Testi inediti vincitori 2005

Per le parole dissipate 


Per le parole dissipate
per le carezze non date e
il grido soffocato, per la diserzione e
per questo sonno, per un fondo
inalterabile d’innocenza e orrore,
per le omissioni, per il confine
delle mani e il rumore del ruscello,
per il senso della neve
e la solitudine e il vento
per la brace della luce, per un altrove inabitato
dove tutto è in attesa di tutto
per questo
noi siamo venuti
come l’erba e i fiori.

Registro dei fragili 


Un ventre schiuso usato per figliare con orgoglio mi mostrava
un pelo fitto da varcare con piacere. E’ passato il tempo
delle madri mi diceva non rimane che il corpo a dar sollievo
per trovare il desiderio a quella vita che non riesco e si faceva sul divano
con la furia del momento. Mi guardavano i suoi figli dal comò: le facce
allegre dei ricordi di vacanza e comunione
tra i centrini e i fiori finti a cercare un certo tono… Niente altro
che il corpo dar asilo: trafugare la salvezza nell’orgasmo
nei minuti ricavati tra la spesa e la cena alla famiglia preparare.
Crocefissi nel sudore, ognuno accanto nel respiro gli arti
stanchi, le ginocchia indolenzite per le varie posizioni.
Tra le tante da provare più nessuna era intentata e senza amore
ti ripeto, senza amore o sentimento. Solo sfogo la pretesa
il diritto a nuova linfa. Poi ognuno alla vita ritornava
quella fatta per i canoni, nel segreto dove tutto si nasconde
e tutto trova un ripostiglio, l’esatto spazio in cui ognuno si ripone
e vive sano per gli occhi del vicino, dell’ufficio e dei cristiani.
Siamo fragili ripeteva la donna, siamo esatti per il poco che crediamo
tutto il resto è una finzione. Cosa credi? D’avere scampo
o redenzione se confessi che accadi come devi? Chi capisce o chi t’assolve
chi sostiene che umano resti pur perdendo? Chi accetta il dire
il vero, chi si pone nudo e crudo e senza filtri, nudo e basta
con gli sbagli e tutto il resto. Fosse data la visione, del futuro già la fine
per poi fare lungo il tratto, quella linea già tracciata fatta esatta….
Hai dei sogni mi diceva . Sei lo stupido dei sogni che non sa
che poi non serve – a dire il vero – : la rinuncia è già nel tutto
nell’inizio, dall’inizio. Ogni volta che si sceglie la rinuncia prende piede
e la scelta va compiuta con il minimo del danno
si maneggia mi diceva, si compatta l’illusione: che il verso in cui ti trovi
sia il lato che poi scegli. Non è vero. Non è vero e non accade.
Ogni volta che si agisce ecco accedere l’inganno
si patteggia e fine cose. Accade certo di arrivare a un buon affare
come fare acquisti dentro i saldi. Il prodotto lo si prende con il minimo
di spesa ma non sempre ti ripeto: troppo spesso ciò che compri
ha il prezzo intero e per ciò che spendi e prendi altro lasci
ne rimandi.. Guarda me e si alzava dal divano: ho la vita già compiuta
un marito che mantiene e i figli vanno a scuola. Manca niente?
Indicava certi beni, tanti oggetti, i vestiti con la firma tolta in fretta
e lasciati a terra a caso. Manca niente? Le vacanze in ogni anno e la casa
è già pagata. Non lavoro e niente manca. E manca tutto se ne parlo:
manca tutto se decido che il tuo cazzo mi risolve e non è
solo la febbre dell’incerto, il farsi sangue e ribollire. Dopo te
ne accade un altro e dopo l’altro cerco un altro e nessuno mi risolve
ti ripeto. La carenza non si spiega. E poi te e fissava un punto incerto:
cosa cerchi. E perché mi scopi ancora? Sei felice sei sposato
hai la casa, stesse cose a confrontare come me e forse meglio.
Siamo uguali e non fare che ti neghi. Siamo uguali e non credenti
siamo fragili diceva siamo fragili e piangeva. Non ci basta la certezza
non mi basta rinunciare e la ragione che si trova in quella scelta.
Tutto è scelta e ribellione, ci neghiamo la natura ma non siamo noi animali?
Sedeva al bordo con le mani tra le gambe e abbassava anche la voce.
Sai che l’uomo mi diceva è tra i pochi che lo sguardo nello sguardo
riesce bene a sostenere senza che la sfida accada o guerra?
Ne leggevo l’altro ieri. Siamo gli unici animali che lo sguardo
per linguaggio sanno usare e ne fanno complemento. Siamo gli unici
che controllano lo sguardo e sanno bene come fare: sia parola
che l’inganno e nessuno poi ne vede differenze. Ci fidiamo
e per questo estingueremo. Ci fidiamo per bisogno..

Il viaggio


Beh, ci incontrammo un fine settimana
tu giurato, io poeta in uno stesso
premio di poesia. In verità
noi ci conoscevamo da tanti anni:
per me eri uno squallido avversario
che aveva preferenze strapaesane.
Ma scoprimmo gli amori che avevamo
covato dentro: la Boheme, Puccini,
Modiglioni, l’amore per Livorno,
città operaia e creativa. E quindi
il lungo viaggio tra Massa Carrara
e Roma si profuse in un rosario
di immagini sfumate, in un emporio
di misteriose foto del passato
scattate da diverse angolazioni
e con tempi diversi e che in un lampo
si poterono fondere in un solo
non vero, ma auspicato in quel calore,
quadro di somiglianze. E in questo modo
quando giungemmo a Termini eravamo
vecchi amici con tante care cose
da ricordare nello stesso squarcio
di strada assieme: un attimo. Tre ore.
Un Orazio e un Curiazio finalmente
avevano trovato misteriose
complicità desiderate. Mentre
viaggiamo provvisori in questo mare
noi ci imbattiamo arrabattati, vinti
in un’umanità che non esiste,
che ha scelto di non vivere mutuando
da immagini di carta, fotocopie
di invenzioni nulliste i propri ruoli.
E con tutte le nostre provvisorie
cose importanti ci sentiamo soli.
In prima linea contro gli infedeli.
Ma in fondo nulla è veramente vero
e lo sappiamo : ci piace inventarci
la Verità, il Nemico, la Prigione.
Cercare amici su cui confidare
le morti amiche sulla barricata.
E tutto è un gioco che gettiamo dentro.
Il calendario di una vita. E non
ci sono vincitori e non ci sono
vinti, né giustizieri, né maestri.
C’è il gioco e la sua febbre ingannatrice
che ci illude di esistere.
E una sera
tutto ritorna calmo. Senza noi.

