Testi inediti vincitori 2004

I° class. Giuliana Bosusco – Muzzano (BI) – Suoni

SUONI

Avevano dei suoni strani

quei nomi,

Milio, Zelanda, Toni

come di continenti alla deriva,

anfore cave e galleggianti

nel mio mare in tempesta.

Chi batte quei colpi

sulla lama della falce

nei pressi del pozzo?

Sento un tramestio.

Si rincorrono i rumori,

alati,

toccano gli angoli del cortile

e fuggono,

rimbalzano sulle pietre rotonde,

trasfigurate,

e segnano il tempo.

Il sole è già alto.

II° class. Fabia Gardinazzi – Viadana (Mn) – Maturità

MATURITA’

L’uomo delle poesie

crede solo nel nido sugli alberi

mi facevi comprare

camice da notte di seta

per contrastare la morte

calze a rete bianche

sotto i jeans

Ballerine rosse della ragazza

incontrata sul treno per Vienna

Le chiavi che faceva tintinnare

campanaccio dei lebbrosi

annunciavano il suo arrivo

o la fretta di partire

particolari

particolari

particolari

solo maledetti

assurdi

particolari

rimangono poi quelli

ricordi di quando eri bambino

ora che hai ottant’anni

allora, allora non ne parlavi

segreti di famiglia

adesso me li ripeti

come una litania

anche il passato più scabroso

e io che dal basso dei miei voli

verso dio

perdono tutto

capisco tutto

m’illudo

di comprendere tutto

III° class. – Viviane Ciampi – Genova – Corso Italia

CORSO ITALIA

Dicevano gli antichi che i vecchi sono saggi.

Talvolta li incontro (fin troppo abbronzati)

che si infilano i roller

gettando olio sulla ferita .

Sgommano, perfino, in un fischio che stona;

aspirano tutto il salmastro per goderlo

come lo aspirano

le palme nane che nane rimangono

e i cavalli a dondolo

dove s’attardano polmoni diesel

dei bimbi da passeggiata

mentre io lenta per abitudine

li aizzo a saltare i birilli

sulle stelle a mosaico del marciapiede

ma non a scavalcare la Dama che (perigliosa!)

prepara il pollice e lo bagna nell’onda,

sillabando le ore .

IV° class. – Renzo Cremona – Chioggia (Ve) – Aruspice mi chiamano

ARUSPICE MI CHIAMANO

Aruspice mi chiamano e sono colui che decifra.

Sono per me strade le vene e il sangue è la lingua,

la materia sintassi che pulsa

e i nervi predicati oscuri che illuminano la notte.

Qui io sono cresciuto, tra le zolle del confine,

i miei giorni sono il solco dell’aratro e le mie

mani un vomere che scortica le sillabe.

Qui, dunque, ho piantato le mie radici, qui vivo.

E’ un terreno il cielo che indago su cui

la mia mente alligna in forme di fiori

stellati che sono la bocca attraverso cui

parla e ammonisce dentro la notte di fuori.

Padroni di buoi portano al macello spinti avanti

su campi bianchi, uomini che un bianco aratro

trassero e neri semi seminarono: ecco le piante divelte.

Le viscere sono parole, mutevoli calligrafie

gli uccelli, le folgori vertigini di rampicanti.

E’ dalla notte che a fiotti prorompe il giorno.

Mi chiamarono per affondare la mano perché dicessi,

ad allargare il palmo perché toccassi il mormorio

melmoso delle parole che nelle profondità si nascondono.

Ecco lo squarcio, dunque, ecco

lo straripamento del buio.

Si dia inizio alla decifrazione, allora, si proceda.

Si scenda nella notte della sintassi, dove i globuli

sono sillabe e verbo il fluire del sangue:

siano il corpo un’entrata e le viscere i gradini.

IV° class. – Domenico Pisano – Montefalcione (AV) – Ti aspetterò nella piazza alle sette di ogni sera

TI ASPETTERO’ NELLA PIAZZA ALLE SETTE DI OGNI SERA

Ti aspetterò nella piazza alle sette di ogni sera .

Avrò per te un fascio di gerbere bianche

e una poesia su un fogliettino di block notes.

Chi passerà e mi chiederà a chi stia aspettando,

risponderò

alla mia donna da sempre,

ma non distoglierò lo sguardo

da dove tu improvvisa sbucherai.

Il vento porterà il fumo e la tosse dei bar,

gli strilli di un bambino,

la canzone di Nanninella

che alla finestra attende un uomo innamorato.

Altre storie mi sfioreranno,

ombre della sera,

e un usignolo ripeterà melodiosi

lamenti di voli perduti.

I gatti guarderanno diffidenti

le case trasformate in palazzi diroccati,

sgusceranno lenti nei vicoli

e si addormenteranno in un gomitolo di buio.

Ogni finestra sarà chiusa piano piano,

per non disturbare,

e lascerà uno spiraglio,

perché un pò di quest’amore entri nella stanza

e si posi sul cuscino

come una rosa.

Ti aspetterò nella piazza alle sette di ogni sera.

Avrò per te un fascio di gerbere bianche

e un sogno su un fogliettino di block notes.

POESIE SEGNALATE

Paolo Sangiovanni – Roma – Ai troppi nuovi eucumenici

Il problema è che sono tutti morti.

