Testi inediti vincitori 2006

ALBERTO CASADEI

EPIFANIA VIII

E’ il tempo in cui ci si sente colpevoli

del niente che rasenta il niente

assoluto di sé e non ti sazia

il saperti uguale.

Basta guardare fuori di qui,

dopo un vetro che divide minimamente

un vuoto un albero in ombra

una facciata piena di luce

e poi ancora quello che dicono

e fanno, angoli di

bocche, stracci

di corpi che circondano,

non legati, non corrispondenti

al vivere totale – 24.775 voti

di differenza tra i Poli –

allo stare

giacendo

VALENTINO RONCHI

PROVINCIA DELLA PROVINCIA

Siamo venuti fino a qui per sentirti suonare,

ho fiuto io per chi sa muoversi lontano dal rumore

ma con una sua eleganza. C’è Laura, quella bionda,

Francesca che ama la musica e ha fatto un paio

d’anni di conservatorio e Lorena che è venuta proprio

per te. Magro e alto forse appena introverso forse

troppo magro il suonatore proprio nessun timore ha

del pubblico in pineta, sa sempre quel che può

domandare alla serata appena estiva, alla gente,

al palco di assi di legno. Lui suona in provincia

della provincia, ma riempie i pochi posti a sedere.

Fra il pubblico lo ascolto, guardo i pini alle sue spalle

scarna cornice. Dopo il concerto andiamo a mangiare

insieme in un bar della spiaggia, con la veranda spalancata

all’aria al vento e il chiasso libero di scamiciati intorno

a un tavolo allegro. Le ragazze ci guardano e ridono,

Francesca, a piedi nudi, prova la chitarra, Laura mi tiene

la mano, Lorena si avvicina sia pure scherzando. Loro sì

sono pazze di noi, dei nostri occhi chiari, delle nostre parole.

PAOLO SANGIOVANNI

CORSO SAN GOTTARDO

Quella mattina uscisti nelle nebbie

di corso San Gottardo scarmigliata,

col montgomery sulla sottoveste.

Perché vivevi in fretta il tuo declino

e l’esilio. Perché la nostra terra

è nel metro quadrato dove i nostri

ricordi si concentrano. E si è fuori

solo un metro più in là. Rabbiosa come

una bestia braccata, intimorita,

alla ricerca di ragioni vere

del tuo scontento con furore. Ed io

questa mattina colmo di pietà

per te, per me, per questo nostro esausto

smarrimento per non poter capire,

ho rievocato quella tua sortita

con le lacrime agli occhi. Ma purtroppo

uscire in una strada una mattina

con la febbre a vent’anni non è uscire

a sessant’anni nella stessa via.

Tutto cammina nel frattempo. Se

i viandanti incrociati in fretta e furia

sotto un filo di pioggia come quello

di allora per assurdo a loro volta

fossero uguali a quelli là ogni cosa

diverrebbe ugualmente disuguale.

Se fossi viva non saresti tu.

Perché nei sortilegi di una storia

tutto non si ripete mai due volte

né si può ritoccare l’accaduto.

Ma mentre tu cercavi le radici

del nostro male con affanno, io

che sognavo di vivere in un film

torbido di quegli anni, in bianco e nero,

con Eddy Costantine e la colonna

musicale di Fred Buscaglione,

aspettavo tremando il tuo ritorno.

Quella fu poesia. Tante parole

sdolcinate o feroci o rattristate

scritte dopo non sanno immaginare

felicità e dolore scritte assieme

dentro una storia. E dopo quarant’anni

il più grande saluto che può farti

una debole foglia che fingeva

di decidere il verso del suo moto

e che non ha potuto mai scordarti,

è ricordarsi di quella mattina.

In cui tornasti con il tuo regalo

per il tuo malatino che aspettava:

una pipa, per me. Perché smettessi

di fumare. CHE MI FACEVA MALE.

PATRIZIA FERRANDO

LA BAMBINA CHE AMAVA L’AUTUNNO

Il limpido cristallo

dei temporali recenti,

e i radi giri del falchetto :

come riflessa in un bicchiere rovesciato

l’estate scivola via.

Ancora il bosco attende,

gonfio, odoroso, segreto.

L’autunno viene, stagione che sa aspettare,

intanto trasforma, promette.

La violenza dei colori è quasi rabbia,

ma ogni vigna si fa dono, più femmina è la terra.

gli occhi bambini rimandano

un sogno e una incertezza.

Mentre la luce arretra, restia,

ogni cosa custodisce

la ferita della separazione,

l’eco immaginata dai germogli non nati.

All’improvviso sembrano troppe le foglie che cadono,

e nel tappeto spento non si distinguono più.

Partita la bambina di altri mesi,

l’indulgenza è adesso di donna.

Accompagna il primo irrompere

del vento freddo fra le piante spoglie.

ADA INCUDINE

NON C’E’

Nuda come un cadavere

lo strapparono come un dente, come cava un dente un apprendista tentennante.

Non urlare, canta”.

E di grazia, cosa avrei dovuto cantare? Un mantra a Kali la nera?

La vita va a picco patisce violenza.

Quante donne prima di me

aggrappate a muri di sale con un coltello conficcato nelle reni

con occhi di lucertola labbra annerite

scorticate

in un pozzo di china e sangue, ancora uno strappo

e via.

Quante donne pietrificate sul tavolo di cucina con uno straccio ed un zampillo

il midollo di pietra, la paura e la rabbia,

la faccia al soffitto a scrutare le crepe di un enigma sacrificale.

Me la sarei tenuta quella vita di borotalco, me la sarei tenuta con la biancheria pulita.

Nulla si muove.

Non c’è.

La voce schiacciata nella neve,

a bassa voce me lo sarei tenuto quel figlio del lupo con l’antica nudità della nascita,

senza tagliole.

Rotola per la gola il corpo divenuto secco.

Immacolata come la Madonna, eppur vergine madre, per ignoranza, per caso.

Le mani sugli occhi il capo reclinato, memorie e vertigini

mani di tante donne, femmine e madri

di tutti i tempi

mani inginocchiate sulla notte del ventre

mani che avrebbero voluto e non poterono

mani genitrici come

le mie.

LUISA PESTRIN

MEMORIA

Ma memoria

non è

quel che di sera resta.

Memoria

è a ore sparse

in strade senza tempo,

dove mani hanno parlato

del fare giorno e sera

e notti

hanno tenuto stretto

stelle e marciapiedi.

Memoria

è un giorno che si impara

quanto distante sia

questo continuo andare

da cannibali a cielo.

Memoria

è farsi di pensiero

all’ora onesta

di quello che non è stato scelto mai.

Memoria

all’ombra mia

è anche gente che cammina.

GIULIANA GELMI

QUELL’ANNO I MERLI

Fu l’anno che si videro i merli

vividi sul sudario della neve

tra gli opposti stopposi

dei confini dei campi.

Ed i cancelli della ferrovia

erano litanie di cemento messe in croce

che il quotidiano stress non avvertiva

ma solo qualche grumo di foglie putrefatte

tra le segnalazioni che dicevano

che ormai si era fuori

dalla città. E quell’anno i merli

furono una costante sulla scena

così da renderci più consci del gelo

di qualche spogliazione di presenze

come di bare liliali e insieme di cose concrete

noi così assuefatti al freddo.

Fu così che mettemmo briciole

sui balconi come da piccoli

che si volevano impietrire

le code degli uccelli

perché non fuggissero via

e invece si affidassero ai nostri sguardi

fermi prima che al volo chissà dove

e stropicciassero un canto

di pane e antenne e case

e lungo vie sconosciute consegnassero

un po’ di noi scacciando demoni muti.

GIANCARLO BARISONE

UN CUORE DI PIETRA

Pochi passeggeri stavano attendendo la chiamata per il volo AZ 326 per Roma Fiumicino. Alle 23.30, la prima sala d’aspetto delle partenze nazionali del Cristoforo Colombo di Genova, così vuota e silenziosa, amplificava ogni minimo suono.

Solo una persona volse il proprio sguardo verso Alberto, che si stava avvicinando dal corridoio, forse più disturbato dal rumore dei passi che non attirato dalla curiosità di conoscere il volto di un altro anonimo viaggiatore notturno dei cieli.

Alberto si sedette nell’angolo destro della sala. Prese dalla valigetta morbida in pelle nera, che da anni lo accompagnava ovunque, un raccoglitore ad anelli pieno di fogli ancora bianchi. “E’ mercoledì, 29 settembre 1999”, scrisse. “Sto per salire sull’aereo che mi porterà a Roma e da lì raggiungerò Il Cairo e poi Luanda, in Angola. Porto con me le cose essenziali. Forse lì potrò continuare a vivere, senza che i ricordi rendano inutile ogni mio gesto.”

Chiuse il raccoglitore.

Aveva gestito la sua partenza con cura meticolosa, così come era stata altrettanto meticolosa la gestione dei clienti della società commerciale nella quale aveva lavorato per ben 23 anni. Era stato così ermetico negli ultimi mesi da indurre i responsabili aziendali a pensare che stesse pensando alla concorrenza. Quando presentò le dimissioni, quel pensiero si trasformò in certezza ed il direttore generale gli disse chiaro in faccia che avrebbe passato i peggiori due mesi della sua carriera lavorativa.

Fu una promessa ampiamente mantenuta.

Come dare torto” scriveva ancora, “a chi faceva un ragionamento logico”.

Il raccoglitore ora vibrava sotto la spinta dei possenti motori del DC10 che, sei ore dopo, aveva appena staccato le ruote dalla pista di Fiumicino.

Fu dopo la sosta tecnica all’aeroporto del Cairo che Alberto avvertì un leggero disagio.

Dal mio posto” annotò sul retro del primo foglio di quello che stava diventando il suo diario, “riesco a vedere solo persone di colore. Sembra incredibile, ma forse sono l’unico bianco che sta volando verso l’Angola”.

Nel paese africano la guerra civile era ripresa a pieno titolo alla fine del 1998, tanto da spingere l’ONU a richiamare i suoi osservatori pochi mesi dopo, per evitare rappresaglie. Solo alcune organizzazioni umanitarie non governative riuscivano ad operare sul territorio angolano, non senza ovvie difficoltà.

Alberto doveva aggregarsi proprio ad una di esse, la Ellie Person Foundation. Il primo contatto con l’organizzazione era avvenuto poco più di un anno prima, attraverso gli scatti di un suo cliente, un noto fotografo di Genova. Le immagini davano appena l’idea della vita nel campo creato dalla fondazione, a circa 190 chilometri a nord di Luanda. Ciò che non si vedeva, lo si poteva leggere negli occhi lucidi di quei giovani visi scuri, che sembravano chiederti il perché di tanta sfortuna.

Ho rivisto quegli stessi occhi dentro i miei, il giorno dopo aver perso Laura”. Ora la penna si muoveva nervosa nella mano di Alberto, mentre l’aereo sorvolava il Ciad. “Una frenata inutile, un tonfo, uno squillo, un nome. Poche parole per un mondo che si era appena sbriciolato. Tutto in una manciata di secondi, tra una vita che volava via e l’altra, la mia, che rimaneva appesa ad un filo senza speranza”.

Si concesse un po’ di riposo, sino a quando gli altoparlanti di bordo invitarono, in un perfetto inglese, ad allacciare le cinture di sicurezza. Dieci minuti dopo, alle 14 e 25, un leggero scossone segnava l’atterraggio all’aeroporto internazionale angolano.

Alberto si affacciò oltre il portello del DC10. Sentì sul viso un vento caldo, ma non fastidioso. Attraversò con passo spedito il tratto di pista che separava la scaletta dell’aereo dal terminal.

Attese quasi venti minuti prima di recuperare l’unica sua valigia, poi, sbrigate le formalità doganali, cercò di individuare l’emissario della fondazione incaricato di prelevarlo.

La confusione nell’area arrivi non era tanto dettata dal numero delle persone, quanto dalle voci. I toni erano così alti da moltiplicarle. Alberto non riusciva a comprendere nulla. In Angola la lingua ufficiale era ed é il portoghese, ma buona parte dei suoi abitanti parla dialetti bantu.

Monsieur Albert?” domandò una voce alle sue spalle.

Si girò e vide il personaggio che cercava.

Sì, sono io” rispose.

Bienvenu. Je suis Felix de la Fondation Person”.

Felix parlava un perfetto francese. La statura non era eccelsa, ma la costituzione fisica era particolarmente robusta. Indossava i pantaloni di una mimetica, maglietta e cappellino dello stesso colore, rosso acceso. Prese la valigia di Alberto e la sollevò come se fosse vuota, facendogli segno di seguirlo.

Alberto non seppe dargli un’età precisa.

Uscirono sul piazzale dell’aeroporto e si diressero verso un fuoristrada, un Toyota color verde scuro, dal quale scese una donna.

Ciao, Alberto. Sono Sophie Blanchard” disse in un italiano cadenzato alla francese.

Alberto contraccambiò il saluto, stringendo quella mano che gli trasmise una sensazione positiva. Ne aveva bisogno, visto la scelta che aveva fatto.