Porto di luce, di vento e mare

Non avresti nemmeno meritato,
estraniata città che mi hai nutrito,
una poesia d’amore,
un canto, un’elegia,
se non fosse per quei vicoli ombrosi,
tumescenti di vita che ribolle,
d’orgogliosa miseria variopinta,
di splendori incrostati nella calce,
per le schive e possenti architetture,
o per quegli archi d’acqua spumeggiante,
danza barocca di lucenti gocce,
che dalle tue fontane, inascoltati,
gridano ai quattro venti
la ribelle energia, il dolore
pudico che tu senti,
ed è, non poco, anche anima mia

Solennità greca

L’isolana dallo sguardo torvo
vestita di nero, con gli zoccoli
scende cauta per la strada di sassi;
un qualcosa d’antico nell’insieme.
Così il suo braccio allungato sul ramo
per cogliere il ficodindia maturo
sembrerebbe quasi un gesto solenne
che si ripete da anni
da queste parti, tra rocce e cipressi..
Incurante delle api che ronzano,
che si posano sui frutti caduti,
la donna riempie la sua sporta e pensa:
saranno sufficienti i fichi colti,
basteranno per la mia confettura?

Arbeit macht frei

Il fabbro che l’ha fatta non ha resistito
alla vergogna, con la famiglia ha traslocato a est
nel paesino in cui è nato, cresciuto, fatto la scuola e l’amore
la prima volta.
Nel tempo libero si dedica alla caccia,
s’apposta di consueto alla luce della luna:
un branco di fanciulle popola le piante del vicinato
incerte apparizioni di anime ostili,
quasi un presagio.

Dammi il tuo tempo

Ed è qui che l’altra luce ha il senso
del silenzio, un mare che s’affaccia
a spezie e marmi nel porto levigato
dove siamo cresciuti nudi, dentro
un dettato d’innocenza che non somigliava
mai al giorno prima.
Le tue otto rotelle
dietro la finestra, ora ti accompagnano fuori
ai carrelli del supermarket, senza salite
e senza scontrini tranne quello della mano
che ti avverte del giorno che dice d’aspettare.
I portici e le chiese fanno posto alle madonne
degli altari che così care ti furono, madre,
quando in grembo i papaveri avevano
il nido caldo degli ultimi voli nelle spighe.
forse è il vespertino
A ferirsi dei timori che solo i vecchi hanno
dentro la voce della notte mentre strappano
in segreto un ultimo raggio per morire.
Dammi il tuo tempo e il cuore affacciato
dalle imposte per sentire ancora l’urlo
dei marciapiedi in un giorno di festa, dammi
o madre il tuo vangelo che si rifiuta
d’accettare il poco sonno tra le pieghe dell’Alzheimer.
Ma com’è triste allontanare la certezza che domani
suoneranno un’altra canzone per ridarti alle rondini
che già chiudono la vestizione della luce.

Le nuvole nel camino e la scuola di ricamo.

