Instruzzione di Monsignor illustrissimo et reverendissimo Cardinale *****, per tutti quelli che avranno licenza di pregare e penitenziare nelle ville, in città et altri luoghi del Feudo della Lunigiana, di Varano, Apella e Taponecco, di Sua Signoria illustrissima”. Il Podestà e il Vescovo non vollero essere da meno e meditarono Avvisi e Grida: cominciarono col sottoporre ad interrogatorio il giovane fabbro. Accusato da un uomo dabbene che riteneva di averlo visto muovere in maniera sospetta nei pressi della Cappella di Cristo Re, fu dichiarato colpevole. Il suo destino di morte era stato anticipato dalla pubblica distruzione del corpo, affinché tutti potessero vederlo arruotato, rotte le ossa delle braccia: la bontà divina, stanca di tollerare la contumacia e perfidia di un’anima così empia e scellerata aveva abbandonato il reo di così

esecrando errore al proprio misero viaggio, si disse. Dopo una settimana del corpo se ne era persa traccia.

Quella mattina dunque il braccio fu ritrovato, a tre mesi dalla processione interrotta, a due lune dalla decollazione del fabbro, a un tiro di schioppo dalla Cappella.

Alla folla accorsa e inginocchiata sulla riva del fossato, il Vescovo si rivolse con parole di gioia e speranza: – Tutto quello che agli occhi nostri talvolta si mostra con apparenza di male, non sempre si risolve in male, ma talora la mano onnipotente di Dio fa che dal medesimo ne nasca il bene. Nella notte Ci è apparso un Angelo (li Dio. L ‘aria di colpo si è rasserenata e nel cielo è comparsa una sfolgorante croce che risplendeva come raggi del sole, sulla cui sommità erano chiaramente v’isibili una corona di spine ed una sferza; ai piedi della croce una figura inginocchiata e orante, di faccia veneranda, mostrava il volto assorto in penitenza: il Vostro Vescovo. La voce dell’Angelo si è rivolta alla Nostra persona, rassicurando: la città ha espiato. Andate dunque nelle vostre case e continuate a pregare. Domani la Processione straordinaria con il Cristo Re attraverserà tutta la città, Deo gratias!­

Il vero sogno del vescovo fu però di tutt’altro tenore: nel tepore attorcigliato delle coperte, il dubbio si insinuò nella sua mente e lo atterri fino alle prime ore del mattino quando con gran segretezza in Duomo alla presenza degli alti prelati della città, il braccio venne avvitato. Ci si avvide con sgomento che era un braccio destro: prova e riprova, per ultimo si avvicinò il vescovo, spazientito e sudante. E provò, e riprovò. Ma era un braccio identico all’altro, già avvitato: una copia perfetta.

Il caso sovrastava la fama degli accadimenti già conosciuti.

Poteva essere che esistessero arti di ricambio nascosti da secoli? O chi mai avrebbe avuto interesse a fare una copia? La città avrebbe sopportato un’altra delusione? Che il settimo calice dell’ira divina venisse versato per scuotere la terra, partendo proprio da qui?

Il braccio sinistro restava avvolto nel mistero, il Vescovo nelle coltri della preghiera.

La processione si svolse con enorme afflusso di popolo, festante. Vi erano persone dalle regioni più lontane, persino da San Pellegrino in Alpe: le alture erano rappresentate dai gonfaloni di Gallicano, Cardoso, Piaggiane e Ghivizzano, Tereglio, Pracchia ed una nutrita delegazione di femmine da Cantagallo.

Christe, audi nos! Christe, exaudi nos! Iesu, Sacerdos et victima, miserere nobis ! Fili, Redemptor mundi, Deus, miserere nobis!

All’uscita del Crocefisso dal Duomo, la folla rimase attonita: il drappo cingeva ancora una volta i fianchi del Redentore, annodata all’estremità del traverso della Croce. Ma a seguire, adagiato su morbido cuscino rosso, il Braccio affiorava dal baluginante Sacro Astuccio, tesoro d’arte orafa: la tensione si allentò e il popolo esultante acclamò al Vescovo, santo! Sanctus! Sanctus! Lode et gloria in excelsis Deo!