Sophie era la responsabile di Camp Annie, il campo scuola che si prendeva cura di circa cinquanta tra bambini e ragazzi rimasti orfani in seguito alla guerra civile. Il fisico asciutto, il viso leggermente scavato, gli occhi azzurri ed i capelli, biondi, tagliati corti, conferivano a Sophie l’aspetto di una donna energica e dalle mille risorse. Aveva 46 anni, uno in meno dell’italiano.

Alberto salì nel vano posteriore del fuoristrada.

Felix impiegò non più di venti minuti a portarli fuori dalla capitale, destreggiandosi abilmente nel traffico, non intenso ma decisamente disordinato.

Sophie, dopo che il Toyota ebbe imboccato una larga strada verso nord, si girò verso Alberto.

Hai l’aria di un contabile” gli disse, lanciando un’occhiata alla valigetta di pelle nera.

Dopo tanti anni” le rispose, “non ho trovato una ragione valida per lasciarla in Italia”.

Mettiti comodo, Alberto”concluse Sophie. “Da Luanda a Camp Annie, dove siamo diretti, ci sono quasi 200 chilometri”.

Seguirono un percorso che prevedeva alcune strade secondarie. Felix intendeva evitare possibili blocchi e controlli sia da parte dei governativi dell’MPLA sia dei membri dell’UNITA, l’altra fazione in lotta. In mezzo c’erano le bande di coloro che si schieravano con gli uni o con gli altri, secondo la convenienza del momento.

Durante il tragitto, Sophie raccontò ad Alberto di come si trovasse in Angola da oltre due anni, dopo averne trascorsi prima cinque nella Repubblica Democratica del Congo, dove aveva conosciuto Felix. Quando la fondazione Person decise di aprire due nuovi campi in Angola, Sophie intraprese l’ennesima avventura. Felix la seguì insieme alla moglie, agevolando non poco la donna nel suo compito, in quanto il congolese parlava correntemente anche il portoghese.

V’era un continuo alternarsi tra la tipica vegetazione della savana e quella particolarmente fitta della foresta pluviale. Alberto perse il controllo dei corsi d’acqua che attraversarono o guadarono nei punti in cui ciò era possibile.

Prima di raggiungere la cittadina di N’zeto, Felix deviò verso l’interno. Erano trascorse poco più di cinque ore dalla partenza da Luanda e solo dopo un’altra manciata di minuti vide Sophie che gli indicava un punto davanti a loro, attraverso il parabrezza del fuoristrada.

Ecco Camp Annie”.

Una piccola nuvola di polvere avvolse il Land Cruiser quando Felix premette il pedale del freno, fermandosi proprio al centro del campo.

Alberto scese ed incrociò gli sguardi dei piccoli ospiti di Camp Annie, soprattutto quello della bambina che corse incontro a Sophie, saltandole in braccio.

E’ Teles” disse, “la più piccola di tutti”.

Alberto sorrise e si lasciò andare ad un saluto un po’ goffo con la mano destra. Lui e Laura non avevano avuto figli e tutti quegli occhi puntati su di lui lo mettevano in soggezione.

Due dei ragazzi più grandi lo aiutarono a trasportare valigia e zaino dentro l’abitazione più vicina. Le strutture del campo erano tutte in legno e robuste a prima vista.

Le quattro più piccole” precisò Sophie, “sono destinate al personale di servizio. Lì vivono Felix, Kone e Nekene con le loro famiglie. Le strutture più grandi ospitano i ragazzi, la mensa e l’aula scolastica”.

Kone e Nekene erano angolani ed il primo aveva anche il compito di seguire l’istruzione dei giovani. “Ciò che impressiona” scrisse Alberto quella sera, “é l’efficienza delle strutture e dei servizi che consentono al campo di sopravvivere. L’acqua viene pompata dal vicino fiume attraverso una conduttura che la convoglia in un piccolo ma moderno depuratore. L’energia elettrica giunge direttamente da N’zeto grazie ad una linea interrata, per evitare sabotaggi”.

Camp Annie era nato grazie al febbrile lavoro degli uomini di Camp Wise. Quest’ultimo si trovava alla periferia nord di N’zeto. Il nome era quello del suo responsabile, Robert Wise, un ingegnere australiano, vero braccio operativo della fondazione Person.

Camp Wise non aveva strutture fisse, ma si spostava con tre mezzi pesanti straordinariamente equipaggiati. Una squadra di dieci uomini che costruiva i campi della fondazione e, se necessario, assisteva anche quelli di altre organizzazioni.

Alberto faticò a prendere sonno. Si addormentò solo a notte fonda, vinto dalla stanchezza nervosa più che da quella fisica.

Eri agitato questa notte” disse Sophie il mattino seguente, mentre assaporava la sua tazza di thé caldo.

Ti ho disturbata, vero?” rispose Alberto, cercando di scusarsi.

No, tranquillo. E’ che dormo poco ed ho il sonno leggero. La tua é stata una reazione normale”. Erano da poco trascorse le sei e trenta.

Sentirono il rumore di un autocarro avvicinarsi. Era uno dei mezzi di Camp Wise.

E’ Robert” disse Sophie.

Robert Wise aveva l’aspetto tipico dello yankee da film. Mascella quadrata, abbigliamento paramilitare e cappellino con visiera, calato sulla fronte tanto da nasconderne gli occhi. In realtà era un uomo dalle capacità non comuni, che si muoveva in una situazione complessa come quella angolana, che peggiorava ogni giorno. Pur di proteggere i campi che costruiva, aveva stretto contatti con tutte le forze in campo, comprese quelle bande senza patria né bandiera, che costituivano la sua preoccupazione maggiore.

Salutò Alberto portando due dita alla visiera del cappellino che indossava, prima di stringergli la mano. Poi si allontanò con Sophie e parlarono fittamente per alcuni minuti.

Dopo che il mezzo di Robert sparì in lontananza, Sophie chiarì l’argomento del conciliabolo con l’australiano.

Tra due giorni” disse, “Camp Wise si sposterà nel sud del paese, quasi al confine con la Namibia, dove il secondo campo della fondazione ha più bisogno. Per un bel po’ di tempo dovremo cavarcela da soli”.

Ho visto Sophie preoccupata” scrisse Alberto, qualche settimana dopo. “Robert se n’è andato proprio nel momento in cui la situazione mostra i segni di un ulteriore peggioramento. Forse lei sente il peso della responsabilità per tutti coloro che si trovano nel campo. I bambini, che erano inizialmente non più di una quindicina, oggi sono cinquantuno, mentre noi adulti siamo appena in otto”.

Alberto si era ormai integrato con inaspettata facilità. I ragazzi, e non solo loro, ridevano del suo comunicare per lo più a gesti. Ci volle del tempo prima che iniziasse a comprendere qualche parola di portoghese e nel frattempo il suo nome si trasformò in Alì, per via della bandana che indossava per proteggersi dal sole. Trascorsi i primi due mesi, Alberto era già in grado di gestire una parte dei compiti svolti sino al suo arrivo da Sophie, che poteva così dedicarsi di più ai bambini del campo, anche sotto il profilo sanitario, lei che era laureata in veterinaria.

Ho imparato a curare gli esseri umani” gli disse una sera, era la vigilia di Natale, “perché qui vengono trattati peggio degli animali”.

Perché hai scelto proprio noi, Alberto?” chiese ancora.

Lui si alzò senza risponderle, mettendola a disagio. Tornò dopo pochi secondi mostrandole, alla luce di una lampada, una fotografia.

Si chiamava Laura. Una sera, era tardi e pioveva a dirotto, mentre attraversava la strada é stata investita da una macchina. Nessuno le ha prestato soccorso. E’ morta lì, senza nessuno accanto”.

Sophie lo guardò piegando leggermente il capo. Lui proseguì anticipando ogni altra domanda.

Non abbiamo avuto figli. Ci siamo incontrati tardi per poterne avere. Restare a Genova e continuare a vivere senza di lei non avrebbe avuto senso”.

Ovunque si trovi ora” disse Sophie, “sarà felice di sapere che la pensi sempre”.

Dalla struttura che ospitava l’aula giungevano le voci dei ragazzi che intonavano dei canti, riuniti intorno ad un piccolo presepe. Alberto si ricordò solo in quel momento che in Angola due terzi della popolazione é di fede cattolica. Quando entrarono, molti dei bambini rivolsero loro un sorriso.

Era il terzo Natale di Camp Annie.

5 aprile 2000” scriveva Alberto, qualche mese dopo, sul suo diario. “La situazione in alcune zone del Paese é critica. Questa settimana i dottori di Medici senza Frontiere non sono riusciti ad arrivare sino a noi. Abbiamo problemi col telefono satellitare per metterci in contatto con Robert a Camp Wise. Ieri, mentre eravamo a N’zeto a procurarci del pesce, abbiamo saputo che una piccola banda di ribelli, staccatisi dall’UNITA, ha saccheggiato due villaggi non lontani da qui. Ho fatto promettere a Felix di non dire nulla a Sophie, per non angosciarla ulteriormente”.

Da quando Robert si era spostato nel sud dell’Angola, Sophie era divenuta sempre più apprensiva. Durante quei sei mesi, Alberto l’aveva più volte sentita svegliarsi la notte per controllare che tutto fosse tranquillo.

Una notte decise di alzarsi anch’egli.

Cosa c’é, Sophie?”le domandò

Nulla!” rispose. “Non riesco a prendere sonno. Tutto qui” e si diresse verso la sua stanza, fuggendo lo sguardo di Alberto.

Lui la seguì.

Non é vero” le disse. “Sono intere settimane che sento la tua angoscia anche quando fai finta di dormire”.

Sophie si sedette sul bordo del suo letto.

Il chiarore della luna era così intenso da illuminare, seppur parzialmente, anche l’interno della struttura.

Quando lei sollevò il viso, Alberto scorse i suoi occhi lucidi. Da quando l’aveva vista per la prima volta all’aeroporto di Luanda, mai avrebbe pensato che Sophie potesse cedere ad una crisi di pianto. Prima che ciò avvenisse, le fece una carezza.

Tranquilla” disse. “Siamo lontani da dove si scontrano ribelli e governativi. Ce la caveremo, così come abbiamo fatto sinora”.

Sapevo di mentire, perché senza osservatori dell’ONU nel paese non v’era alcuna minima garanzia per i campi come quelli della fondazione.

Cerchi di raccontarle bene, le bugie” rispose lei. “Mi sento responsabile per i ragazzi, Felix, Kone, Nekene e le loro famiglie. E anche per te”.

Basta, ora” la interruppe Alberto. “Devi dormire”.

Mentre Sophie si sdraiò sul letto, lui si sedette sul pavimento, appoggiando la schiena alla parete e rimase lì sino a quando non la vide chiudere gli occhi.

I bollettini dei successivi due mesi raccontavano di scontri sempre più duri in zone abbastanza lontane da Camp Annie. Nel sud dell’Angola, l’esercito regolare aveva sferrato un’offensiva in grande stile contro i componenti dell’UNITA, isolando di fatto anche Robert ed il suo campo.

Mercoledì 12 luglio 2000. Le quattro e un quarto del mattino.

Alberto era seduto sui gradini all’esterno della struttura dove viveva. Era ormai avvezzo ad ascoltare i suoni notturni di Camp Annie. Talmente abituato che si concentrò su un rumore di sottofondo, non troppo lontano, che poco dopo cessò.

Stette ancora qualche secondo fermo, poi partì di scatto, dirigendosi verso l’abitazione di Felix.

Non dovette svegliarlo.

Felix era sull’uscio. Aveva udito anch’egli quel rumore e si era alzato.

Viens avec moi” disse Alberto al congolese.

Si diressero alla struttura che ospitava i ragazzi del campo. Felix non comprese subito le intenzioni dell’italiano.

Se accadrà ciò che temo” disse Alberto, “dobbiamo portare subito al sicuro i ragazzi e le ragazze che hanno più di dieci anni. Li nasconderemo al di là del fiume, in mezzo alla vegetazione più fitta. Ai più piccoli non oseranno far nulla perché a loro non servono. Almeno lo spero”.

Tu pensi che si tratti di…” chiese Felix.

Sì”.

Alberto temeva un’irruzione a Camp Annie. Il rumore di pochi minuti prima era quello di alcuni mezzi che si erano avvicinati per poi fermarsi. Difficile dire quanto fossero lontani.

Nel breve volgere di pochi minuti, i due uomini svegliarono gli undici ragazzi e ragazze più grandi e, mentre Felix faceva sparire lenzuola e cuscini dalle brande, Alberto guidava il gruppo di adolescenti verso il fiume. Camp Annie era proprio a cavallo di un’area di incontro tra la foresta tropicale del fiume e la savana. Anche alla debole luce di una luna illuminata per metà, riuscì a portarli oltre il corso d’acqua. Nel suo stentato portoghese fece capire loro che avrebbero dovuto restare nascosti sino a quando lui non fosse tornato a chiamarli.

Il piano di Alberto era chiaro. In Angola, tra le schiere delle fazioni ribelli, erano stati arruolati anche bambini di appena dodici anni. Con quella manovra, egli intendeva evitare proprio che i ragazzi più grandi venissero rapiti e costretti con la forza a combattere.

Pochi minuti dopo le cinque.

Abbiamo fatto un buon lavoro, Felix” disse Alberto. “Ora torniamo dentro e aspettiamo. Abbiamo poco tempo”.

