Testi inediti vincitori 2008

Massimiliano Aravecchia

Gli occhi del riccio

forse perché sei stata, in un’altra vita, la scaltra volpe

ed hai lasciato indietro Y segrin cercare il segno della tua coda

che scava una fiamma rossa tra l’erba alta; forse perchè

è stata tua l’affrettata cura di cui si vantava il capriolo che nel Morrois

fuggiva gli archi là dove il caprifioglio avvolge il nocciolo; ma io non so

cos’è che ti sorprende se mai il tuo viso si fissa sui dolorosi

occhi del riccio: forse scosse di vita ancora animale? O piuttosto l’ansia

di essere preda fragile ad un’eterna caccia che ti trascende?

Gabriele Grea

Via Aurelia

Salso nembo vorticante, veniamo

di lì, pare. Da asfalti scorticati

di salsedini, scogli sotto il sole

che odorano di ingranaggi e di attesa.

E’ un lampo, fruscio di catene oliate

in un battere di mani, scatto secco

del cambio e contropiede, insensato

non voltiamoci, e lasciamoli urlare

Arrivammo dal posto delle fragole,

sul carro ferroviario – nel fragile

sfarfallio di velina azzurra in galleria –

ai mercati generali di Milano.

che siamo dei figli di cane, dove

vogliamo andare, che con due frustate

decise quel caimano iridescente

ci ripiglia e ci sbrana quando vuole

Ché sappiamo noi da dove veniamo

e con quanta paura nelle gambe

che ci fa scappare via. E poi vecchi

da un terrazzo sull’aurelia, altro

che aranciate ci berremo, guardando

anno dopo anno verso ponente

serpeggiare via la fiera luccicante

che non ci ha mica ancora presi.

Alfredo Panetta

Comu na rinesciuta/Come una rinascita

L’umbra pisanti d’i nivulati

mi jettà nta ripata du xumi.

Na cotrara nescì nuda di l’acqua

e si curcà nta nu camphu. Mi ntisi

comu ogni vota chi nesciu ammata.

O’ so corpu si mpiccicarunu i folijini

du venthu, i sonnura d’amichi futtuti

‘i forza. (‘I dasà ad una ad una nta fissa

cu l’occhji chiusi chi culavanu sangu).

Pè tuttu ‘u vesparu fù na lotta

‘i mani nt’è falacchi e zali e canthi

d’acceji d’i cimi d’i chjiuppi

è cufalu nirghi d’i caverni.

Nuj’omu ‘i ju jornu si fidà cchjiù

u si spara pugnetti a’ lucia du suli.

Come una rinascita

L’ombra pesante delle nuvole/ mi scaraventò ai bordi del fiume./ Una fanciulla uscì nuda dall’acqua/ e si distese sul prato. Mi sentii/ come ogni volta dopo una rinascita./ Al suo corpo si appiccicarono le ragnatele/del vento, i sogni delle sue amiche/stuprate. (Le baciò ad una ad una sul pube/gli occhi chiusi che grondavano sangue). Per tutto il pomeriggio/ fù una lotta di mani nel fango/ e grida e canti di uccelli dalle cime/ dei pioppi agli antri delle caverne./ Nessun uomo osò da quel giorno/masturbarsi alla luce del sole.

Assunta Laura Imondi

Altrove

Non sono mai a casa.

Non riesco a fermarmi

e dare un ordine

alle carte sparse

della mia esistenza,

non giungo mai

in quel luogo

dove sono giusta

e non ho un nodo in gola,

ma seguito il viaggio

verso un’altra meta

di nuovo in esilio

da me.

Emma Mazzuca

Latemar

Aspra fu la salita

mentre le pietre ardevano di sole

come in una morsa

fuoco era il sangue nelle vene

e il respiro serrato nella gola

non sulla cima

ma fra gli interlocutori

aprì il vento crateri di ricordi

e fu dolce sentirti accanto a me

come un antico nume

mentre dalle sterpaie

bruciate nella piana

saliva la cenere del tempo

Carlo Parente

Mille alberi

Ho piantato mille alberi

perché preferisco la terra al cielo,

per amore del verde, il rosso

il giallo, il marrone e l’ocra.

Ho raggiunto i valichi di montagna

per amore dei faggi e ho vegliato

sulle spoglie degli aceri palmati.

Ho piantato mille alberi

per dare corde di violino alla bora,

e i colori dell’arcobaleno alla terra.

Ho atteso con piacere il mese di novembre,

mago dell’autunno e giocoliere dei colori

il signore grigio che trasforma il verde in giallo.

Ho piantato mille alberi per pagare un debito:

restituire alla terra la vita che mi aveva dato,

per allontanare la morte ed evitare il cielo.

Liliana Zinetti

Due

Dentro il suono delle foglie siamo stati

con gli occhi nella luce delle nuvole, degli inverni.

Con i colori che venivano

per i prati e l’aria, con le notti sui fogli.

Nostre le strade laterali,

il guardare le cose come nessuno.

Le cose esistevano

nel guardare.

Orizzonti platani comignoli rive

le piogge che non sapevano finire.

Erbe e gridi e colori mai uditi

la ferita esposta al sale delle parole.

Oh le nostre piccole morti

contate una ad una

sotto lo straripare del cielo.

Rodolfo Vettorello

Canzoniere degli anni andati “ Non recidere forbice…”

La forbice del tempo non recida

l’archétipo che m’abita la mente.

Forma imprecisa la mia idea di casa

a galleggiare nell’evanescenza.

Una, di vento, casa a primavera

e la sua voce un sibilo di fune,

il cavo teso dove scorre il cane.

In controluce intonaci corrosi

su sfondi quasi azzurro verderame

come le vigne dopo la fattura

e rumorosa

di eserciti di grilli e di cicale

e fresca d’ombra. Il portico un uguale

rifugio di galline e addormentati

i gatti come pelli disseccate.

La casa è muri, intonaci, colori,

porte, finestre, mobili e camini.

Le case hanno le porte per entrare

e le finestre per guardare fuori…

Avrò altre case o forse più nessuna,

mi basta quella che so immaginare.

La mia segreta casa-luna

come un veliero sembra navigare

in certe notti dalla luce chiara

e sa del mare

come il maroso, l’onda, la risacca.

La casa è come pelle abbandonata

di serpe nell’intrico dei roveti,

è guscio di cicala che si spacca.

La casa è come un nido di pensieri

imprigionati al buio di un sacrario

come il ricordo di chi fu più amato

racchiuso dentro un’urna cineraria.

Così la vita mia di casa in casa

si perde nell’idea del “già veduto”.

L’archetipo di casa che mi assilla

è il centro di me stesso, il mio ombelico,

l’ipotesi iniziale, la scintilla.

“Non recidere forbice…”la mia

idea di casa, quella mi assilla.

Paolo Polvani

L’azzurro che sfinisce “La ruggine delle foglie”

La violoncellista ci consegna la ruggine delle foglie,

l’inquietudine della grandine e i percorsi

dell’alba, la solitudine

che attraversa la strada.

Disegna curve che delimitano le rotte urbane,

il balbettio dei semafori, le finestre chiuse.

Le ciglia fitte annunciano la bellezza

delle periferie, le cifre necessarie.

Le dita s’inerpicano sulle corde e sono ragni

che tessono una ragnatela sonora che c’imprigiona.

Le note diventano vicissitudine che s’incide

nello sguardo fino al limite del bosco.

Inaugura rovi di spine e scintille, apre

sentieri profumati, rocce e vento radioso.

Le sue parole sanno di quarzite e di viole,

le consonanti sono chiodi che mostrano

pagine celesti.

Il margine della collina conosce la felicità dei corvi.

La violoncellista conserva il sapore di una festa d’aria.

Lorenzo Cerciello

Passo d’addio

E’ malefico, caso, sortilegio

l’evento che ci segna o, forse, è solo

il cerchio che si stringe, la catena

che si chiude sul sogno, il fine corsa

della bandiera a scacchi del mossiere?

Il male l’ho avvertito in una notte

come d’attesa. Melagrana gonfia

dell’amara dolcezza dei suoi chicchi

il cuore mi si è aperto

allo scrosciare delle prime piogge

di un autunno precoce.

Mi sono ritrovato in un riflesso

lieve di luna, nella stanza bianca

(ospedale, delirio o regno d’ombre?)

pervasa dall’ansare di respiri

legati, come il mio, al filo tenue

di una fredda efficienza senza amore.

Nei sussulti del petto

un rimpianto ossessivo d’ore perse,

volti di nebbia, la certezza amara

di un confine raggiunto, di un destino

quasi compiuto.

Cosa sarà la vita ora che il cuore

batte, smarrito, in quell’alone grigio

al limite tra il nulla ed il respiro?

Giorni senza più miele, un seguitare

d’ore senza orizzonti e senza canti,

triste pavana d’ombre, ombra di sogni,

lento passo d’addio tanto più amaro

ora che tra le foglie

verdi della magnolia

si sta schiudendo, profumato, il fiore

di un’altra primavera.

Danila Rosetti

La trappola/La tràpla

I è murt accè,

sidrè in cla barchèta

ranicè òn sòra a ch’l’ètar

ciùs int al ghèb

a e’ bur, sènza magnè

sènza bèr un gòzal d’aqua,

varzlin, fanèl caschè int la tràpla,

epù rimpì ad rubàza

accè i cànta… i cànta dè e nòta

e la nèva zò fèta fèta

piàn piàn la j ciòta.

La trappola

Sono morti così, \ assiderati in quella barchetta \ rannicchiati uno sopra all’altro \ chiusi in gabbia\ al buio senza mangiare\ senza bere un goccio d’acqua, \ verzellini, fanelli caduti in trappola, \ e poi riempiti di intrugli \ così cantano…cantano giorno e notte \ e la neve giù fitta fitta \ piano piano li copre.