Non andavo ancora a scuola ma la casa dove credevo essere nato era diventata improvvisamente più grande, più vuota.
La famiglia dei miei cugini, ospiti per la cronica mancanza di alloggi del dopoguerra, si era sistemata altrove e ora le stanze a loro riservate (due camere da letto e il salone) erano vuote e disadorne.
Erano le più belle perché avevano le finestre e un balcone che davano sul corso principale da dove io guardavo affascinato il via vai della gente,
Quello che mi affascinava più di tutto era il transitare dei tram con i ragazzi che giocavano a “farsi dare un passaggio” saltando in corsa sui respingenti posteriori.
Non vedevo l’ora di crescere per fare anch’io quello che mi sembrava, più che un’imprudenza, un gesto eroico.
In casa eravamo io, la nonna che, nonostante camminasse con l’aiuto di una sedia per colpa di una flebite molto avanzata, sbrigava le faccende domestiche, una zia, nubile, era impiegata presso una delegazione del Comune e mio padre era sempre in giro a cercare lavoro, ultimamente era stato “assunto” come tutto fare dalla redazione del giornale. Mio fratello era “a balia”.
Economicamente, pur non mancando del necessario, non avevamo grosse disponibilità, anche perché l’affitto era un impegno molto gravoso.
Un giorno suonarono alla porta di ingresso e, come al solito, andai io ad aprire.
Per riuscire a tirare la cricca del portoncino mi aiutavo con il piolo di una sedia sgangherata. Quella volta mi apparve davanti una signora molto magra, alta e tutta vestita di nero.
Mi spaventai perché, pur non avendo sentito il suono della trombetta, ero convinto che fossero gli spazzini venuti a ritirare, come si usava a quei tempi, l’immondizia direttamente dalle abitazioni.
Poi la riconobbi: era una signora che abitava nel caseggiato di fronte, quello delle Case Popolari e che vedevo venire a comperare a credito nella bottega sottocasa.
Sapevo che acquistava a credito perché una volta che l’avevo incontrata nella bottega (far piccole compere al negozio sottostante era una delle mie incombenze più belle), lei usciva con in mano una mela dicendo: “Segni, Signora Fidalma!”.
Ero così incantato dalla mela che anch’io dissi quella che credevo la parola magica per avere in regalo una mela : “Segni, signora Fidalma”. Tra le risate dei presenti, rimediai un bonario scappellotto.
Ora lei era davanti a me e con fare asciutto chiedeva di parlare con la nonna.
Si accomodò in cucina per risparmiare a la nonna un percorso faticoso fino alla sala e fu meglio così, perché in sala non avevamo neppure una sedia.
Mi accoccolai sotto il grande tavolo per ascoltare ma non capii niente, solo che la nonna era contenta e, quando la signora in nero si fu allontanata, mi diede un biglietto da portare al vinaio sotto casa.
Al pomeriggio il vinaio, un uomo buono ma che puzzava di sbronze da lontano, arrivò insieme ai suoi quattro figli portando un mucchio di sedie, circa una ventina, incastrate a due a due. Ciascuno di loro ne portava due paia.
“Ringrazi il parroco da parte mia” disse la nonna, dopo aver fatto mettere le sedie nel grande salone e aver dato una mancia al vinaio.
Alla sera mio padre distribuì le sedie su tre file a semicerchio, in modo che chi ci si fosse seduto avesse alle spalle la luce del balcone e di fronte il grande camino.
Non so da dove, portarono anche una vecchia ma ben tenuta sedia a dondolo, che fu messa a capo di tutte le altre sedie.
Il Natale si avvicinava e io non vedevo fare né il presepe, né l’albero. Mio padre portava dalla redazione del giornale grossi pacchi di vecchi giornali che riponeva poi in una delle due camere da letto disabitate, nell’altra riponeva invece strani pezzi di legno con sopra delle figure e delle scritte in metallo.
Quando le stanze furono praticamente piene, i giornali vennero bagnati e appallottolati, poi messi ad asciugare : furono i miei primi palloni!
Un giorno presero posto nella stanza una decina di ragazze e per ultima entrò la signora vestita di nero, diede a ciascuna un pezzo di vecchio lenzuolo, un ago, un ditale di legno ( solo il suo era di metallo ma alcune lo avevano di pelle realizzato in maniera grossolana, forse dal calzolaio), poi prese dei pezzetti di filo colorato e consegnò anche quelli alle ragazze; notai che ciascuna di loro aveva una combinazione differente di colori.
Capii solo alcuni giorni dopo che questo era fatto per impedire che esse si scambiassero i rispettivi lavori.
Finalmente la scuola cominciò!
Quando il campanile suonava le 16,00 e la luce del sole era insufficiente la nonna mi mandava ad accendere la luce e il camino.
Il fuoco veniva alimentato dalle palle di carta pressata insieme a qualche pezzo di quel legno chiaro e leggero con le placche metalliche.
Non mi era permesso restare e poi la cosa non mi interessava, ero troppo piccolo per apprezzare le grazie delle fanciulle, che si limitavano a salutarmi quando aprivo loro la porta, ma parlavano solo dei giovanotti che le aspettavano in fondo al portone.
Parecchi di questi erano marinai di leva e dalle famiglie del rione venivano poco considerati in quanto la maggior parte aveva tra i suoi componenti un militare della marina ma di carriera, erano gente di casta, dunque!
Una casta che aveva permesso dare opportunità di magro guadagno alle vedove di due dei “loro”, per questo avevano pensato di “affittare” per la signora vestita di nero, che aveva per giunta due figli ancora “dispersi”, il salone della nonna.
Pur essendo vietato il subaffitto il padrone di casa non si era sentito in animo di dichiararsi contrario. Forse aveva paura che scoprissimo le sue intenzioni, infatti, dopo circa 6 anni, mise la casa in vendita; ma questa è un’altra storia.
Quello che mi interessava della scuola non erano le ragazze ma l’atteggiamento della “maestra” : mentre le ragazze chiacchieravano, svolgendo il loro lavoro, lei, sempre austera, non alzava gli occhi dal ricamo e parlottava tra sé e sé, come recitasse delle preghiere.
Infatti l’ago entrava e usciva dalla tela proprio come se sgranasse le palline di un rosario.
Raramente si alzava e lo faceva solo quando, con la coda dell’occhio, si rendeva conto che qualche ragazza era in difficoltà; allora le si avvicinava in silenzio, indicava con il suo ago il lavoro e lentamente dava qualche punto che poi rapidamente toglieva.
Altre volte erano le ragazze ad alzarsi e a mostrarle il loro lavoro che, spesso, riceveva l’approvazione con un piccolo cenno del capo.
Quando l’avanzare della stagione consigliò di tenere acceso il camino per tutto il pomeriggio, fui ammesso permanentemente nella sala, in quanto dovevo controllare che la fiamma non fosse troppo viva e neppure troppo smorta.
Siccome non sapevo ancora contare, per ogni palla di carta o pezzo di legno che mettevo sul fuoco, altrettanti ne posavo lungo il muro, in modo che mio padre potesse reintegrare due giorni dopo quanto consumato.
Era un compito che mi piaceva anche se il fumo mi riempiva gli occhi facendomeli bruciare. Mi piaceva perché potevo fare anche lì quello che era il mio gioco preferito nei giorni nuvolosi:
guardare come il vento plasmasse la forma delle nuvole.
La mia fantasia cavalcava i cambiamenti di quelle forme, mai dome, con un’eccitazione tale che alla sera trovavo difficile prendere sonno.
Era un gioco che però non potevo fare tutti i giorni! Non sempre c’erano le nuvole giuste o il vento adatto e poi anche le forme più belle ed eccitanti si dissolvevano troppo presto.
Ora però avevo imprigionato le nuvole nel camino e potevo studiarle e fantasticare per ore, tutti i giorni in cui il camino era acceso.
No, non erano le nuvole di fumo che guardavo, guardavo invece il metallo ( probabilmente una lega di piombo) sui pezzi di legno che, piano piano, si scioglieva in grosse gocce e, come lacrime, creava rii, laghetti che poi tracimavano nella cenere.
Erano figure fantastiche, piene dei riflessi della fiamma, imprendibili, imprevedibili quasi ipnotiche quelle che colavano nelle tenue braci della carta.
Fingendo di ravvivare il fuoco, cercavo di tenere quei pezzi di legno distanti dalla fiamma troppo viva, in maniera che la fusione del metallo fosse ritardata e in qualche modo controllata. Giocavo con le molle e gli alari in maniera da assecondare la mia fantasia; plasmavo un castello incantato dove la fantasia di un bambino non aveva limiti.
Quando “le nuvole” erano fredde, solitamente la mattina seguente, le prendevo, le pulivo e le lucidavo; per ultimo, come guardavo nel palmo della mano la sublimazione finale di un sogno a occhi aperti, e mi sentivo felice, quasi potente.
Dopo circa un mesetto le cose cambiarono.
Alle ragazze vennero assegnati non più vecchi pezzi di lenzuola ma tele nuove, ancora piegate, di un colore marroncino tenue (ora si direbbe “ecru”) ; il filo non era più ruvido ma segoso, e a tutte le ragazze fu regalato un ditale in ferro.
Esse si sistemavano sulle sedie e la signora Carmela (questo era, credo, il suo nome per averla sentita chiamare così dalla nonna; …. “Comare Carmela…”) consegnava a ciascuna una serie di agugliate del filo da ricamo già tagliate della lunghezza prefissata e un pezzo di quella tela.
Affinché ciascuna ragazza potesse avere sempre il suo, Comare Carmela li aveva contrassegnati con piccoli punti di lana colorata. A fine giornata poi, li ritirava tutti e le ragazze se ne andavano salutandola con un inchino.
Lei restava ancora un po’ di tempo a controllare e a riordinare i lavori eseguiti, poi li chiudeva dentro un baule e se ne andava carezzandomi lievemente i capelli.
Io allora spegnevo il fuoco usando una brocca d’acqua e, stando attento a non bruciarmi con le ceneri ancora calde, tiravo fuori i miei sogni di metallo, li rimiravo ancora per riprovare le sensazioni che mi dava scrutare il mutare delle nuvole, poi li nascondevo tra le palle di carta pressata, mettendo da una parte quelli che più mi piacevano e tenendo gli altri pronti per essere di nuovo fusi. Avevo creato un gioco praticamente infinito.
Passò l’inverno e non ci fu più bisogno di accendere il camino; io mi aggiravo annoiato tra tanta operosità, mi ritrovavo a spiare e invidiare i ragazzi che andavano a comperare i dolci nella pasticceria che era proprio di fronte al mio balcone.
Un giorno mi accorsi che Comare Carmela aveva molta difficoltà a infilare l’ago con una delle sue agugliate perché aveva gli occhi pieni di pianto; allora, senza che se ne accorgesse presi un ago e del filo dal cestino dove teneva tutta la roba da ricamare e lo preparai per lei.
Quando finì l’agugliata cui stava lavorando, fu sorpresa nel vedermi porgere l’ago già infilato, ebbe un gesto di nervosismo, mi guardò fisso e poi, visto che stavo per mettermi a piangere, accettò con un sorriso quel che le porgevo.
Quel giorno le infilai tutti i fili stando accoccolato come un gatto vicino alla sua gonna nera.
Quando andò via, corsi da la nonna e le raccontai il fatto; la nonna disse che avevo fatto bene, perché proprio quel giorno era arrivato un avviso che dava per definitivamente morti i suoi due figli.
Il giorno dopo ero già dimentico del mio nuovo incarico, ma mi accorsi che Comare Carmela non era la solita, sembrava più curva e gli occhi non erano pieni di lacrime ma bruciavano di febbre.
Anche le ragazze se ne accorsero e corsero a chiamare la nonna che, dolcemente, la prese con sé e la portò in cucina. Io ne approfittai per fare lo stupidino con le ragazze, correvo da una all’altra a mettere il filo nei loro aghi.
La giornata fu molto corta e finì improvvisamente.
Il giorno seguente tutto sembrava tornato alla normalità, solo io, “al mio nuovo incarico di infila-aghi”, mi accorgevo che Comare Carmela trasaliva ogni volta che sentiva uno scoppio di risa venire dall’osteria o uno scalpiccio di corsa lungo il marciapiede di arenaria.
Un paio di volte si alzò come per rispondere a una voce, a un richiamo; poi ricadeva delusa a sedere.
Al momento di andare via per la prima volta in due mesi mi disse: “Domani non avrò bisogno di te, grazie e … ciao”.
Il giorno seguente, mentre ero ancora a letto semiaddormentato, sentii un gran movimento nelle scale, un andirivieni insolito e un cicaleccio di donne.
A mezza mattinata venne di nuovo il vinaio con i figli, si ripresero le sedie e anche il baule. Rimasi da solo nella stanza tornata vuota.
Andai allora nell’angolo in cui erano rimaste le poche palle di carta di giornale a rimirare i miei tesori e venni sorpreso da mio padre, era venuto per portare via quello che era avanzato e ormai definitivamente inutile.
Mi guardò con stupore nel vedere le mie mani e il pavimento pieno dei sogni delle nuvole che il camino aveva forgiato. Uscì e tornò con una borsa di tela, ci mise tutte le mie giornate fantastiche o almeno tutte quelle che riusciva a portare in una sola volta e, con alcuni viaggi, le vendette al rigattiere. Rientrò a casa felice e sorridente, non si accorse della mia dolorosa delusione.
Fu la prima volta che vidi in tavola un pollo arrostito con le patate e un fiasco di vino.
Mangiai di malavoglia e non volli neppure assaggiare il pollo, i miei pensarono che fossi amareggiato per la fine del povero galletto, invece…
Nel pomeriggio tornai nel salone e, come per scacciare la rabbia e la tristezza, cominciai a rovistare nella cenere. Scoprii così che una “nuvola” si era salvata e stranamente richiamava la figura di una donna tutta nera seduta su di una sedia.
La tenni nel palmo della mano, poi per paura che mi venisse presa, la nascosi nello stanzino sotto una piastrella sconnessa del pavimento non più tanto stabile.
Infine me ne dimenticai. Non ci sarebbero più state nuvole per me nel cielo e neppure nel camino, ma questa è un’altra storia che forse non racconterò mai.