Rimasero nella struttura dove riposavano gli altri bambini e lì attesero che albeggiasse.

Alle prime luci dell’alba, giungendo dal lato nord del campo quasi come fantasmi, i componenti di una banda di ribelli apparvero all’improvviso. Le loro grida risuonarono nel silenzio di Camp Annie.

Alberto e Felix avevano già svegliato e preparato i bambini a quell’irruzione. Non fu così per gli altri adulti del campo, soprattutto Sophie, che si precipitò all’esterno del suo alloggio visibilmente sconvolta. Alberto le corse incontro per calmarla.

I ragazzi più grandi!” gridò lei.

Calmati, Sophie!” e arrestò la sua corsa verso il dormitorio dei bambini.

Intanto, alcuni dei miliziani avevano fatto uscire tutti i giovani angolani della struttura.

A bloccare tutta la confusione nel campo fu sufficiente un colpo esploso dalla pistola di colui che era, evidentemente, il capo del gruppo. Questi si diresse verso Alberto e Sophie.

Tutti qui?” chiese, indicando con l’arma i bambini radunati al centro del campo e controllati da alcuni guerriglieri che avevano giusto qualche anno più di loro. Parlava un inglese abbastanza comprensibile.

Sì” rispose Alberto, anticipando qualsiasi risposta di Sophie che non capiva dove fossero finiti i ragazzi e le ragazze più grandi. Sentì solo la mano di Alberto che le dava una stretta alla spalla destra e capì che doveva lasciarlo fare.

Ne siete sicuri?” domandò ancora il miliziano, che puntò l’arma verso il volto di Sophie.

Alberto fece spostare la francese dietro di lui.

E’ la verità” disse con molta calma. “Se non ci credi, prenditela con me e non con lei”.

La canna della pistola era rivolta ora verso il viso di Alberto. Furono pochi secondi, interminabili.

D’un tratto, il capo del gruppo abbozzò un sorriso beffardo.

Voglio crederti. Ma ora dateci dei viveri” ordinò, “e in fretta!”.

Fu quasi una razzia.

I miliziani caricarono sui loro mezzi, che nel frattempo erano giunti nel campo, tutto ciò che poterono e si allontanarono in direzione di N’zeto.

Dove sono i ragazzi?” domandò Sophie.

Al sicuro oltre il fiume” rispose l’italiano. “Solo pochi minuti e andrò a riprenderli”.

Lentamente, tutti gli abitanti del campo recuperarono uno stato d’animo più sereno. Felix si avvicinò ad Alberto e lo abbracciò, dandogli alcune pacche sulla schiena. Da quel preciso momento, il suo ruolo all’interno di Camp Annie divenne sempre più importante.

Anche Sophie prese a guardarlo con occhi diversi. Alberto aveva dimostrato un coraggio quasi inaspettato per il bene di quei bambini che erano la famiglia della francese da quasi tre anni. Inizialmente, aveva avuto più di un dubbio su quell’italiano con l’aria da contabile.

Nei successivi sei mesi, la situazione angolana rimase come cristallizzata. Camp Annie accolse altri bambini orfani. Nonostante l’indisponibilità dei mezzi di Robert Wise, ancora bloccati a sud, vennero comunque costruite altre strutture più piccole in cui ospitare i nuovi venuti, mentre gli aiuti economici continuavano a giungere, sia pure per vie tortuose, dalla Fondazione.

Sophie mi sta raccontando la sua vita a piccole dosi” annotava Alberto nel suo diario. Era giovedì, 25 gennaio 2001. “Ci troviamo quasi ogni sera a narrarci le nostre esistenze, come se fossimo due vecchi amici. Oggi mi ha confidato di non aver mai parlato così di sé con nessuno. Sono riuscito a farla sorridere più volte e devo dire che quando ride diventa anche più bella”.

Una notte del successivo mese di maggio di quell’anno, Alberto chiamò Sophie.

Ho dei brividi di freddo tremendi” le disse.

Lei pose la mano sulla sua fronte.

Hai la febbre, Alberto e anche molto alta”.

Gli somministrò subito un antipiretico.

Non dovevi restare a lavorare sotto quel diluvio oggi” lo redarguì Sophie.

Rimase sveglia tutta la notte, controllando ogni tanto la temperatura corporea. Era sempre, maledettamente, alta.

Prima che l’alba sorgesse, chiamò Felix.

Dobbiamo dargli da bere” le disse il congolese, “sta sudando troppo, rischia di disidratarsi”.

Alberto aveva anche delle fitte forti alla schiena.

Appena fu mattina, Sophie chiamò col telefono satellitare il centro di Medici senza Frontiere. Chi le rispose non le garantì un aiuto prima di sera. I due medici erano ad oltre cento chilometri, in un’area dove si erano verificati degli scontri, proprio a metà strada fra N’zeto e Luanda. Tentare un trasferimento all’ospedale della capitale sarebbe stato troppo rischioso.

Alberto peggiorava a vista d’occhio, con la febbre che non accennava a diminuire ed una tosse così forte da togliergli la parola.

E’ un attacco di polmonite, Felix” disse la francese. “Ma è troppo forte per i farmaci che abbiamo. Non so più cosa somministrargli…”

Non era rassegnata, ma sapeva di essere impotente, in quel momento.

Chiamò ancora, nel tardo pomeriggio, il numero di Medici senza Frontiere. Felix capì dall’espressione di Sophie che non sarebbero arrivati.

Quella sera stessa Alberto perse conoscenza e non si riprese più. In un silenzio quasi irreale, la sua avventura africana si concluse il 26 maggio 2001.

Felix fece uscire tutti dalla stanza.

Vai anche tu. Lasciami sola con lui” gli disse Sophie. “Anche se non riuscirà a sentirmi, devo dirgli una cosa importante”.

Era distrutta dal dolore.

Il pomeriggio successivo, Alberto venne sepolto pochi metri all’esterno di Camp Annie. Uno dei ragazzi legò attorno alla croce la bandana che era diventata il suo elemento distintivo.

Sophie andava ogni giorno a trovarlo, anche solo per pochi attimi. Gli parlava, come se questo potesse farla stare meglio. Non era così e nessuno mai riuscì ad ascoltare le sue parole.

Oggi, a Camp Annie, accanto ad Alberto, riposa anche Sophie.

Intorno ai loro avelli, come a proteggerli, tanti piccoli massi formano un disegno.

Felix ha costruito qualcosa che li avrebbe uniti per sempre.

E’ un cuore.

Un cuore di pietra.

PAOLO PERGOLARI

IL VECCHIO FIUME

E’ il vecchio fiume, quasi l’ultimo cristiano che é rimasto a far da guardia a qual pezzo di prato alla fine del Paese.

Prima della guerra c’erano tutti campi, ma poi le case se la sono bevuta e mangiata la terra e adesso anche quel fiume lì dà fastidio. Dà fastidio al nuovo parcheggio che sorgerà attaccato all’Ipermercato. In fondo, da quella parte non é rimasto niente, solo lui. Lui, quella strada d’acqua segnata da alberi con le foglie antiche e con la corteccia a croste sul tronco. Croste che segnano gli anni pazienti, trascorsi a guardare la vita, ogni giorno.

Sì, il vecchio fiume, che una volta era maestoso con le sue acque profonde, che si presentava presuntuoso come una chioma di pavone agitata al vento. Che era stato il caro amico dei nostri giochi bambini. Tanti bambini che nella stagione giusta si trasformavano in discepoli per catturare i pesci più grandi, regalati così, senza nessuna pretesa, a mani fragili ma sincere.

E poi non so perché lo facevamo, ma eravamo attratti da quei rami che penzolavano sulla corrente… Era come una specie di sfida, bisognava salirci su quei rami, perché lassù si stava bene, ci si sentiva leggeri, si guardava l’acqua dall’alto, come un paesaggio nuovo e diverso, e ci sentivamo eroi per una capacità che i grandi non avevano, quella capacità di spostarsi da un ramo all’altro senza pensare alla paura dei gorghi.

Sì, il vecchio fiume ha guardato intorno con braccia e mani protese. Ha guardato i nostri sogni casuali, le nostre fantasie fanciulle, così come ha illuminato i cuori innamorati. Cuori scolpiti sulla corteccia da segni primitivi ed eterni.

E poi, anno dopo anno, sornione ha sopportato il Paese che si é ingrandito fino ai suoi piedi e, di certo, si ricorda com’é cresciuto quel Paese, come é stata maltrattata la campagna, quando é stato chiuso il canale di scarico, in quale punto é stato messo il primo picchetto dell’Ipermercato. E, preoccupato, ha seguito il cuore in tumulto delle case e la distesa di fabbriche e capannoni il cui profilo dentato e minaccioso allungava la sua ombra, ogni domenica, sulle gite familiari. Ma ha sorriso all’euforia di noi bambini impegnati a correre dietro una palla di gomma.

E, sicuramente, di noi tutti il fiume discreto si é sentito fratello, sia quando seguiva con timore la nostra corsa spericolata, sia quando, nell’oscurità della notte, parlava alle stelle e, nudo di parole, curiosava sulle rive, tra le nidiate dei passeri assonnati raccontando storie.

Così, solo lui poteva parlare dell’attimo di sollievo che aveva dato al passo solerte dell’operaio ammaliato dalla sirena della fabbrica o del passo lento del vecchio claudicante abbarbicato al bastone e ai ricordi. E poi solo lui poteva dire quanto avesse consolato le litanie delle bigotte, testimoniato sulle ingenue promesse d’eternità degli amanti e protetto il cuore freddo di lucciole dai corpi stanchi e sazi di amori ibridi.

E solo lui poteva raccontare di anni prima, di quando aveva avuto successo come un attore, quando passando tutti l’indicavano come un personaggio. Perché si era fatto un gran parlare di quella storia…

Aristide lo scopino, il commesso e il “tuttofare” del Comune m’aveva detto, nella sua confessione alcolica, che non era stata la prima volta, che invece era già successa una cosa simile, che già durante la guerra dalla sponda più alta i tedeschi avevano lasciato cadere uno che pensavano fosse un partigiano. Ma questo lo sapevano solo i più vecchi, mentre quell’altra storia tutti sembravano conoscerla ma, in realtà, nessuno aveva mai visto niente.

Sicché é stata mia madre, tra un sospiro e l’altro, a dirmi che anni prima era tornato al paese un orfano, Giacomino l’emigrante, che era partito che non aveva nemmeno un pezzo di stoffa per mettere una toppa e proprio per questo quando era ritornato non era passato inosservato. Si era ripresentato tutto in ghingheri e con una bella fuoriserie sotto al sedere, qualcuno diceva che fosse una mercedes, invece altri giuravano che fosse una di quelle macchine americane che si vedevano nei film, fatto sta che lui spendeva e spandeva a man bassa. Spesso invitava a cena chiunque e al bar pagava da bere a tutti come fosse un riccone. Sicché le ragazze del Paese se lo mangiavano con gli occhi, perché quando era partito povero nessuno se l’era filato ma adesso, con quei soldi in tasca, s’era fatto bello e affascinante.

Comunque, tra tanta concorrenza, Ines riuscì a spuntarla.

Con una lacrimuccia che le rigava il viso, mia madre m’aveva detto che Ines era una ragazza solare, che aveva accolto la proposta di fidanzamento a braccia aperte. Ne andava così fiera che s’era messa a rifinire la dote di buzzo buono, agli asciugamani ricamava le iniziali, alle lenzuola finiva gli orli e alle tovaglie sistemava la frangia per la sua futura felicità. Voleva sposarsi presto perché aveva già venticinque anni e i figli voleva averli non da vecchia.

Ma la scelta di Giacomino non era passata inosservata e non tutte le ragazze s’erano messe l’anima in pace. E anche Lisetta aveva messo gli occhi su Giacomino e, purtroppo, quell’amica che teneva dentro se stessa, la sua cattiva coscienza aveva consigliato a Lisetta che le conveniva darsi da fare in fretta… e poi…

E poi l’altro pezzo della storia me l’ha finito di raccontare Aristide, lo scopino, il commesso e il “tutto fare” del Comune…

Sicché, una sera, Lisetta vide da lontano Giacomino che scendeva giù per la strada, allora Lisetta lo chiamò da lontano e quando Giacomino le arrivò lemme lemme a tiro di schioppo, iniziò ad implorarlo che le scappato il gatto, il gatto s’era preso quella libertà in mezzo alle cannucciole del fiume… Ti prego aiutami, aiutami implorava Lisetta … Salva il gatto mio

E subito Giacomino s’adoperò ma pare che quell’opera di salvazione durò così a lungo che ci vollero almeno un paio d’ore ma, alla fine, Giacomino era uscito un po’ meno pimpante di come prima fosse entrato tra le braccia accoglienti di quell’erba alta.

Ma certo ancor meno entusiasta si dimostrò Ines quando venne a saperlo, ma si comportò da gran signora e per amore dell’omosuo fece finta di non saperlo, anche se lo sapeva benissimo quanto fossero state accoglienti quelle braccia del fiume.

E la cosa sembrava fosse finita lì, adesso Ines non era felice, era raggiante, però dopo quattro o cinque mesi la storia del fiume ritornò di nuovo a galla per via di strane voci che circolavano sempre più insistenti e rumorose.