Bruno Piccinini

A sua immagine

Mi ha vestito il tempo a sua immagine

e sono un corpo dentro la sua tela

sono la tela e il filo

che la tesse.

Sono l’ostaggio anonimo

del viaggio irreversibile che compie

  • verso dove? –

la cronaca che vive

nelle parole che tremano e si perdono,

nei fogli silenziosi della pagina

nella fibrillazione del pensiero.

Nel vento

che mi percorre il corpo

sono la forma e il luogo

della foglia che prima di cadere

incendia l’aria di colori

e si riscatta.

Alessandro Cuppini

La livella

Il signor Gioachino era rimasto vedovo. Sua moglie l’aveva lasciato dopo una vita che non so felice, ma nemmeno triste. Forse era una di quelle unioni che se non ci fossero state sarebbe stato meglio, ma ora che c’erano sarebbe stato peggio per entrambi se l’avessero rotta.

Gli ultimi anni uscivano insieme, per andare a far la spesa; lui sempre rigido e diritto, lei appoggiata al bastone, sempre più curva. Di una strana curvatura asimmetrica della colonna vertebrale, che la faceva ruotare verso sinistra oltre che chinare verso il basso. Non credo soffrisse, ma certamente era scomodo vivere con quella visione sempre così parziale del mondo.

Tirati su, dunque!, le diceva Gioachino duramente. Pareva che quando si rivolgeva a lei non potesse che darle degli ordini che si spegnevano con la congiunzione conclusiva dunque.

Non ci riesco, Gioachino. Non è colpa mia.

La signora Rosa aveva un dolce sorriso inerme. Gioachino aveva un distacco e una sostenutezza nei rapporti con me da darmi l’impressione quando gli parlavo di farlo col suo rappresentante. Mi aspettavo sempre dicesse:

D’accordo, ne parlerò con me stesso e le farò sapere.

Quando incontravo la coppia mentre tutti e tre salivano le scale, lei ruotava da una parte e si fermava sullo scalino dicendo sempre quella solita frase:

Largo ai giovani.

E mi lasciava passare.

Ma vai avanti, dunque!, la spingeva Gioachino, indispettito per il suo servilismo.

Ma lei resisteva ed io la superavo facendo i gradini a quattro a quattro.

Tutto questo andò benissimo fino a una certa età, ma dopo i cinquanta mi resi conto che mi costava fatica quello scatto giovanile. Ma per loro ero sempre un ragazzo, e non c’era niente da fare:

Vada, vada, lei che è giovane!, diceva la signora Rosa.

Eh, magari! Tanto giovane non sono più, cara signora…dicevo io cercando di esimermi.

Figuriamoci, signor Sandro! , faceva lei.

E vai dunque!, si spazientiva Gioachino spingendola.

Ma lei puntava il bastone sul gradino. E così ero costretto a superare la coppia in tromba, prigioniero del ruolo del giovanotto a tutti i costi. Alla fine della rampa di scale, avevo il fiatone e il cuore che batteva forte forte: mi sentivo uno scemo.

Un giorno la scomodità della vita, recintata dalla schiena storta e invelenita da Gioachino, divenne intollerabile, e la signora Rosa morì. Gioachino la accompagnò al camposanto camminando dritto come un fuso, e senza una lacrima. Poi tornò a casa e provò ad organizzarsi la vita da solo.

Ci riuscì perfettamente, destreggiandosi tra lavatrice e aspirapolvere con una competenza a priori insospettabile. La mattina appena alzato lavorava un’oretta a pulire la casa, con i ritmi lenti che poteva permettersi. Poi si lavava e si preparava ad uscire. E gli ci voleva più tempo ancora perchè non era tipo che tirava via quando si trattava di vestirsi.

Era sempre impeccabile ed elegante.

Per scendere dal panettiere sotto casa a prendere le due solite michette, tempo di esposizione agli occhi della gente uguale quattro minuti, era capace di prepararsi per un’ora e mezza. Non sarebbe mai sceso con i calzoni che usava per fare i mestieri in casa, né con la giacca da camera: ci teneva ad essere a posto. E ne sapeva qualcosa la signora Rosa buonanima: quanto l’aveva fatta penare se per caso la piega di calzoni non era come diceva lui. Capace di farseli stirare apposta per, appunto, traversare la strada fin dal panettiere.

E così passava metà della mattina a prepararsi ad uscire, che era anche un modo per occupare il tempo; sta di fatto che quando sentivo tirare i rumorosi chiavistelli della sua porta, io piantavo lì quel che stavo facendo per affacciarmi alla finestra e godermi lo spettacolo del signor Gioachino che andava a comprare il pane.

D’estate aveva immancabilmente la paglietta e la canna di bambù. E poi, a seconda del capriccio del giorno, una camicia di seta dai colori strambi come il ciclamino, il malva o il salmone, una cravatta sottile di stile antico e un paio di calzoni di lino appena stirati. D’inverno, un cappotto a doppio petto con un ampio bavero rivestito di pelo di lupo, dall’aria più femminile che maschile, che non veniva mai rialzato nemmeno se la bora gli avesse irrigidito dal gelo le orecchie. Quel pelo se ne stava appoggiato sulle spalle, ben lontano da essere utile per riparare dal freddo. Né il doppio petto veniva chiuso, perchè, così mi immaginavo io, doveva vedersi la bella cravatta di lana scozzese che chiudeva il collo della camicia sportiva di flanella con i due bottoncini al colletto.

A volte lo incontravo sulle scale, come ai bei tempi quando usciva con la signora Rosa.

Si copra signor Gioachino, che oggi fa un freddo cane.

Ma cosa vuol che sia…

Giocava a fare il vècio alpin dalla salute di ferro. E infatti non aveva mai niente, beato lui.

Lui si guardava bene dal cedermi il passo come faceva lei, e io ne ero ben lieto.

Un giorno, erano passati due anni dalla morte della Rosa, mi accorsi che tanto diritto poi non camminava più. Si era leggermente incurvato, e questo era normale alla sua età. Ma quel che mi stupì era che tendeva a ruotare da una parte, proprio come la signora Rosa. Solo che lui era destrorso mentre sua moglie girava dalla parte opposta.

Forse è solo un’impressione, mi dissi.

Ma non era così: la deformazione peggiorò rapidamente e dopo sei mesi il signor Gioachino era già inclinato di un buon trenta gradi verso destra.

Ma guarda che combinazione: chissà la signora Rosa dall’aldilà come se la rideva!

Gioachino! Tirati su, dunque!, avrebbe potuto dirgli se fosse stata ancora viva.

O forse no, timida e gentile avrebbe fatto il suo dolce sorriso e sarebbe stata zitta.

Però a me non andava giù di lasciargliela passare così: l’aveva martirizzata per anni con quella frase e ora che capitava al marito lo stesso guaio lei non c’era più per prendersi quella piccola rivincita.

Una mattina di primavera che scendevo le scale me lo vidi davanti con un cachemire color albicocca, una allegra camicia verde prato, la paglietta e la canna di bambù. Era due o tre gradini davanti a me, così sbandato da rendere difficile il sorpasso.

Buongiorno, signor Gioachino!, disse forte: ultimamente era diventato un po’ sordo.

Buongiorno, rispose girando appena la testa, e naturalmente si guardò bene dal darmi il passo.

Che bella giornata, ha visto?

Già, già.

Nello slargo del pianerottolo lo superai, e non resistetti alla tentazione di dirgli:

Si tenga su, signor Gioachino.

Lui non rispose: ero certo che avesse sentito ma forse non aveva capito.

La stessa scena si ripeté qualche giorno dopo:

Buongiorno signor Gioachino.

Buongiorno, mi rispose austeramente.

Stia dritto, su! Gli dissi superandolo al pianerottolo. E questa volta mi rispose sorpreso:

Ma io sto dritto.

La sua inclinazione invece peggiorava così rapidamente che non mi parve possibile addebitarla ad una alterazione della colonna vertebrale: impossibile che le ossa si deformassero con una simile velocità, forse era qualcos’altro, una malattia diversa da quella che aveva afflitto gli ultimi anni della moglie.

E infatti dalle sue risposte sempre più sorprese quando gli dicevo di star diritto capii che al contrario di lei Gioachino non si rendeva conto di viaggiare tutto sbandato verso destra, e credeva di avere la solita postura diritta e rigida da alpino che non ha paura di niente.

Che strano!

La sera accesi il computer e navigai un’oretta in internet. E così scoprii che il morbo di Parkinson poteva avere manifestazioni subdole.

Mi presi a cuore il problema. Pensai che il signor Gioachino non era uno stupido, ma aveva le sue idee dalle quali nessuno lo avrebbe potuto smuovere finché non fosse stato messo di fronte all’evidenza. E forse neanche in quel caso, ma tanto valeva provare. E così presi la macchina fotografica e gli scattai due foto di nascosto: una dal davanti di fronte al panettiere e l’altra da dietro, nel cortile subito prima delle scale del nostro condominio. Il giorno dopo scendendo le scale, sul pianerottolo gliele feci vedere:

Guardi un po’ , signor Gioachino. Ho comprato una macchina fotografica nuova e l’ho voluta provare. Le ho fatto due foto, così. Tanto per impratichirmi.

Lo guardavo fisso in faccia mentre gliele allungavo; lui prese in mano le foto e strabuzzò gli occhi:

Ma… non sono io, mormorò.

Come non è lei? Ma cosa dice? Guardi un po’: il suo panama, il suo bastone…

Capii che era proprio vero: non si era mai accorto di pendere come la torre di Pisa. Si fece di colpo intento, aggrottò le sopracciglia e strinse le labbra.