Oramai dopo quasi sessant’anni:

Quelli che non cedettero; nel sangue

dei compagni per terra, sotto il piombo

dei miliziani; i duri combattenti;

quelli che resistettero via via

ai malanni acquisiti

e a quelli ereditati

nelle bufere della Resistenza.

Finchè furono vivi uno alla volta

o in coro raccontarono le cose,

gli antefatti, i soprusi, lo sgomento.

Pochi ebbero il coraggio di smentirli.

Ma gli uomini che portano la Storia

poi muoiono. E la Storia non si ferma.

Va con le gambe di chi resta. E infine,

ci piaccia o non ci piaccia, questo accade.

Ora che sono morti proprio tutti

più nessuno ricorda quasi niente:

qualche luogo comune, qualche frase

di circostanza, libri, vecchi film.

E spesso viene addirittura a noia rileggere

i romanzi e le poesie che qualche saggio e

i molti opportunisti

scrissero all’occasione.

E’ quindi l’ora

dei nuovi opportunisti. Quelli che

erano altrove. Pronti a reclamare

il loro prezzo per tacere.

Per invocare un silenzio ingannatore.

Ma non sono cambiati: fanno sempre

le stesse cose: Chiamano Progresso,

Democrazia, Decoro ciò che invece è aggressione e povertà.

Così saranno uguali: i vivi e i morti;

i massacrati ed i massacratori.

E invece non si è mai del tutto uguali.

Fra noi qualcuno soffre. Non ha pace.

Siamo fuori dal coro. Abbiamo ancora

categorie di vita da trincea.

che dividono a spicchi l’esistenza.

Ora si finge che più non accada

quel che successe allora. E non è vero.

Ma poi si muore tutti. Anche gli eroi

sono stanchi di dire vecchie cose.

Di ripetere i loro raccontini

Resta chi vuole che dimentichiamo.

Immortale. Perché dimenticare è la loro vittoria

Maria Maddalena De Franchi – Genova – Lulù –

Canzonandoti così io ti chiamavo,

Madre, come fossi una bella parigina,

perché vecchia monella ti facevi,

con le bizze improvvise e le sgridate

sulle inezie che a te parevan sassi.

Ho dismesso quel nome bohèmien,

quando fiocco di neve

ti ridussero gli anni,

rarefatto merletto d’ossatura.

Sono rimasta, io madre tua,

a cogliere nel cavo delle mani

congiunte quella tua debolezza,

simile ad acqua che in silenzio dilaghi

e si disperda in rivoli,

da nessuno raccolta per paura

dell’essere che siamo e che saremo.

Tacito fu l’accordo di ignorare

quell’ora in cui l’amore

cerca la via di un sotterraneo estuario

per confluire nel più vasto mare,

prima di perdersi, o divenire tutto.

Guizzi d’intesa negli occhi sonnolenti

mi avvisavano che avresti poi cercato

un modo sovrumano per parlarmi.

Jessica Di Fraia – Arcofelice – Napoli – La farfalla di ossidiana

Le mie farfalle non sanno dormire.

Non hanno rifugio, non hanno letto.

Son venute dall’isola dei pirati, cercano la loro dimora.

Alle volte danzano sulle braccia di chi non le conosce,

si stampano sui sorrisi di chi mi guarda

e non può fare a meno, perché nei miei occhi son dipinte

mille ed una farfalla di ossidiana.

E sanno di cose di ragazze e di un pò di cose di donne,

di sirene e di saturno,di miele e di impazienza,

di lacrime e di partenze.

E sanno di sapere di ogni sapore perché si leccano le labbra

da sole quando nessuno le vede.

Le mie farfalle han pochi anni e stendono le loro ali,

in punta in punta di albero,

per non cadere,

affinché il veleno del tentativo non le prenda.

E san fare le capriole, sotto le lenzuola di foglie,

perché io ho saputo accudirle e raccoglierle,

prima ancora che mi spuntassero le ali.

Giovanni Caravello – Padova – Carnia

La strada tra i pini

sale a Zovello

paese d’oltremondo.

Le navate di Cercivento

gemiscono in gregoriano

e più lontano i troni

dei santi benedettini.

Limpiando laggiù

i suoi gradini di sasso

Lete il But

macina il tempo,

figura natura trascende,

trae da tronchi colonne,

solo la mia casa in pianura

sfumando resiste.

SEZIONE D – racconto inedito
I° class. – Timur Lenk – Il testamento del tempo – L’Aja – Olanda

IL TESTAMENTO DEL TEMPO

Ho scandito.

Gli uomini hanno sempre collegato il mio scandire allo scroscio dell’acqua, al soffio sussurrato della sabbia nella clessidra, ai rintocchi e al ticchettio dell’orologio.

Ma per me era diverso. Ho scandito per ere così lunghe e remote che il mio scandire era diventato il mio silenzio.

Un silenzio assoluto, totale. Come quello dei pianeti roteanti intorno al sole o di una stella che si spegne implodendo.

E tutto ciò da quando, con la luce e le tenebre, l’Eterno creò questo stato dell’essere, vale a dire un prima e un dopo, un avanti e un indietro, un ora e un allora.