Ma soprattutto ritornò a galla per via di un’evidente gravidanza di Lisetta. Eppure Giacomino non perdeva occasione per giurare che lui non c’entrava per niente, che é proprio vero che la gente é maligna, che una come la Lisetta per lui contava meno del due di coppe quando briscola é spada, ma anche se Lisetta di carte non capiva niente, affrontò lo stesso Giacomino davanti al bar e gli disse… Ah, sì, per te non rappresento niente, però le cannucciole del fiume ti sono piaciute, nevvero?…

E quando Ines seppe di quella scenata sulla piazza, cadde sulla sedia e svenne e così Giacomino messo alle strette, o meglio, preso tra due fuochi, non confessò, però fu come se l’avesse fatto perché se ne tornò da dove era venuto, a notte fonda partì, il Pilato, e sparì per sempre… Insomma, Giacomino se ne lavò le mani e lasciò due poveracce con le croci addosso. Anzi, tre.

Perché un pargolo già da tempo aveva iniziato a fare capriole alla vita.

Così Ines, senza più marito, non sopportò l’affronto e con uno scatto d’orgoglio radunò il corredo e gli dette fuoco con la benzina e poi, mentre tutti s’impegnavano a spegnere l’incendio di casa, perché dopo il corredo avevano preso fuoco il letto e le tende e poi il resto, bè, intanto Ines era andata a dire due parole al fiume galeotto e poi s’era lasciata andare nella corrente attaccata all’ultimo lenzuolo di cui aveva ricamato l’orlo per la sua futura felicità, e i paesani l’avevano ritrovata un chilometro più a valle, proprio come anni prima il partigiano era stato ritrovato nella stessa situazione, e siccome come si dice : chi muore giace e chi vive si dà pace, la Lisetta non s’era potuta permettere nemmeno tante lacrime di rimorso per via del pargolo da crescere…. Così m’ha raccontato Aristide…

E adesso che anche Lisetta se n’é andata dieci anni fa, é rimasto solo lui il fiume, a parlare in un silenzio denso di grida e di sussurri.

Così, anche quel vecchio fiume, prima allegro rifugio di giochi bambini, é diventato un simbolo di dolore e di tristezza e la gente, sì, ancora quella benedetta gente, quando passa da quelle parti dice di tristi eventi borbottando e sparlando. Sicché c’é ancora chi si ferma ad indicare timidamente il punto come a lasciar credere … C’ero anch’io e ho visto tutto…E invece non é vero niente. Però adesso c’é un cartello appeso per scoraggiare altri cattivi pensieri…. VIETATO SCENDERE SUGLI ARGINI – I trasgressori saranno puniti…

Così é rimasto solo, il fiume, E’ rimasto a ricordare i volti impressi nel suo sguardo, il chiacchiericcio primaverile della poca terra rimasta, il sorriso estivo dei bimbi, i patemi autunnali, il freddo sonno dell’inverno.

Sì, é rimasto sempre lì, con gli stessi ricordi che tornano a farmi male, e spesso tento di evitarlo, cerco di girarmi dall’altra parte e passo di corsa o guardo l’orologio ma non perché m’interessa l’ora…

Ma oggi é diverso, oggi é il nostro ultimo incontro e mi sembra da bastardi lasciarlo morire da solo, quel fiume…

Gli operai del Comune sono già arrivati, alzeranno un muro lungo l’argine per via del parcheggio… E gli operai tirano giù gli attrezzi dal furgone come chirurghi prima dell’operazione, ed é la stessa cosa, anche il fiume sarà fatto a pezzi. D’altronde tutto finisce e anche la Lisetta se n’é andata dieci anni fa lasciandomi per ricordo solo un nome. Il nome di mio padre Giacomino. Per il resto nemmeno lei sapeva che fine avesse fatto, quel Pilato non l’ha più rivisto da quella volta, me l’ha giurato…

Accarezzo un tronco screziato e rugoso, aspiro il profumo di polvere e degli anni pesanti, e non m’importa di quello che possono pensare i due operai.

Il più giovane dà segni di strafottente impazienza e si sistema alla bell’e meglio sulla ruspa e si avventa sulla terra e i rami cadono recisi come braccia spente e rotola il cartello…. VIETATO SCENDERE… I trasgressori saranno puniti…

Ma qualcuno dirà che il vecchio fiume é ancora vivo, che non era morto nemmeno quando noi avevamo smesso di salirci sopra per sparare sassi e per dondolarci al vento. E nemmeno é morto ora che l’hanno nascosto per fare un parcheggio sull’ultimo pezzo di terra alla fine del Paese.

E qualcuno giurerà ancora di aver sentito un urlo, un grido selvaggio, come quando era morta la Ines, e al bar si arrivò a dire che il vecchio fiume non aveva sopportato il pensiero di aver abbracciato il corpo di quella bella ragazza… Qualcuno dice, ma esagera, io lo so, adesso che la Lisetta se n’é andata e un padre, in fondo, io l’ho sempre avuto, là, alla fine del Paese.

STEFANO PISTILLO

LA NUOVA METRO

Finalmente la metropolitana era pronta. Erano anni che i cittadini si domandavano quando sarebbero finiti i lavori che costruivano il tunnel e le stazioni sotterranee; ora il giorno dell’inaugurazione era arrivato. Io ero alla stazione 10, l’ultima, insieme ad una folla di persone che riempiva completamente la banchina, pronta ad applaudire l’arrivo della prima corsa.

La prima fila era riservata agli ideatori e finanziatori della metro, al sindaco, ai suoi stretti collaboratori e a qualche suo amico e politico. Io ero tra loro, in qualità di personale amico del sindaco. Mi stavo domandando quando sarebbe iniziata l’inaugurazione, quando il sindaco prese il microfono e disse che il primo mezzo era partito in quel momento dalla stazione 1 e stava arrivando. Poiché non si sarebbe fermato nelle stazioni intermedie, in pochi minuti avrebbe raggiunto la folla in attesa. Finalmente si sentì la corrente creata dal vuoto d’aria che preannunciava l’arrivo della metro, poi si levò sempre più forte il suo rumore e infine comparve alla vista, nell’acclamazione generale. Anch’io ero molto teso.

Quando si fermò e aprì le porte, il sindaco iniziò il suo discorso, nel quale invitò ognuno ad usufruire del mezzo di trasporto della città nei giorni seguenti. Mentre finiva il discorso, gli si avvicinò un uomo della direzione e gli disse alcune parole sottovoce. Il sindaco ascoltò senza smettere di sorridere, poi concluse il suo discorso al microfono:

– Lunedì inizieranno regolarmente i viaggi in tutta la città. Ora se vogliamo trasferirci nella piazza sovrastante, permetteremo ai tecnici di dare un’ultima controllata alla nostra nuova metropolitana.

La folla iniziò a salire le scalinate, ma il sindaco non la seguì: fece un cenno a me e ad altri due uomini e salì sul mezzo. Eravamo in cinque: oltre a me e al sindaco c’erano De Carli, responsabile del progetto, il macchinista e l’uomo che aveva avvicinato il sindaco durante il discorso, che mi fu presentato come il signor Marotti.

Quando la stazione fu completamente svuotata dal pubblico, il sindaco chiese a De Carli cosa fosse successo. Egli rispose:

  • Non so assolutamente come sia successo, ma manca una carrozza, la quinta.
  • Cosa? – esclamarono all’unisono il sindaco e il macchinista. Questi uscì subito per contare i vagoni.

Quando tornò esclamò:

  • Manca un vagone, è vero, ma sarò partito senza.
  • Temo di no. – disse Marotti. – Abbiamo già telefonato alla stazione di partenza, ma ci hanno confermato che il mezzo è partito con tutti e sei i vagoni. Dubito che possano aver sofferto di allucinazione collettiva.

A quel punto il sindaco uscì e lo seguimmo tutti. Contai cinque vagoni, ma non vidi nessun segno di anomalie nel mezzo: gli ultimi due vagoni erano uniti tra loro nella normalità più assoluta.

– Siamo sicuri, allora, che è partito con sei vagoni e che è arrivato senza il numero 5? – chiese il sindaco.

  • Si. E c’è di più. – continuò Marotti. – Avevamo degli uomini ad ogni stazione del tragitto e questi hanno osservato il viaggio. Nessuno di loro ha notato anomalie.
  • Sta dicendo che il vagone è stato rubato tra la stazione 2 e questa?
  • Sì, anche se io non userei il termine rubato…
  • Cosa intende dire?
  • Signor sindaco, il mezzo ha impiegato meno di un minuto dalla stazione 2 a questa. Dubito

che qualcuno in sessanta secondi possa staccare un vagone da una metropolitana in corsa, senza contare che è proprio il quinto che manca, non l’ultimo, tutto questo in un tunnel che ha lo spazio giusto per far transitare i mezzi e basta…

Ci fu un momento di silenzio, poi il macchinista proruppe:

  • Che razza di diavoleria è successa?

Il sindaco si rivolse a De Carli:

  • Lei cosa dice?
  • Ne abbiamo discusso mentre lei teneva il discorso, e siamo giunti ad un’unica conclusione

ragionevole, anche se può sembrare assurda. – Fece una pausa, durante la quale mi guardò. – Abbiamo pensato a un passaggio tra dimensioni, o qualcosa di simile. Per questo le abbiamo chiesto di far rimanere il suo amico. Sappiamo che è scienziato. Forse ci può aiutare.

Si girarono tutti a guardarmi, aspettando la mia opinione.

  • Il vagone è sparito nel nulla? – chiesi
  • Nel nulla. E non è riapparso da nessuna altra parte, per quel che ne sappiamo.
  • E siamo sicuri che sia sparito proprio il vagone numero 5?
  • Sì, è sicuro. E come vede i vagoni 4 e 6 sono uniti perfettamente. Ci vuole qualche minuto

per chiudere tutte le giunture.

Ci pensai su un minuto, pensando cosa dire.

  • E’ la prima volta che un mezzo fa questo tragitto? – chiesi
  • No, è chiaro. Abbiamo fatto diverse prove prima dell’inaugurazione ed è sempre stato tutto

perfetto. Solo oggi, passando tra le due stazioni, perdiamo un vagone. Sembra assurdo!

  • Secondo me un varco dimensionale che esce così dal nulla è da escludere. Piuttosto potrebbe essere stato un campo di forza. Ci sarà una spiegazione razionale, per forza
  • Marco – mi chiamò il sindaco serio. – Tiraci fuori da questa situazione.

Stetti a pensare un altro po’, poi chiesi di entrare nel tunnel a piedi.

De Carli e Marotti chiesero al macchinista di non fare parola con nessuno di quanto aveva saputo, quindi lo mandarono a casa. Furono invece chiamati dei tecnici che fecero luce nel tunnel. Quando tutto fu pronto, Marotti fece da cicerone al nostro piccolo gruppo.

  • La stazione 2 dista meno di un chilometro – ci spiegò all’ingresso della galleria. – Ci impiegheremo una ventina di minuti a percorrere la strada a piedi.

Iniziammo il cammino in silenzio. Si aspettavano che io tirassi fuori la soluzione come un mago tira fuori il coniglio dal cappello, ma non sapevo proprio cosa potevo dire, era presto per farlo. Marotti, forse per evitare un silenzio imbarazzato, cominciò a spiegarci cosa si trovava al livello della città, nominando i nomi dei vari hotel ed edifici che costeggiavano il corso sopra di noi. Lo ascoltavo con un orecchio solo, perché pensavo al potente e preciso campo di forza che aveva provocato la sparizione di un solo vagone.

Intanto camminavamo, preceduti da alcuni tecnici silenziosi. Pensai cosa sarebbe successo se uno di loro fosse scomparso improvvisamente nel nulla. Ma era impossibile che accadesse: il vagone era scomparso a causa di fattori molto precisi. La scomparsa del tecnico sarebbe stata imprevedibile come una vittoria alla lotteria, a meno che… Mi fermai di colpo. Qualcosa aveva finalmente attirato la mia attenzione. Gli altri mi guardarono stupiti. Probabilmente si aspettavano che avessi risolto il problema. E forse avevano ragione.

  • Chiedo scusa, – mi rivolsi a Marotti – può ripetere cosa c’è qui sopra? Ero un po’ distratto.
  • Ma certo. Dicevo che a destra c’è il palazzo Corradi, dove si trovano gli uffici della SIAE.

Dall’altra parte della strada ha sede la filiale della banca…

Smisi nuovamente di ascoltarlo. Il Palazzo Corradi mi suggeriva qualcosa.

  • Palazzo Corradi… Dove l’ho già sentito? – pensai ad alta voce. – Che rabbia essere vicino a un’idea e non riuscire ad afferrarla… Ecco! Che diamine! Ci sono stato due settimane fa! Come avevo potuto dimenticarlo? Forse perché non sono abituato a chiamarlo Palazzo Corradi, né tantomeno sapevo ospitasse la SIAE.-

Feci una pausa, poi esclamai:

  • Torniamo in superficie – esclamai .- Devo entrare nel Palazzo Corradi.