Forse è bene che si faccia vedere da un medico.

Gioachino non rispose, si girò e tornò in casa.

Il giorno dopo non uscì, e neanche quello successivo.

Cosa succede?, pensai preoccupato. Che stia male? O non è stato piuttosto un errore il mio., quando gli ho fatto notare quel suo difetto del quale ora si vergogna tanto da non voler più uscire di casa?

Sapevo che era così, che Gioachino stava benissimo fisicamente; ma io gli avevo distrutto l’immagine che aveva di sé, di duro che affronta le vicende della vita senza paura. Dio, che disastro avevo combinato!

Scesi al piano di sotto e suonai il campanello. Mi sembrò lo scampanio di Pasqua: Gioachino era diventato ancora più sordo ultimamente e ne aveva fatto installare uno speciale.

Mi aprì in veste da camera, mi accolse in salotto.

Intravidi i piatti sporchi nel secchiaio in cucina e il letto sfatto attraverso la porta della camera da letto: si era lasciato andare, non si curava più della casa.

E’ andato dal medico signor Gioachino?

Cosa vuole che vada a fare da quell’ignorante?

Non è vero, magari le dà una buona cura. Vuole che l’accompagni?

Andammo dal medico, che lo visitò e poi mi prese da parte.

Che mestiere faceva?

Il capomastro.

Una vita all’aria aperta, quindi. Strutturalmente non ha nulla, le vertebre sono straordinariamente integre per la sua età, anche l’orecchio interno non sembra danneggiato.

Che cos’ha?

E’ il Parkinson, confermò. Il cervello riceve informazioni da certi sensori situati nelle giunture e nei tendini che forniscono la consapevolezza della posizione del tronco e degli arti nello spazio.

Questi sensori sono quelli che permettono al nostro corpo di avere nello spazio un allineamento e un equilibrio corretti. La malattia ha attaccato quella parte del cervello deputata a ricevere le informazioni dei sensori. Non c’è nulla da fare.

Tornando a casa Gioachino chiese:

Cosa ha detto?

Gli feci discorsi vaghi e ottimistici.

Soldi buttati via, concluse amaramente.

Non volevo arrendermi, e tutta la sera pensai come risolvere il problema.

La mattina seguente suonai le campane di Pasqua alla porta di Gioachino. Mi aprì, più storto che mai, ma in più con una cupezza nello sguardo che mi strinse il cuore.

Signor Gioachino, ha ancora i suoi strumenti da capomastro in casa?, chiesi cercando di mascherare la pena.

Perchè, deve fare qualche lavoro?

Ma, così…me li può far vedere?

Gioachino aprì lo sgabuzzino e tirò fuori una vaschetta di legno incrostato di vecchio intonaco; dentro c’erano la cazzuola, il frattazzo, il martello, il secchiello, due o tre scalpelli e una livella. Proprio questa cercavo. La presi e dissi:

Signor Gioachino, si ricorda cos’era questo strumento?

Mi guardò da sotto in su con occhi stizziti:

Mi prende per scemo? E’ la livella.

Già. Serve a verificare se una superficie è in piano oppure no, oppure se è inclinata rispetto alla verticale. Il medico mi ha detto che noi nella testa abbiamo una specie di livella che ci permette di restare diritti quando stiamo in piedi o camminiamo. La sua testa questa livella l’ha perduta.

Gioachino mi guardava chiedendosi dove volessi andare a parare.

E allora?, chiese scontroso.

La prenda in mano, dissi. La guardi. Prese la livella tra le mani robuste e chinò la testa.

Lei sa come funziona: la bolla deve restare al centro.

Già.

Lei non è in bolla, signor Gioachino. Si raddrizzi, comandai con voce energica.

Lentamente, seguendo il movimento della bolla, la figura di Gioachino si raddrizzò, fino ad assumere la posizione verticale.

Mi dia la livella ora, dissi.

Ma cosa vuol fare?, mi chiese seccato.

Gli presi la livella. Rapidamente il busto riprese la sua posizione contorta.

Ancora un attimo di pazienza signor Gioachino

Gli ridiedi la livella raccomandando:

La tenga in bolla.

Gioachino si rimise in verticale. Avevo con me la Polaroid e gli feci un paio di foto con la livella in mano. Quando gliele feci vedere, Gioachino sorrise:

Sono diritto, disse.

Già. La livella la aiuta a tenere la verticale.

Ma non posso girare per la strada con la livella in mano.

Pensava già ad uscire, e questo mi dava speranza di recuperarlo.

E perchè no? Gliene vado a comprare una più piccola, questa è troppo ingombrante.

Gioachino fece un po’ di allenamento in casa e dopo tre o quattro giorni si sentì pronto ad uscire.

Mi aveva chiesto di accompagnarlo per la prima volta e lo passai a prendere verso le dieci.

Era una bella mattina di prima estate. Si era vestito con una cura d’altri tempi: la sua più bella camicia di seta, di colore ocra, con cravatta fantasia a ghirigori violetti. Calzoni di lino bianchi e scarpe bicolori, crema e testa di moro. Paglietta e canna di bambù. Anch’io del resto m’ero messo elegante, era un’occasione importante e non volevo sfigurare.

Scendemmo le scale uno a fianco all’altro. Gioachino teneva la livella nella mano destra, all’altezza del petto. Ogni tre secondi controllava la bolla.

Come vado?, chiedeva.

E’ perfetto, va bene così.

Ed era vero. Camminava con cautela, più piano di prima, ma anche diritto come prima.

Traversammo la strada e andammo dal panettiere. Un’ora prima ero andato a raccomandarmi di non fare commenti. Quando entrò era un po’ impacciato ma sereno; si rivolse alla commessa:

Il solito, Carmen.

Subito signor Gioachino.

Pagò e uscimmo con le sue tre michette.

Nessuno se n’è accorto, mi disse spalancando la dentiera in un sorriso.

Ma se le dico che è perfetto!

Un mese dopo sto salendo le scale quando vedo Gioachino davanti a me. Sale anche lui, disinvolto, un gradino dopo l’altro, con la livella all’altezza del petto. Ormai tener d’occhio il suo strumento è diventato un fatto automatico, come quando in auto si getta un’occhiata al tachimetro rimanendo liberi di pensare o chiacchierare. E lo fa più di rado ormai, avendo trovato chissà quali altri punti di riferimento tutti suoi che gli permettono di mantenere la posizione eretta.

Buongiorno signor Gioachino.

Buongiorno signor Sandro, risponde col tono più alto del normale proprio dei sordi.

Poi si fa da parte sul gradino e dice:

Vada, vada avanti lei che può. Largo ai giovani!

E io come uno scemo salgo la rampa a quattro a quattro.

Paolo Pergolari

Nonna Enofe

Il diavolo mi stava aspettando giù, sotto casa, proprio all’angolo della strada e quando mi vide sbuffò battendo il ditino sull’orologio legato al gilet con la catena d’argento. Avrei voluto dire mi scusi, sa, il traffico…ma che senso poteva avere una frase del genere: ormai ero già morto, perciò cosa avrei dovuto fare di tanto urgente da giustificare il mio ritardo?, e poi tutti e due eravamo consapevoli che non saremmo mancati all’appuntamento, che avrei rispettato il contratto, perchè io sono sempre stato una persona tutta d’un pezzo e non ho che una parola: quella data! Vengo da una famiglia dove la “Cavalleria” è di casa, il mio bisnonno era l’attendente del Generale Armando Diaz, quello che nel ’18 tirò il collo all’aquila austriaca, tanto per intenderci, e per noi l’onore vale ancora qualcosa, non è come la neve al primo solo primaverile.. No no, non mi dite niente… Com’è possibile che una persona come me, con una certa cultura, c’è caduta come un pivellino alle prime armi?, eppure le cose sono andate proprio così, ancora una volta e da che mondo è mondo… D’altronde c’è incappato anche il dottor Giovanni Faust che non era uomo da poco, e poi lui, il diavolo, mi si è presentato con l’aria più innocente del mondo, a parte alcuni sorrisetti maliziosi che lì per lì non riuscivo a spiegarmi… insomma il solito venditore porta a porta. D’accordo!, chi è che non avrebbe diffidato, però non so nemmeno io perchè ho provato pietà per quell’ex-angioletto, forse per quello che poteva avere e in realtà non ha avuto, e poi attenzione!, le disgrazie stanno sempre dietro l’angolo e ci possono inciampare tutti, e lui sembrava che non avesse mangiato da una settimana e io, invece, m’ero alzato dalla tavola proprio in quel momento, avevo ancora il gusto della bistecca tra i denti, e lui mi spiegava con convinzione i sorprendenti benefici di una polizza sulla morte, soprattutto in caso di premorienza, fatto sta che ho firmato il “contrattino”, come lo chiamava lui.. Però una clausola l’ho voluta aggiungere altrimenti non se ne parlava neppure, e quella clausola da me esplicitamente voluta stabiliva che sarei stato io a scegliere il giorno in cui morire, tutto sommato mi sembrava un buon affare, e me ne sono ritornato a tavola quasi soddisfatto. Senonché non era passata nemmeno una settimana che ecco subito la lettera, puntuale come… vorrei dire la morte, ma non mi sembra il caso date le circostanze… sicché la Ditta si congratulava per la mia ottima scelta e aggiungeva… “In relazione al contratto da lei sottoscritto si prega la S.V. ILL.MA di comunicare con cortese urgenza, la data scelta per il trapasso” o pressapoco.

