Testi inediti vincitori 2007

GIOVANNI CASO

OLTRE LA SOGLIA

Anfore di silenzio mi dissetano

in quest’autunno d’ombre e solitudini

qui, dove gonfia il grembo della terra.

il seme bruno. Nuvole e pensieri

s’attardano nel cielo, come antichi

velieri erranti in cerca d’un approdo.

Accende il vespro un’ultima canzone.

Almeno un verso m’accompagni in questo

dolcissimo fluttuare, come fossi

petalo spinto al limite del cuore,

almeno un suono, fosse un frullo d’ali

o l’oro d’una spiga.

Ho voglia ancora

di un’altra luna che rincorra il cielo,

del gaudio d’una voce che ricanti

la luce dell’infanzia, ancora ho voglia

d’un focolare che riscaldi l’anima

dietro le porte dell’inverno, quando,

come un fuscello, il corpo s’abbandona.

Mi chino al solco in cerca d’un germoglio

ma so che è presto, incombe il novilunio

e ha fiori oscuri il manto della sera.

Eppure ho forza per balzare e correre

sull’alba di domani, ho forza in petto

per inseguire il vento oltre la soglia

del mio dolore.

BRUNO PICCININI

LA FEBBRE

Sale ancora la febbre e il fuoco

brucia il guanciale le lenzuola

martella sulle tempie.

Mentre sul rogo è il corpo

tu sali le scale e martella lo zoccolo

il gradino – gradino dopo gradino

il passo è pietra, suono ossuto che cade

sulla fronte mentre nel sangue entra

il fantasma del suono.

Apri la serratura squarcio nella mente,

mi porti i giornali,

il fuoco cresce, l’incendio

e il male divampa

su scala universale.

CARMELO CONSOLI

TI SCRIVO

Ti scrivo

da questo infinito cielo

parole mai dette che solo

può dire l’angelo che sognavi,

dai campi di grano dove avrei

dovuto portarti piccola spiga

da maturare, dalla casa amata,

dai sentieri segreti, in riva al mare

con te sulle spalle, sempre, come

il gigante a cui pensavi.

Ti scrivo

Da padre a figlio tutta la meraviglia

del non fatto e non detto che avevo dentro,

questa pena irrisolta per non esserti

stato accanto mago di parole;

lo so che mi chiamavi dal tuo mondo

di paure, che avresti voluto parlarmi

degli amori, dei progetti, di quella terra

nostra chiusa dentro al cuore,

per te, per tutti questi anni

parole mai dette da un padre al figlio.

Ti scrivo

da questa nuvola che non vedi

ti chiamo dopo l’infinita malattia,

adesso che ho nei polmoni tutto

il fiato che avrei voluto darti;

dicevi che ero lontano

ma ti scrivo da tanto, da allora,

da quel corridoio a mattonelle

verde chiaro del sanatorio,

da quella volta che piansi e fu l’ultima

per non averti detto quanto ti amavo.

DOMENICO LUISO

SIAMO ORE SPARSE

Siamo ore sparse, attimi in subbuglio

col petto nudo e un rosario in bocca

anagrammiamo ombre sui computer

e ci inventiamo somme senza addendi.

Sui palchi conficcati nella nebbia

legati al cappio delle avemarie

gridiamo solo acerbe geometrie

parafrasando stanche filastrocche.

E siamo damerini scalzi siamo

occhi rapaci infissi dentro il buio

bruciamo torce tra i mattoni sparsi

dell’ultima rovina dei pensieri.

Nel cielo lacerato siamo tutto,

un bricco dorato e un’anfora di gesso

un’astronave e carta di barchette

un quadro cartesiano e un amuleto.

Siamo cervelli con le porte arse

siamo finestre cigolanti siamo

storie già raccontate e messe a nuovo.

Magri di sangue ci leviamo sazi

di improbabili venti e di illusioni.

E siamo forse solo un asterisco

posto fra due parentesi e un richiamo

che ci rimanda a nota “troppo tardi”.

UGO CAPEZZALI

IL BACIO SUL MURO

Lui sulla nave

salpata da una fine

vede il porto dell’alba

e i berretti volare

e la pioggia pulire e danzare sul molo.

Ha gli occhi felici

e cerca una bocca

per cantare per gridare. E’ finita

perché ha troppo da dire

e non gli basta il cuore.

Lei per le strade del porto

tra le scorte di pane e le prime notizie

un filo di trucco e di speranza.

Ha i capelli legati

e cerca una bocca

per sapere

se può tornare a sentire il silenzio, a guardare le stelle

e tornare ragazza.

Lei lo vide in divise

lui la vide

ragazza.

Perfetti e sconosciuti.

Si trovarono le bocche.

E in quel lampo di amore totale,

di abbandono, arcobaleno,

si dissero tutto.

Tutto il mondo li vedrà in quella foto.

Loro

non si videro più.

ALESSANDRO BERTOLINO

LA MATARASSERA

Con gucia e filsela

(e ‘n tòch ed sigarèt pendent dai làver)

cusia e trapontava ij matarass:

tapiss d’amor ambotì ‘d lan-a,

nìvole d’ij seugn del borgh.

A l’avìa, ‘l magassìn, madama Gina,

pròpi darè ‘d la piòla;

con màchina da cuse, cardatrìs,

feudre, fodrette

e tut l’òn ch’a servìa:

organisà da bin.

La sèira,

con sò bib cit carettin

passava per soe care vie ‘d Vanchija

e peui, con el pesant fardel

carià ‘n sle spale,

pensava ‘ij so sagrìn

contand gradin e scale.

Me smija ‘d vedde ‘ncora,

col bèch ed le tisòire fè babòja

da la sacòcia frusta ‘d so faudal

ma l’è mach pì na cita fantasia,

na fervajetta

abandonà ‘n sla tàula ‘d la memoria,

che ‘l vent del temp,

da la mia ment,

l’è desmentiasse ‘d portè via

LORENZO MARI

DI ALCUNE DISASTROSE ATTIVITA’ ESTIVE

DEL RICEVERE CARTOLINE (ANTEFATTO)

Non è mai stato così rincuorante

ricevere cartoline come da quando mi mandi

le tue istantanee, con firme e saluti,

dal vallo di Adriano

(il confine dell’impero tutt’un muro

e tu che ci ridi, spuntando qui e là,

attraverso).

GIUSEPPE VETROMILE

IL SAPORE DEL CIELO

IL MANOVALE CAIAZZO

Avrà i suoi cinquant’anni e passa,

grinze di nulla sul volto scocciato.

Qui a Pomigliano è una vita che langue.

Manovra gelidi colli lavorando coi calli.

Al mattino trapassa i cancelli,

si muta subito in tuta, unge le rughe,

s’inguanta le mani, si chiude

nei loculi, occulta rinunce,

scartoccia fagotti, dispone pedane.

A volte, riavvolge vecchi motori

(era il suo primo mestiere).

Nel break si prepara un caffè,

circoscrive l’aroma, sorride

ma amaro, il cuore ormai

da tempo svalutato.

MARCO BALZANO

PARTICOLARI IN CONTROSENSO

Senza farsi notare l’edera ha preso coraggio

ora si abbarbica fino all’ultimo piano.

A strapparla da sotto i bambini

non la vedono più precipitare

abbandonarsi all’aria come a uno svenimento.

Tra qualche anno, quando arriverà al tetto,

proverà a misurarsi col cielo come un evento che capita a tutti

poi, lenta, ripiegherà verso il prato.

PAOLO POLVANI

I SEGNI DEL TEMPO

I segni del tempo si depositano

sulla tua pelle come una polvere dorata.

Specchiano l’adesione dei miei autunni.

Li accompagno con le punte delle dita

e non posso che amarli

come si ama l’aria.