Bianca

Si svegliò di soprassalto nel mezzo della notte. Forse uno degli incubi che la tormentavano da tempo? Dopo pochi attimi di confusione, si ricordò. Alla fine, lo aveva ucciso. La sera prima aveva finalmente trovato il coraggio, o forse semplicemente la rabbia necessaria per fare ciò che avrebbe voluto fare già tante altre volte. Lo aveva ucciso, sgozzato, guardato morire, senza provare nessuna pietà, né per le sue grida strazianti, né per il sangue che sgorgava dalla sua gola. “Finalmente, finalmente!” ripeté dentro sé. Nel profondo, non poteva ancora credere di essere stata capace di una cosa simile. Non era certo la prima volta che uccideva un essere vivente, sia chiaro, ma una persona, una persona, questa è tutta un’altra cosa. Ciò nonostante, aveva accumulato troppe sofferenze, troppa paura, ma soprattutto troppo odio, in quegli ultimi anni, per potersi pentire di ciò che aveva ormai compiuto.
Non era stato sempre così, Bianca ricordava bene. Il primo periodo i cui aveva vissuto in quella casa era stata felice. Lui non era certo quello che si direbbe un uomo affettuoso ma, per quanto non particolarmente ricco, non le aveva mai fatto mancare nulla. Poi, tutto era cambiato. Lui aveva iniziato a bere, e assieme all’alcol erano arrivati anche gli attacchi di collera e le violenze. La picchiava. In principio, solo qualche spintone un po’ ruvido, poi erano iniziati i pugni, i calci, e persino le percosse con un bastone. Ora tutto ciò era finalmente finito. Non l’avrebbe mai più picchiata, su questo non c’era alcun dubbio.
Ancora un po’ confusa dagli ultimi eventi, Bianca si guardò intorno, indecisa su cosa fare. La sala da pranzo, sebbene così familiare, le faceva ora un po’ paura. I mobili le sembravano più grandi e più sporchi del solito, i tappeti, che le erano sempre piaciuti tanto, meno vivaci e gioiosi di come li ricordasse. Bianca si sentiva osservata da ogni riflesso di luce, intimorita dai fucili chiusi nell’armadio a vetri. Le uniche cose che sembravano in qualche modo rassicurarla erano, diversamente dal solito, gli animali imbalsamati appesi alle pareti. Forse questi ultimi, felici per la morte del loro spietato assassino, stavano cercando di consolarla?
Una borsa da viaggio, di stoffa nera, era appoggiata in un angolo della sala. La tasca principale era aperta, e si potevano intravedere alcuni vestiti gettati dentro senza alcun ordine.
Forse lui stava per partire? Era una cosa che non le aveva mai dato pace, il non riuscire a capire in anticipo quando lui sarebbe partito, né quanto sarebbe stato via. Al centro della sala erano sparsi i cocci del vaso che aveva rotto la sera prima. Quel vaso, che era stato l’origine dello scatto di collera per cui era stata aggredita. Ora, il cadavere dell’uomo giaceva supino in una pozza di sangue, vicino all’uscita posteriore della sala da pranzo, verso il giardino.
Stringeva ancora in pugno il bastone con cui l’aveva aggredita la sera prima , quasi come se quello fosse l’unico amico con cui aveva condiviso gli ultimi istanti della sua vita. Un amico che, se non fosse stato troppo ubriaco, gli avrebbe persino potuto salvare la vita, pensò Bianca, che iniziava fra l’altro ad avere forti dolori allo stomaco per la fame. Quasi se ne era dimenticata, ma il giorno prima non aveva mangiato praticamente nulla.
La fame si faceva sempre più acuta. Considerata la mancanza di rimorsi per ciò che aveva fatto, iniziò persino a chiedersi se si fosse svegliata nel mezzo della notte proprio per il bisogno di cibo.
Sapeva che in casa avrebbe potuto trovare solamente bottiglie vuote di whisky o di birra. Decise quindi di uscire. Il sole stava ormai sorgendo, ed in paese avrebbe certo potuto trovare qualche cosa da mettere sotto i denti.
Uscì di casa, prese la strada che portava al più vicino centro cittadino, ed iniziò a correre. Aveva sempre amato stare all’aperto. Il sole stava sorgendo all’orizzonte ed i suoi riflessi facevano luccicare i campi ancora coperti dalla rugiada. Le foglie, cadute dagli alberi e scosse dal vento, emettevano un forte fruscio. Bianca corse più forte che poteva. Scappava dal suo passato, quella casa in cui aveva deciso di non tornare mai più. Correva, correva, sempre più veloce, con il respiro affannoso e con la gola sempre più secca. Nella sua testa, un vortice di pensieri e di paure. Cosa avrebbe fatto ora? L’avrebbero cercata in tutto il paese. Pochi dubbi, l’avrebbero uccisa, senza tante esitazioni, come era già successo ad altre nella sua stessa situazione. Tutto le era ormai chiaro, c’era una sola alternativa per lei. Doveva fuggire, andare il più lontano possibile, vivere nei boschi, almeno per qualche tempo.
Smise di correre, con quelle ultime parole che ancora le rimbombavano nella testa “fuggire, andare lontano, vivere nei boschi”. Certo, la cosa migliore era evitare le strade principali, spostarsi solo tramite gli stretti sentieri di campagna, stare lontana dai centri abitati. Mezza intontita, forse per la fame, forse per il mal di testa, o forse solo per un brutto scherzo del destino, non si accorse di essersi pericolosamente fermata proprio nel mezzo di una strada provinciale. Né si accorse della macchina che, ad alta velocità, sopraggiungeva alle sue spalle. Fece appena in tempo ad udire il rumore di un clacson, una brusca frenata, ed il suo corpo investito e gettato di lato da un miscuglio di ferro ed aria gelida.
Dalla macchina scesero una coppia di anziani. Subito dopo, dai sedili posteriori, apparvero, pieni di paura, anche due bambini, facile immaginare una coppia di nonni ed i loro nipotini. L’uomo le si avvicinò, procedendo cautamente, a piccoli passi. “Non è nulla di grave, solo qualche graffio” gridò, con estremo sollievo, verso i due bambini, i quali, non avendo osato avvicinarsi oltre, stavano osservando la scena da lontano, stretti alle gambe della loro nonna.
Bianca giaceva a terra, svenuta, con alcune leggere contusioni al collo ed al torace. Sarebbe guarita nel giro di qualche giorno. Anche i due bambini si avvicinarono a lei. D’improvviso, un grosso sorriso apparve nei loro occhi. “Si chiama Bianca” esclamarono, con sguardo supplichevole verso i loro nonni. L’uomo la prese in braccio, e la depositò con cura nel baule. Bianca era finalmente felice. Mentre le accarezzavano dolcemente il muso, sapeva che stava iniziando una nuova vita, una vita con dei padroni che l’avrebbero amata come nessuno aveva mai fatto prima.