Alla mia prima comprensibile sorpresa reagii tenacemente e mi rivolsi alla legge, ma non ad un azzeccagarbugli qualsiasi bensì ad un luminare, notevole nel suo campo, il quale, tomi polverosi alla mano, mi disse che quel contratto più che ben fatto era inaccettabile.. “E’ come un pargoletto appena nato, non ha nessun vizio, né di forma, né di contenuto”, mi disse compiaciuto davanti alla sua altrettanto notevole parcella.

Così, sconsolato, non mi restò che comperare un calendario nuovo di zecca, sedermi e, con tanta santa pazienza, soppesare bene la situazione: per nessuna ragione al mondo avrei voluto rovinare progetti e programmi ad amici, parenti o conoscenti vari. Cancellai dapprima le feste principali, la Pasqua, il Natale, il primo e l’ultimo dell’anno, il giorno del Patrono, le feste infrasettimanali così come le domeniche e i sabati, perchè pensai a Giorgio che per i week-end va sempre in quella sua casetta di campagna con “l’amichetta”, poi esclusi il 1° settembre giorno di apertura della caccia alla palomba e al piccione selvatico e il 15 di marzo chiusura della pesca alla trota salmonata, quindi depennai l’8 di agosto per quell’impegno che mi ero preso con zia Natalina di accompagnarla al santuario di Santa Rita da Cascia, e il 10 settembre perchè dovevo portare Rex, il nostro dobermann, alla vaccinazione antirabbica, e poi pensai a mia moglie, ma soprattutto alla sua mania di festeggiare le ricorrenze, così il nostro primo incontro, il primo bacio, il matrimonio, san Valentino, il primo bisticcio…e a me riservai il 18 gennaio per l’ultima partita a tennis con Giorgio, con l’occasione annotai: prenotare il campo, in stampatello e bello grosso…

Sicché tra impegni, feste e quant’altro, avevo segnato tutto il calendario, non m’era rimasta che una riga bianca, un giorno, solo soletto, innocente e timido come un ciclamino in mezzo al bosco. Soppesai un po’ e poi decisi che mi andava a pennello, che il 29 febbraio poteva essere un buon giorno per morire, e risposi alla Ditta che dopo attenta, paziente e scrupolosa disamina, avevo individuato il giorno giusto.

Ma ahimè solo dopo qualche settimana mi fu chiaro l’imbroglio del commesso viaggiatore, di quel diavolo, perchè io avevo sempre pensato che il mio decesso sarebbe dovuto avvenire l’anno successivo e non lo stesso anno di stipula del contratto… “E’ tutto scritto qua nero su bianco, non ci sono ragioni valide per impugnare l’atto…” Così almeno mi disse il mio avvocato, e poiché l’anno corrente non era bisestile, la Ditta aveva pensato ad un mero errore materiale, cioè ad una distrazione dattilografica e, d’ufficio, aveva anticipato tutto di un giorno, sicché ineluttabilmente “me ne andai” alle tre del pomeriggio del 28 febbraio, proprio il giorno del compleanno di nonna Enofe. Ne rimasi molto rammaricato….

Nonna Enofe aveva la veneranda età di ottant’anni e ovviamente qualche acciacchino doveva avercelo pure lei, per questo la mia morte mi dispiacque, perchè nonna non godendo di ottima salute certamente non avrebbe avuto ancora molte occasioni per festeggiare senza nessun patema il suo compleanno, e gliel’avrei voluto dire che non l’avevo fatto di proposito, che non era dipeso da me. Comunque, sono morto tra lo sbigottimento e l’incredulità generale. No, non posso crederci, dicevano e molti, come tanti san Tommaso, si sono precipitati in casa per sincerarsi e, intanto, mia moglie ripeteva ad ognuno… “Non è bello?, Pare che dorme?, Come farò senza di lui?”, e l’altra zia, zia Lisetta che da appena una settimana aveva perso il figlio con la nuora e i nipoti in un pauroso incidente stradale, non faceva che consolarla, l’accarezzava e le sussurrava.. “Vedrai che ci farai l’abitudine… Tutto passa…” e poi all’improvviso Zia Lisetta scappò da casa come se improvvisamente si fosse ricordata dell’arrosto nel forno acceso, e dal giardino si sentirono delle urla orribili, delle grida tanto strazianti da far venire i brividi.

“ Come farò senza di lui?”, così diceva mia moglie e tutti giù a bisbigliare e a muoversi piano cercando di non fare il più piccolo rumore, ma nonostante gli occhi chiusi vedevo benissimo che cercavano di sapere, l’uno con l’altro, la causa della mia morte, già nella stanza volava il primo pettegolezzo, chi dava la colpa al cuore e chi alla mia vita sregolata, tutti mentalmente decisero che l’indomani sarebbero passati dal medico per una controllatina alle coronarie. Ed erano davvero buffi nel loro modo di comportarsi, ma io ero più buffo di loro, stavo in mezzo ad una serra e mi avevano sistemato nella bara con la barba appena fatta, in doppio petto nero, camicia bianca e cravatta scura, e senza scarpe… Morire senza scarpe è proprio una gran fesseria, e poi avevo le mutande che mi tiravano un po’ di cavallo, gliel’avevo detto mille volte a mia moglie di buttarle via quelle mutande, e lei ad insistere… “Macché, è un peccato…” Così le aveva sempre conservate e adesso aveva scoperto che erano le uniche, nuove, che mi erano rimaste..

Anche nonna Enofe arrivò subito per farmi visita, dette un paio di soffi alla sua torta illuminata da ottanta candeline, fece le porzioni per i suoi figlioli, quei dieci gatti randagi che bazzicavano in casa sua, prese l’ombrellino e corse da me. Appena arrivata abbracciò mia moglie, mi lanciò di sfuggita un’occhiataccia, sì, uno sguardo che aveva tutta l’aria di un rimbrotto, borbottò qualcosa a mani giunte, poi infilò la porta e se ne andò in cucina con la stessa velocità con cui era arrivata. Qui pretendeva di dover fare qualcosa a tutti i costi e anche lei non se l’aspettava quella mia morte improvvisa, raccontava senza posa come le era riuscita bene la sua torta di compleanno, per quanto non se l’aspettava…

In chiesa c’era un prete mai visto né conosciuto, eppure parlava di me come di un cristiano dedito completamente alla famiglia, di un amico disponibile e leale, addirittura di un cittadino onesto ed esemplare… O stava sbagliando persona, oppure era convinto che la morte fa diventare tutti galantuomini; non credo che con quella faccia rubiconda, violacea e avvinazzata, e con quegli occhiali con due lenti spesse come fondi di bicchiere, volesse prendersi gioco di me e di tutti quelli che lo stavano ascoltando impassibili e in profondo silenzio… sarebbe stato proprio un bel dritto quel prete… Oddio, la fronte alta da intelligente per avercela, ce l’aveva, bah! Comunque, al cimitero, quando stavo per essere calato nella fossa, il centro dell’attenzione era mia moglie, aveva tutti gli occhi addosso e quegli occhi le chiedevano…”Adesso cosa farai?, piangerai?, griderai?, ti strapperai i capelli o non dirai nemmeno una parola?…” Anch’io ero sulle spine, non mi andava di fare una brutta figura e speravo tanto che mia moglie non li deludesse rovinandomi così quel mio funerale che, tutto sommato, era ben riuscito… per fortuna mia moglie, come si dice, tagliò la testa al toro e svenne.. Così sono finito sotto terra per quel diavolo di commesso viaggiatore, e tutti sono ritornati alle occupazioni di sempre, cioè a fornicare, lamentarsi, malignare, arraffare, imbrogliare, prima il prossimo e poi se stessi, e questo in attesa che venga un altro prete a dirgli in un orecchietto quanto erano buoni, onesti e leali…Irreparabile!

Mia moglie trovò presto un nuovo marito, d’altronde l’aveva già detto alla mia morte… “Chi mi consolerà?…” E la vedevo chiacchierare con Giorgio sul divano, un mese dopo erano andati in vacanza assieme…. mia moglie non s’era sbagliata, si consolò. Ma non la biasimo, capisco che la solitudine è una brutta bestia…. quello che non sopportavo era il torto subito da nonna Enofe, quel suo compleanno rovinato per colpa mia. E una notte entrai nei suoi sogni e accalorato le spiegai tutte le mie ragioni, le dissi del contratto, dell’errore sull’anno, del 28 anziché del 29, ma lei anziana com’era capì un bel niente, anzi, appena sveglia passò all’ufficio postale, aspettò che aprisse e poi ritirò la sua pensione di vedova, e andò a giocarsela al lotto su quei numeri che le avevo detto.. Il caso volle che uscirono tutti quanti, uno dietro l’altro a formare una bella cinquina, io stesso rimasi stupefatto, però ero contento che il destino mi aveva dato una mano a risolvere la questione con nonna Enofe e non solo…

A nonna, ormai, la vita le era cambiata da così a così e per riconoscenza pretese di dissotterrarmi e mi collocò in un posto che non era un tumulo, ma un’opera d’arte. Tanto per dire, in testa avevo un angelo di arenaria con le braccia sollevate al cielo, commissionato direttamente ad uno scultore, e ai quattro lati luminarie perenni in ferro battuto che erano cespugli di rose, e sulla lapide mia nonna aveva voluto scalfito:

IL RICORDO DELLA SUA VIRTU’ RENDE MENO ACERBO IL DOLORE PIU’ SOAVE IL TRIBUTO DI LACRIME DELLA NONNA MEMORE RICONOSCENTE.