ALESSANDRA PAGANARDI

DIARIO DAL DESERTO

I

Ieri sera, quando sono tornato a casa, Saida mi ha detto che stavolta sarà un maschio. L’ho trovata particolarmente bella con il velo color verde acqua: lei non lo dichiara, ma in tutti questi anni l’ho vista indossarlo soltanto quando era molto felice. Scherzosamente le dico sempre che con quel velo e quel sorriso rappresenta assai bene il nome che porta. Mi risponde pacatamente, senza parole, prolungando il sorriso in un’eco luminosa. In genere parliamo ben poco, io e mia moglie: forse per questo, in trentaquattro anni di conoscenza e ventisei di matrimonio, non abbiamo mai litigato neppure una volta.

Saida mi fu promessa quando aveva otto anni e io sedici. Mio padre aveva acquisito una certa agiatezza con il commercio dei profumi e con le gite dei turisti in cammello: perché qui il deserto sembra di toccarlo, ma a piedi non ci si arriva. Io ero rimasto l’unico figlio maschio. Le mie due sorelle maggiori si sono sposate prima di compiere vent’anni e sono andate a vivere in città, in un quartiere che adesso è pieno di negozi e ristoranti. L’unico fratello, più giovane di me di cinque anni, se l’era appena portato via una febbre cerebrale. Naturale che venisse scelta per me la figlia di un ricco commerciante di semi, tanto più che passava per essere una delle più belle bambine del villaggio. Suo padre non era ambulante, aveva una piccola bottega ben avviata. Sul contratto di fidanzamento scrisse che l’avrebbe venduta e avrebbe dato la metà del ricavato in dote a Saida. Gli acquirenti c’erano già: una coppia di giovani sposi che all’epoca avevano due figli piccoli. Il marito era ambulante, vendeva un po’ di tutto, e la ragazza per il momento doveva occuparsi dei figli; ma aspettava che fossero un po’ cresciuti per poter costruire un’impresa di famiglia insieme con il suo uomo.

La cessione del negozio rese molto bene. Non tutti poi sono così entusiasti all’idea a vivere in città. Dopo otto anni dalla promessa, io e Saida eravamo marito e moglie.

Ho comperato altri dieci cammelli, assunto tre nuovi cammellieri, allargato la fabbrica; ho chiamato un mastro profumiere da Assuan. Le nostre condizioni economiche sono andate sempre migliorando, anche grazie alla parsimonia e alla diligenza di Saida. La nostra casa è diventata un porto di mare. E’ a metà fra abitazione e negozio, una specie di grande salotto per tutti, pieno di profumi esposti ovunque in fiale fantasiose; la gente si siede, si trova a proprio agio e alla fine compera molto volentieri, quasi senza che glielo si chieda. Saida appare di rado, come avvolta da un mistero che non fa male. Stende la stuoia sui tavoli bassi, serve il tè, posa il vassoio con il falafel

che ha preparato dietro la tenda, come sa fare lei. Si muove con la delicatezza di un gatto e con la fedeltà di una colomba gentile. I miei genitori, che sono ormai molto anziani, si vedono ancor meno. Ma io capisco che i turisti apprezzano queste presenze silenziose, quasi spettrali: si mostrano e scompaiono, come forme di una bella donna dietro la biancheria ricamata, e sembrano dire che la casa non è di tutti, che è un dono offerto per un’ora o un giorno al ricordo di chi dovrà tornare a casa. Forse la gente non viene qui per me ma per loro, i custodi invisibili. Io intrattengo le persone, presento loro il mastro profumiere, parlo moltissimo: con le mani, con gli occhi e con l’inglese che sono riuscito a raccogliere in tutti questi anni, spesso dagli stessi turisti. S’impara e s’insegna, si consegna e si prende. Sono piuttosto basso di statura e non molto scuro di carnagione: questo rassicura le persone, mi rende simile ad un piccolo occidentale inoffensivo. Certo non faccio del male a nessuno, ma da quando entrano a quando si siedono ho già calcolato chi sono, da dove vengono, cosa vogliono da me, quanto denaro sono disposti a lasciarmi. Alcuni sono annoiati e hanno voglia di novità, di fare cose che non faranno mai più; altri sembrano portati quasi soltanto ad osservare, a riflettere, al limite a non fare assolutamente nulla. Lo capisco da come muovono gli occhi e soprattutto le mani. Non me l’ha insegnato nessuno, ma ci azzecco sempre. Sto bene attento ad offrire appena un poco di più di ciò che vorrebbero: non di meno, certo, ma neppure in eccesso. Servirebbe soltanto a confonderli e magari ad irritarli. Alcuni provengono da grandi alberghi del Cairo e sono stupiti dell’agiatezza discreta che si respira qui. Le donne, soprattutto, mi dicono spesso che da me ci si sente in famiglia.

Saida e io abbiamo avuto quattro femmine. Le prime tre sono sposate, l’ultima ha dieci anni ed è entusiasta della nuova nascita. Credo che questo evento l’abbia fatta sentire improvvisamente più grande e più sicura, quasi come se il figlio fosse suo.

Io invece mi sono sentito ancora più piccolo. Per tanti anni, ad ogni gravidanza di mia moglie, ho sperato di non dover mai allevare un figlio maschio. Non posso dirlo a nessuno: nella mia posizione, in particolare, tutti mi prenderebbero per pazzo e nessuno più si fiderebbe di me. In qualunque casa l’erede maschio è un orgoglio per il padre. Ancor meno posso dirne il motivo, che deve restare più segreto del mio disappunto.

Questa notte non ho chiuso occhio. All’alba, al momento della preghiera, ho rischiato di mancarla per lo sfinimento. Allora ho deciso. Mi sono alzato, ho pregato come se niente fosse e poi ho deciso di affidare le mie parole a questo diario. Le pagine non hanno un cuore, è vero, ma in fondo nessuno ha davvero un cuore, quando si tratta di ascoltare ciò che non si accetta e non si vorrebbe mai sentire. E se non riuscirò ad essere un buon padre, dopo la mia morte, forse, qualcuno leggerà e comprenderà; oppure, assai più probabilmente, mi condannerà come ingiusto.

II

Mio figlio non dovrà mai sapere che io sono così. Preferirei che lo sapesse chiunque altro. Fino a quattordici anni sono andato a scuola nel villaggio. Eravamo soltanto fra ragazzi e passavamo molto tempo all’aria aperta. Sono sempre stato bravo nella corsa e nella lotta e no ho mai avuto paura a salire su un cammello, neppure quando ero molto piccolo. Non avrebbe potuto essere diversamente, con il lavoro di mio padre.

C’erano ragazzi che invece avevano paura di fare molte cose e tutti li deridevano. Dicevano loro che erano femminucce e a volte li facevano piangere. L’ultimo anno, però, qualcosa è cambiato anche in questi timorosi: guardavano le ragazze un po’ più grandi, le servette che passavano svelte come cavalli con il cercine del pane sopra la testa. Loro se ne accorgevano e facevano apposta a passare proprio di lì, anche se allungavano la strada. I miei compagni, anche quelli che erano stati più paurosi, lanciavano loro piccoli sassolini e le chiamavano. Loro fingevano di spaventarsi e di cadere, ma era solo una schermaglia. Il giorno dopo sarebbero ripassate di lì senza il cercine, prima a gruppi di tre o quattro, poi da sole. E prima o poi si sarebbero fermate a parlare.

Io sapevo che sarebbe dovuto accadere anche a me ciò che accadeva ai miei compagni: quel richiamo acerbo, l’odore caldo di una donna, un limo portatore di vita che ti avvolge come una promessa, come una mancanza da colmare. Ma per me le donne erano qualcos’altro: non che ne avessi paura, al contrario. Anzi mi era facile parlare con loro, spesso i compagni mi chiedevano di fare il primo passo. “Hai la parlantina sciolta e ci sai fare”, mi dicevano. Può darsi che, per qualche dono di questa nostra bizzarra natura, ci sapessi davvero fare con le donne, come adesso ci so indubbiamente fare con gli ospiti: in fondo è soltanto una questione d’esercizio e di stile. Ma non sentivo la loro mancanza, sentivo soltanto la mia. Non avevo nessun bisogno di loro; niente mi faceva sognare in quelle curve, troppo invadenti anche sotto la galabia lunga e ampia, in quei capelli scuri e segreti, dietro la cortina impenetrabile dei veli. Quello che davvero sognavo, anche se non osavo neppure immaginarlo, era un corpo asciutto, essenziale; era il sudore agro e muschiato delle nostre corse, delle nostre risate senza misteri. Era l’errore impossibile di un altro uguale a me.