Donne in amore

Premetto: io non sono mai nata, però so che mia nonna si chiamava Assunta e fu concepita come lo scoppio di un petardo, proprio quella notte lì, la notte dell’Assunta, quando da poco altri splendori avevano riempito il cielo, quando altre fiammate avevano colorato il firmamento con cascate e zampilli e stelle filanti. Era il ’50 e c’era voglia di divertirsi quell’estate, perché il ricordo della guerra non era poi così lontano, lo vedevi ancora sui vestiti sdruciti e nelle case, a mezzogiorno, sulle tavole poco più che misere. Proprio così era l’estate del ’50, con quella voglia di viverla la vita dopo averla riportata a casa, un po’ logora forse, ma ancora in buono stato…
E i miei bisnonni camminavano l’uno accanto all’altra, Feliciano lui, Cianetto per gli amici, e Natalina lei, e venivano giù per il viottolo della collina che dal paese portava al podere dove il mio bisnonno era “mezzadro”…
Cianetto veniva giù canticchiando e ripetendo i passi d’una danza inventata lì per lì. Natalina, invece, era stanca, aveva in mano i sandali e trascinava i piedi un po’ gonfi. Era preoccupata per il suo vestito che alla luce della luna sembrava spiegazzato e vizzo, perciò era contrariata con se stessa dopo tutto quello che le era costato in lavoro e rammendi, e sospirò Natalina, vent’anni, sospirava spesso… guardava il marito che adesso le camminava poco più avanti e lo vedeva ancheggiare al ritmo di quella musica che conosceva solo lui. Aveva i capelli lisci e lucidi di brillantina Cianetto, la camicia bianca sbottonata, il fazzoletto appallottolato in tasca e la giacca di fustagno sulle spalle. .. Natalina s’incupì di nuovo per un istante… “E’ proprio un bambino”, pensò con stizza materna, mentre le scarpe del marito si rivestivano di polvere…
E io so che il mio bisnonno Feliciano, Cianetto come tutti lo chiamavano, camminava nella polvere e sognava poco, per lui la vita andava presa così come veniva e in quel momento non pensava ancora alle bestie del padrone nella stalla, anche se a quell’ora sicuramente si erano già messe ad urlare e a protestare, proprio come bestie. Però la spensieratezza e l’euforia provate nella serata festaiola si stavano affievolendo con il ritorno a casa. Cianetto cercò nuovo entusiasmo nel taschino della camicia, là dove aveva lasciato furtivamente un pacchettino che alla commessa aveva chiesto di volerlo avvolto in una carta dorata, e la commessa gli aveva guardato a lungo le mani callose. Cianetto non aveva capito cosa avessero di sbagliato quelle mani che erano le uniche a portare a casa un pezzo di pane, e poi aveva visto che i suoi modesti risparmi di un anno se ne erano andati con quel pacchettino lì, dorato e con un fiocchettino pure giallo…
So anche che la luna era alta e illuminava il viottolo di campagna, e Cianetto sentiva sua moglie che lo seguiva. Accese la mezza “Alfa” che teneva dietro l’orecchio e desiderò stendersi sull’erba medica e dormire…
C’era ancora tanta strada da fare, Natalina era stanca e guardava il marito, anzi, quell’uomo che le avevano concesso… “Ce l’ho io il marito per la figlia tua”, aveva detto compare Michelaccio che s’era fermato a casa per un bicchiere di vino, e Natalina aveva alzato gli occhi in silenzio, un brivido le era sceso lungo la schiena, aveva avuto paura di quel “sensale” che beveva sotto la lampada ad acetilene, e dopo un mese s’era ritrovata in chiesa e maritata, sempre in silenzio; lei era uscita da casa ed era entrata una vacca che era una bellezza, dava latte a litri, troppo per Natalina esile e magra come un chiodo, avevano malignato nei poderi vicini…
Adesso, vent’anni, Natalina osservava suo marito, quell’uomo capace di silenzi ostinati e pieni di rancore, capace di un amore fatto di piccoli gesti, un grappolo d’uva o un paio di fichi quando tornava dal campo con la roncola nella cinta, o un’occhiata brusca e di traverso quando Natalina gli portava la brocca del vino fresco di cantina…
Sospirò Natalina, e Cianetto aveva ballato tutta la notte, trascinato via dal quotidiano duro lavoro da quei passi di valzer e mazurca, sicché respirò a pieni polmoni l’aria fresca della notte, si sentiva forte e aitante, ma già le bestie del padrone aspettavano la biada nella stalla, aspettavano quella loro manna a forconate, e Cianetto cacciò quel pensiero carico di frustrazione, si girò verso la sua donna e la trascinò per un braccio fin dopo il fosso, la distese ed entrò in lei con rabbia, gioia e angoscia insieme, poi avrebbe voluto scusarsi ma non gli venivano le parole giuste, gettò solo il pacchetto dorato sul grembo di Natalina…
Così fu chiamata al mondo Assunta, mia nonna, il 15 d’agosto, e per una madonna che se ne andava in cielo un’altra era pronta là, sulla terra… ma non per questo dimentico che fu una gravidanza difficile e poi alla fine mia nonna nacque dalle mani di Ninetta che passava di podere in podere per far partorire anche le vacche e le cavalle, grazie a Dio, perché in campagna rendeva più una bestia che una femmina… E quando nacque mia nonna, Cianetto non era più ad aspettarla, aveva già aperto la stalla per far scappare le bestie del padrone e poi aveva sbattuto il berretto per terra e così come aveva fatto per le bestie fece per se stesso e se n’era scappato in Svizzera insieme ad una bestemmia e ad una valigia di cartone. Cianetto sognava poco e per lui la vita andava presa così come veniva, perciò se ne era andato, per seguire la danza di un giorno di festa migliore.
Sicché Natalina cercava di consolare la figlia, e quando piangeva le raccontava di un principe ricco e dai capelli lisci e lucidi di brillantina, e le aveva messo al collo la catenina d’oro che una notte d’agosto il suo uomo le aveva regalato…
Però mia nonna Assunta non ha mai voluto imparare a ballare, non c’era tempo e nemmeno voglia, appena l’età glielo permise andò a servizio dal Conte Pesci, e in quella casa patrizia trascorse buona parte della sua gioventù, fino a vent’anni, fino a quando vide Tonino…
A volte penso a mia madre e immagino che sia stata concepita in un giorno di chimere, annuncio di un carnevale baldanzoso e perenne …
Amo pensare tutto ciò. In verità mia madre Sara anche lei fu concepita come lo scoppio di un petardo, perché Assunta lavorava a servizio e Tonino era muratore e cantava lì sulla piazza dove si affacciava la più bella casa del paese… Aveva la faccia sporca di calcina Tonino, ma la sua voce era come quella di un usignolo e per Assunta quella voce era una gran cosa, più ancora dei pavimenti da lavare in ginocchio e del Conte Pesci, vecchio e infermo e da lavare meglio dei pavimenti… Così mia nonna Assunta seguì la felicità che pensava stesse dietro un canto di sirena…
Amo pensare che mia madre Sara sia stata concepita in un giorno di festa, forse perché più d’ogni altra cosa si desidera quello che non si ha, così io, che non sono mai nata , penso di conoscere lo stesso la mia Epifania, ed immagino una rivelazione del tutto particolare, l’annuncio di un carnevale perenne e lontano insieme al ricordo ormai spento di un padre dal volto qualsiasi…