E adesso sì che ero qualcuno!, naturalmente per quei cristiani ancora vivi, per quelli che capitavano al cimitero e m’invidiavano la tomba come fosse una macchina nuova fiammante, perchè i morti non ci facevano nemmeno caso, mai nessuno che m’avesse detto..”E a te dove t’hanno sotterrato?..” Macché!, loro hanno altri pensieri per la testa, loro pensano più all’anima che al corpo, comunque io incominciavo ad essere felicemente morto, anche perchè gli ultimi mesi della mia vita non mi erano andati poi tanto male. Ero riuscito a raggiungere una certa popolarità grazie a quel dannato contratto che, appunto, mi aveva garantito una vita breve, ma colma di gloria, sicché avevo salvato una vecchina che traballando in mezzo alla strada aveva rischiato di finire sotto un monopattino, poi avevo vinto il torneo cittadino di bocce al Dopolavoro Ferroviario, avevo dato un sonoro 6-0, 6-0 a Giorgio nell’ultima partita a tennis della mia carriera sportiva e anche della mia vita terrena, infine guadagnai una mancia riportando a casa della contessa De Magistris, Monny, la sua gattina siamese tanto amata che s’era persa dietro ad un farfallone di gatto randagio… Per di più Nonna Enofe andò dal Sindaco e gli propose di erigere, proprio nel bel mezzo dei giardini pubblici, un busto alla mia memoria, e il Sindaco si tolse gli occhiali, squadrò nonna dal basso in alto e venne preso da sincere risate, trovava assolutamente ridicola l’idea di un monumento alla memoria di una persone che, ad essere buoni, in vita era stata poco meno che mediocre, un esempio dantesco dell’ignavia più profonda.. E nonna ribatté che mi ero riscattato negli ultimi mesi, come un vero eroe… e il Sindaco, tra le risate convulse, replicò che ero stato un cittadino un pochettino discutibile, un cittadino da dimenticare più che da onorare… “Dunque non se ne parla neppure e lei, si tolga pure l’idea del busto”, disse il Sindaco ridendo ancora ed io valutai che tutto sommato era stato più obiettivo il prete durante la predica… Ma nonna Enofe non si dette per vinta e brandendo l’ombrellino, ricordò al primo cittadino che lei era la Presidente dell’U.N.I.T.R.E., dell’Università della III Età, che contava cinquemila iscritti e che se lo sarebbero bene tenuto in mente quel rifiuto fino al giorno delle elezioni amministrative. Sicché il signor Sindaco diventò improvvisamente serio, guardò la poltrona fine ‘700 sulla quale era seduto e l’accarezzò con gli occhi, poi pensò a quanto era faticoso fare quel mestiere di Sindaco e disse sì, dette il proprio assenso a nome e per conto di tutta la Giunta a patto che le spese non fossero a carico delle casse comunali.

I primi giorni, confesso, ero fiero di me stesso, troneggiavo lì, in mezzo a tutto quel verde, aria fine, pulita, quiete intorno, silenzio. Silenzio appena rotto dal canto di quei rompicoglioni di passeracci e merli… E io che me ne stavo con lo sguardo fisso e fiero, capelli pettinati, labbra ben disegnate e una discreta espressione. Ma il tempo passa e nessuno si ferma più, nemmeno a rivolgermi un pensierino di sfuggita, che uno che si chieda… “Ma chi era questo qui? “ Adesso i miei capelli sembrano arruffati e imbiancati dalla pioggia e dal vento, e il mio aspetto fiero si è trasformato in un sorrisetto orribilmente sardonico. Un ragazzo mi ha scritto in fronte: TI AMO TANTO con un pennarello, ma non si riferiva a me, pensava alla fidanzata, e nemmeno nonna Enofe può venire a trovarmi; morta per vecchiaia è stata assegnata in un’altra sede, ci incontriamo di rado e lei va sempre di fretta nonostante l’eternità che le si presenta davanti, agita l’ombrellino e scappa via dietro quei suoi impegni che ormai sono diventati solo spirituali… Gli unici a tenermi in considerazione sono quei rompicoglioni di passeracci e merli. Non sbagliano un colpo!

Carlo Rizzi

Nonna Maria, tra un proverbio e una profezia.

Monte Amiata 1944

Cominciò presto, la vecchina, a insegnarmeli. Sono la saggezza dei popoli, diceva, e io ti darò un ventino per ogni proverbio che riuscirai a completare : così diventerai saggio e ricco contemporaneamente.

Tanto va la gatta al lardo... iniziava, con la monetina in mano, bene in vista… che ci lascia lo zampino, completavo, e la monetina cadeva in un salvadanaio improvvisato, una vecchia scatola di biscotti, di quelle di latta che s’usavano prima della guerra.

Chi ha in bocca il fiele…. non può sputar miele.

Chi semina vento…raccoglie tempesta.

Se ognuno spazzasse da casa sua… tutta la città sarebbe netta.

E così via, attingendo a piene mani all’infinito archivio dei detti della tradizione tosco-maremmana.

Dal ventino, allle am-lire, poi alle lire italiane… non campò tanto per premiare la mia diligenza con gli euro. Ricordo solo che gli ultimi proverbi facevano spesso riferimento alle mie avventure amorose, che lei conosceva per aver colto qualche pettegolezzo o, semplicemente, indovinandole.

Tira più un pelo di donna…che una parecchia di bovi.

Solo che non diceva “donna”, ma andava giù piatta, usando il termine più crudo, ma più preciso.

E, perchè curassi le mie frequentazioni, mi metteva in guardia : la donna è come la castagna, bella di fori… è dentro la magagna, completavo, tanto per farla contenta. E, se mi vedeva sbattutello, vituperava i miei eccessi con il famoso: chi della donna non conosce l’uso… e m’induceva all’ammissione, non del tutto convinta: affina le gambe il muso.

Quella dei proverbi non era la sua sola passione : in lei cristianesimo e paganesimo convivevano sinergicamente. L’efficacia delle azioni che scaturivano dall’interrelazione di forze apparentemente incompatibili, costringevano i critici a sospendere ogni giudizio in merito.

Un piatto colmo d’acqua, una candela accesa, alcune gocce d’olio e la recitazione di arcane giaculatorie, in cui Dio e Satana risultavano due volti indistinguibili della stessa trascendenza, curavano il malocchio e i colpi di sole. Segni di croce fatti con l’unghia del pollice, accompagnati da oscuri abracadabra, risolvevano ascessi, foruncoli e orzaioli. Inoltre, quasi tutte le manifestazioni violente della Natura avevano la loro formula esorcizzante: santa Barbara benedetta, salvaci dal tuono e dalla saetta, cantilenava durante i temporali…

Litanie e rosari erano, allo stesso tempo, pie invocazioni e formule magiche. Questo significa che, accanto allo scopo più generale e astratto di richiesta di intercessione, l’uso pagano degli stessi aveva imposto finalità più pratiche, legate a un evento preciso.

La già notevole scorta di preghiere attinte al repertorio ortodosso veniva arricchita da una sotterranea letteratura spuria, le cui fonti erano e resteranno per sempre ignote. Mi riferisco a pacchi di “santini”, d’immaginette e di foglietti sparsi che la vecchia si procurava non si sa dove, su cui si leggevano, come su una ricetta, le prerogative del santo e i benefici che si sarebbero ricavati recitando la giaculatoria in calce. Ce n’era uno per ogni occasione, più di uno se questa era particolarmente funesta.

Agli inizi del’44 quasi ogni sera la sirena ci spingeva al rifugio antiaereo. La cosa cominciava a farsi pericolosa. Il paese era preso di mira con sempre maggiore frequenza. Bisognava “sfollare”. Ed ecco saltar fuori il santino : “Se raggiungerai il monte di Davide, ti salverai”.

Questo affermava la profezia.

Il monte di David? Fino in Palestina bisognava andare per salvare la pelle? Macché! Il monte di David era lì vicino : era l’Amiata; e David non era il pupillo di Saul, ma Davide Lazzaretti, un eretico fondatore di religioni, anarchico e sovversivo, ucciso dai carabinieri in una “rivolta sediziosa” ( il che non aveva impedito alle genti amiatine, motu proprio, di beatificarlo e di stampare e diffondere santini con la sua immagine e la promessa di salvezza, non si sa se terrena o eterna). Mio padre, con nostra grande sorpresa, acconsentì. Scoprimmo poi che si decise non certo perchè credesse nella profezia, quanto perchè sull’Amiata s’erano rifugiate altre famiglie del paese.

Sulle pendici del “sacro monte” passai giorni incantevoli, a far funghi nei castagneti e a giocare con munizioni e bombe a mano reperibili in quantità negli accampamenti dell’Asse spesso frettolosamente abbandonati. Attraversai indenne ogni pericolo, protetto dal caso e dalla profezia.

Venne infine il “passaggio del fronte”. Anche le quattro case in cui c’eravamo rifugiati non furono più sicure. Sloggiammo e prendemmo la via del bosco. C’era un seccatoio di castagne che faceva al caso nostro. Era nascosto e fuorimano, raggiungibile grazie a un sentiero stretto e impervio, da percorrere, a piedi e in fila indiana, tra felci rigogliose e virgulti di castagni.

C’incamminammo, mia nonna in coda, con il rosario in mano e un sorriso di suprema soddisfazione disegnato sul volto rugoso. Sembrava impegnata in un pellegrinaggio: affaticata, ma serena. Aveva accolto con favore la decisione della comunità perchè, pur ferma nelle sue convinzioni e quindi certa che ci saremmo salvati comunque, anche se fossimo rimasti nel borgo, era pur sempre una saggia popolana, pronta a suffragare una santa profezia con tutti i proverbi che facessero al caso: in questo, aveva sorretto la scelta di tagliare la corda con un aiutati, che il ciel t’aiuta e con un più saggio meglio aver paura che buscarne.