I miei passavano e facevano spesso sogni notturni, sempre interrotti molto presto: prima che potessi vedere, sapere, accettare. Spesso sognavo incontri furtivi con la fornaia, pieni d’eccitazione e di trepidazione: tutti gli umori si mettevano in moto, dalla testa alla schiena il pudore si piegava sotto il giogo del desiderio. Poi, al momento di spogliarla, la donna si trasformava come un serpente nel compagno che le aveva lanciato i sassi il giorno prima. Allora mi svegliavo, ancor prima d’essere certo di aver visto.

III

Saida arrivò molto presto, dopo quel periodo difficile. Non mi creò nessun problema; anzi, con la sua età così acerba, era perfetta per un amore soltanto a parole. Anche più tardi, quando cominciammo a vederci in casa dei suoi genitori, aveva molto pudore e diffondeva attorno a sé una bellezza non invadente, quasi severa. Tutti apprezzavano la mia cortesia e il mio saper fare. Ero davvero il marito ideale per lei.

Fu una buona cosa fidanzarmi così presto perché, dopo un periodo d’apprendistato da mio padre, cominciai subito ad imparare il suo mestiere. Lavoravo moltissimo, giorno e notte, e non pensavo più a nulla se non ad offrire alla mia futura moglie una vita degna di lei, della sua grazia e della sua educazione. Le mie sorelle rimanevano incinte a turno e venivano a trovarci con i nipoti, sempre più rotonde e più morbide. Io scherzavo con tutti, facevo salire i bambini sui cammelli. Mio padre, cominciava ad arrotolarsi su se stesso come un papiro vecchio e mi affidava i lavori più pesanti, che io poi avrei affidato ai cammellieri e ai servi. Era fiero di me, era felice che stessi prendendo il suo posto. Ho quasi finito per dimenticarmi dei miei sogni. E’ facile: basta viverli come se non appartenessero a noi, ma ad un sognatore qualsiasi. In fondo, chi può affermare che i sogni abbiano un padrone?

Con Saida mi sono trovato bene anche dopo le nozze. Il suo pudore rendeva tutto più facile e dava una parvenza di rispetto al mio disinteresse per lei in quanto donna. Posso dirle d’averla capita, non certo d’averla amata.: in fondo è molto facile comprendere, e quindi anche rispettare ciò che non si detesta, ma neppure si ama. Chissà che cosa sarebbe accaduto se avessi sfidato tutto, la nostra legge e il mio destino famigliare, per poter avere accanto un uomo. L’avrei certo amato, almeno in qualche momento, e avrei quindi rischiato di rovinare tutto. Prima o poi, uno dei due se ne sarebbe certamente andato.

La mia vita scorreva tranquilla: sognavo un sogno che non era più mio: La nostra famiglia era cresciuta ed era quasi naturale che non toccassi ormai più Saida. Qualche mese fa, però, è successo qualcosa d’imprevedibile.

Nel mese d’aprile è venuta a trovarci una famiglia francese. Ho conosciuto persone di tutti i tipi, ma sono rimasto subito colpito da loro. Dal più grande dei due ragazzi, soprattutto. Poteva sembrare uno di noi, sottile e scuro di carnagione: forse aveva qualche goccia di sangue africano nelle vene. Parlava pochissimo in un inglese perfetto, cosa rara per un ragazzo francese così giovane. Poteva avere al massimo sedici anni: la pubertà alquanto tardiva lo accompagnava senza chiasso, con la dignità di una pianta ad alto fusto, di cui non puoi conquistare l’ultimo ramo. Era molto legato alla madre, non tanto nell’atteggiamento esterno, ma per una somiglianza sorprendente dei tratti, che superando la differenza di genere diventava quasi uno strano sincronismo gestuale. Erano due facce di una moneta e si aveva quasi l’impressione che lo stesso pensiero si fosse incarnato in due menti, o che una specie di calamita animale attirasse entrambi in una sola direzione: non per caso, ma necessariamente. Erano la stessa vita con in mezzo una pausa, una storia.

Per le due ore in cui si sono fermati qui, prima di salutarmi e passare dai cammellieri per il giro turistico, io ho parlato come sempre, ho presentato loro il mastro profumiere, ho sorriso e aspettato il té di Saida. Ma più i minuti passavano, più sentivo che il sogno spodestato ritornava lentamente mio. Non mi sono mai sentito così sorpreso e così felice. Gli occhi del ragazzo, gli stessi occhi grandi e profondi della madre, esploravano la stanza come se volessero parlare con tutti i custodi vivi e morti della casa, con tutti i fantasmi e le parvenze che apparivano e scomparivano. Non riuscivo a guardarlo e neppure a non guardarlo. Non ho fatto niente d’illecito o di strano, se non fosse versargli il tè una volta in più rispetto agli altri, o tacere un istante quando roteava lo sguardo in tondo, come fosse un sole accelerato. Ma qualcosa era cambiato in me. Mi sentivo infinitamente grato ai miei genitori, alle mie figlie, a Saida, per essere stati involontari tutori del mio sogno senza rubarlo.

Ci salutammo tutti. Il ragazzo uscì dopo gli altri membri della famiglia, attardandosi un istante di più per sistemarsi il giubbotto. Io stavo ritornando verso la cucina, ma non potei fare a meno di voltarmi per seguirlo un ultima volta con lo sguardo. Lo vidi aprire la porta e, altrettanto irragionevolmente, volgersi indietro verso di me. Ci siamo guardati per un solo istante, credo di averlo salutato con un gesto goffo della mano, prima che il suo incarnato olivastro tradisse un raro rossore. Poi la porta si è rinchiusa. Non lo rivedrò mai più. Spero che qualcuno sappia custodire il suo sogno senza impadronirsene, com’è accaduto per me.

Quella notte mi sono avvicinato a Saida dopo molto tempo; abbiamo concepito questo figlio, che ora cresce in lei e che mi fa tanta paura. Ho paura che possa somigliare a me, al ragazzo francese, a tutti coloro che hanno sbagliato sogno. Ho paura di non sapergli insegnare ad essere un vero uomo, io che per tutta la vita sono riuscito a fingerlo così bene.

STEFANO BORGHI

FARFALLE

Guarda che spettacolo” dice Chenda, posando il secchio colmo di pesce ancora guizzante pescato al fiume. Mentre guarda all’insu’ si leva il copricapo e con un fazzoletto rosso si asciuga il sudore. Il cielo è pieno di farfalle. Non sono certo una rarità da queste parti, ma in questa stagione diventano migliaia. Chenda è mia sorella; mi metto al suo fianco e osservo anch’io. Il cielo è oscurato da una miriade di puntini colorati, ce ne sono davvero tante e di tutti i colori. Grosse farfalle Monarca dalle ali arancio e nero ricoprono completamente alberi di Jacaranda e i loro fiori color lavanda per deporre le uova; altre, più piccole e color turchese, volano radenti ai prati, in un movimento irregolare e incessante. Ve ne sono alcune enormi, con trame gialle che spiccano sulle grandi ali. Non è la prima volta che vedo uno spettacolo così, ma non posso fare a meno di restarne rapito e, anche se il sole picchia forte e il caldo umido che genera ti appiccica i vestiti alla pelle, resto volentieri immobile, a farmi cuocere il cervello in mezzo al sentiero che non ha riparo dal sole, pur di osservare questa meraviglia.

Chenda guarda senza dire una parola, poi riprende il suo carico e si rimette in marcia con la testa bassa. Mi metto in marcia anch’io senza dire nulla, non sarebbe il momento; so a cosa pensa Chenda. Pensa a Sov, il suo bimbo, mio nipote, scomparso a soli sei anni. Sov era quel che si dice un bel bambino. Sorriso che ti compra e occhi che sanno farsi perdonare qualsiasi cosa. Aveva solo sei anni quando accadde il fatto ed era un giorno come questo.