E mentre nella notte tornava dall’osteria abbruttito dal vino ed eccitato dai racconti degli uomini, Tonino cantava oscenità con la sua voce d’usignolo per cacciare la paura delle ombre vaganti, cantava nella notte spettrale e fredda pensando alla sua sposa bambina. E nella notte che stentava a stemperarsi in un lattiginoso mattino, l’uomo gigante strappò la moglie dal sonno arcaico. Mia nonna rabbrividì al tocco ruvido di quelle mani callose, di quelle mani pesanti di lavoro, e covò rancore per la voce calda di eccitazione e di vino. Assunta, vent’anni, non si era ancora abituata a quella virilità prepotente e rude… E poi, nel lattiginoso mattino, la suocera e la cognata, irreggimentate per la prima Messa, avevano invidiato Assunta ancora protetta dalle coperte… “Avrà fatto l’amore…” aveva malignato con scandalizzato pudore l’una. E l’altra, più tardi, aveva avuto un gelo di sorriso di fronte all’evidente verità di una gravidanza.
Nacque Sara, mia madre, venne al mondo da quell’amore naturale che sa unire le donne nel silenzio, così come Natalina, Assunta… Già!, Sara, e adesso sarebbe stato il mio turno, certo, appena Sara, a vent’anni… Senonché mia madre si rifiutò di chiamare con un nome proprio l’essere che le cresceva dentro e a me mancavano le parole per aiutarla a cancellare la vergogna di un peccato originale… quella vergogna che aveva segnato mia madre più del peccato. Per questo ha tentato di cancellarmi inutilmente, perché io, per mia madre sono ancora più viva di Natalina e di Assunta concepita il 15 d’agosto così la mia inesistenza l’umilia e l’attanaglia ogni giorno, così i suoi occhi mi cercano in ogni angolo della città, sulle immagini dei muri, nei negozi, al mercato, ai giardini pubblici, nella scuola e, soprattutto, negli occhi innocenti d’ogni bambino… Così come ogni suono, ogni parola, ogni pensiero fa precipitare mia madre nel ricordo palpitante e terribile, perché a Sara, a vent’anni, successe là nel parcheggio sotterraneo del supermercato di conoscere il suo amore naturale, tra lo scricchiolio lontano e metallico dei carrelli pieni di spesa e lo stridio delle ruote sull’asfalto liscio… Mia madre stava per risalire in macchina carica di buste quando comparve l’uomo della notte che pretese la sua parte di felicità da lei, proprio da mia madre che continuava a pensare.. “Adesso si ferma qualcuno e mi aiuta… E’ sicuro!”, così pensava mia madre fino a quando l’uomo della notte non si fermò lui per primo e le sorrise.. “Sei stata brava….” E mia madre era così sola al mondo che ringraziò quasi quello sconosciuto che l’aveva presa a calci e schiaffi, che le aveva strappato i vestiti e l’aveva trattata come una bestia riottosa. E a casa per quanto mia madre cercasse di togliere dal corpo l’umiliazione, la rabbia e l’impotenza sotto il getto di un’acqua bollente, non poté cancellare me che avevo appena iniziato a nuotare nel suo ventre materno facendo capriole alla vita…
So che l’Epifania è l’annuncio di un magico incanto, ma la mia rivelazione fu per Sara un baratro incolmabile, e le mie euforiche capriole avevano lo stesso sapore dei calci inflitti con crudele indifferenza dall’uomo – padre. Chi ha detto che le cicatrici dell’anima non si vedono? In ospedale tutti guardavano mia madre con disprezzo per quella fede che non aveva al dito, o con pietà se conoscevano la sua storia, ma tutti si discostavano come per un contagio maligno.. “Abbi fede.. Coraggio… Accetta il tuo bambino”, erano pronte a dire le altre donne. Anche le ombre di Cianetto e Tonino erano lì pronte a giurare che non tutti gli uomini sono uguali.. “Ma è poi vero?”, pensava mia madre, vent’anni, e poco esperta nelle questioni di cuore..
“Bambina mia, come potrei inventare per te storie di principi dai capelli lisci e lucidi di brillantina…” mi confessava mia madre, e poi immaginava le mie mani, se erano gentili o arroganti, si chiedeva se i miei occhi erano innocenti o duri come quelli dell’uomo-padre, se i miei capelli avrebbero avuto il colore delle spighe mature, poi decise Sara che il colore degli angeli non poteva dare umiliazione e sofferenza, e che un’altra madre, in un’altra vita, m’avrebbe amato.. Così, io e Sara, siamo precipitate nel buio di un giorno senza festa in un’altalena d’amore e odio.
Ricordo che quando le giornate si erano fatte improvvisamente corte, alleggerite dal peso imminente di una decisione da prendere, mia madre mi disse di un sogno che sarebbe diventato grigio, e lei stessa mi parlò di una vita sporca e di cieli puliti…. Quel giorno, all’imbrunire, passeggiavamo tra prati e vialetti alberati, e vedevamo i ritardatari che passavano dalle panchine ormai in ombra alle panchine nel sole che tramontava. E tra gli alberi passava il vento e questo a mia madre piaceva, le piaceva camminare verso sera per la strada alberata, le piaceva stare insieme al vento, sentire il profumo di prato e di foglie, e anche a me quel giorno, all’imbrunire, piaceva passeggiare con mia madre anche se piangevamo entrambe, perché Sara mi disse che il mio cielo non sarebbe mai diventato azzurro… Stava seduta su una panchina, era sola, afflitta dal peso di una prova insopportabile, e quel peso ero io, e già mi sentivo una ragazza che porta a casa una cattiva pagella. Intanto, sotto un ippocastano, tre giovanotti suonavano la chitarra e sussurravano una canzone che diceva di un amore naturale…
Premetto: io non sono mai nata, però so che quando mia madre lasciò che mi strappassero dal suo corpo, chiese a se stessa di essere vigile per avere impresso ogni segno della mia presenza, ma forse con il dolore non voleva punirsi, bensì avere la consapevolezza della mia perdita.
Mia madre guardava ad occhi bassi la sua gonna un po’ sdrucita all’orlo e poi le sue braccia immobili come ali spezzate, le gambe appese… Le venne l’idea della vetrina di una macelleria, e ascoltava il rumore metallico dei ferri a contatto con le vaschette, e quando fu risollevata dal lettino canticchiava a voce bassa e senza lasciare il tempo di capire nulla sulla sua salute, si avviò alla porta inorridita come le viole del pensiero sotto la pioggia. Sulla porta si girò e a quelle persone in camice bianco sorrise e disse.. “Signori, sono stata brava…”. E se ne andò triste e sognante…
E’ proprio in gamba mia madre. Di tanto in tanto c’incontriamo, perché ci siamo formate l’idea di non esserci abbandonate del tutto, e se non posso avere il caldo delle sue braccia, ho almeno la dolcezza delle sue parole che mi accarezzano quando vado ad abitare nei suoi sogni… E nelle sue giornate, ora lunghe e inquiete, sono fitti i momenti in cui il suo pensiero m’insegue e mi cerca, nella consapevolezza che io non riderò, non piangerò, non potrò assaporare il mio amore naturale e le manco, ha nostalgia di me come se davvero m’avesse stretto tra le sue braccia, come se davvero avesse visto i miei occhi colore del cielo, e io continuo a visitare le sue notti, senza nessun rancore, ma felicemente infelice…