Inoltre, il pellegrinaggio nel bosco secondo lei interpretava più letteralmente la profezia, portandoci negli stessi luoghi della contumacia di Davide. Tra quelle felci e quei castagni il “santo” aveva trovato rifugio e s’era più volte salvato dalla persecuzione dei carabinieri. Da tutto ciò, dunque, non poteva venirci che bene.

Passammo la notte nel seccatoio, una notte d’inferno, animata dal fischio delle bombe di mortaio e dal fragore delle granate che cadevano intorno a noi. Sembrava che quella casupola di legno tra i castagni fosse un obiettivo militare di primaria importanza, da distruggere a tutti i costi, tanto era l’accanimento con cui la martellavano!

La vecchia, per quanto ne so, dormì saporitamente.

Al mattino qualcuno corse a prendere un secchio che era stato esposto a raccogliere la guazza notturna. Lo trovò vuoto e senza fondo. Lo sollevò, mostrandolo a tutti.

Chissà perchè, quel centro involontario di un ignoto artigliere fece più impressione di tutte le bombe che ci erano piovute addosso durante la notte: la decisione di allontanarci dal seccatoio il più rapidamente possibile fu immediata e unanime.

Proseguimmo lungo il sentiero che s’inoltrava nella boscaglia e che, come ci rendemmo conto ben presto, non portava da nessuna parte. Infatti terminò nel letto asciutto di un torrente. Qui, sulla sponda a valle, grossi macigni muscosi creavano un insufficiente riparo, che fu scelto come soluzione provvisoria, in attesa che qualche esploratore, inviato alla ricerca di una via di uscita, tornasse con l’indicazione giusta circa la direzione da prendere.

Il gruppo, formato da una quindicina di persone di tutte le età, si accampò a ridosso dei sassi. Io avevo cinque anni, mio fratello era in fasce e in braccio a mia nonna.

“ Mamma, mi scappa “ proclamai, non tenendo in alcun conto la gravità del momento.

Lei, che s’era appena seduta, sospirò e si rimise in piedi. Si guardò attorno. Stavamo vivendo un attimo di tregua e il bosco sembrava tranquillo.

“Spostiamoci un po’ più in su” suggerì.

Attraversammo il torrente asciutto e un praticello verde che saliva ripido verso la vetta. Feci quel che ero salito a fare, mia madre mi ripulì e mi rassettò, poi mi porse la mano, invitandomi a prendere la via del ritorno. Fu proprio in quel momento che la vidi. Esattamente alla stessa quota, a cinque o sei metri da noi.

“Mira, mamma, che fragola!” gridai, indicandola.

Era bella, grossa, rossa e invitante. Rifiutai la mano e corsi a coglierla.

“Spicciati” mi sollecitò “prima che ricomincino!”

Tornai da lei con la fragola in bocca. Com’era dolce, succosa…. Allora ci fu il fischio e, prima dello scoppio, il corpo di mia madre m’era sopra, a proteggermi. Il che non mi impedì di osservare, affascinato, il uro di fiamme e di sassi infuocati salire verso il cielo, in un punto imprecisato tra noi e il gruppo che avevamo lasciato sotto i macigni.

“Oddio!” gridò mia madre, disperata. “Son tutti morti!”

Non aspettò neppure che il fumo si diradasse: si rimise in piedi e, stringendomi forte la mano, corse verso il torrente.

Li trovammo tutti vivi, felici di vedere noi altrettanto vivi.

“Ci ha salvato una fragola” commentò mia madre, dopo che ci fummo sistemati di nuovo tra gli altri.

“Se non si fosse fermato a coglierla, la bomba ci avrebbe centrati.”

Guardai mia nonna. Prima si fece il segno della croce, per rendere grazie alla santità di Davide e alla forza soprannaturale della sua profezia; poi, però, per non smentirsi e per bilanciare il sacro con la giusta dose di profano, concluse sorridendo : “Vale più un’oncia di sorte, che cento libre di sapere.”

Rina Bontempi

La marcia dei millepiedi

E’ notte.

Nella discarica situata ai margini della grande città sta accadendo qualcosa di strano. Un movimento sospetto sotto la montagna di rifiuti attira l’attenzione della luna che, curiosa come tutte le femmine, spalanca gli occhi più che può per vedere di che si tratta.

Purtroppo però, con grande dispiacere, si accorge che la sua vista non è più tanto acuta e perfetta come quando era giovane, per cui le riesce difficile distinguere gli oggetti da così lontano. Pensa allora di mandare sulla terra Argentino, il suo raggio più lungo e luminoso, con preghiera di tornare poi a riferirle.

Appena ricevuto il comando, Argentino parte in picchiata a 300.000 km al secondo, come corre la luce, e zig-zagando spericolatamente tra stelle e meteore esterrefatte arriva sul posto in men che non si dica.

“Quel raggio ha proprio l’argento vivo addosso – sorride compiaciuta la luna mentre lo segue con lo sguardo carezzevole ed orgoglioso di madre – è vero che è sempre un po’ con la testa fra le nuvole ma, in fondo, è il più servizievole ed è buono come il pane.”

Madre luna ha un debole per quel suo figlio, ultimo nato, che è cresciuto lungo lungo e splendente come cristallo puro.

Arrivato dunque sulla terra, Argentino si posa vicino alla discarica guardandosi attorno attentamente per controllare la situazione. Un odore nauseabondo l’assale subito e lo colpisce come un pugno in pieno viso salendogli su per il naso fino al cervello.

“Ma cos’è questo cattivo odore? – chiede disgustato rivolto alla luna – tu non me lo avevi detto che i rifiuti degli uomini puzzano così tanto. Io non ci resisto quaggiù se non fai qualcosa per rimediare!”

E la madre, per farlo contento, gli spruzza addosso, con i poteri magici di cui solo i corpi celesti sono dotati, una pioggia di odori di primavera.

Argentino, tutto profumato, si mette subito al lavoro.

Il suo grande occhio luminoso guarda…scruta…indaga.

Lì un pezzo di carta straccia volteggia sulle ali del vento, là una busta di plastica si gonfia d’importanza e si solleva come una mongolfiera salutando dall’alto i compagni che la guardano invidiosi; poi però succede che il vento dispettoso si ferma all’improvviso e la busta, dopo neanche dieci metri, si sgonfia e floscia floscia ritorna delusa a cadere nel punto di partenza.

Tutto il resto sembra immobile e tranquillo. Ma è un attimo soltanto.

Un brusco movimento sulla cima della discarica fa ruzzolare rovinosamente giù fino in fondo due bambole nude intirizzite dal freddo ed un pallone da rugby spaccato nel mezzo.

Argentino si fa più attento. All’improvviso, ecco che fanno capolino due occhietti intelligenti. Chi…che cosa sarà?

Un ultimo scossone di qua e un altro di là e…

“Ahhh…Finalmente una boccata d’aria fresca! Che faticaccia però ragazzi…oh che luce accecante…poveri i miei occhi…anche a te danno fastidio? Ma..ma Isotta dove sei? Dov’è finita quella svampita di mia sorella, la mia gemella? Vuoi vedere che dormigliona com’è è rimasta imbottigliata nel traffico caotico che c’è là dentro?!” Chi parla, o meglio farfuglia, è Carlotta, una scarpa da ginnastica che un tempo doveva essere stata bianca con le scritte azzurre. Ora è grigio-verde e con la bocca aperta piena di piume di gallina.

Vede Argentino e, per niente intimidita, e senza chiedere per favore, gli dice:

“L’hai vista tu mia sorella? No? Dai, allora…svelto, aiutami a cercare quella tontolona”.

Ma non c’è bisogno di mettersi a frugare poiché proprio in quel momento la punta di un’altra scarpa da ginnastica con sopra spiaccicato un pomodoro marcio fa bu-bu fra le bucce di patate a qualche palmo di distanza.

“Ma Isotta! Dov’eri finita? – le si rivolge la sorella in tono di rimprovero – che spavento mi hai fatto prendere! Te l’avevo detto di starmi vicina se no ti perdevi in quella confusione. Pare un mercato! Ora fammi il piacere, prendiamoci per i lacci così non ci lasceremo più”.

“Chi siete voi? – chiede Argentino guardandole incuriosito dato che non ha mai visto da vicino un paio di scarpe da ginnastica – da dove venite, a che cosa servite”?

“Come, non sai chi siamo? Non conosci la nostra fama? Adesso ci ha buttato via come scarpe vecchie quell’ingrato di un padrone, ma devi sapere che se ora purtroppo siamo ricoperte di sporcizia, un tempo eravamo coperte di gloria”.

“Che cos’è la gloria?” vuol sapere Argentino.

“Ma allora tu non sai proprio niente!

La gloria è l’onore riconosciuto al vincitore di qualche cosa, e il nostro ex padrone era un campione della corsa ad ostacoli. Gli abbiamo fatto vincere tante medaglie d’oro e parecchie coppe. Su, dì la verità…ci meritiamo questa fine noi ora? Ma vedrai…non finisce qui.

Là sotto, per non cedere alla tristezza, non abbiamo fatto altro che ripensare alle cose belle, ai giorni delle vittorie, agli applausi del pubblico quando tagliavamo il traguardo. Una volta il nostro padrone si è pure fatto fotografare mentre ci baciava! Eeeh! (sospiro) Quanti sogni abbiamo realizzato!

Ecco perchè adesso non ci rassegniamo a finire così… vogliamo tornare a sognare”. E le due scarpe, felici di essere di nuovo insieme, si ripuliscono amorevolmente a vicenda e ritrovano un po’ del vecchio splendore. Con esso anche l’antico orgoglio riaffiora ed il loro cuore stanco che batteva fievolmente riprende vitalità.

“Ohi, ohi, ohi!” – si odono sospiri e lamenti un po’ più oltre.

“Chi è là? C’è qualcuno? – chiede Argentino dirigendosi verso quel punto.