Uno di quei giorni dove in cielo ci sono milioni di farfalle. Sov aveva un’autentica passione per le farfalle; ne aveva fatte a decine, ritagliandole da fogli di carta colorata, e le aveva appese vicino al suo letto. Uno dei suoi passatempi preferiti era rincorrerle. Correva per ore e come facessero quelle sue gambette esili come stuzzicadenti a sorreggerlo per così tanto tempo era un mistero.

Aveva imparato a stare fermo immobile, in mezzo ai fiori; anzi, ne raccoglieva alcuni e le farfalle finivano per posarsi su di lui. Gli camminavano sulle braccia, sul volto, solleticandolo con le loro zampette. Quando accadeva era il bambino più felice del mondo e alla sera non faceva altro che raccontare ai suoi genitori e al fratello quante farfalle aveva avuto addosso e come le aveva chiamate. Era incredibile, Sov.

Per quanto le desiderasse, si limitava a catturarle con un retino e osservarle, per poi lasciarle andare. Il nonno gli aveva spiegato che, se avesse toccato le ali, le avrebbe danneggiate irrimediabilmente e sarebbero potute morire. Il piccolo si guardava bene dal farlo.

La farfalla che trovò in un prato quel giorno, però, era a terra, come morta; non si muoveva, non volava. Probabilmente il bimbo pensò di prenderla per vedere se poteva fare qualcosa per lei. Sov non sapeva, non poteva sapere, che quella che aveva tra le mani era una mina. Ve ne sono moltissime da noi, e molto sono fatte a forma di farfalla; alcuni modelli sono persino colorati. Vengono lanciate dagli aerei e planano ovunque. Gli adulti e i ragazzi più grandi non ci cascano più e le evitano, ma i bambini più piccoli… Non scoppiano subito, nella maggior parte dei casi bisogna raccoglierle e muovere le ali. Alcuni riescono persino a portarsele a casa o mostrarle ad altri bimbi. Sov non la mostrò a nessuno: la tenne per sé, e mosse quelle ali. Probabilmente voleva aiutarla a volare, voleva vederla prendere vita. Ma non ci fu nulla da fare, né per lui, né per la farfalla.

Ero poco distante quando lo scoppio mi fece saltare il cuore in gola. In pochi secondi raggiunsi Sov, che si trovava a terra, immobile, avvolto in una nuvola di fumo.

Non aveva più le mani e metà del suo bel viso si era dissolto in una macchia di sangue. Guardava il cielo dall’unico occhio rimasto e non diceva niente, non si lamentava, non piangeva.

Non lo fece nemmeno quando lo caricammo sul camion, che sobbalzava paurosamente ad ogni buca, sballottandolo qua e là, per una corsa che pareva non avere fine.

Arrivò all’ospedale in condizioni disperate e, quando sua madre parlando e piangendo gli chiese se sentiva male e cosa poteva fare per lui, l’unica cosa che riuscimmo a capire del suo delirio fu la parola farfalla. Morì poco dopo.

Molti, ricordandolo e prendendo ad esempio altri sopravvissuti, dicono che è stato meglio così: un mutilato semicieco non ha un bel futuro qui da noi.

Quando sento questi discorsi non dico niente, preferisco andarmene. Sono passati due anni da quel giorno. Ogni volta che sento uno scoppio o vedo una farfalla penso a Sov. Me lo vedo davanti. Con quel sorriso che ti compra e quegli occhi che sanno farsi perdonare qualsiasi cosa. Me lo sogno di notte, mi viene incontro senza mani e mi dice “Mi dispiace”. Mi sveglio che ho i brividi. Vorrei urlargli di non essere triste, che non è colpa sua, ma la voce mi muore in gola. Poi non riesco più a prendere sonno. Oggi è festa, è il compleanno del Re; festeggeremo per tre giorni, come prevede la legge. Siamo tutti riuniti e per l’occasione le donne hanno preparato un ricco pasto. C’è carne cotta nel latte di cocco,riso, pesce secco, insalata di mango, frutta e the speziato in abbondanza.

Ho mangiato pochissimo. Ho promesso a mia sorella che l’avrei accompagnata al cimitero a far visita al piccolo Sov. Il solo pensiero mi ha chiuso lo stomaco. Solo adesso, che sono qui, sulla sua tomba, provo un po’ di sollievo. Da dove si trova credo che possa vederci, che sia contento di trovarci qui e che sorrida.

Sarà perché sui fiori che abbiamo deposto per lui si sono posate decine di farfalle.

GIANNI DARCONZA

DELL’AMORE E ALTRI INCUBI

Mezzanotte passata. Non riuscivo ancora a dimenticare quei profondi occhi tristi. Sdraiato sul mio letto senza neanche disfare le lenzuola, cercavo di penetrare la fitta oscurità della mia camera per arrivare a scorgerne la fine nei contorni rassicuranti di un soffitto. Le mani dietro la nuca, il mio corpo cercava di convincere la mente a staccare temporaneamente le terminazioni nervose per concedersi un meritato riposo dopo una giornata tanto intensa.

L’avevo vista per la prima volta quello stesso pomeriggio di una fredda giornata d’inverno. Una di quelle giornate che mi convincono del fatto che anche l’essere umano dovrebbe andare in letargo fino al risveglio della natura. Non so esattamente a che cosa stavo pensando quando i miei occhi incrociarono quelli suoi. Stavamo aspettando lo stesso autobus e io, nel vento gelido di un clima siberiano, speravo che l’autobus non arrivasse.

Aveva occhi intensi e scuri che parevano guardare il mondo con l’innocenza e la curiosità di un bambino nei suoi primi anni di vita. L’elegante forma degli occhi, le lunghissime ciglia nere e le graziose e sottili sopracciglia ricurve ad arco conferivano al viso l’eleganza di una fiera gazzella. Bianco purissimo il viso, come una statua marmorea scolpita da un artista mai esistito. Rimasi ipnotizzato da tanta bellezza. Impossibile staccare il mio sguardo da lei. La sua figura sinuosa e seducente aveva occupato ormai l’intero orizzonte. Il mondo era scomparso. Il tempo solo un lontano ricordo.

Non mi accorsi neppure quando l’autobus giunse e silenziosamente si fermò davanti a noi. Tutto ciò che feci fu di seguirla quando lei salì. Il bus era affollato, come sempre nelle ore di punta. Fui sospinto da un angelo verso il suo corpo sensuale e mi riempii completamente del suo profumo. Sapeva di grazia e determinazione. La mia mano sinistra sfiorò morbidamente la pelle vellutata della sua piccola mano. Sentivo chiaramente anche in mezzo alla folla ignota il ritmico respiro che proveniva dal suo naso incantevole. Cercai di sincronizzare il mio respiro con il suo affinché si fondessero in un suono solo, una sola melodia. Impossibile. Il mio ritmo era troppo veloce. Cercai un respiro lungo. Profondo… Mi fu spezzato da uno spintone della folla che mi fece perdere per un attimo l’equilibrio. L’autobus era ripartito.