Nessuno fece domande. Forse era meglio così, almeno non dovevo spiegare ciò che avevo nella mia mente: una descrizione molto teorica su ciò che era successo, che però non avevo nessuna voglia di condividere con quelle persone.

Tornammo indietro per il tragitto fino alla stazione 1, salimmo le scalinate e ci ritrovammo in piazza. La folla si era ormai dispersa, era passata quasi un’ora dall’inaugurazione. C’era solo il normale viavai di persone che ogni giorno feriale alle sei di sera passeggia per le vie del centro o esce dagli uffici. Eravamo scortati da guardie del corpo, affinché nessuno ci importunasse e ritardasse le operazioni. Arrivati al Palazzo Corradi, entrai io per primo e mi diressi subito verso le scale. Gli altri mi seguirono senza proferire parola, come se avessero paura di spezzare un incantesimo. Scendemmo al piano inferiore, dove una segretaria di mezza età ci chiese in che modo poteva esserci utile. Mi presentai, poi presentai il sindaco.

– Non abbiamo un appuntamento ma speriamo che il professor Laterano ci permetterà di fargli alcune domande. Se non è troppo impegnato, ovviamente…

  • No, penso… penso di no. Lo informo subito.

La segretaria, probabilmente emozionata dalla presenza del sindaco, decise di andare di persona a chiamare Laterano. Intanto ne approfittai per spiegare ai miei compagni:

  • Laterano è uno scienziato fisico ed è il responsabile dei laboratori sperimentali APA, il

posto più ambito dai ricercatori italiani. E non solo da loro. E’ un luogo molto prestigioso per la scienza.

Gli altri annuirono, ma evidentemente non capivano perché ci eravamo catapultati da lui. Non glielo spiegai ancora, un po’ per orgoglio, un po’ per prudenza.

Quando entrò Laterano mi sorrise, salutandomi con calore. Io gli presentai gli altri, partendo dal sindaco, dopodiché quest’ultimo spiegò:

  • Signor Laterano, saremmo lieti di poter discutere una questione con lei.

Il sindaco non sapeva il perché della nostra presenza, ma così facendo diede ufficialità al mio agire. Perfetto, pensai.

Laterano si dichiarò disponibile a qualsiasi tipo di aiuto e ci chiese di seguirlo nel suo ufficio, che era al piano inferiore. I tecnici rimasero fuori. Ci sedemmo e io presi subito la parola.

  • Prima che ti spieghi la situazione, devo chiedere una cosa – Mi rivolsi a Marotti: – A che ora

esattamente è partita la metro?

  • Qualche minuto prima delle cinque. Ed è arrivata a destinazione poco dopo le cinque.

Guardai il sindaco negli occhi e lui mi fece un cenno affermativo con la testa. Allora iniziai a raccontare tutta la storia a Laterano. Non mi interruppe e aspettò la fine per rivolgermi le stesse domande che avevo posto io pochi minuti prima. Lo lasciai pensare un poco, finchè vidi dal suo sguardo che iniziava a capire.

  • Alle cinque stavate lavorando, vero? – gli chiesi
  • Sì, stavamo facendo proprio l’esperimento di cui avevamo parlato insieme e.. tu credi che ..

ma sarebbe incredibile. Un momento, cosa si trova dall’altra parte del corso?

  • Una banca. – risposi
  • Alle cinque. Sarebbe perfetto. Ma è pazzesco… -Laterano scoppiò a ridere.
  • No, è solo scientificamente perfetto.

Ritenni che fosse il momento di rendere partecipi anche gli altri della nostra intuizione.

  • I piani sotterranei del Palazzo sono la sede dei laboratori APA che si occupano di ricerche in

campo elettromagnetico. Oggi alle cinque hanno fatto uno dei loro esperimenti, quindi hanno usato un quantitativo molto alto di corrente elettrica, di cui avevano bisogno. Questo non avrebbe dovuto provocare quello che è accaduto, ma io penso che la banca abbia fatto da elettrodo: sicuramente alle cinque di sera la banca ha chiuso e credo abbia chiuso anche il caveau che si trova nei piani inferiori, oserei dire alla stessa altezza dei laboratori APA, con un evidente dispendio di energia elettrica. Quello che ho pensato è che tra le due stanze si sia creato una qualche genere di differenza di potenziale, un campo di forza che ha provocato la scomparsa del mezzo che è passato proprio tra i due capi del campo stesso in quel momento.

Feci una pausa per permettere a tutti di assimilare le informazioni.

  • Complimenti, Marco – si congratulò Laterano. – Suona lo stesso incredibile, ma non penso

che potrei trovare una spiegazione migliore. Sei un genio.

  • C’è ancora una cosa che non capisco – mi chiese il sindaco. – Perché è scomparso solo un

vagone? E perché proprio quel vagone?

  • Beh, non ho ancora avuto modo di pensarci, in fondo mi è venuta in mente questa

spiegazione solo pochi minuti fa. Io penso che sia accaduto per una combinazione di fattori quali la sua massa, il suo volume, la sua posizione lungo la metropolitana nel suo insieme, la velocità, il tempo… Servirebbero settimane di calcoli e non sono sicuro che potremmo spiegarlo comunque. Una cosa è certa, però: ora dobbiamo far tornare il vagone.

  • Perché? – chiese De Carli. – L’importante è che non succeda più questo campo di forza da

una parte all’altra della galleria, ma perché serve far tornare il vagone?

  • Potrebbe essere molto pericoloso – gli rispose Laterano. – Il vagone potrebbe apparire in

qualsiasi punto della terra in qualsiasi momento, causando caos e scompiglio.

Poiché non sembrava convinto, io aggiunsi:

  • Potrebbe provocare degli incidenti e dei morti, con evidente responsabilità della vostra

metropolitana. E questo sarebbe deprecabile…

  • Certo, certo. – tagliò corto De Carli, convinto. – Come facciamo a far tornare il vagone?

  • Ripetendo le stesse condizioni e facendo ripassare il mezzo attraverso il campo.

Ero di nuovo alla stazione 1, come tre ore prima. Solo che adesso non c’era pubblico: erano presenti il sindaco, De Carli, Marotti e me. C’era anche il direttore della banca implicata, che aveva voluto essere presente, dopo che il sindaco gli aveva esposto il problema e gli aveva chiesto di aprire e chiudere nuovamente il caveau.

Io avevo insistito che fosse lo stesso macchinista a guidare il mezzo. Quando arrivò gli spiegai la situazione, lo assicurai che non avrebbe corso nessun pericolo e gli chiesi di fare esattamente quello che aveva fatto poche ore prima, mantenendo anche la stessa velocità.

Alle otto meno un quarto tutto era pronto. Eravamo collegati via radio con Laterano dentro il suo laboratorio, col vicedirettore della banca e naturalmente con ogni stazione della metropolitana. Il sindaco diede l’ordine di partenza e l’operazione iniziò.

Erano quasi le otto quando il mezzo partì e gli esperimenti dell’APA furono ripetuti. Gli operatori presenti ad ogni stazione ci avvisarono quando il mezzo passò senza problemi davanti a loro. Quando la stazione 2 finì di comunicare trattenemmo tutti il fiato. La metro arrivò e si fermò. Tutti contammo i vagoni. Uno,due,tre,quattro…quattro!

  • Oh mio Dio! – esclamò il sindaco.

De Carli e Marotti mi guardarono con poca benevolenza, come se fossi stato io a far sparire il vagone. Il macchinista disse che anche questa volta era sparito il penultimo vagone.

Mi chiesi cosa fosse andato storto: non doveva accadere questo. Le condizioni erano le stesse di prima, e…ma certo! Erano le stesse identiche condizioni, quindi non poteva che riaccadere la stessa cosa. Bisognava invertire il procedimento, trovare la condizione che capovolgeva la situazione per compensare e tornare alla normalità. Potevamo provare solo un’altra cosa: invertire il tragitto della metro, farle percorrere il tragitto in senso opposto. Ne parlai subito con Laterano che ci aveva raggiunto. Non potevamo sbagliare di nuovo e lo sapevamo. Laterano mi chiese se invece non dovevamo invertire le posizioni del caveau e del laboratorio. Ci pensai un momento, poi respinsi l’idea.

  • Credo che invertire il tragitto sia una soluzione equivalente. E poi credi che se glielo

dicessimo ci permetterebbero di farlo? Ci manderebbero a casa e chiamerebbero altri due scienziati. Non l’hanno già fatto solamente perché sono amico del sindaco, ma questa è l’ultima possibilità.

  • Che Dio ce la mandi buona.

  • Lo farà.

Il sindaco ci raggiunse e gli spiegai cosa avevamo intenzione di fare. Annuì senza dire nulla, poi dopo qualche secondo aggiunse:

  • Sai cosa ho pensato? Che in fondo se il vagone è sparito è colpa tua.

Lo guardai facendo tanto d’occhi, ma lui si affrettò a spiegare, sorridendo:

  • Ma sì, ti ricordi, sei stato tu a insistere quella sera a cena da Paolo che l’inaugurazione fosse

alle cinque di sera, affinché potessi essere presente tu e tutta la gente che usciva dal lavoro. Se non l’avessi detto a quest’ora saremmo di nuovo a cena.

Io sorrisi, un po’ a disagio, e dissi:

  • Mi spiace, non pensavo che sarebbe successo tutto questo..

  • Ma certo che no! – Il sindaco rise. Poi tornò serio e aggiunse. – Però ora fai il possibile per

far tornare tutto a posto. Lo sai che non dipende da me: se fallisci, non avrai una seconda possibilità.

Annuii. Lui si volse e andò a parlare col direttore della banca.

Toccò di nuovo a me parlare col macchinista, ma questa volta non fece obiezioni, sembrò rassegnato al suo compito nella vicenda.

Erano le undici meno venti quando per la terza volta nella giornata mi trovai davanti alla nuova metro. Questa volta però partiva dalla stazione 1 e si dirigeva alla stazione 2. Avevamo pensato che sarebbe stato poco saggio farla andare verso la stazione 2 passando dal tunnel giusto, così il macchinista aveva fatto manovra in un tratto di binari che si trovava oltre la nostra stazione, e si era rimesso contromano sugli stessi binari delle due volte precedenti. L’unico problema era la velocità: il mezzo doveva passare alla stessa velocità delle volte precedenti, cioè circa 80 chilometri orari. Per far questo il macchinista portò il mezzo oltre la stazione, in un deposito (precedentemente liberato) ad una distanza che gli consentisse l’accelerazione necessaria. Avevo fatto un po’ di calcoli con Laterano e il mezzo avrebbe dovuto farcela senza troppi problemi.

Anche se era tutto pronto qualche minuto prima, il segnale di partenza fu dato solo alle undici meno cinque, più per scaramanzia che per altro. Il mezzo partì, dopo poco ci sfrecciò davanti ed entrò nel buio del tunnel. Sentii il battito cardiaco accelerare. Dalla radio arrivò un grido. Erano gli operatori della stazione 2. Pensammo subito tutti al peggio. Iniziai a sentirmi in colpa per aver convinto quel poveretto a guidare attraverso un campo di forza così potente e pericoloso. Nessuno avrebbe potuto prevedere quali danni avrebbe provocato, magari la scomparsa della metro o una deformazione mostruosa del macchinista… Anche se ero stato così sicuro del fatto mio, poteva essere andato storto qualcosa, ma speravo tanto che…

Tutti questi pensieri mi occuparono la mente per meno di un secondo, finché non si sentì dalla radio un grido:

  • Sono sei! Sono sei! SEI!

Tirai un sospiro di sollievo. Svuotato dell’adrenalina, mi lasciai cadere su una panchina. Pensai per la prima volta che avevo saltato la cena e mi venne una gran fame, ma anche una gran voglia di tornare a casa. Ma aspettai ancora qualche minuto. Mi raggiunsero De Carli e Marotti, con un sorriso imbarazzato sui loro volti.

  • Dobbiamo ammettere che abbiamo dubitato di lei, ma ci scusiamo e vogliamo ringraziarla

per quello che ha fatto.

Mi strinsero la mano, mentre io borbottavo qualcosa sul merito che avevamo avuto tutti, senza crederci troppo. Anche il sindaco venne a congratularsi con me e mi chiese che compenso avrei voluto per la buona riuscita. Io dissi che non volevo nulla, tergiversai, poi dissi:

  • Veramente una cosa ci sarebbe…

  • Dai, dimmela.

  • Beh, è una cosa molto difficile, non so se tu puoi aiut..

  • Su, smettila e parla. Dopo quello che hai fatto stasera, credo che sarà più facile saltare

qualche passaggio burocratico…

  • Detto sinceramente, mi piacerebbe molto far parte del team di scienziati dell’APA, dove

lavora Laterano. Ecco, non so cosa si può fare, ma se tu puoi mettere una buona parola…

  • Marco, non ti assicuro niente, ma ti prometto che farò il possibile. A patto che non facciate

più esperimenti alle cinque di sera… Ci stringemmo la mano, per siglare il nostro accordo. – A proposito di Laterano, dimenticavo che ha chiesto via radio se puoi fare subito un salto da lui al laboratorio.

Lo trovai nel suo ufficio che mi aspettava. Gli sorrisi e lui mi sorrise, ma vidi che aveva qualcosa che lo tormentava.