“Ohi, ohi, ohi!” Si ripetono i lamenti più forte ancora e, da sotto un mucchio di barattoli di latta, spunta un tacco a spillo dorato, subito dopo un altro.

Un barattolo quasi pieno di conserva inacidita perde l’equilibrio e rotola giù pesantemente con grande fracasso. Al suo posto sbucano due scarpette color oro quasi nuove piene di foglie di lattuga e di fondi di caffè.

“Pahh!…Che schifo! Che roba disgustosa signori!

Ma dove siamo capitate? Come possono trattarci in questo modo… noi signore che siamo state fino a ieri nella scarpiera di una principessa che ci faceva spazzolare dalla cameriera tutti i giorni!

No, no… qui deve esserci un errore. Sicuro. Qui è stato commesso un grosso sbaglio.”

Argentino le guarda con riverenza. Sembrano così aristocratiche! E sono proprio belle, eleganti… perchè mai saranno finite tra i rifiuti allora?

Poi però le osserva più attentamente e si accorge che una delle due ha un tacco mezzo staccato. Ah, ecco il motivo per cui si trovano nella discarica anche loro, altro che sbaglio…belle ma inutili!

“Argentino…Argentinooo…aiuto!”

Qualcuno adesso lo sta chiamando da sotto un cumulo di bottiglie di vetro laggiù dove è buio pesto.

“Chi è che mi vuole…come sapete il mio nome?” chiede sorpreso di essere così noto.

“Siamo noi, Crik e Crok…siamo sepolte qua sotto…aiutaci ad uscire prima che questi vetri ci tagliuzzino la pelle…presto però…fai più presto che puoi.”

E Argentino comincia a scavare frettolosamente proprio là dove si odono le voci, incurante dei vetri rotti che gli si conficcano nella bella pelle argentata. La sua generosità non gli fa sentire neppure il dolore.

“Dai…dai…forza, bravo che ci sei quasi…fra qualche millimetro ci raggiungi…sposta quei vasi rotti che ci premono sulla testa”.

E un momento dopo, infatti, due gigantesche scarpe rosse a pallini gialli da clown con la suola staccata ed i fiocchi stropicciati sbucano davanti al suo grande occhio.

Come sono buffe! Al solo guardarle già vien da ridere ed esse, contente di mettere il buon umore, raccontano di aver lavorato per tanto tempo in un circo con il pagliaccio Allegria.

Si sentono intanto altre voci che chiamano di qua…di là…di su e di giù..di sopra e di sotto.

“Aiuto! Aiuto! Aiuto!”

E’ un coro in crescendo, senza fine.

Argentino non sa più dove guardare. Cerca di allungarsi per arrivare dappertutto, ma le richieste sono veramente troppe e tutte urgenti.

La notizia che un raggio di luna sta raccogliendo le scarpe abbandonate si è diffusa rapidamente nell’enorme discarica e ben presto decine, centinaia di vecchie calzature invocano il suo nome.

“Calma, calma ragazze! Abbiate un po’ di pazienza – raccomanda a ciascuna infondendo coraggio – vi libererò presto tutte quante, non dubitate, ma ci vorrà un po’ perchè siete davvero tante”

E continua instancabile a scavare.

Tornano ben presto in superficie scarpette da bambino senza lacci, scarponi da neve senza fondo, zoccoletti da mare con la cinghia staccata, sandali da frate bucati, stivali da pescatore pieni d’acqua, pantofole del nonno con la cerniera rotta, ballerine di pezza con le punte sfondate, pattini senza rotelle e tante, tante altre di ogni tipo.

Ognuna, appena liberata dai rifiuti, respira a pieni polmoni l’aria fresca della notte e bacia riconoscente il raggio di luna salvatore che prosegue l’opera di salvataggio senza riposarsi un istante. Alla fine, stremato ma felice, egli si ferma per prendere fiato e per dare un’ultima occhiata attorno se qualcuno ha ancora bisogno e….mamma mia! Argentino non può credere ai propri occhi. Un esercito di scarpe sta lì davanti a lui aspettando una parola, un suo comando. Ma la voce non gli esce fuori, è troppo emozionato.

“Che facciamo ora…dove andiamo se nessuno ci vuole più?” – domandano le brontolone pantofole Sollievo del nonno.

“Portaci in un posto dove si possa sognare, magari su un palcoscenico per risentire l’eco degli applausi” chiedono le sorelle ballerine.

“No, andiamo a fare una passeggiata in riva al mare”- propongono gli zoccoletti Ciavattoni.

“Macché passeggiata e passeggiata, andiamo piuttosto a fare una bella nuotata” – pretendono le pinne Medusette una delle quali è tagliata a metà.

“Noi invece vogliamo andare ad arrampicarci sulle rocce – gridano con voce tonante gli scarponi da montagna Stellalpin le cui suole bucate farebbero fuoriuscire i piedi – Vogliamo scalare ancora le montagne…vogliamo provare di nuovo l’ebbrezza di arrivare sulle vette e toccare il cielo!”

“Ma fateci il piacere – intervengono boriosi un paio di sci dalla linea invidiabile ma piegati su se stessi per una caduta – noi si che ci si divertiva… si vede proprio che non avete mai provato l’emozione di lanciarvi giù per una pista innevata alla velocità del vento. Andiamo sulla neve che è meglio…quando si parte?”

“Tutti al circo, tutti al circo che è più divertente ancora!” urlano al di sopra di tutte le altre voci le grosse scarpe da clown con la bocca spalancata dove sono rimasti infilati il manico di un ombrello ed il torsolo di una mela.

“Calma…calma…basta con tutti questi discorsi che mi fanno girare la testa” – ordina Argentino che adesso non sa più che pesci pigliare con tutte quelle richieste.

E madre luna, vedendolo in difficoltà, interviene ancora una volta in suo aiuto.

“Argentino…Argentino…non ci riuscirai mai a mettere d’accordo tutti quei cervelli ognuno dei quali la pensa diversamente. L’unica soluzione è quella di :blà blà blà, blà blà blà, dove ognuno potrà blà blà blà…blà blà blà”.

“Evviva, evviva! Soluzione ok madre luna.

Ragazze…ragazzi…ascoltatemi, adesso so dove condurvi. C’è un luogo proprio adatto a voi, un luogo dove chi ama sognare è accolto a braccia aperte, un luogo dove chi sogna può ritrovare la felicità, ma per arrivarci la strada è lunga e… in salita. Siete disposti ad affrontarla?”

“Siiii! Siii!” E’ un coro unanime.

“Forza allora, in marcia…dobbiamo arrivare dove nasce l’arcobaleno”.

“E dov’è che nasce?” – si solleva un’unica domanda.

“Laggiù…laggiù..nell’orto dei colori.”

E avviene così che, nella notte serena, guidate dal raggio di luna argentato, migliaia di scarpe legate per i lacci le une alle altre in modo da non perdersi, prendono a marciare in fila indiana, due a due, decise a raggiungere la metà stabilita.

“Cos’è quella roba?” – si domanda il mondo nel vedere la strana ed infinita processione avanzare cantando l’inno senza parole delle scarpe vecchie alla riscossa.

“E’ la marcia dei millepiedi” – rispose la luna a chi sa interpretare il linguaggio degli astri.

La processione cammina…cammina…cammina. E canta.

Attraversa città addormentate, fiumi sonnolenti, campagne deserte, vallate rugiadose, foreste in ascolto…

“Presto – incita Argentino preoccupato ormai del tempo che si avvicina all’alba – marciate più svelti che sta arrivando il giorno. Guardate, è proprio qui dietro di noi e, se il sole ci sorprende che siamo ancora in viaggio, tutto il progetto sfumerà.”

“Uffa..uffa! – si mettono a piagnucolare proprio adesso che è il momento meno opportuno le scarpette dei bambini – uffa, siamo stanche noi, non ce la facciamo più”.

E si sdraiano per dormire in mezzo alla strada.

Ma la marcia non si deve fermare, non si può fermare.

Gli scarponi e gli stivali capiscono allora che è necessario il loro intervento: si mettono in spalla i piccolini che cadono dal sonno e proseguono il cammino verso l’arcobaleno con il prezioso carico.

I piccoli già stanno sognando e sicuramente giocano felici con gli angeli, a giudicare da come sorridono beati.

“Eccolo là l’arcobaleno… eccoci arrivati finalmente – indica trionfante Argentino all’improvviso – Vedete che il suo arco fa da ponte fra cielo e terra? E vedete quella nuvola grossa lassù? Ebbene, quella è la nuvola dei sogni e noi dobbiamo raggiungerla. Siete stanchi e volete fermarvi?”

“No, no, no…per riavere i nostri sogni siamo disposti a tutto!”

“E allora coraggio…in marcia! Un ultimo sforzo..non arrendetevi mai se volete raggiungere un obiettivo”.

E la stravagante ed infinita fila indiana inizia a salire il ponte dell’arcobaleno.

Piano piano la terra si allontana, si vede dall’alto. E’ bellissimo lassù. Non più rifiuti puzzolenti, non più solitudine, non più abbandono.

Le prime scarpe arrivano a toccare con la punta la nuvola dei sogni che aspetta sempre con le porte spalancate per far si che ognuno possa entrare quando vuole. Poi, piano piano, con la massima disciplina, entrano tutte quante. C’è posto per tutti. Argentino solo rimane fuori, per ultimo, ad accertarsi che non ci siano ritardatari. Lui ora ha finito il suo compito. E’ riuscito a condurre quell’esercito in marcia fin dove doveva portarlo, lo ha accompagnato alle porte del mondo dei sogni dove ognuno può fantasticare di vivere la vita che più gli piace.