Alla relazione sui fatti prodigiosi inviata a Roma, seguì l’arrivo del Delegato Pontificio, giunto in città a verificare gli eventi, che così scrisse:

“Occorre avvertire che la storia sortisce l’ ‘effetto di provocare non poco timore e compassione: il Vescovo testimonia che in quel nefasto giorno, all’aurora diede un tuono tanto grande, coni un lampeggiare che parve si aprisse il cielo a ricevimento della Santissima Croce. L ‘aria era divenuta tutta di color sangue sotto lo sguardo atterrito di coloro che stavano ammirarvi e con gran meraviglia, riguardando quello che avesse a succedere.

Narrano le cronache locali che per la qual cosa, più che dianzi intimoriti, quei popoli chiedevano piangendo misericordia de’ loro commessi errori e riguardando in aria continuamente porgevano prieghi e voti a quella Santissima Croce temendo che loro avvenisse qualche grandissimo male, peroché tal ora il giusto Iddio ci suol visitare con qualche segno per darci avviso a lasciare il peccato e ricordarsi di Lui, che vedendoci poi ostinati ci manda altri flagelli come di guerra, peste, carestia e cose simili. Considerata la meravigliosità dell ‘evento, il Vescovo ha disposto che il Sacro Braccio, artefice di tali prodigi, sia custodito in teca separata e in luogo segreto ed inaccessibile, a perenne testimonianza dell ‘espiazione avvenuta dei peccati della città: le processioni a venire prevederanno l’apertura del corteo con la Santa Croce, ed a conchiuderlo il Sacro Braccio, che pare, ed il Vescovo sta raccogliendo le numerose testimonianze già dotato di poteri guaritori..

E’ vicenda alla quale si può credere, non credere, fingere di credere, ma alla cui gravità é difficile non partecipare. Ci si può ergere contro le opinioni e la credulità, stimandole chiacchiere di gente rozza e materiale, ma si dimentica che tali notizie cavate son da alcune lettere di persone degne di fede. Io medesimo son mosso a pubblicare il presente successo seppur così succintamente non per pascere l’’udito dei curiosi, ma per far conoscere ai più il modo meraviglioso che il giustissimo Iddio nostro Signore suoi tenere nel castigare questi e graziare quelli, nello stupire e meravigliare. Nella gamma infinita delle realtà che si distendono tra terra e cielo, il ventaglio delle meraviglie cosmiche, lo spettro molteplice dei sentimenti dell’’uomo, sta immutabile ed intonso l’ ‘inesauribile mistero di Dio. Ma a preservanza di tale mistero, mi permetto di sottoporre in ultima analisi al Santo Padre la necessità di prelevare Croce e Braccio portandoli in sede più opportuna, per le approfondite analisi ed accertamenti del caso. Il trasferimento a Roma è auspicabile e doveroso: il rischio è che si possano creare nel popolo tali e tante malsane aspettative, foriere di malcontento, che possano minare la vita della comunità in valle d ‘Arno: già il Granducato è dotato di santuari assiduamente frequentati da devoti, ed i miracoli abbondano. Come abbondan scherzi e lazzi, connaturati al toscan carattere, difficile da sradicare:già si parla del Sacro Pettine della Madonna, o del Pregevol Fango con il quale fu formato Adamo, e cosi innumerevoli altre presunte Reliquie. Noi stessi restiamo senza proferir parola di fronte al curioso e bizzarro Teschio rattrappito del San Giovanni Battista, di quando era fanciullo! E’ nostra intenzione, dunque, attivare già da domani le autorità locali, sulle modalità di trasferimento”.

A seguire, la descrizione del Crocifisso:

“Chiosiamo la relazione con poche righe sul Cristo in croce privo del Sacro Braccio. Se di arte toscana trattasi, certo non ha qui dato il meglio: oseremmo piuttosto attribuirlo a scuola emiliana, o addirittura ad area francese. Alloggiato stabilmente nel Duomo cittadino, non costituisce d ‘arte pregevol opera, quale sarebbe in verità confacente alla Cappella che lo ospita: ha il corpo arcuato, senza armonia. Il fiotto di sangue dal costato imbratta gran parte del ventre, il capo si erge con piglio ed un sol occhio è serrato quasi a strizzar d’ammiccamento. Il legno del volto poi, ha fatto difetto, contraendolo in un sorta di smorfia: o meglio manifestando sconveniente ghigno di beffa. Non sappiamo scegliere se fermarci a guardarlo oppure tirare diritto: dietro al blando sorriso originario, sembra ora affiorare il ghigno irridente del giullare”.

Per Christum Ad Iocandum Promptum.

Amen.

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2 thoughts on “Testi inediti vincitori 2002

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