Ho scandito le vite di tutte le galassie e di tutti i granelli di polvere, e di ciascun atomo che li componeva. Ho scandito il ritmo della creazione dell’Universo, che continua anche in questo istante.

Ma ora l’Eterno, nella sua immensa saggezza e onnipotenza, ha stabilito che nulla debba più esistere all’infuori di lui, quindi io non ho più ragione di essere. La mia missione è conclusa, anche il ciclo del Tempo è terminato.

Non provo rimpianto nè rammarico per questo. Ciò che invece più mi addolora è che gli uomini, da quando sono stati creati, vale a dire in quest’ultima minuscola parte della mia indefinita esistenza, mi hanno sempre creduto del tutto privo di sentimenti, e mai errore fu più grande.

Non mi hanno mai compreso. Mi hanno soltanto ritenuto freddo, implacabile, inesorabile. Milioni, miliardi di esseri avrebbero voluto fermarmi, almeno rallentarmi o al contrario accelerarmi. Ciò non è mai avvenuto. Anche chi, rarissimo, è riuscito a viaggiare verso il prima o verso il dopo, nel passato o nel futuro, si è sempre sottomesso al mio immutabile scandire.

Ma nulla mi ha mai impedito di provare sentimenti, tutti tranne l’odio, perché il Tempo non può odiare ciò per cui scandisce.

Che gli uomini sappiano quindi, prima di congiungersi all’Eterno, che nel mio stato dell’essere ho pienamente provato il dolore e l’orrore, lo sdegno e il rimpianto, la pietà e l’orgoglio, la gioia e l’amore per tutto, assolutamente tutto quello che ho scandito.

Nel corso della mia esistenza per la quale le ere, i cicli cosmici e gli eoni non sono stati che una serie di minuti in termini umani, questi sentimenti sono tutto ciò che ho avuto, tutto ciò che mi appartiene ed ora li lascio, affidandogli all’Eterno perché li accolga in sè .

Lascio il dolore di aver scandito il tempo della disperazione di chi ha perso ogni speranza, di chi è stato vittima ed ha visto vittime i suoi figli, di chi mi ha implorato di abbreviargli la vita, tormentato dai dolori più atroci e dalle malattie più degradanti e devastanti. Ed io a scandire senza poter fare nulla per loro, senza nemmeno poter versare le mie lacrime, perché l’Eterno mi ha consentito di vedere ogni cosa, ma non di avere gli occhi per piangere.

Lascio l’orrore del mostro annidato nell’uomo, il tempo dell’Apocalisse scandito per la Peste, la Fame, la Guerra, la Morte. L’orrore per aver scandito i tempi di genocidi, stermini, stragi e violenze, i tempi di cavie umane innocenti e del traffico della loro carne. Ed io a scandire, senza poter fare nulla per loro perché l’Eterno non mi ha consentito di avere delle mani per aiutare.

Lascio lo sdegno per aver scandito l’onta dell’oppressione e della libertà perduta, della prigionia dietro confini e dentro mura. Lo sdegno per chi ha tolto una speranza, ha spento un sorriso, per chi ha creato infelicità, avvelenato delle vite continuando a pretendere di farsi chiamare saggio e giusto. Ed io a scandire, senza poter alleviare l’infelicità di quelle povere vite perché l’Eterno non mi ha consentito di avere una voce per consolare.

Lascio il rimpianto per le occasioni perdute, per tutti i momenti mancati e soprattutto per tutti coloro che ho visto incapaci di usarmi, che mi hanno sprecato per inseguire miraggi, per raggiungere falsi traguardi o, ancor peggio, per ignavia.

Il rimpianto per aver scandito fiumi, oceani di parole inutili, sterili, stupide e vuote, immensi monumenti di nulla che mi hanno sottratto a tanti uomini assieme alla loro serenità.

Lascio l’orgoglio di aver contemplato il nascere della vita e delle vite, lo sbocciare dei fiori colorati e di quelli velenosi, coltivati dall’uomo e da tutte le creature dell’Universo. L’orgoglio di aver cadenzato la Natura, il ritmo di innumerevoli stagioni, maree, eclissi, del leone in caccia e delle migrazioni degli uccelli.

Lascio la gioia di aver scandito gli istanti della creazione delle opere dell’uomo, nate dalle pietre squadrate, i mattoni e lo scalpello, il pennello e la penna, gli ideogrammi e gli alfabeti, le parole e le note musicali. La gioia di aver scandito le Piramidi e la Grande Muraglia, la Pietà e il Pensatore, la Gioconda e i Girasoli, la Divina Commedia e il Piccolo Principe, la Nona Sinfonia e i Quadri di una Esposizione.

Lascio l’amore per l’amore che ho scandito, quello che fonde due esseri e li rende uno, che unisce la madre al figlio che le esce dal grembo. L’amore per la devozione, le dolci parole degli innamorati e la passione travolgente degli amanti, il loro desiderio, il loro prendersi e riprendersi nell’atto d’amore perpetuo, da me scandito per un numero di volte superiore a quello dei granelli della sabbia del mare. Quell’amore che purifica, che travalica la morte e le sopravvive, così alto da congiungersi all’Eterno.

L’Eterno…

Quando mi congiungerò a Lui il mio scandire si stempererà … qualcuno ha detto: come lacrime nella pioggia.