Il paradosso

Il paradosso ha la forma di una collina (vista da una finestra) o, se preferite, assomiglia ad un cappello (con due p, ovviamente, perché se ne avesse solo una filerebbe più liscio ma cadrebbe troppo presto).
Siccome non ha né capo né coda non è facilmente addomesticabile e quando te lo porti appresso la gente ti guarda un po’ male perché non è abituata a vederli.
Io ne ho scoperto uno la prima volta in un museo, se ne stava appollaiato su un quadro di Magritte, guardava se stesso ritratto capovolto e rideva come un matto.
Dopo il primo momento di stupore, me lo sono messo in testa, raccomandandomi di non perderlo per strada e l’ho portato a casa per osservarlo meglio e usarlo alla prima occasione.
Ma devo subito dire, a scanso di equivoci, che sono assolutamente ribelli e imprevedibili: amano i posti sbagliati e vorrebbero sempre starci a testa in giù, se ce l’avessero.
Quindi bisogna pensarci bene prima di adottarli!
Cercando di evitarli ne ho fatto un bell’allevamento e a volte mi diverto a smontali e rimontarli come il lego (ma attenzione, sono creature viventi!).
Ho scoperto che ne puoi trovare dappertutto, anche attaccati alle persone come sanguisughe mentre altre più leggiadramente se li portano a spasso come ombrelli, da pioggia o da sole, fate voi, l’importante è che siano aperti (ma non scaduti).
La gente, ignara, non si accorge di nulla e meno male perché non è ancora stato inventato né un antidoto né un vaccino, anzi pare che in certe epoche storiche siano scoppiate delle vere e proprie epidemie.
Al telegiornale hanno detto che il rischio di contagio è molto alto ma forse solo per i polli e le pecore, comunque non c’è da stare molto allegri data la parentela.
Gli scienziati si danno molto da fare a studiarli e la clonazione è a buon punto anche se spesso saltano via i tappi delle provette provocando grossi danni agli occhiali per cui in un prossimo futuro bisognerà correre ai ripari.
Qualcuno in passato ha provato anche a legarli come salami per conservarli meglio ma è successo il finimondo perché in condizione di cattività o addirittura di schiavitù si sono moltiplicati in crescita esponenziale: ho visto un dittatore che ne aveva le tasche piene e gli uscivano persino dalle orecchie e vi garantisco che non era una cosa bella a vedersi.
Ad ogni modo ce ne sono di varie specie e per tutti i gusti ma è sconsigliabile mangiarli, quelli più a buon mercato sono molto indigesti, un vero pugno nello stomaco.
I più strani giocano a nascondino, sono buffi e divertenti e non si sa se sono cuccioli o adulti ma non fa alcuna differenza, resistono tutti alle alte temperature.
Non è comunque consigliabile dimenticarseli in macchina al sole o metterli nel forno perché potrebbero danneggiarne il funzionamento e non è prevista la garanzia dell’elettrodomestico.
Le Assicurazioni però ci stanno pensando. Se poi vai in libreria a scegliere l’ultimo libro di Cortazar e apri una pagina a caso, loro ti balzano addosso con una velocità impressionante e dopo diventa difficile dire di no, che ne hai già un paio a casa e che se poi vai al mare non sai dove metterli.
Anche perché è detestabile abbandonarli e non lo faresti mai e poi mai!
Ma niente, sono così cocciuti che li devi prendere per forza ( come le ferie e le medicine) e così leggendo e discorrendo ti ritrovi la casa piena.
Insomma, dato il carattere altamente incerto, con loro non c’è da fare troppo i furbi, bisogna stare sempre un po’ attenti perché se no ti fregano.
Tu li guardi e credi di essere fuori e poi scopri che invece sei dentro.