Mi chiedevo a che cosa stesse pensando. I suoi occhi meravigliosi si erano persi nel vuoto e la sua mente sondava mondi lontani anni luce dal mio. Avrei voluto conoscere anch’io quei mondi. Anche per poco. Poi, improvvisamente, come richiamata dal mio sguardo insistente, ritornò nel mio mondo. La guardai. Volse via lo sguardo. Quanto avrei voluto sapere se lei mi trovava attraente almeno la metà di quanto la trovassi io. Il mio cuore cominciò a martellare velocemente, come impazzito. La gola si gonfiava e si sgonfiava seguendo il ritmo delle pulsazioni. Il respiro si fece silenzioso. Temeva evidentemente di rivelare i miei sentimenti agli altri. Quanto più mi immergevo nei suoi letali occhi color oblio, tanto più forte era per lei la tentazione di guardare nei miei e tanto più cresceva il disagio fra noi. E quanto più i nostri occhi si incrociavano, tanto più cresceva in me il desiderio di conoscerla, parlarle, trovare un pretesto, anche banale, per iniziare una conversazione. Ma la folla mi era ostile. Se solo avessi potuto farla sparire in un istante a un mio comando…. Sentivo, attraverso quel dolce sguardo, di avere qualche possibilità su quella splendida visione. Ma non ne ero sicuro. Un rifiuto sarebbe stato più doloroso del silenzio. Perciò esitai… Quel che seguì accadde così repentinamente da non lasciarmi neppure il tempo di rendermi conto di quel che stava capitando. L’autobus si arrestò. La sua fermata. Scese lentamente e una volta toccato il marciapiede si voltò lanciando un ultimo sguardo verso di me. Ebbi l’impressione che i suoi occhi tristi mi implorassero di fermarla per prolungare quell’intenso, magico momento. Un tacito invito che mi implorava di scendere ad una fermata che non era la mia. O forse lo era e non l’avevo riconosciuta. Non so se per paura o per orgoglio la lasciai andare via. Non riuscii a chiamarla né a trattenerla. Il destino ripartì inesorabile e pagai cara la mia esitazione. Dietro i vetri appannati la sua figura stette lì, immobile, per un momento che mi parve eterno. Un dolore mi trafisse, come un taglio dentro il cuore. Come sempre succedeva nel vedere una ragazza che mi piaceva ad un’altra fermata in questo mondo troppo grande. La splendida visione si allontanò lentamente, elegantemente, senza più voltarsi. Lasciò nella mia mente la dolce fragranza di un profumo che non avrei scordato più…

Sdraiato sul mio letto, me ne stavo con le mani dietro la nuca accerchiato dal silenzio più assoluto. Sentivo la sua mancanza e, con gli occhi aperti, sognavo un passato diverso in cui le mie mani andavano leggere ad accarezzare i suoi soffici capelli neri, il mio corpo si stringeva dolcemente alle sue curve sinuose e la mia bocca baciava teneramente le sue labbra immortali. Ero convinto che non sarei riuscito ad addormentarmi quella notte. Il ricordo dolce e malinconico dei suoi occhi che mi imploravano di fermarla tornava come un’ossessione a torturarmi. Quegli occhi intensi e pieni di amarezza erano gli unici miei compagni nella mia oasi di tristezza. Ma quello era stato un giorno molto duro per me. Il mio corpo, più stanco di quanto avessi immaginato, ebbe il sopravvento sulla mente. Un sonno profondo mi colse proprio quando ormai non l’aspettavo più.

Quando riaprii gli occhi mi ritrovai in un posto bellissimo che non avevo mai veduto prima. Ero nel centro di un piccolo parco verdeggiante in una splendida città soleggiata. La prima cosa che notai di quel luogo era che in quella strana città tutto era incredibilmente silenzioso. Non si udivano voci, eppure una marea di gente affollava i marciapiedi correndo e affrettandosi in ogni direzione come formiche impazzite. Non rumori, eppure fiumi di macchine, camion e autobus scorrevano incessantemente avanti e indietro lungo le strade. Ero diventato sordo, oppure laddove mi trovavo le orecchie avevano una funzione puramente estetica?

Non tardai molto a capire la ragione di quel silenzio. In quella città la gente non parlava attraverso le onde sonore. Al posto delle parole le loro bocche producevano fumetti tridimensionali che si fermavano a galleggiare sopra le loro teste. Mi chiesi in quale luogo fossi mai capitato e nello stesso momento in cui lo pensai una nuvoletta uscì dalla mia testa e si fermò a mezz’aria poco sopra di me. Alzai lo sguardo e vidi scritto all’interno il mio pensiero. Sorrisi divertito da quella buffa apparizione. Volli tentare di parlare per chiedere ad uno dei passanti quale città fosse mai quella. Non un filo di voce uscì dalla mia bocca. Invece produssi un altro fumetto tridimensionale che leggero andò a sostituirsi a quello precedente e nel quale ancora una volta era impresso il mio desiderio.

Vidi una marea di fumetti sovrastare le teste di tutti i passanti, fumetti che riportavano frammenti di discorso, idee, pensieri e persino immagini. Alcuni di essi apparivano per periodi brevissimi, poiché venivano cancellati o inglobati immediatamente da altri. Non riuscii a trattenermi dal ridere e simultaneamente una nuvoletta apparve sopra di me recando la scritta: “Ah! Ah! Ah”. Non avrei mai immaginato di ridere così male.

Mi ci volle un po’ di tempo per abituarmi a quella nuova forma di comunicazione. Era un’esperienza divertente quella di leggere i pensieri altrui. Tutto ciò poteva avere i suoi lati positivi. In quella città doveva ben essere difficile avere un segreto, perché ci si sarebbe traditi immediatamente. Nella consapevolezza di non riuscire a tenere un pensiero magari incriminante, la gente sarebbe stata meno propensa nel tentare atti di violenza o altri generi di crimini.

Mi misi in marcia tra la folla e mi resi conto molto presto che era troppo difficile cercare di leggere i fumetti delle persone che stavano intorno a me. La via principale era così affollata che le nuvolette si compenetravano le une nelle altre, disperdendosi e spesso confondendosi tra di loro, fino a formare talvolta un megafumetto collettivo pieno di frammenti di notizie, sogni, idee che non si sapeva più bene a chi appartenessero, se alla mente di singoli individui oppure al prodotto della commistione generata dall’intensa vita di relazione di quella moltitudine di menti in lavorio frenetico. Ben presto cominciai a sentirmi la testa pesante e sentii il bisogno di isolarmi dalla gente. Non riuscivo neanche più ad isolare i miei pensieri in mezzo a quelli degli altri.

Voltai al primo incrocio e poi ancora ad un paio di altri, incamminandomi in una serie di vie secondarie, molto meno gremite della prima. Nell’ultima via in cui entrai era molto più facile distinguere i vari fumetti dagli altri poiché si mantenevano a distanza sufficiente per non essere inglobati dalla prepotenza altrui. Guardai sopra la mia testa e, confortato, rividi i fumetti generati dalla mia mente intatti. Mi fermai un momento per riprendere fiato e decidere che cosa avrei fatto in seguito. Parlare a quel modo non era certo facile per me che non vi ero abituato. Costava una fatica enorme. O forse erano state tutte quelle nuvolette nella via principale a creare quella sensazione di nausea in me. Però a poco a poco mi stava passando.

Sentii una mano appoggiarsi sulla mia spalla, da dietro, che mi fece sobbalzare allarmato. Non avevo sentito nessuno avvicinarsi. Poi ci ripensai. Come potevo sentire rumori in quella città senza suoni? Mi voltai e vidi un uomo di mezz’età che muoveva la bocca senza produrre parole. Alzai lo sguardo (cominciavo ad abituarmici ormai) e lessi nel fumetto che il signore mi offriva il suo aiuto poiché aveva letto in uno degli ultimi fumetti che avevo generato che non sapevo dove andare. Approfittai della sua gentilezza spiegandogli che ero uno straniero e chiedendogli in che città fossi capitato e per quale misterioso prodigio avessero sviluppato un sistema di comunicazione simile.

L’uomo, stupito dalle mie domande, cominciò a parlarmi con il tono (che indovinai dalle scritte nei suoi fumetti) di chi sta spiegando pazientemente le cose della vita ad un bambino ingenuo. Disse che ci trovavamo a Bubbleland e che in quella regione, a sua memoria e detta di tutti i libri di storia, si era sempre comunicato a quel modo. Vi erano altri tipi di codice, certo, però quello attraverso le bubbles, come le chiamava lui, si era rivelato di gran lunga il più pratico ed efficiente. Gli dissi che era certamente un modo molto comodo per esprimere, oltre alle parole vere e proprie, anche pensieri, idee, sogni. Quanto avrebbe dato Freud per essere lì..