Io preferisco dire: come gocce iridescenti che scendono veloci nello scroscio di una cascata, rimbalzano e si librano brillando alla luce di un sole che non c’è più, e divengono tutt’uno con l’Eterno.

Ora sono giunto al mio termine.

E scandisco questo istante solo mio, l’ultimo che .

II° class. – Silvia Mericone – Lettera aperta – Fontenuova (Roma)

LETTERA APERTA

Gentile Signor Sicario,

chi Le scrive è una mamma di 58 anni; ho preso il suo recapito da una rivista dal parrucchiere, ed ho potuto carpire dal suo annuncio di quale professione Lei si occupasse perché solo noi donne possiamo capire i recessi anfrattuosi che si nascondono dietro il miracolo della vita ed in questo caso anche della morte.

Vengo subito al dunque, perché Lei Illustrissimo avrà certamente molte cose da fare.

Vorrei che Lei sterminasse la mia famiglia .

Vorrei che Lei ponesse fine ai miei consanguinei.

Ma Le premetto alcune questioni che mi stanno a cuore.

Sono una donna all’antica, Signor Sicario, mi sono sposata a 23 anni perché aspettavo il primo figlio e Lei può immaginare che all’epoca, nel dopoguerra, il matrimonio riparatore in certi casi fosse d’obbligo.

La mia educazione è stata rigida e cattolica ortodossa, sono sempre stata fedele a mio marito nonostante abbia il vizietto poco edificante delle scommesse e delle paracule “donnacce” e di notte fa anche dei rumori, lui dice che è il vino, una donna di certe cose se ne accorge, ma so che l’uomo è cacciatore e mio marito non solo metaforicamente, certe polpette di coniglio Signor Sicario e certe pernici al marsala che i suoi parenti ci hanno sempre invidiato dalla comunione di Silvana (mia figlia , mio marito all’epoca aveva la scuffia per la Pampanini) nonostante mia suocera dica che non so cucinare, ma lo so io che la carne della cacciagione, Signor Sicario, è molto dura e appena preso il fagiano va spennato, spellato e tenuto in frigo, poi bisogna togliere le interiora e cuocere con aceto e vino per togliere quell’odore un pò forte.

In fatto di cucina non mi sono mai fatta guardare da nessuno .

Mentre io ho sempre rifiutato gli sguardi ammiccanti del lattaio e anche di quel bel ragazzo che ogni tanto viene ad aiutare l’idraulico perchè abbiamo i tubi del bagno interdipendenti con l’inquilina del piano di sopra e io sono sempre dell’idea che i panni sporchi al pari dei propri bisogni fisiologici vanno lavati in famiglia ; è anche per questo che mi rivolgo a Lei.

Ho chiesto anche alle stelle e l’oroscopo infatti diceva, guardi Le allego proprio il foglietto che l’ho ritagliato :

Se ciò che fai non ti soddisfa pienamente, non sbattere la porta per andartene. Cerca di migliorare la situazione, usando quei piccoli trucchi che la tua brillante intelligenza saprà suggerirti. Comunque, a partire da giugno, tu che sei di fine segno potrai finalmente liberarti dal peso di Saturno.

Non Le dico il sollievo di sapere che questo gesto era già stato scritto per me nel destino.

Perché i miei figli hanno tutti saturno in leone, e saturno non so se Lei lo sa ma è un pianeta maggiore, Signor Sicario Lei non mi deve giudicare male, la mia scelta è un atto d’Amore, ma Lei li legge i giornali? Sicuramente sì, chissà quante volte avranno parlato di Lei e io non lo sapevo. E questo mi conforta, perché so di affidarmi ad un professionista ed io per i miei figli ho sempre voluto il meglio.

La mia famiglia consta di 4 elementi, esclusa me.

Mio marito Tonino, un pezzo d’uomo, da giovane era uguale ad Amedeo Nazzari, me lo invidiavano tutte poi gli uomini si lasciano andare ed è ingrassato ma l’ho sempre mandato vestito bene. Non per questo trascurando la casa. Fare ordine in casa, Signor Sicario, è un pò fare ordine anche nella mente, quando sento queste giovani che si lamentano delle faccende domestiche io dico sempre che le pulizie vanno programmate in modo tecnologico e scientifico. La casa non deve essere solo pulita ma deve essere l’espressione del mio vero “Io”, perché strofinare, stirare e pulire non siano solo piacevoli hobby ma delle missioni, coi colori giusti per ogni stanza, che ti facciano sentire sexy anche quando sei alle prese con l’aspirapolvere.

Comunque Le dicevo, poi c’è mio figlio, il grande, Alessandro, 33 anni. Non è ancora neanche sposato e non lavora. Io mi chiedo come farà a mettere soldi da parte per la pensione se non comincia ora.

Quella di mezzo, Silvana ha 30 anni, compiuti da poco, sta con uno che non mi piace per niente perché suo padre è un mezzo galeotto pieno di tatuaggi sul braccio e una volta l’ho sentito anche bestemmiare.

La piccola, Debora come la Caprioglio, quell’attrice tanto brava che recitava con Frizzi. Fa ancora le scuole ma è tanto svogliata, per colpa dei professori che ce l’hanno con lei, Signor Sicario, non perché è mia figlia ma scrive dei temi con certe parole difficili che secondo me ce l’hanno con lei perché è troppo intelligente.