  • E’ andato tutto bene – disse lentamente.

  • Sì, fortunatamente.

  • Fortunatamente? Non eri certo?

  • Certo? Come avrei potuto?

  • Beh, ho pensato qualche minuto a tutta la faccenda e ci sono alcune cose che mi sono

apparse… curiose.

  • Ad esempio?

  • Ad esempio non sapevo che tu avevi suggerito al sindaco di fare l’inaugurazione proprio alle

cinque di oggi.

  • Ma… in realtà gli ho detto solo che sarebbe venuta più gente a quell’ora, piuttosto che di

mattina.

  • Certo, è solo curioso il fatto che sia stato sempre tu a suggerire a me di fare l’esperimento

quell’ora, suggerendomi che a quell’ora sarebbe stato meglio…

Fece una pausa. Aspettai un momento, poi gli sorrisi.

  • Non penserai mica che abbia fatto in modo di provocare il campo di forza! Ma è

impossibile! Come avrei fatto?

  • Beh, immagino che ci avrai pensato a lungo.

  • Ma dai, Riccardo! E’ una cosa assurda! Avrei rischiato la vita di quel povero macchinista

ben tre volte.. e poi per cosa? Perché avrei dovuto farlo? Cosa avrei guadagnato?

Laterano pensò ancora un minuto, poi sorrise imbarazzato e si giustificò:

  • Hai ragione, scusami. Sono stato uno stupido. Non so cosa mi sia passato per la mente.

Scusami. E’ che quando ti viene un’idea pensi subito che sia vera e non rifletti mai sulla sua assurdità. Sai com’è…

  • Non ci pensare più, so che non lo pensavi veramente.

La metro iniziò a funzionare regolarmente dal lunedì successivo alla vicenda. Scommetto che i tecnici passarono il weekend a far passare mezzi all’infinito per vedere se c’erano altri problemi possibili. Non ce ne furono, e nessuno nella città venne messo a conoscenza di quello che era successo. Dopo quella sera, per precauzione i laboratori APA furono trasferiti al settimo piano di Palazzo Corradi, prendendo lo spazio degli uffici della SIAE, che furono spostati nei piani sotterranei. Io fui assunto all’APA come scienziato ricercatore tre mesi dopo l’accaduto. Grazie all’aiuto del sindaco arrivai subito anche ad un posto di posizione abbastanza elevata. Quando rividi per la prima volta Laterano ovviamente né io né lui dicemmo nulla a riguardo della metropolitana , ma fui sicuro che il dubbio passò nuovamente nella sua testa, ancora più consistente. Decisi di diventare velocemente amico del Presidente dei laboratori.

Ora è passato un anno e il Presidente, dietro il mio disinteressato suggerimento, ha nominato Laterano responsabile delle relazioni con i laboratori scientifici d’oltreoceano. Starà via per un po’. Sono sicuro che non parlerà a nessuno della metro. E poi, chissà se quando tornerà Laterano lavorerà ancora per noi?

MAURIZIO BIAGINI – Gli occhi della belva

La notte era la parte peggiore.

Il minimo rumore lo faceva trasalire e si svegliava con il cuore in tumulto, la mano che tastava freneticamente l’erba alla ricerca del mitra.

Per assurdo preferiva passare le notti a marciare nel buio, quando ogni ombra era un insidia ed il minimo passo falso poteva essere l’ultimo. Aveva imparato a muoversi quasi in assoluto silenzio, soppesando anche il respiro, gli occhi a frugare l’oscurità, la mano destra che ad intervalli regolari si chiudeva sull’impugnatura dell’arma.

Teneva la cinghia del mitra in modo che il peso fosse sempre presente contro l’anca ad ogni passo e provava e riprovava il movimento di impugnare l’arma, togliere la sicura e alzare la canna, valutando il tempo in cui riusciva a essere pronto al fuoco. Ma non gli sembrava mai abbastanza veloce.

Durante il giorno, quando non era di pattuglia, dormiva. Si metteva lontano dalle ombre degli alberi e si sdraiava nell’erba, badando bene di non avere altro di fronte che il cielo. Da quando la primavera si era fatta viva, dormiva con il sole dritto sul viso dimentico di quando, solo poco tempo prima, la sua stanza doveva essere assolutamente buia per poter prendere sonno.

Il tempo rimanente, che fosse di guardia, in ricognizione o durante le interminabili ore di attesa, lo trascorreva frugare con lo sguardo il tappeto di boschi che coprivano i monti.

La belva era là, da qualche parte.

Da settimane si sfioravano, a turno cacciatori e prede, e alla cascina si erano mancati di non più di un’ora. Ma era stato sufficiente per non lasciar loro altro da fare che scavare le fosse.

Era stato il momento del crollo, quello. Anche i veterani più duri erano scoppiati in lacrime o avevano dato in escandescenze ma lui sapeva quell’ultima strage era un segnale apposto per loro, un avvertimento: la belva era alle strette ed era meglio girarle alla larga. Nessuno, neanche la pacifica famiglia di contadini che viveva lì da sempre era al sicuro.

Da allora quasi ogni conversazione era cessata, diari e lettere erano lasciati negli zaini e lui era sicuro che molti dei suoi compagni sarebbero fuggiti se per ironia della sorte, non fosse stato proprio quello il posto più sicuro.

Dopo pochi giorni alla macchia avete tutti quello sguardo”, gli aveva detto il sacerdote la prima volta che si erano incontrati.

Quale sguardo?” aveva chiesto e il prete aveva accennato con la testa ad un suo compagno di guardia. Scrutava l’intrico degli alberi con gli occhi sbarrati, le pupille come mosche contro un vetro.

Lui aveva annuito in silenzio, erano mesi che non si guardava allo specchio ed era meglio così.

Di colui che era stato soprannominato Belva sapevano solo che veniva da lontano. Il resto lo trovavano da mesi sulle strade che percorrevano la valle, sui sentieri che sprofondavano nell’intrico dei boschi, fin sui monti che credevano sicuri. E dopo l’ultima assurda strage nessuno faceva più congetture su chi fosse o da dove venisse. Nessuno riportava più le storie che giravano tra i pastori della valle. Era come se avessero paura che al solo nominarlo potesse sbucare dal nulla e massacrarli come aveva fatto alla cascina, come aveva fatto giù al ponte, o sulla strada che raggiungeva la chiesina del colle e tutte le altre volte.

Ma lui, giorno dopo giorno, mentre scrutava il muro di vegetazione che la belva aveva eletto a suo rifugio, continuava a porsi ininterrottamente le sue domande.

Riconobbero subito la voce della mitragliatrice. Due lunghe raffiche che riecheggiarono per la valle sottostante seguite dal crepitio di mitra e armi leggere. Lui ed il suo compagno di ricognizione si guardarono in faccia un attimo poi si misero a correre giù per il sentiero che quel giorno avevano pattugliato senza scorgere anima viva.

Lui apriva la strada saltando di pietra in pietra per non scivolare sul terreno umido, il mitra che gli sbatteva furiosamente contro l’anca, la consapevolezza che, se il peggio stava accadendo non avrebbe potuto fare altroché seguire la sorte dei compagni.

Scesero giù, attraverso gli alberi che li frustavano e i rovi che si aggrappavano ai loro indumenti mentre il fuoco oramai si attenuava sino a ridursi a qualche singolo sparo.

Quando arrivarono, il silenzio regnava indisturbato nella valletta dove i pastori avevano le loro case.

Furono accolti da due mitra spianati. Ma erano nelle mani giuste.

Era tutto finito.

Le due sentinelle si erano unite da poco con la banda. Quello era il loro battesimo di fuoco e lui sperò che non ci fossero ulteriori sacramenti.

Un colpo di fortuna”, disse il più alto, stiracchiando un sorriso esangue sul volto pallidissimo. “Oggi toccava a me portare la mitragliatrice e quando siamo partiti ho dimenticato il treppiede”.

Aspirò una lunga, nervosa boccata dalla sigaretta e si interruppe. “…Sai com’è il comandante”, intervenne l’altro, “appena se n’è accorto lo ha preso per un braccio e giù come due frecce, noi venivamo dopo, era dura stargli dietro!”

Quando siamo arrivati qua abbiamo sentito qualcuno” disse quello del treppiede…”Non abbiamo dovuto fare altro che mettere su la mitragliatrice… ci sono venuti in bocca.” Aspirò di nuovo dalla sigaretta con la mano che gli tremava.

Alla seconda raffica quelli ancora in piedi hanno cominciato a ritirarsi, poi siamo arrivati noi e ci abbiamo dato dentro. Si sono messi a correre come lepri, qualcuno buttava persino via le armi”, finì il secondo.

Parlavano a scatti nervosi, ancora terrorizzati e sospettava che non casualmente li avessero messi di sentinella allontanandoli dal campo di battaglia. Fu sul punto di battere una mano sulla spalla di Treppiede dicendogli “ben fatto”, come fanno i più esperti con i giovani dopo il primo fuoco, ma si trattenne. Lui aveva almeno tre o quattro anni meno anche se c’era dentro da tanto, troppo tempo e non gli sembrava una buona idea.

Li ascoltò ancora un attimo, poi li superò. Doveva vedere.

Un’ora dopo era seduto su una roccia nella radura nei pressi delle baite dei pastori. Aveva girato per un po’ tra i corpi dei nemici, parlando con gli altri compagni e ne conveniva: era stato davvero un colpo di fortuna. Il comandante era sceso giù a rotta di collo con il ragazzo della mitragliatrice; mai dividere l’arma del treppiede, era una sua fissa e nessuno in futuro avrebbe mai potuto criticarlo.

Se fossero stati tutti assieme li avrebbero visti, così non avevano dovuto fare altro che aspettare.

Un colpo di fortuna, o finalmente un momento di distrazione. I morti avevano gli stivali consumati, le divise strappate, barbe e capelli lunghi. Anche loro non ce la facevano più.

Era ancora sulla roccia quando arrivò il comandante.

Stavolta mi sono perso tutto”.

Meglio così. E’ durata solo pochi attimi. Non quasi hanno opposto resistenza…”

Sono loro.”, disse all’improvviso rispondendo al suo muto interrogativo. “Quelli che ho mandato a inseguire i fuggiaschi sono tornati con tre prigionieri.”

Rimase in silenzio per un attimo, a fissarlo. Sapeva a cosa pensava quando il comandante lo guardava così. Aveva moglie e un figlio in città e non aveva quasi contatti con loro. Il figlio aveva solo qualche anno meno di lui che era il più giovane della truppa.

Mise in tasca l’oggetto e si alzò.

Il più vecchio è il capo”, aggiunse ancora il comandante con riluttanza. “Se vuoi andare ti faccio accompagnare dal sergente”. Lui gli fece sì con la testa poi lasciò il mitra a terra e si incamminò sentendo lo sguardo del comandante sulle spalle.

La vecchia casa dei pastori era mezza in ombra nel tardo pomeriggio. Il sergente accese la lampada e lo appese al gancio sulla parete.

Identificò subito il più vecchio, sembrava tranquillo, seduto su una sedia accanto alla stufa spenta.

Mandano i bambini ad interrogarci” fece quest’ultimo quando lo vide.

Lui non rispose. Camminò davanti a loro osservandoli e poi tornò a mettersi di fronte a quello che aveva parlato.

Aveva ancora quell’espressione beffarda.

Siete stati voi, vero? Giù alla cascina”.

Non so di cosa stai parlando. Eravamo in ricognizione.”

E tu? Neanche tu sai di cosa sto parlando?”, disse all’altro, il più giovane.

Quello si mise il viso tra le mani e scrollò la testa.

Non ho bisogno di risposte. I vostri amici si sono presi un bel po’ di ricordi alla cascina. Argenteria soprattutto. E il fucile da caccia del vecchio. Avete fatto un massacro, lì e la settimana prima al ponte. E quella prima, quei ragazzi “.

Il più giovane continuava a tenersi il volto tra le mani.

Erano traditori, spie” fece improvvisamente l’altro.

Anche il bambino alla cascina? E la donna giù al ponte? Aveva tre figli”.

Il ragazzo sollevò improvvisamente il volto dalle mani tremanti. “E’ stato lui ad ordinarlo”, disse indicando il più vecchio che rimaneva impassibile. “E’ sempre stato lui, io avevo paura”.

Come no”, fece l’altro appoggiato al muro, “eri sempre il primo quando era il momento.”

Li avete ammazzati come cani”, aggiunse ancora, quasi parlando a sé stesso.

Il giovane contro il muro a quel punto esplose: “Quel bastardo non voleva che ronzassi intorno alla figlia. Una volta mi ha preso a calci sul sagrato. Dopo la messa, davanti a tutti. Però poi non faceva più il furbo. Quando li abbiamo messi al muro mi scongiurava. Gli sarebbe piaciuto che fosse la mia donna, allora!”

Rimase a guardarlo in silenzio. Il volto era contratto dalla rabbia, il labbro inferiore gli tremava violentemente. Abbassò la mano sulla pistola che gli aveva dato il sergente e si spostò davanti al capo. Aveva seguito tutta la scena senza battere ciglio e adesso lo guardava impassibile.

La belva”, pensò. Era sui cinquanta, l’aria forte, l’uniforme in ordine nonostante tutto, i capelli bianchi sulle tempie.