In quell’istante il signore cambiò improvvisamente atteggiamento. Da persona estremamente cordiale divenne burbero e scorbutico, senza un motivo apparente. Mi disse che ero maleducato, che ero peggio di un bambino e totalmente incapace di controllare i miei pensieri. Gli chiesi che cosa avevo fatto e mi disse che avrei trovato la risposta proprio sopra la mia testa. Nel fumetto che costantemente ormai aleggiava sopra di me, vi era un naso dalle dimensioni abnormi in un viso che assomigliava a quello dell’uomo che avevo di fronte. Evidentemente il mio inconscio aveva lavorato, mentre il mio interlocutore mi stava parlando, nell’ingrandire il suo naso, che non era proprio piccolo, fino ad ingigantirlo in modo spropositato. L’uomo se ne andò insultandomi mentre io rimasi a bocca aperta cercando di pensare a qualcosa d’altro per cancellare quell’ultimo pensiero. Non era certo facile controllare i pensieri come lo era con le parole.

Ripresi il mio cammino tra le vie secondarie di Bubblelend, dimenticandomi ben presto della mia piccola disavventura. Ero curioso di scoprire i segreti altrui e dunque procedevo con la testa rivolta verso l’alto nel tentativo di leggere quanto più potevo. Solo a tratti, quando mi trovavo a percorrere delle zone isolate, abbassavo la testa e cercavo di memorizzare gli edifici per tornare eventualmente indietro da dove ero venuto se mi fossi perso.

Fu in quell’istante che incrociai una donna bellissima, il cui vestito rosso attillato metteva in notevole risalto le curve perfette. La fissai per un attimo, come sempre facevo quando una bella ragazza mi passava vicino. La sua reazione fu del tutto inaspettata. Tutto ad un tratto si fece rossa in viso e si mise a chiamare immediatamente aiuto (naturalmente con un fumetto). Due poliziotti giganteschi, due autentici colossi, accorsero in un baleno verso di me e mi afferrarono per le braccia prima ancora che mi rendessi conto di ciò che stava accadendo.

Che cosa avevo fatto? Perché quelle guardie ce l’avevano con me? Mi venne un sospetto. Alzai lo sguardo sopra la mia testa e vidi il fumetto che la mia mente aveva generato. In esso vi era l’esatta riproduzione della donna che avevo appena incrociato, solo che era completamente nuda. Nel mio inconscio avevo spogliato quella bellezza dei suoi abiti provocanti. Non avevo mai provato tanta vergogna in vita mia.

I poliziotti intrappolarono il fumetto in una sfera di cristallo opaco, prima che io avessi il tempo di sopprimerlo o di sostituirlo con un altro. Una nuvoletta apparve dalla bocca di uno di loro e mi intimò di seguirli, perché ero in stato di arresto per pensieri osceni in luogo pubblico.

Preso dal panico, pensai di svignarmela, ma, ahimè, i miei pensieri mi tradirono un’altra volta, rivelando alle guardie le mie intenzioni ancor prima che decidessi di attuarle. I due gorilla in uniforme si arrabbiarono della mia idea di fuggire a tal punto, che mi stesero per terra con la forza e, sotto lo sguardo atterrito della donna in rosso, presero a colpirmi a bastonate e a calci con tanta di quella violenza, che mi misi a urlare per il dolore. Chiusi gli occhi istintivamente nella speranza che con la vista scomparisse anche il dolore delle percosse. Li implorai di smettere, che non avrei opposto resistenza. Non avrei più tentato la fuga. Ma non mi ascoltavano. Tra le mie lacrime e le urla di disperazione, continuarono a bastonarmi, e pensai che mi avrebbero ucciso…

Quando riaprii gli occhi mi guardai attorno e non vidi che buio. Mossi a tentoni la mia mano che guidata dalla memoria riuscì a trovare l’interruttore della luce. L’accesi. Riconobbi le familiari pareti della mia stanza. Respiravo affannosamente ed ero madido di sudore. Mi imposi di calmarmi. Ci riuscii.. lentamente. Il respiro si fece più lungo e regolare.

Quando mi fui calmato in maniera ragionevole mi alzai dal letto e scoprii di non essermi neppure tolto i vestiti che avevo indossato per l’ufficio. Avevo sete. Andai in cucina, aprii il frigorifero e mi versai del succo d’arancia in un bicchiere. Tornai con il bicchiere nella stanza e mi sedetti sul letto.

Sorrisi mentre sorseggiavo lentamente il contenuto acre del bicchiere. Sorrisi pensando che forse in quel preciso istante la ragazza che avevo incontrato sull’autobus stava cercando di immaginare che cosa avevo pensato di lei quando l’avevo guardata negli occhi quel pomeriggio. Sorrisi perché sapevo che non lo avrebbe mai saputo con certezza.

MARIA FRANCESCA GIOVELLI

LE MANICHE DEL GREMBIULE

Mio padre faceva l’ortolano: vendeva i prodotti del nostro piccolo campo, zucche e peperoni, cardi, insalata e cicoria, a seconda delle stagioni, prima ai Tedeschi e poi agli Americani, ma anche agli sfollati che in quell’anno arrivavano a ondate dalla città, ormai devastata e martoriata da bombe straniere. Frotte di uomini malvestiti, donne paesane e uomini in divisa si ritrovavano sotto il pergolato, davanti alle casse di legno che contenevano quel semplice e poco diversificato raccolto, appena partorito dalla terra, oppure davanti alla bilancia arrugginita posta, coi suoi pesi, in bella vista nel cortile. Quell’estate vendevano pere cotte: “Tre pere cotte due etti e mezzo”. Era sempre quello il peso, si sarebbero potute vendere persino ad occhi chiusi, senza verificare; quel prodotto era un modo per accontentare, con pochissimi soldi, chi non aveva più una casa, una cucina o un fornello, ma solo bocche di bambini da sfamare e una magrezza pallida e smunta, velata da abiti sempre larghi, o distratta da fazzoletti scoloriti, legati con noncuranza sul capo.

Nei mesi in cui la scuola elementare era chiusa, mi alzavo alle sei del mattino; il mio compito era riempire le casse sull’aia, legare ordinatamente mazzi di cicoria o insalata e lavare la verdura destinata al mercato: poco dopo mio padre sarebbe partito con il calesse verso ciò che rimaneva del mercato rionale della città, dove lo attendeva un banco per la vendita della verdura; mio fratello già stava nel campo da una buona mezz’ora a cogliere ciò che sempre la terra donava, come ricompensa alle cure continue, attente e meticolose che per tutto l’anno le dedicavamo. Così anch’io contribuivo al lavorio incessante che caratterizzava la mia casa, dove peraltro, fortunatamente, non avevo mai conosciuto la fame. Verdura in abbondanza regnava sulla nostra tavola, di quella di seconda scelta, se così si poteva chiamare; uova, pane fatto in casa e frutta di stagione, anche pere, ma solo quelle un po’ ammaccate o bollate di marcio, e solo crude, quelle cotte le vendevamo.

L’enorme paiolo sull’aia fumava sempre; c’era stata abbondanza di pere quell’anno, a scapito della miseria che, diventata quasi inoppugnabile, regnava d’intorno: e giù nell’acqua bollente cassette di quel frutto che, poco dopo, emanava un vapore dolciastro e piacevole che si sprigionava con tutta la sua intensità, ogni qualvolta sollevavo il coperchio di quel pentolone ammaccato e un po’ annerito, anche lui protagonista di una sua guerra, in minore, fatta di troppi fuochi e di rosse e reiterate cotture.

Un giorno capitò a comprare le pere una bambina; la conoscevo appena, avrà avuto un anno, forse due meno di me. In casa dicevano che la sua era una famiglia poverissima e molto numerosa, che viveva solo con lo stipendio del padre, perché i bambini erano ancora tutti molto piccoli e gli anni di guerra non avevano certo favorito quella, come molte altre situazioni familiari. Tre pere cotte due etti e mezzo: il peso, il prezzo, sempre il medesimo. Non aveva denaro con sé e segnai, ordinatamente come mi avevano insegnato, il conto su un registro ad uso domestico e di fabbricazione casalinga, dove lessi distrattamente quel giorno, sotto lo stesso nominativo, una lunga fila di cifre a comporre una somma non ancora saldata, di cui peraltro nessuno nella mia casa aveva mai parlato o reclamato il pagamento.