Io penso che lei può prendere in considerazione il mio caso.

Per il pagamento io Le do 500 euro come anticipo; poi a metà del lavoro Le favorisco la metà del prezzo pattuito sul giornale e il resto a lavoro concluso.

Signor Sicario, io sono una casalinga, gli unici soldi che ho messo da parte li ho messi per il funerale mio perché voglio una bella tomba di marmo come quelle americane, si metta una mano sulla coscienza e se Lei potesse fare uno sconticino o rateizzare la cosa Le sarei eternamente grata, che poi abbiamo anche una splendida casa a Fregane e se Lei ha bisogno un weekend io posso sdebitarmi, magari se vuole andare anche per lavoro.

Se poi non fosse possibile, io sono ancora una bella donna Signor Sicario e so come va il mondo.

Desidero esprimerLe già da ora i miei più vivi ringraziamenti e attendo con ansia una sua risposta.

Distinti saluti

In fede

Luigina Stoppani in Marconi

Spesa : Carta da lettera, f.bollo**

Pane/pasta

Assorbenti

Deodorante

Bollette luce-gas

Prosciutto- formaggio

Ritirare il nonno

III class. – Silvana Sugliano “Questo piccolo angolo di paradiso” Tavordo- Porlezza (Co)

QUESTO PICCOLO ANGOLO DI PARADISO

Questa piccola oasi di verde circondata dai pini sopravvive immutata, incurante dell’incedere del tempo, dei diciannove anni che le sono passati accanto.

Lei. Quanto sono cambiata io, invece.

La prima volta che scoprimmo questo angolo di paradiso, io e vostro padre, era aprile. La luna piena ci indicò il sentiero.

Tu, Marco, decidesti che questo posto ti piaceva e lo scegliesti per intrufolarti dentro di me. Fosti un ospite inatteso e sulle prime, perdonami amore mio, non gradito. Eravamo troppo giovani. Io studiavo ancora e tuo padre non aveva ancora un lavoro fisso. Ci prendesti alla sprovvista però, te lo giuro, mai, nemmeno per un istante, pensammo di rinunciare a te.

Ci amavamo davvero io e tuo padre e quell’amore l’avremmo condiviso con te.

E così affrontammo le ire dei miei genitori, i rimproveri dei suoi, le minacce di entrambi di abbandonarci al nostro destino. Non sapevamo cosa fare e dove andare, e quindi rimanemmo nelle rispettive case. E io, oltre alle nausee mattutine, dovetti sopportare l’ostinato silenzio e il risentimento dei miei genitori. Sarebbe stata davvero dura se alla fine, quando tu cominciasti a farti notare, impedendomi di indossare i soliti jeans, mia madre non avesse smesso di evitarmi.

Quel pomeriggio di fine estate, mi sorprese a frugare nell’armadio per cercare qualcosa da indossare. Ricordo che sorrise di tenerezza e mi abbracciò, assicurandomi che potevo contare su di lei. Mi accompagnò a comprare dei vestiti e poi si occupò di te, cominciando a ricamare senza sosta il tuo corredino, e in breve mi aiutò a preparare tutto l’occorrente per accoglierti come si doveva.

L’idea di diventare nonno finì con l’addolcire anche mio padre, anche se ci volle più tempo. Si sentiva tradito. Non poteva accettare che la sua unica bambina fosse cresciuta così in fretta. Troppo in fretta. Ma quando gli presi la mano e gliel’appoggiai sul mio ventre perché sentisse quanto ti muovevi, una lacrima, una sola piccola lacrima che gli sfuggì suo malgrado, fece la mia felicità.

Quanto a tuo padre, fu assalito da un’incredibile energia. Si mise a fare due lavori e nonostante quelli, ogni giorno trovava il tempo per venire a casa mia, per accarezzarmi e accarezzare te che ti rotolavi instancabile dentro di me.

Ci sposammo poco distante da questa piccola oasi di verde, nella piccola chiesa a ridosso della montagna, ma non ho mai avuto il coraggio di dirtelo che c’eri anche tu, forse per pudore, o forse per paura che crescendo ci avresti giudicato male, non lo so. E così abbiamo sempre festeggiato l’anniversario quattro mesi dopo il giorno esatto nel quale ci siamo giurati amore eterno..

La luce del giorno si è fatta flebile. Ho perso la cognizione del tempo. Dovrei tornare a casa, ma ci riesco. Qui tutto è silenzio.. gli unici rumori sono quelli impalpabili della natura. Non voglio andarmene. Vorrei restare qui per sempre.. Vorrei essere uno di questi alberi o uno dei ciuffi d’erba che sopporta, come nulla fosse, il peso del mio corpo.

Non lo voglio più questo corpo di cui sono sempre andata fiera, vorrei scomparire, fondermi con gli elementi di questo angolo di paradiso e smetterla di soffrire.

Io, che ero figlia unica, avevo sempre pensato che prima o poi avrei avuto un altro figlio, ma anche tu, Luca, così come aveva fatto tuo fratello, decidesti senza interpellarci il momento in cui venire al mondo, e noi ti accogliemmo con lo stesso amore che avevamo riservato a tuo fratello che aveva soltanto diciotto mesi.