E’ lei che comanda?”

Sono colonnello”, gli fece indicando i gradi.

Siete stati sempre voi? Ha qualcosa da dire?”

Mi stai processando ragazzino? Siamo soldati. Credi sia un gioco?”

Tirò fuori l’orologio dalla tasca senza neanche pensare.

Lo aveva lei?”

Il colonnello rispose con un ghigno sarcastico mostrando che al polso aveva già un orologio. Poi indicò il ragazzo che singhiozzava con il viso nascosto tra le mani.

Era mio fratello. Aveva solo 21 anni”.

Ah, una faccenda personale… Quei due banditi che abbiamo appeso. Sì me lo ricordo quello giovane. Uno di fegato… Mi ha sputato in faccia, ma alla fine gli ho fatto sputare sangue.”

Lo colpì all’improvviso, con una forza ed una decisione che non fu in grado di controllare. Uno schiaffo con tutta la mano, in pieno volto, assolutamente freddo e deciso ma allo steso tempo incontrollato. Non sarebbe mai stato capace di compiere quel gesto in maniera conscia.

Gli occhi del colonnello si spalancarono assolutamente increduli. La bocca si aprì in un’espressione

grottesca che durò solo un attimo.

Poi si scagliò in avanti le mani a chiudersi sul suo collo.

Come osi bastardo? Come osi?”

E allora vide.

In quegli occhi gelidi si era accesa una luce selvaggia. Era la vanità del potere, la stupida presunzione dell’uomo che crede di elevarsi uccidendo, lo stupore e la rabbia per l’oltraggio al potere assoluto, per l’arroganza della violenza contraddetta così impunemente da un ragazzino. In quegli occhi vide la furia omicida, come doveva essere esplosa molte volte, come doveva averla vista suo fratello che a quella miseria aveva sputato in faccia nel suo ultimo attimo d’orgoglio.

Rimase fermo mentre l’uomo cercava di strangolarlo a mani nude, completamente assorbito da quello sguardo al punto che forse sarebbe rimasto immobile a farsi ammazzare. Poi il sergente si andò a sbattere contro il muro e scivolò a terra, dove rimase con quello sguardo omicida negli occhi. “Come osi, bastardo?”, ripeteva.

Nulla era rimasto della gelida figura che lo fronteggiava poco fa.

Lui invece rimase fermo a guardarlo, solo lontanamente conscio del dolore che le unghie affilate gli avevano lasciato sul collo.

Improvvisamente si sentì un idiota. Che cosa si era aspettato di trovare in quella casa?

Giustificazioni?Scuse? L’incarnazione del male? Una qualsiasi risposta al suo orrore?

Non c’era niente dietro quegli occhi.

E allora ebbe veramente paura. Non quel terrore irrazionale per l’entità misteriosa che colpiva e spariva nel nulla.. Ma la paura di quello che quegli uomini erano diventati senz’altra ragione che le loro miserie umane.

Alzò la pistola in maniera meccanica. Lui aveva capito, toccava a lui.

Cominciò a sparare un colpo dietro l’altro e continuò fino a quando nulla di tutto quello che aveva davanti dava più segni di vita.

Poi lasciò scivolare il braccio inerte sul fianco e rimase immobile a guardare le tre figure inanimate.

O Madonna Santa…”

Si girò e guardò il sergente, immobile con il fucile abbassato spostava lo sguardo da lui ai cadaveri.

Lo superò e si avviò verso la porta.

Erano accorsi agli spari, tutti lì, fermi sull’ingresso con le espressioni incredule.

Li ha ammazzati tutti!”

Il ragazzo…Mio Dio…”

Ha fatto giustizia di quei bastardi…”

Passò attraverso il capannello dei suoi compagni che si aprì per lasciarlo passare.

Altri stavano arrivando, e anche essi si disposero su due ali a guardarlo. Resse lo sguardo di disapprovazione di uno dei veterani che scuoteva la testa e continuò ad allontanarsi, incontrando, infine, anche il comandante che lo guardava con quello sguardo grave e addolorato da padre. Lasciò cadere la pistola nell’erba e proseguì a camminare, diretto alla piccola radura dove si era seduto a fumare poco prima e dove aveva intenzione di sedersi di nuovo a piangere per tutto il tempo che gli sarebbe occorso.

Si chiese cosa avrebbe visto nei suoi occhi il reverendo quando sarebbe tornato a visitarli, ma sapeva che sarebbe andato oltre e avrebbe trovato qualcosa.

La sua paura ed il suo dolore.

ERIKA TOSELLI

L’ANELLO DI NON CONGIUNZIONE

Si mangia la settima unghia, gliene restano ancora tre. E poi?

Si spera che prima della decima unghia la chiamino. Se no cosa le resta da fare su quella sedia di plastica in un corridoio che odora di alcool e lenzuola disinfettate?

Leggere le riviste no, non se ne parla nemmeno.

Non fanno che parlare di cose che Elena non vuole sentire. Non vuole sentire quelle storie stupende di donne che ce l’hanno fatta.

Lei non vuole diventare una donna che ce l’ha fatta. Elena vuole essere la donna che non ha avuto quel male, l’elemento di rottura della sua famiglia, l’anello di non congiunzione tra sua nonna, sua madre, sua figlia Martina.

Guarda la coppia in attesa di fronte a lei. La donna è preoccupata più del nervosismo del marito che si aggira sbuffando tra i corridoi che di se stessa.

La sua vita per la serenità di quel deficiente che si sta lamentando per i tempi d’attesa, lui, che deve rientrare al lavoro, non sua moglie che sta per scoprire se ha già un piede dall’altra parte.

Elena si chiede se sia meglio avere un marito così o essere sola, ci pensa due secondi e si sorride pensando di aver fatto un affare a chiedere il divorzio a Federico, perché potenzialmente è della stessa pasta.

Sono pochi gli uomini che di fronte ad una malattia grave della moglie reagiscono con coraggio, e sanno rendersi utili. Pensano forse che arrabbiarsi e rifiutare un evento lo faccia sparire? O sono semplicemente seccati per il disturbo che viene loro arrecato?

La fiducia di Elena nel genere maschile non è mai stata coltivata.

L’unico uomo, l’unico vero uomo nel senso bello del termine che le è stato presentato come tale era suo nonno. Non lo ha vissuto da vicino, da piccola poi lo scambiava per il personaggio di una fiaba.

Antonia, sua madre, le raccontava prima di mandarla a dormire una storia di eroi.

La protagonista era Caterina, una ragazza che prendeva la bici grande e grossa di suo fratello e andava a fare “commissioni”….

Quelle commissioni, nel 1945 erano un modo per dire che in realtà faceva la “staffetta portaordini”. Uno dei suoi compiti nella Resistenza era quello di portare ai ragazzi che si erano dovuti nascondere e quindi separare dalle squadre, lettere di ordini firmate dai capi partigiani.

Uno di questi era Antonio, rintanato in una malga in montagna che si innamorò al primo sguardo di quella ragazza con le guance rosse e le trecce nascoste nel foulard. Oltre alle comunicazioni in codice, se poteva Caterina gli portava qualche genere di conforto, un po’ di pane, di zuppa, qualche pezzetto di salame quando andava bene.

In mezzo a quella paglia che usava da letto Antonio amò Caterina anche dopo la fine del suo esilio, e a guerra terminata, nella chiesetta del paese, anche se la gente rideva e sparlava di loro, la sposò con il sorriso sulle labbra.

In dote Caterina portava un pancione di otto mesi. Antonia.

Quando Antonia ebbe dodici anni Caterina iniziò a stare male, deperiva, vomitava, era sempre più pallida. A quell’epoca il medico del paese le provava tutte, all’inizio una pacca sulla spalla:

  • Caterina, una donna sposata della tua età… e ti chiedi che cosa hai? Di mattina ti alzi e

vomiti, non hai più il mestruo… vallo a chiedere all’Antonio che cos’è che hai!”-

Dopo mesi, appurato che non c’erano altri eredi in arrivo, le parlava di un po’ di anemia.. fino a che fu Caterina stessa a sentirsi un sasso che si stava facendo strada dentro di lei, attraverso il suo seno sinistro.

Da lì, tentativi di cure, primordiali, primitive, solo dei palliativi.

Caterina morì senza subire l’oltraggio dell’amputazione del suo seno, con i medici che allargavano le braccia e dicevano – “Fatevi coraggio, non c’è più niente da fare…”-

Rimasero una bambina di tredici anni e un papà che la lasciava dalle zie per dormire quindici notti su una sedia con la mano trasparente della moglie nella propria.

Antonia crebbe con un padre affettuoso ma perso nel dolore, sballottata fra un paio di zie con altri figli da guardare e poco tempo per occuparsi di lei.

Venne su un po’ selvaggia e maschiaccia, ma rinunciò alle corse a perdifiato per i campi e ad un destino da brava donna di campagna come sua madre per andare all’Università a Torino, la grande città.

Suo padre era fiero con gli occhi lucidi di quella ragazza intelligente e caparbia che tanto gli ricordava la sua Caterina, fece mille sacrifici per il resto della sua vita allo scopo di aiutarla all’Università e lasciarle magari qualcosa per il futuro.

Antonia a Torino andò a vivere in un collegio universitario, iscritta a Lettere, anche se le sarebbe piaciuto di più la chimica.

La temperatura a quel tempo saliva ogni giorno, ad ogni cassonetto incendiato, ad ogni aula occupata, ad ogni banco scagliato dalla finestra.

La ragazzetta di campagna per niente intimidita prese parte attiva al momento storico. Comitati femministi, marce, manifestazioni… non si fece mancare niente.

Peccato che in fondo era rimasta un po’ ingenua e sempliciotta.

Nel ’68 lasciò il collegio universitario per andare a vivere con altre tre ragazze in un grande alloggio un po’ decadente del centro storico.

Le sembrava la scelta migliore, non avrebbe dato una famiglia normale al suo figlio che le stava per nascere ma una vera e propria comune di donne autosufficienti.

Tanto sul padre biologico, un teorico del libero amore, non ci avrebbe potuto contare più di tanto, lasciò l’università e sparì nel suo paesetto d’origine non appena saputo la notizia. Per paura di un neonato e di una moglie rinunciò a diventare medico e imbracciò la pala del padre contadino.

Antonia dovette andare da suo padre per metterlo al corrente: nel viaggio in treno, mentre si avvicinava alla stazione d’arrivo, si sentiva sempre più piccola e insicura.

Tutta la sua fede politica incrollabile, le ideologie, i progetti, l’autodeterminazione…

Con un solo ceffone, del tutto prevedibile, suo padre cancellò la rivoluzione sociale, quella studentesca più quella femminista.

Poi un fiume di parole, altrettanto prevedibili: “- Per fortuna tua madre non è qui… a questo sono serviti i miei sacrifici… messa incinta da uno che è scappato… peggio di una servetta… a cosa ti è servito studiare… e io che mi sono fidato di te… che ero fiero di te…che nome avrà questo sciagurato?…”-

Antonia, rossa come un peperone, sentendosi un po’ ridicola con il suo gonnellone gitano, le collanine e la t-shirt senza reggiseno sotto cercò dentro di sé forza e orgoglio, rivide gli occhi seri e determinati di Caterina e si stupì di se stessa sentendosi rispondere al padre: “- Studiare mi è servito perché non appena laureata avrò un posto di lavoro sicuro che mi permetterà di crescere mio figlio, che avrà il mio nome e … che spero che diventando grande… un pochino ti assomiglierà.”-

  • Non avrai vita facile, figlia mia, e mi auguro che sia un maschio perché mi sa che ne avrà

bisogno.

Ti dico solo una cosa, se le cose si mettono davvero male, se dovessero peggiorare ancora… torna a casa.”-

Un abbraccio, una busta con dentro il necessario per il corredino e molto altro e Antonia con il cuore più leggero tornò a Torino.

Partorì a fine ’68: quando la rivoluzione cominciava, la sua finiva fra poppate e notti in bianco a preparare la tesi.

Ovviamente una femmina: alla notizia, Antonio in ospedale con il cappello in mano scosse la testa e alzando gli occhi al cielo disturbò sotto voce qualche Santo e la Madonna. Poi andò a vederla dai vetri della nursery e vedendo il ritratto di Caterina in fasce, si calmò.

  • Speriamo che abbia preso da te, Caty mia… speriamo solo non sia un’altra testa calda…”-

Antonia portò a casa Elena, dove qualche mese prima un’altra ragazza aveva avuto un bel maschietto, un altro figlio di un padre sfumato.

Dalle riunioni piene di sigarette, di spinelli e di politica passarono rapidamente a biberon, pappe e pannolini, con le altre due che si erano adattate a fare le babysitter, perché in quel loro concetto di famiglia allargata ci stava benissimo di crescere dei figli tutte insieme.

Furono anni splendidi, Antonia entrò di ruolo nel liceo vicino a casa, dopo la laurea e pochi mesi di supplenze; anche le altre ragazze si sistemarono in breve.

Si faceva cassa comune, si crescevano i due bambini, e si accettava pure un certo via vai di uomini per casa, a patto che non disturbassero e non interferissero nell’organizzata confusione di casa.