La bambina, di cui non ricordo il nome ma i cui occhi hanno lasciato un segno incancellabile nella mia memoria, mi guardava con aria quasi di diffidenza, rimarcando così in modo ancora più deciso i ruoli, inadeguati per l’età, che ci erano stati assegnati dalle situazioni e dai tempi. Scambiammo pochissime parole; io pesavo le pere, maneggiando con una certa sicurezza la bilancia arrugginita, lei rimaneva appena in disparte, quasi non volesse disturbare il compito sicuramente importante che stavo svolgendo con serietà e diligenza. Quando ebbe in mano il cartoccio che conteneva quella piccola spesa, salutando educatamente si allontanò, oltre il cortile, in modo quasi fulmineo. La seguì con lo sguardo e vidi la sua figura esile e nera sparire all’orizzonte, oltre l’ultimo tratto dritto di strada, laggiù dove casupole e portici maltenuti erano il riparo degli sfollati e di tutta quella gente povera che la guerra aveva segnato davvero. Solo allora, quando ormai la sua sagoma, era sparita definitivamente dalla mia vista, rividi col pensiero e per un solo istante la sua figura e mi accorsi del suo abbigliamento. Si trattava inequivocabilmente di un grembiule; un grembiulino nero col colletto bianco di semplice fattura lungo fino alle ginocchia, di quelli che si usavano a scuola trasformato, al momento, per quella stagione e sulla spinta delle ristrettezze, in un vestitino estivo mediante un taglio netto alle maniche, di cui stranamente conservo esattamente il ricordo dei particolari delle bordature e delle rifiniture, eseguite con capacità e precisione. Non mi sembrò tanto strano però quel capo indossato a quel modo da quella ragazzetta magra e schiva, né mi domandai, al momento, come tre sole pere cotte avessero potuto soddisfare la sua famiglia così numerosa; l’età, la situazione, l’abitudine precoce ad agire a cui ero stata avviata mi distoglievano, forse fortunatamente, da qualsiasi tipo di riflessione sulla realtà che stavo vivendo.

Ricompariva ogni tanto, riconoscibilissima nel suo grembiulino nero, sempre lo stesso senza maniche, a comprare le pere cotte o una modesta quantità di qualche altro prodotto della nostra terra. Salutava, faceva il suo ordine, rimaneva in silenzio durante tutte le operazioni della vendita, poi ringraziava e immediatamente dopo spariva, stringendo tra le mani come una conquista quel suo fagotto avvoltolato.

Così trascorse l’estate e ritornò anche il momento del rientro a scuola: non potevo più dedicarmi alle mie attività e quasi me ne dispiacevo, non avevo mai avuto infatti una predilezione assoluta per lo studio e la scuola in generale. Folle di bambini malvestiti arrivavano, mi sembrava, da ogni dove, in gruppi rumorosi che ingombravano le vie del paese e i sentieri delle campagne circostanti. Nella mia classe eravamo una quarantina, stipati e silenziosi riverenti e vergognosi di fronte all’autorità dell’insegnante che ci ordinava di eseguire esercizi e operazioni matematiche o ci assegnava composizioni che svolgevamo senza battere ciglio o senza distrarci minimamente da ciò che stavamo facendo. E fu così che solo il terzo o il quarto giorno dopo il rientro a scuola, quando il maestro chiamò alla lavagna una compagna riconobbi, anche se la figura mi volgeva le spalle, un grembiulino nero, dalla tinta lievemente ingrigita, su cui spiccavano vistosamente due maniche dal colore più scuro, evidentemente ricucite, affinché il capo potesse andare bene per la nuova funzione cui era stato destinato. Sicuramente nessuno ci fece caso nel marasma di quei mille altri cenci indossati allora dai bambini, troppo lunghi o troppo corti, troppo stretti o riaggiustati e comunque nella quasi totalità dei casi riadattati più volte a seconda delle nuove situazioni in cui venivano indossati, ma per me fu una sorta di rivelazione, dolorosa di una realtà che non avevo compreso prima in tutta la sua compiutezza. Abbassai per la prima volta lo sguardo di fronte alla risposta che mi era stata offerta e imparai solo quel giorno a fermarmi a guardare, cominciando dal punto esatto in cui gli occhi non possono più vedere.

BRUNO BIANCO

L’ULTIMA DECISIONE
  • Allora Nina, vuoi sbrigarti? –

Franca la stava chiamando davanti ai cancelli; con quelle parole, quelle stesse parole che usava suo padre.

  • Allora Nina, vuoi sbrigarti?-

Quando doveva andare a fare la legna e quando c’era la camicia da rammendare; così i suoi quattro fratelli, quando aspettavano di essere serviti al tavolo e quando chiamavano in cortile per farsi portare qualunque cosa servisse per i lavori di tutti i giorni.

E Nina si sbrigava sempre; dalle sei del mattino fino alle dieci di sera. L’unica donna in mezzo a cinque uomini poteva solo alzarsi alle sei del mattino e coricarsi alle dieci di sera, dopo aver pensato al pranzo, alla cena, al bucato, alla terra, alla legna e alle bestie. Vita di montagna; lavoro, lavoro e ancora lavoro. E il portafoglio sempre in mano agli uomini. Lo sapevi che quel portafoglio era sempre troppo leggero perché in quelle terre si lavorava davvero per poco; ma quel poco stava nel portafoglio e il portafoglio stava nelle tasche dei pantaloni, i pantaloni degli uomini. Quando c’era ancora sua madre era diverso; perché sua madre sapeva come tenerli tutti in riga e se come ogni moglie anche lei faceva la serva, il padre però sbraitava meno, i fratelli stavano al loro posto e il portafoglio, quello usciva dalla tasca del padre qualche volta in più.

  • Allora Nina, vuoi sbrigarti? –

Quando ammazzavano il maiale e toccava a lei correre con il secchiello in mano, a sistemare la carne, a tenere lontano il cane.

  • Allora Nina, vuoi sbrigarti? –

Quando con il rastrello doveva radunare il fieno mentre gli uomini con il forcone caricavano il carro.

  • Allora Nina, vuoi sbrigarti? –

Quando a pranzo doveva portare la pentola, il pintone, i bicchieri e qualunque altra cosa mancasse; perché gli uomini si sedevano a tavola non si alzavano per niente al mondo se non alla fine del pranzo. Almeno durante la giornata quando restava da sola in casa, la fatica c’era lo stesso, ma nessuno le diceva di sbrigarsi. Come quando andava a fare il bucato al ruscello. Da una parte quello era il mestiere che odiava di più perché arrivava a casa con la schiena a pezzi e le braccia che non avevano nemmeno più la forza di reggere la pentola dall’acqua del cane; però almeno con le altre donne si facevano volentieri due ciance e si spettegolava su chi non c’era, ben sapendo che quando non c’eri tu avrebbero spettegolato su di te. Quella che preferiva era Ginota, l’anziana del gruppo, ma con più energia di tante giovani; ogni volta Ginota le si metteva vicino, la prendeva da sola, si faceva seria e le faceva sempre lo stesso discorso.

  • Ti devi trovare un marito e anche in fretta.-

  • Ma perché devo prendermi un marito, posso anche stare da maritare; in paese non sono mica l’unica da maritare. –

  • Nina, Nina, ne devi capire di cose. Te l’ho detto mille volte che c’è una bella differenza tra te e le altre che non si maritano; primo, tu sei bella e secondo tu vivi da sola in mezzo a cinque uomini. –

Nina faceva sempre per interrompere il discorso, ma Ginota non la mollava.

  • Tu sei la più bella ragazza del paese; non far finta di niente che sei capace a guardarti allo specchio, con quella faccia liscia e pulita che sembri una di città e un corpo come quelle fanno il cinema. Una come te se lo può anche scegliere il marito; ma se non lo scegli tu, finisce che a forza di vederti passare qualcun altro sceglie te e credimi è molto peggio. –

  • Sono sempre stata capace a difendermi! – le rispondeva quasi urlando.