Certo non furono anni facili. Io rinunciai a lavorare per passare le mie giornate con te che pretendevi continuamente il mio seno e tuo fratello che, geloso del piccolo intruso, esigeva ancora più di prima le mie attenzioni.

Tuo padre mi aiutava come poteva ma rincasava sempre tardi dal lavoro e i tuoi nonni, che lavoravano ancora, non avevano molto tempo da dedicarvi.

Ogni tanto mi sembrava di impazzire. Passavo le mie giornate tra pannolini e pappe, reclamata in continuazione dall’uno o l’altro di voi. Non avevo più un attimo per me. Ero esausta.

Eppure mi bastava guardarvi, addormentati come piccoli angeli smarriti in chissà quali sogni, perché un’ondata di calore invadesse ogni fibra del mio corpo cancellando in un istante la peggiore delle giornate.

Mi bastava vedere i vostri occhi illuminarsi al mattino incontrando i miei e stringervi al petto e sentirmi chiamare “mamma” e coccolarvi, asciugando le vostre lacrime, mi bastava soltanto guardarvi per esserne certa: eravate il dono più prezioso che avessi mai ricevuto.

Non ho dimenticato nulla, ricordo tutto come fosse ieri, i vostri primi passi, le vostre prime parole, persino i primi litigi tra di voi.

Tu, Luca, che eri per natura più timido e remissivo di tuo fratello, lasciavi che lui ti dominasse. Ti impegnavi con tutte le tue forze per imitarlo, per essere più bravo di lui, prima nei giochi, poi a scuola, ma non ci riuscivi quasi mai e alla fine, forse, ci rinunciasti. Hai sempre creduto che noi amassimo lui più di te, perché era più forte, e lo credevi naturale visto che tu per primo lo ammiravi tanto. Invece, piccolo mio, ti amavo proprio perché eri il più debole, perché avevi bisogno di me più di quanto ne avesse Marco.

Di te Marco, invece, amavo la generosità, la spontaneità, l’irruenza, e persino le tattiche un po’ sleali che usavi per farti perdonare dopo averne combinata una delle tue.

Eravate inseparabili.

Si è alzata una leggera brezza che scivola sul mio corpo inerme e mi accarezza i capelli.

Sì, forse potrei restare qui per sempre.

Ma senza questo cuore che sanguina e con la testa vuota da qualsivoglia pensiero…

Poi sono venuti gli anni migliori, quelli in cui io e vostro padre ci siamo divertiti insieme a voi, ritornando bambini. Gli anni dei giochi, delle corse al parco, dei luna park, gli anni delle gite in bicicletta, dei week-end al mare e dei pic-nic in montagna.

Ve la ricordate la prima volta che vi abbiamo portato in questo angolo di paradiso? Ne eravate entusiasti, gli alberi fungevano da recinto naturale e potevate giocare col pallone senza rischiare di non ritrovarlo più, potevate urlare, ridere e scherzare senza infastidire nessuno. E poi, mentre io preparavo i panini, vi avventuravate nei boschi con vostro padre alla ricerca di funghi o di quant’altro e tornavate sempre indietro con dei fiori per me “Sono belli vero mamma? Sono per te” Sento ancora la vostra voce “Sono i più belli che abbia mai visto!” Vi rispondevo.

Mentivo. Eravate voi due i fiori più belli, eravate per me il giorno e la notte, il sole e la luna, la vita stessa.

Ormai è buio, fuori.

E dentro di me.

Sarebbe così facile lasciare che il buio mi avvolga per sempre.

Ma che ne sarebbe di vostro padre? Lui che si sente in colpa, lui che si sta consumando giorno dopo giorno nel rimorso. Ed è inutile che io gli ripeta che non è stata colpa sua, è chiuso nel suo dolore, in una dimensione dove non vi è posto per nessuno.

Però lo so che ha bisogno di me. Io che silenziosa presenza gli gravito intorno aspettando che torni a vivere.

Lui non lo sa che anche io mi sento in colpa, anche più di lui.

Se non fossi partita, se solo non avessi deciso di fare quella maledetta vacanza, non faccio che ripetermi, avremmo cenato a casa e vostro padre non vi avrebbe proposto di mangiare fuori, aspettandovi inutilmente.

Non potevate raggiungerlo, non lo avreste mai più raggiunto.

“Se non li avessi chiamati sul cellulare per sapere come mai tardavano tanto, non avrebbero corso ed ora sarebbero ancora qui .”

“Avrebbero corso comunque,” non faccio che ripetergli “lo sai che Marco correva sempre”.

Eri sempre stato così tu, non avevi paura di niente e tuo fratello, che non voleva essere da meno, non osava dirtelo che lui un po’ di paura l’aveva, che stavi andando troppo forte, che quella curva era pericolosa..

Vostro padre straziato dal dolore, mi aveva chiamato subito, per dirmi che avevi perso il controllo della macchina e che al tuo fianco c’era Luca.

Ricordo quel momento come fosse ora. Ricordo che il pavimento perse di consistenza sotto i miei piedi e la testa prese a girarmi. Dalle mie labbra, fattesi di marmo, non usciva più alcun suono.