Sogno di grazie agli artisti

Le ultime ore della sera sviluppano calore mondano. Le coppie sono tutte vestite gentilmente, gli uomini con lunghi soprabiti, guanti e bastoni, le dame con ampie gonne, cappelli e ombrellini. L’antica strada del centro è illuminata da lampade ad olio e i gruppi di chiacchiera non sono che ombre, come i bambini che corrono o i giovani cacciatori. Solo nei coni di luce appaiono per un istante colletti di pelliccia, lucide acconciature e pietre preziose.
I fiati fumano. E’ inverno.
Ai lati del pavé le case chiare salgono di uno o due piani traforando il buio con rami di gesso, balaustrine e anfore. Sono pastellate a rosa, o senape e sulle tubature pluviali che marcano il limite tra un’abitazione e l’altra sono installati degli altoparlanti metallici dai quali si diffonde nell’aria una voce. La mia.
Le parole che riesco a intendere sono i miei pensieri, annunciati con leggero ritardo rispetto a quando passano nella mia mente, come in un vecchio film dal sincrono difettoso. Le coppie sono tutte vestite gentilmente, gli uomini con lunghi soprabiti, guanti e bastoni, le donne con ampie gonne, cappelli e ombrellini.
Al termine della strada si apre una piazza di straordinarie dimensioni, dove alti falò sparsi qua e là lottano contro il buio dell’universo. Vicino a uno di questi si è serrato un anello umano di ampio raggio per assistere a uno spettacolo. Non sono che ombre. I fiati fumano. E’ inverno. Mi avvicino.
Al centro dell’arena due pali muniti di pioli puntano la luna. Vanno veramente lontano, non se ne vede la fine. Il buio si affloscia su di loro come una coperta lanosa attorno ai piedi di un bimbo nel sonno. A una altezza che è già vertiginosa, dalle due torri si fronteggiano due figure appollaiate. Entrambe cingono trapezi appesi al nulla. Nella platea assiepata circolano castagne arrostite, pistacchi, canditi, salsicce e profumi caramellati. Un ultima sgranocchiata di piacere. Nel silenzio il primo trapezista si lancia nel vuoto tra i due pali e dopo poche oscillazioni si capovolge.
Resta appeso. Per le ginocchia. Il raggio del suo volo si regolarizza nell’ampiezza e diventa costante. E’ il porteur.
Il suo compagno è l’agile. Osserva, si prepara, a quella altezza è impossibile scorgere le espressioni del viso. Quando lascia la pedana la folla esala una vocale lunga, acuta, ma anche lui è appeso al suo attrezzo e prende ad ondeggiare nell’aria. Basta poco perché i due pendoli entrino in ascolto e il duplice ritmo si faccia unico. Fino al salto.
C’è sempre un dolore nella lentezza con cui la mente percepisce la velocità del movimento del salto mortale, ancora lo stiamo sognando e i polsi si sono già saldati. Ancora sentiamo la stretta delle mani coperte di gesso e invece il corpo sta già precipitando nel vuoto. Grido. Gridiamo tutti. E la carne ha già sbattuto a terra. Castagne arrostite, pistacchi, canditi e salsicce.
Ma non è carne. Il corpo steso sul pavé è quello di uno straccio bambino mezzo fantoccio. Il costume di juta è cucito dalla faccia ai piedi e tinto per metà di viola. Gli occhi sono scuri come quelli di un cane o di un giocattolo. Immagino la paglia dentro le scarpe. Decine di volti spalancati lo osservano, mentre io alzo gli occhi al porteur. Il raggio del suo volo si regolarizza nell’ampiezza e diventa costante, di attesa. Ora il tempo è fermo. Il corpo accartocciato per terra. Che poi muove un braccio. Una gamba. Si rialza. La folla esplode in un applauso compiaciuto.
C’è dolore di crampo e frusta in quel corpo imbottito che riguadagna la posizione eretta, ma il pubblico non lo ascolta, intento a comprare nuovi fichi e tante noci. Per una sgranocchiata di piacere. Il bamboccio si avvicina al suo palo con lentezza urlante e poi risale i pioli sotto lo sguardo muto del suo compagno appeso a testa giù.
Di nuovo sulla piattaforma, di nuovo immobile. Si prepara, a quella altezza è impossibile scorgere le espressioni del viso. Quando salta, la folla esala una vocale lunga, acuta. I due compagni volano lontani da noi, vicini tra loro. E’ un cuore comunque rosso che batte, li sento. Basta poco perché i due pendoli entrino in ascolto e il duplice ritmo si faccia unico. Fino al salto. Il secondo.
Questa volta tutti gli occhi si fanno fini fini, da predatore. Occorre riuscire a valutare, ecco il primo giro, il secondo, dove arriva, ci arriva, copre la distanza, si sono attaccati?
Perché cade così lentamente? Il fagotto di ossa e tela produce uno strano rumore incomprensibile al contatto con il suolo. Il suo corpo ha degli angoli che non dovrebbe avere.
Aspettiamo, tra poco si rialza. Questa volta tutti gli occhi si fanno fini fini, da predatore. E’ un cuore comunque rosso. Ma non succede niente. La gente inizia a dubitare, aspettiamo? Non si muove. Il tempo si fa osceno. Il pubblico si delude. Gli occhi sono scuri, neri come quelli di un cane o di un giocattolo. Senza vita. Il cerchio umano si disfa. Prima a gocce, poi rapidamente, a onde.
Per terra restano cartocci, bucce, gusci.
Bucce gusci, bucce e gusci, bucce e gusci… Guardo di nuovo in alto. Il pupazzo porteur è ancora là che ondeggia nell’aria appeso a testa in giù. Delle grosse lacrime colano dai bottoni cuciti nella fronte. Faccio qualche passo indietro per schivarle. La voce dai megafoni dice. Quella notte, in città, qualcuno pianse all’incontrario.


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