  • Brava, continua a difenderti da tutti; così finisci per restare tutta la vita a far da serva a cinque uomini e quando i tuoi fratelli si sposeranno farai da serva anche alle loro mogli. –

Gli diceva così tutte le settimane, finché una volta Nina aveva perso la pazienza.

  • Ascoltami bene Ginota. Se devo scegliere tra fare la serva a un marito oppure farla a un padre, quattro fratelli e altrettanto cognate, allora scelgo il padre, i fratelli e le cognate; dovrò lavare, cucinare, pulire e rammendare, ma almeno mi evito di avere uno con il fiato che puzza di vino che si corica nel letto, per qualche minuto respira il suo piacere vicino al mio orecchio, poi si gira dall’altra parte e si addormenta fino al mattino dopo. –

Ginota era rimasta in silenzio ad ascoltare, poi aveva fatto su il bucato e non si era più voltata neanche quando Nina le aveva chiesto scusa dicendole che non le voleva mancare di rispetto; da allora però trovarsi un marito Ginota non glielo aveva più detto.

E dire che aveva ragione perché in paese erano in tanti a metterle gli occhi addosso. Per gli uomini in cerca di moglie, Nina era quanto di meglio potessero volere; bella, in salute, gran lavoratrice di casa e di campagna. I mezzani le avevano provate tutte, attraverso il padre e i fratelli, ma Nina non ne voleva sapere; agli uomini della sua famiglia ubbidiva e si piegava in tutto, meno che nel trovarsi un marito.

Una domenica mattina dopo messa l’aveva fermata addirittura il parroco.

  • Vedi Nina, una brava donna e una brava cristiana si trova un marito, mette al mondo dei figli, fa quello che fanno tutte le brave donne e le brave cristiane dei nostri paesi. –

  • Non voglio mancarvi di rispetto Don Luigi, ma lei sa bene che non ho nessuna intenzione di trovarmi un marito. –

Don Luigi si era guardato intorno, l’aveva presa sotto braccio e l’aveva portata all’ombra delle piante che stavano intorno al sagrato.

  • Ascoltami bene Nina. So bene perché non vuoi un marito; ma siccome il mio dovere di prete è di far nascere famiglie nella mia parrocchia, io credo di aver trovato il marito giusto per te. Tu conosci Piero del Bricco; sono passati quindici anni da quando è andato via dal paese, i suoi genitori sono già morti e lui qui non ha più parenti. Diceva che sarebbe andato a valle, in città, a cercare fortuna e credo proprio che l’abbia trovata. Ieri è passato da me e mi ha raccontato cos’ha fatto in questi anni; ha lavorato in una fabbrica, dove facevano gli elettrodomestici. Sai cosa sono Nina gli elettrodomestici? Sono macchine strane che fanno fare meno fatica alle donne come te. Mi ha spiegato che è diventato bravo a fare gli elettrodomestici, giù nella valle verso la città. –

  • Scusatemi Don Luigi, non vi seguo. –

  • Invece mi devi seguire, Nina. Piero è venuto fin quassù per dirmi che ha l’età giusta per sposarsi, che vuole una donna della sua terra, che si fida solo delle donne della sua terra; è il marito giusto per te. Come padrone della sua fabbrica fa gli elettrodomestici per far star bene le donne, come marito farà stare bene anche te. –

Nina era rimasta a fissare Don Luigi che non le aveva levato il braccio da sotto il suo.

  • Va bene Don Luigi. Per il rispetto che vi porto non vi dirò di no; ma a due condizioni. La prima che voglio vedere questo Piero del Bricco io da sola, prima che lui veda me; la seconda che né mio padre né i miei fratelli devono saperlo. –

  • Possiamo fare così. Io dirò a tuo padre che ho bisogno di mandarti in città dalle suore per una commissione urgente; tu parti con il pulman del mattino presto e avrai tutta la giornata per riuscire a trovare il modo di vedere Piero e la sua fabbrica. Quando arrivi con il pulman delle cinque devi venire subito da me a riferire. –

Nina era partita alle sette del mattino e aveva fatto tutto quello che doveva fare, in tempo per il pulman delle cinque del pomeriggio e per passare da Don Luigi in sacrestia subito dopo il vespro.

  • Dovete credermi, Don Luigi; nemmeno Piero del Bricco è il marito che voglio avere. Però voi non sapete quanto vi sono grata per l’interessamento. –

E se ne era tornata a casa fermando sul nascere qualunque tentativo del prete di convincerla a più miti ragioni.

  • Allora Nina, vuoi sbrigarti?-

Suo padre reclamava già la cena.

  • Allora Nina, vuoi sbrigarti?-

Un fratello le chiedeva il pintone di vino

  • Allora Nina vuoi sbrigarti? –

Un altro fratello aspettava di farsi cucire un bottone prima di andare all’osteria.

Nina aveva servito la cena, portato il pintone, sparecchiato la tavola, cucito il bottone e sciacquato i piatti; poi si era lavata ben bene le mani e mentre le asciugava con il grembiule aveva parlato a tutti e cinque con voce esile ma decisa.

  • Da domani vado a lavorare in una fabbrica giù in valle; la prima volta che riesco torno su a dirvi dove ho trovato da abitare. –

E da quel momento nessun uomo della sua famiglia aveva più potuto dirle di sbrigarsi.

  • Allora Nina, vuoi sbrigarti?-

Franca era davanti ai cancelli che stava preparando i volantini.

  • Dai che a minuti arrivano tutti; oggi in fabbrica non deve entrare nessuna di noi. Prima di chiudere qui e spostare tutto in Cina, noi gliela inchiodiamo questa fabbrica; lo voglio vedere in ginocchio a implorarci di tornare al lavoro, di finire le commesse, di trovare un accordo. Vuoi un accordo? Hai solo da restare qui e non portare tutto in Cina, eccolo l’accordo. –

Nina guardò Franca, il banchetto, i volantini e le colleghe con il camice blu che facevano capannello intorno. Era davvero una tragedia per tutte che la fabbrica dovesse chiudere; e perché poi, per aprire in Cina, dopo tanti anni di lavoro impiegato a far crescere quella fabbrica. Proprio in Cina, dove lo sapevano tutti che fanno lavorare i bambini, che gli orari sono da bestie, che non ci sono tutele, che inquinano senza regole, che gli elettrodomestici fatti laggiù funzionano molto peggio dei loro; proprio in Cina dove la gente delle campagne fa a gara per avere uno straccio di lavoro mal pagato in fabbrica. Questa era la Cina che fregava il lavoro a lei e alle sue colleghe, tutte con un marito, dei figli e un mutuo da pagare. Questo dovevano impedire lei, Franca, tutte le colleghe; distribuire volantini, stare ai cancelli, aspettare il padrone che venisse a implorarle in ginocchio di tornare a lavorare.

Poi guardò il cancello, il tetto della fabbrica uguale a quando l’aveva visto vent’anni prima; quando era partita per una commissione dalle suore e aveva finito per andare a chiedere a un certo Piero del Bricco se avesse bisogno di una nuova operaia che facesse elettrodomestici per levare fatica alle donne. E in quel preciso momento tutto le divenne chiaro; in quel momento pensò che se in Cina ci fosse stata una donna, anche solo una donna, che avesse trovato lavoro in una fabbrica di elettrodomestici, avesse lasciato la campagna, smesso di far la serva a padri, fratelli e mariti e costruito come aveva fatto lei una famiglia vera senza servi e senza padroni, allora sì, anche per questa sola donna valeva la pena di chiudere la fabbrica, aprirne una in Cina e lasciare che gli eventi facessero il loro corso.

Nina si staccò da Franca e andò oltre il cancello.

  • Dove vai Nina? Oggi non si entra, oggi si fa sciopero. –

Nina andò verso la timbratrice, bollò la cartolina e non si voltò indietro. E anche Franca non poté più dirle di sbrigarsi.

2 thoughts on “Testi inediti vincitori 2007

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