Avrei voluto riattaccare e fingere di non aver mai ricevuto quella telefonata, avrei voluto credere di averla soltanto immaginata.

Ma vostro padre continuò a parlare:

“Devi venire subito Nora”.

“Ma sono vivi?” E quella fu l’unica cosa che riuscii a dire, poi le labbra tornarono di marmo.

“Sì,”mentì lui “ma sono molto gravi”.

Non me l’aveva detto, non poteva dirmelo che i miei ragazzi, i miei bambini non ce l’avevano fatta.

Presi il primo volo e per tutto il viaggio non feci che piangere e pregare Dio di trovarli ancora vivi. Vi avrei accuditi, curati e coccolati, proprio come quando eravate bambini, quando stavate male e vi rifugiavate tra le mie braccia trovando conforto.

Voi dovevate solo aspettarmi.

E invece no, cocciuti testardi, avete fatto di testa vostra!

L’avevate deciso voi quando venire su questo mondo, e allo stesso modo avete deciso quando andarvene, senza chiederci il permesso, senza nemmeno salutarci.

Ve ne siete andati insieme, come avete sempre vissuto. Inseparabili.

E’ successo proprio oggi, un anno fa.

Un anno che è stato eterno, ogni singolo giorno è stato eterno.

Mi svegliavo al mattino, intontita dai farmaci, pensando solo al momento in cui sarebbe sopraggiunta nuovamente la notte e con la notte i sogni.

Venivate a trovarmi spesso la notte ed io potevo illudermi che non fosse cambiato niente, che fosse tutto come prima.

Al mattino mi alzavo e andavo in camera vostra. Dovevo svegliarvi o avreste fatto tardi a scuola.

Solo allora, con gli occhi ancora pieni di sonno, vedevo quei letti vuoti, e d’improvviso ricordavo, una fitta mi trapassava il cuore, mi accasciavo per terra, piangevo, imprecavo contro Dio e poi lo pregavo. Sì, lo pregavo di portarsi via anche me, perché voi avevate ancora bisogno della vostra mamma e io che ci stavo a fare qui, sola senza i miei bambini.

Volevo raggiungervi, venire da voi. Lo voglio ancora.

Sarebbe così facile. Basterebbe ingoiare le pastiglie che tengo sempre nella borsa e lasciare che sopraggiunga quel sonno che non ha risvegli.

Ma non posso. Non posso perché devo restare accanto a vostro padre, non posso perché se lo facessi potrei forse non riabbracciarvi più.

Io non lo so se è vero quello che scrivono sui libri, quello che raccontano i film e dicono i preti, non so se è vero che i suicidi rimangono sospesi per l’eternità in una specie di purgatorio..

Non so se è vero, ma non posso correre un rischio così grande.

Vorrebbe dire non abbracciarvi più , non rivedere più i vostri amati volti.

Le cicale hanno preso a frinire, qualche lucciola illumina la notte con piccoli bagliori.

Devo tornare a casa ora.

Vostro padre mi starà aspettando, sarà preoccupato.

Ma quando glielo dirò capirà, capirà che ho dovuto farlo, che ho dovuto venire quassù.

Lui lo sa che qui, più che in ogni altro luogo, sento la vostra presenza, perché è così che me lo immagino il vostro paradiso, una piccola oasi circondata dai pini dove voi giocate ancora a pallone, ridete, scherzate e andate alla ricerca di funghi o di quant’altro e raccogliete fiori per me.

E un giorno, quando Dio lo vorrà, verrò a prenderli quei fiori e ve lo dirò ancora.

Vi dirò che sono i più belli che abbia mai visto.

IV class. – Guglielmo Lera “Faustina” – Lucca

FAUSTINA

Immobili le foglie degli alberi. Ossessivo il canto delle cicale. Case e pioppi sparirono. I solchi erano umidi, carnosi gli steli del granturco e insidiose le sue foglie, aperte come lame sulle mie braccia. Scivolai ed una pianta si schiantò.

  • Chi è là ? –

  • Io.., ma risposi con vergogna.-

  • Io chi? ..-

  • Io, io..-

  • Allora vieni qua… –

Oltre quel mare di verde, punteggiato di rosa e di giallo, si apriva un pescheto dai frutti maturi. –

  • ..E vieni ! –

Faustina stava con un piede sulla scala e l’altro su di un ramo. Aveva in capo un fazzoletto annodato sotto il mento e i suoi capelli parevano un mazzo di fiori.

Breve la scala, non più di dieci pioli. Fresca la gonna di Faustina, aperta a ventaglio su me. Afferrai le pieghe di quella gonna. Un tonfo sordo e le pesche rotolarono fuori dal paniere . Uno schiaffo, poi, dolce, una carezza. Un salto, una corsa fra gli alberi e un fitto solletico d’erbe sulla terra morbida e profumata.