Elena cresceva disciplinata e obbediente in una famiglia strana ma più serena di altre. Il legame con sua madre fortissimo, erano i tempi in cui si diceva che le madri dovevano essere amiche e in qualche raro caso succedeva.

In seguito si trovarono una casa piccolissima tutta per loro, le zie della comune negli anni imboccarono ciascuna la loro strada ma non si persero mai di vista, ne si allontanarono di tanto.

Per Elena era normale andare a pranzo dall’una o dall’altra se sua madre doveva fermarsi a scuola, oppure andava a fare i compiti di inglese dalla zia che lo insegnava al linguistico e tornando si fermava dalla professoressa di matematica per farsi spiegare le cose più difficili.

Quando Antonia si accorse di aver ereditato da Caterina oltre al temperamento qualcosa di tremendo, cercò di non perdersi d’animo.

Erano i primi anni ’80, qualche speranza cominciava ad esserci.

Ne parlò con Elena, prima che con chiunque, anche se era solo un’adolescente tutta libri e burro cacao. Glielo presentò come un problema momentaneo, che si sarebbe risolto, non le parlò di Caterina.

Il travaglio fu doloroso, ci furono interventi devastanti fisicamente, cure da vomitare l’anima con le budella, capelli spariti sotto i vecchi foulard dei tempi della comune.

Elena venne protetta, nutrita, e messa a dormire a casa di una di quelle zie che non era a fare una notte in ospedale con Antonia.

Madre e figlia vivevano assieme nei periodi buoni: parlavano per ore, stavano alzate anche tutta la notte a discutere di filosofia antica e di vita, si facevano compiti, si spiegava il controllo delle nascite, si firmavano temi, compiti in classe e pagelle.

Quando andava proprio bene Antonia accompagnava Elena ai concerti che le piacevano e le veniva voglia di cantare e saltare anche lei con quelle ragazzine tutte uguali, ricce di permanenti e frizzanti di belle speranze.

Aveva fretta, doveva dirle un sacco di cose, spiegarle e metterla alla prova, aveva bisogno che sua figlia imparasse da lei il più possibile anche se non era ancora pronta.

Antonia c’era passata anche lei, tale e quale, ma Caterina forse non sapeva, non le avevano detto che era lei a doverle passare le eredità più importanti, forse non fece in tempo e le lasciò troppi vuoti.

Quando in ospedale le dissero che ormai mancava poco, Antonia chiamò suo padre e gli disse:”Adesso devo proprio tornare a casa”- .

Fu la seconda mano di donna che dovette tenere tra le sue per l’ultima volta.

Antonio invecchiò di trenta anni in pochi giorni. Sua figlia se ne andò nel letto dove era nata. Sua nipote, appena diciottenne, dietro la porta si cavava gli occhi dal piangere.

Essendo maggiorenne non ci furono problemi, tornò a Torino con il benestare di suo nonno e un conto in banca per studiare in santa pace, ma senza scialare.

  • Torna quando vuoi, chiama se hai bisogno di qualsiasi cosa…” – le teneva il visetto tra le

mani e la curiosità fece capolino nel suo dolore, gli sembrava che quegli occhi gonfi avessero qualcosa …-“Mi sa che tu sei diversa, mi sa che sei un po’ più fortunata, secondo me ti andrà meglio.”-

Elena si diplomò , vivendo tra una zia e un’altra, una zingara ordinata.

Quando fu il momento di scegliere l’università non volle una strada facile, né spianata. Andò dritta al Politecnico, e, anche se avrebbe voluto fare ingegneria meccanica, alla fine si convinse ad inscriversi a gestionale, dove c’era già qualche strana e sparuta ragazza, occhiali e attributi. Gomiti aguzzi per difendersi dal testosterone imperante.

Ma discendeva da combattenti, Elena, e non aveva granché paura.

Nell’ordine venne qualche ragazzo e poi un fidanzato vero, un altro ingegnere che sposò con rito civile, quando entrambi trovarono lavoro.

In seguito, Martina e il divorzio; Federico invidioso del suo successo, della carriera di Elena che decollava nonostante la maternità, mentre la sua stagnava.

Un controllo semplice dal ginecologo, nel 2006. Vista la storia della famiglia il consiglio di fare esami approfonditi.

Arriva a metà dell’ottava unghia, Elena e la chiamano.

Ha 38 anni , una figlia di 6. Un lavoro promettente. Un nonno morto da anni, tre zie, le nonne di Martina. Entra. La prendono, la esaminano, la palpano: i suoi seni vengono schiacciati, scannerizzati, pasticciati. E lei trattiene il fiato.

Il medico osserva il computer e la sua scheda. Non la guarda negli occhi e con indifferenza le dice – “Vista la familiarità deve controllarsi spesso, le prendo un altro appuntamento fra sei – otto mesi?”-

Tutto lì.

Elena si chiude la porta alle spalle. A testa alta, come Antonia e Caterina prima di lei.

  • Chi se ne frega se ogni sei mesi mi devo far schiacciare da tutte le parti e mangiarmi nove

unghie… Io mia figlia la cresco, la vedo sposarsi e le do una mano a tirare su i suoi figli.

Io sono l’anello di non congiunzione, io non lascio schifezze in eredità a Martina, solo la forza, solo il carattere…”-

Esce, c’è il sole.

Pensa a nonno Antonio… -“Mi sa che tu sei diversa, secondo me ti andrà meglio.”-

FIORELLA BORIN

L’ULTIMA GITA IN GONDOLA

Venezia, 23 agosto 1576.

Non hanno bussato. I monatti non bussano: spalancano le porte a calci, a spallate; talvolta addirittura le sfondano. Ma la porta di ser Geronimo Zen si è aperta da sola, con un cigolio sottile come lo sbadiglio di un gatto. Sono entrati in tre, col respiro pesante e le mani sporche, guardandosi intorno con cupidigia più che con sospetto. I monatti non temono gli agguati. Ci convivono, loro, con la morte. Ne conoscono il lezzo, il rantolo, il passo. Sono entrati e se lo sono trovato morto davanti, piccolo, scarnito, pochi capelli e grandi occhi celesti. Quarant’anni, forse cinquanta; occhi di bambino e calvizie a confondere il calendario.

Siamo venuti a prendere ser Geronimo Zen” ha detto il più grosso, sicuramente il capo. Gli altri due gli stavano ai fianchi, torreggiando sopra quel guardiano alto poco più di un folletto.

Il mio padrone sta di sopra. Riposa” ha risposto lo gnomo, allargando le braccia per sbarrare la strada ai colossi.

E’ stato denunciato come infetto” proclama il capo.

Dobbiamo portarlo al Lazzaretto Vecchio” aggiunge il secondo.

Ordine della Signoria” taglia corto il terzo.

Ma il vecchio fanciullo non si schioda di un passo.

Vi ho detto che sta riposando. Non vi permetterò di disturbarlo.”

Lo cacciano via con una manata. Cominciano a salire le scale, due gradini alla volta, tallonati dal minuscolo custode, che ha il fiato corto e la vista annebbiata dalle lacrime. Entrano in camera.

Ser Geronimo Zen ha il viso gonfio, paonazzo. Gli occhi chiusi da cecità antica, irrimediabile. Ma le braccia, che spuntano nude dal lenzuolo fresco di bucato, rivelano i segni inconfondibili del male. I rigonfiamenti che gli spaccano la pelle sono bubboni: il vecchio ha la peste.

Da quanti giorni è così?” domanda il capo, squadrando con disprezzo il servitore.

L’omino non risponde.

Chi c’è in casa, oltre a voi?” lo incalza il monatto.

Gli occhi incollati alla punta delle sue babbucce, l’ometto scuote la testa.

Io solo”.

E gli altri servitori” ringhia il capo.

Sono scappati in campagna due giorni fa”.

Tutti?” urla il capo, e lo afferra per le spalle, lo scrolla come una tovaglia. “ Con le loro robe?”

Tutti. Con le loro robe, sì. E anche con l’oro e l’argento del mio padrone.”

Uno dopo l’altro, i tre sputano per terra.

Che l’inferno se li pigli! Ladri maledetti!” grida il capo. Gli altri due hanno già sollevato per le ascelle il moribondo, lo tirano giù dal letto, lui geme, un lamento fievole, un fiato che taglia in due l’aria come una lama di coltello, e il dolore che ne sgorga fa rabbrividire il folletto, benché sia agosto e faccia un caldo insopportabile.

Lo trascinano verso le scale di malagrazia. I piedi del nobiluomo strisciano per terra e lui gira la testa all’indietro, a cercare aiuto.

Il capo ha aperto il cassettone: vuoto. Fruga sotto il materasso, tra le lenzuola, sotto i guanciali: niente. Bestemmia.

Andate giù anche voi” intima al servitore, e già corre nel salone, ma i mobili sono spogli, le vetrine vuote, gli arazzi e i quadri staccati dalle pareti. Sono rimasti solo gli specchi, nei quali vede correre il suo volto incupito dalla rabbia. Non ci sarà bottino.

Sulla riva sono ormeggiate due barche: sulla prima stanno i casi più gravi, gli uni addossati agli altri, chi seduto chi sdraiato chi già in agonia, in una confusione di cenci arti storpiati umori marci rantoli sfacelo; sull’altra poche persone dalle facce piangenti e spaventate. Hanno quasi tutti un fazzoletto imbevuto di aceto premuto sul naso, o un sacchettino di erbe odorose incollato alle narici.

Salite con quelli” dice il capo, indicando all’omino la seconda barca.

Voi siete solo in sospetto di peste. Farete la quarantena al Lazzaretto Nuovo, e se Dio vorrà ne uscirete con le vostre gambe e vi cercherete un altro lavoro”.

L’ometto non si muove. “Io non abbandono il mio padrone” dice, con celestiale fermezza.

Non fate stupidaggini” lo ammonisce il barcaiolo. “Dal Lazzaretto Vecchio nessuno è mai uscito vivo. Dal Lazzaretto Nuovo invece sì. Salite sull’altra barca, svelto: con l’aiuto di san Marco, di san Sebastiano e di san Rocco, magari riuscirete a campare qualche anno ancora”.

Ma con un salto l’omino è già accanto al suo padrone, sulla barca dei morenti, e gli solleva la testa, gli accarezza i capelli, “Stiamo andando a Rialto a comperare del buon pesce, signore” gli dice, e sulle labbra di ser Geronimo Zen trema un sorriso di sollievo.

Scendete da lì” abbaia il capo. “Scendete!” grida.

Ma l’ometto ha occhi e orecchie solo per ser Zen. Anche la voce è solo per lui. “Ricordate, signore, il pranzo di nozze di vostra figlia Erminia? Comprammo insieme il pesce più grosso che mai si fosse visto a Rialto, e lo feci servire in tavola intero, su un vassoio retto da quattro valletti: da un lato era lesso e dall’altro arrosto, in modo da non scontentare nessuno degli invitati…”

Ancora un fremito sulle labbra di ser Geronimo Zen. Sotto le palpebre chiuse dalla sua decennale cecità, i ricordi danzano a braccetto con i sogni. La barca dei moribondi non esiste, non esiste la mano che scioglie l’ormeggio, e neanche il piede che con un calcio la scosta dalla riva, non esiste il remo che la governa e la allontana dal palazzo irrimediabilmente perduto, non esiste il fetore della morte che viaggia con loro, incontro all’isola del Lazzaretto Vecchio.

Chi siete voi? Il suo buffone?” lo irride il barcaiolo.

L’omino non lo degna di uno sguardo. “Sapete cosa vi preparerò stasera, signore? La salsa bianca che vi piace tanto. Pesterò le mandorle spellate insieme con il pane bianco, e stempererò il composto nel succo dell’arancio amaro. Poi lo verserò in un tegame, unendovi zucchero fino e acqua di rose; metterò a cuocere e a metà cottura aggiungerò un po’ di zenzero. Vedrete che sarete contento, signore…”

Gli parla tenendo la bocca accostata all’orecchio, non ha paura del contagio, né lo disturba la smorfia di scherno stampata sulla faccia dell’uomo curvo sul remo.

Dalle case vicine la gente si affaccia alle finestre, a spiare la sventura degli altri per compiacersi della propria buona sorte. Da un terrazzino il procuratore Domenico Mocenigo sta dettando al notaio il suo testamento. Si interrompe per cercare, nella barca degli appestati, qualche volto noto: riconosce quello di Orazio Vecellio, il figlio del celebre Tiziano. Si fa un segno di croce. Poi scopre quello di ser Geronimo Zen. Ha un trasalimento, sta per gridargli addio… Ma lo gnomo è più svelto: accosta l’indice alle labbra, a intimargli di fare silenzio. E con un ammiccare dei sopraccigli, gli fa capire che bisogna salutare l’amico con la cordiale allegria dei tempi andati.

Buona passeggiata in gondola, ser Geronimo Zen!” grida il procuratore; e il moribondo muove le labbra come per rispondere che sarà bella davvero, quella gita a Rialto in compagnia del suo cuoco.

Il barcaiolo scuote la testa. “Amano così i cani” borbotta, con la sua voce buia.

E gli angeli” mormora il vecchio cieco, e l’anima gli vola via in un soffio, senza dolore.

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