Le tue grazie sanno ancora di frutta non colta. La sera, tu al mio braccio, tua sorella al braccio di Guido. Tu con il caldo dei girasoli nei capelli, tua sorella con la gioia dell’uva fragrante negli occhi. Tre i vostri fratelli contadini: Elio, Giovanni e Sandro. Elio lasciò che nella sua parte di terra crescessero gli sterpi. Fa il capotreno e, impegnando i campi, è riuscito a comprare un impiego anche a Sandro. Nella vecchia casa resta solo Giovanni. Guida il trattore e lavora la terra senza maledirla. Non ha inventiva – direbbe Elio. Sta con la moglie e dormono nella stanza dove voi sorelle scioglievate al sole i capelli. In quella accanto si agita vostra madre. Tu ora provi terrore di colei che una volta apriva per prima l’uscio di casa per salutare il giorno e che si coricava a notte tarda quando già dormivate. Madre di cinque figli, bella come te e tua sorella, più ancora forse.

La vecchiaia le ha dato alla testa, ha rimescolato nella sua mente gli affanni di una vita. Timorata di Dio dice parole strane, insolenti. E’uscita dal tempo e canta le storie di quand’era fanciulla.

Elio e Sandro sono spesso lontani, ma le spose abitano a due passi. Quella di Sandro non l’hai mai potuta vedere, perché ti rubò il fratello prediletto. Sei una che non riesci a vincere i sentimenti, ma solo a nasconderli.

Mi piacevi e frequentavo la tua casa. La mamma ci seguiva dalla finestra e ci preparava fette di pane con sopra conserva di pomodoro. Arrivavo in bicicletta, sempre di corsa. Una volta sbagliai e la chiamai col tuo nome. Voltandosi mi parve felice.

Sei rimasta sola a dipanare una matassa di fili spezzati. Capelli di girasole, bocca di corallo… Quanta commiserazione per la sposa di Giovanni, quattr’ossi vestiti.. Suggeristi ad Elio una mogliettina degna del suo rango di capotreno. Non ti rivolge mai la parola, disprezzando la tua misera condizione di contadina. Però invidia il tuo corpo, i tuoi occhi, che Elio non trova in lei e va a cercare altrove. Tra i fratelli e le cognate sei rimasta come un viandante a metà strada. Provi fatica a seguitare ma resisti, perché sai che gli altri hanno imparato ad aver bisogno di te.

Quanti anni da una sera che tornammo insieme! Camminavamo a distanza. Tua sorella attendeva da Guido una stretta. Guido diceva cose fantastiche e tu coglievi granelli di sogno carezzandomi la mano. Dicesti: – Se ci sposeremo, andremo a Verona, nella casa di Giulietta… –

Avevi nei capelli una spiga di grano matura. L’hai passata a tua nipote, la figlia di Sandro, che ha diciassette anni. Hai carezzato quella spiga da quando ti divertivi a renderne morbida l’onda con un pettinino di tartaruga. Ed ora è esplosa, come una manciata di sole. Non dirmi che te ne sei privata per farne dono alla nipote . Sarebbe un’offesa alla bellezza che non posso dimenticare. Il tuo letto resta un campo fiorito di margherite..

Le cognate piangono e attendono te. Entri senza nulla sapere. La sposa di Sandro, che odiavi, ti abbraccia.

  • Da due giorni la bimba non torna ! –

Ti senti morire.

  • Ti vuole bene più che a sua madre! – singhiozza.

  • Non può essere affogata come tua sorella nel canale – mugolano col pianto strozzato le altre due cognate , – hanno cercato da tutte le parti … –

  • A diciassette anni non si deve morire! – gridano schiacciate contro il muro come secchi scarafaggi.

  • Fatemi passare – dici. Poi ti prendi la testa fra le mani. Ti guardano spaurite

  • Anche tu, come noi, non sai cosa fare ! –

Non hai mai sopportato quella donna ed ora il disordine dei suoi capelli ti fa ribrezzo.

  • Perché chiedere aiuto proprio a me- rispondi con un’occhiata – a me che sono l’unica ad essere sola? –

I visi delle cognate si macchiano di disperazione . Tu resti fredda. Vedi la bimba seduta sulle panchine della città e un giovane che le sta vicino. Senti il fremito di quelle carezze . Margherite, papaveri, rose nei capelli. Sfiori con la mano la tua ciocca bianca: una spiga del colore dell’oro che seccò da quando non ebbe più baci. Cerchi il volto di quel giovane ed io sento su me la tua carezza muta, fredda, accusatrice. Volevi portarmi sul balcone di Giulietta ed io infransi lo specchio dei sogni.

Urlano le cognate:

  • La bimba non torna, è fuggita ! –

E tu pensi a Verona, all’amore, alla gioventù.

Quattro cognate con i capelli grigi. Mani segnate dal tempo. Ma tu insegui quel balcone. Le cognate si disperano, pensano ai propri mariti che non sanno ancora niente…

Rochi dei passi si muovono al piano di sopra. Un silenzio di gelo invade la stanza. Starà a te salire, parlare con la mamma che farnetica, portarle l’acqua e il pane, dirle che guardi nei campi dove il grano è maturo.

Una nera figura pende sul pianerottolo mentre tu imbocchi le scale. Ha lasciato il bastone. Le mani brancolano nel vuoto. Solo gli occhi scintillano, come i tuoi, come quelli di tua sorella affogata nella gora, e di tua nipote fuggita lontano. Prima che debba precipitare gridi anche tu disperata :

  • Mamma ! –

E mamma ti risponde: – Puttana! –

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2 thoughts on “Testi inediti vincitori 2004

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