Guarda un’ultima volta la nuvola straripante di scarpe vecchie, e illuminandola ancora per un momento con la sua luce argentata, saluta tutti commosso e contento di avere compiuto una buona azione e si proietta nel cielo infinito verso madre luna che lo sta aspettando per allontanarsi con lui all’apparire del primo raggio dorato del sole.

E se a qualcuno capita di guardare il cielo nelle notti di luna piena, quando Argentino passeggia fra le stelle e le meteore col suo raggio luminoso, può succedere, ai più fortunati, di vedere la nuvola dei sogni che trabocca di scarpe felici che salutano tutti noi quaggiù..da lassù..da lassù nel blu.

Riccardo Gazzaniga

La cella

E’ buio, qui nella cella.

Ci sono rinchiuso da quasi sette anni. Quanti giorni esattamente? Duemila-duecento-quarantasei. Li ho contati ieri per la duemila-duecento-quarantaseiesima volta.

Non immaginavo che sarebbe stato così tremendo.

Certo, cercavo di figurarmi come avrei scontato la condanna. Sin dall’inizio quel pensiero è stato un martello pneumatico che mi sfondava la testa. Quando ascoltai la sentenza la mia mente fuggì subito laggiù, in quel luogo oscuro ove l’immaginazione si prefigura i contorni di sofferenze immense, ma ancora sconosciute.

Nonostante gli sforzi il mio cervello non è andato nemmeno vicino ad intuire quanto mi attendeva.

Forse la verità era che una parte di me si ostinava a sperare. Voleva credere che non si trattasse DAVVERO di una sentenza inappellabile. Che avrei trovato il modo di scappare. Che, forse, qualche complice avrebbe potuto aiutarmi.

Ma mi sbagliavo di grosso e adesso lo so. Ora che la mia anima è incastonata qui dentro senza possibilità di scampo, adesso so.

Non mi è rimasta che questa cella.

L’unica, disperata ancora di salvezza sono i miei ricordi. Ricordi di quando ero libero, immagini che vanno e vengono nella mia testa. Appaiono più spesso nel cuore della notte, fantasmi dolenti che mi sussurrano di non addormentarmi. Non mi spaventano, questi spettri. Anzi sono quasi benvenuti, nelle notti infinite in questa cella. I loro incessanti lamenti mi tengono desto. E, ora dopo ora, la voce degli spiriti si fonde nella mia.

Ecco, ecco che vengono anche stanotte.

Questi fantasmi sono i prati in fiore e l’erba sotto la pelle.

Sono il vento sulla faccia, mentre correvo in moto.

Sono il volante sotto le dita, quando guidavo la mia macchina.

Sono una pizza margherita ed una birra gelate, consumate insieme agli amici di sempre.

Ah, cosa non darei per una pizza…Mi ricordo bene l’ultima, prima di essere rinchiuso. Iniziavo a sospettare che non ne avrei più mangiata una, visto che era questione di giorni perchè la condanna mi fosse definitivamente notificata.

La consumai così lentamente che il piatto parve non svuotarsi mai. Volevo assimilarne ogni sapore, ogni angolo, ogni umore. La croccantezza della pasta arrostita nel forno a legna, la flagranza del pomodoro, la mozzarella con tutti quei fili che si scioglievano deliziosamente in bocca…

Gli spiriti sono acqua. Acqua dal cielo sulla mia testa calva, acqua del mare fra i piedi, sulla spiaggia; acqua a sorsate da una fontana, al campo di calcetto.

Sono le partite di pallone…Le corse verso l’area di rigore, i calci, le urla, il sudore, le liti stupide, gli abbracci dopo un goal.

Sono le sere al pub, con mio fratello, ad urlare contro il maxi schermo, quando giocava la Juve.

E di nuovo l’acqua. L’acqua sulla mia pelle mentre nuotavo in piscina. Le braccia che mulinavano forte, le gambe che spingevano, i polmoni che bruciavano cercando l’aria, la macchina perfetta del mio corpo che rombava al massimo dei giri.

Certe volte spero che il dolore dei ricordi mi uccida. Ma non accade. Questa spada mi trafigge il cuore senza lasciar grondar fuori il sangue.

Se almeno impazzissi…Se perdessi il senno e non comprendessi più nulla, se la mia mente naufragasse nella dolce follia. Se mi perdessi in una sorta di lungo sogno, senza risvegli né ritorni alla realtà.

Sarebbe meraviglioso.

Ma neppure la follia mi è concessa. Questo maledetto cervello continua a funzionare, sognare, sperare, ricordare. Mentre la mia esistenza si disfa lui, imperterrito, rimane lì al suo posto come un generale cocciuto che si ostina a resistere, quando il suo battaglione è già annientato.

Fuori, nel mondo oltre la cella, sta sorgendo l’alba. Presto il sole inonderà lo spazio intorno a me, ma non scioglierà le gelide tenebre calate sul mio cuore. I miei fantasmi urleranno più forte, mentre nasce il giorno, perchè la gioia dell’alba li rende più feroci.

Anche io, come loro, odio questa luce che profuma di vita.

Vorrei essere un vampiro che il sole trasformasse in polvere. Invece verrà un altro giorno e poi un’altra notte, un altro giorno e un’altra notte ed io sarò qui come un’inutile vedetta senza navi né terre da avvistare.

Perchè nessuno è mai uscito vivo da questa cella.

Di evadere non se ne parla. Ci hanno provato in tanti e da tanti anni, ma nessuno ci è riuscito. In molti hanno tentato di aiutarmi, da fuori. Benedette anime, hanno chiesto una pietà che la legge degli uomini non vuole accordarmi. Una grazia da parte dei tribunali, l’unica speranza cui potessi anelare. Ma anche tutti quegli appelli disperati hanno fallito.

All’inizio, una volta, ho cercato di farla finita.

Ma mi hanno salvato, dannazione. Mi hanno salvato e la cosa più tremenda è che io volevo disperatamente che lo facessero! Mentre rimanevo sospeso sul baratro delle tenebre soffrivo e volevo sopravvivere. Perchè non c’era niente di dolce nel morire ma solo dolore e buio e terrore.

Brutto vigliacco, codardo che non sono altro, ho preferito la mia cella a tutta la sofferenza che serviva per morire.

Tra poco arriverà quello schifo che si ostinano a chiamare colazione. Io che mangiavo croissant rigonfi di crema ogni mattina, io che mi svegliavo con la fame di un lupo, io costretto a queste schifezze. Perchè, maledizione, perchè? Perchè sono finito qui dentro? Io sono innocente. Io non ho fatto niente.

Eppure non mi rimane nient’altro che aspettare la fine.

A volte prego. Anzi, non è giusto dire che prego. In verità invoco, impreco, bestemmio. Mi rivolgo a Dio, qualsiasi faccia abbia, comunque si chiami. Anzi CONTRO Dio, che ha voluto questo. Lo insulto, lo provoco, lo offendo. Lo imploro

Che, almeno adesso, abbia pietà di me. Che mi aiuti a lasciare questa cella, in qualche modo. In fondo vorrei solo addormentarmi e non svegliarmi più. Non mi sembra di chiedere molto. Ma Lui no, niente, nulla.

Forse sono io lo stupido. A che serve prendersela con Dio? Lui non esiste, perchè altrimenti non avrebbe permesso che io fossi incarcerato così.

Ma ho bisogno di sfogarmi contro qualcuno. Cercate di capire. Devo liberare tutta questa rabbia perchè da sola non si placherà mai. Mai. Ma eccoli, eccoli di nuovo i fantasmi dei ricordi. Il corpo di mia moglie che geme sotto di me, le mani sul mio petto, mentre gode di piacere, le carezze dopo che abbiamo fatto l’amore.

E la mia bambina… La mia bimba che impara a scrivere ed io che le correggo gli errori. La mia piccolina che mi salta in braccio e mi tempesta di baci, poi corre, scappandomi via per casa. Ora non le permettono più nemmeno di incontrarmi. Dicono che potrebbe rimanere troppo sconvolta, a vedere la cella. Hanno ragione, lo so. Ma nemmeno lei mi è rimasta, mentre continuo a chiedermi il perchè di questa condanna.

Io non meritavo tutto questo. Io avevo sempre fatto del mio meglio.

Fuori, però, il sole se ne frega di me. Lentamente sta sorgendo e filtra dalla serranda, dentro queste mura. La luce inizia ad illuminare la cella ed io vorrei piangere, ma le lacrime non vengono.

Sento armeggiare sulla porta e il cuore mi sobbalza stupidamente, sorpreso nonostante l’abitudine. L’ingresso si apre. E’ presto, ma lei è già sveglia. Come ogni mattina, da quasi sette anni.

“Buongiorno amore” dice con il tono più allegro che può. Ma il dolore è una pietra sul cuore.

Ogni volta spera che i miei occhi siano chiusi e non la possano guardare mai più. Lo leggo sul suo viso e vorrei dirle centinaia, migliaia, milioni di cose. Ma fissarla senza espressione, con il volto e gli occhi vuoti, è tutto quanto mi è concesso di fare.

Lei si avvicina e mi guarda, con il solito sorriso senza felicità. So che vorrebbe aiutarmi. Vorrebbe liberarmi, ma ha paura di non essere capace e di causarmi atroci sofferenze. Così compie l’unico gesto possibile: controlla accuratamente la cella. La cella è quella che secoli era fu la nostra camera nuziale.

E’ questo letto dove un tempo sono stato un uomo capace di amare, ridere, piangere, sognare.

La mia prigione sono queste macchine implacabili che mi tengono attaccato a qualcosa che si ostinano a chiamare vita.

La cella è il mio povero corpo immobile e devastato dalla malattia, che non vuol saperne di morire.

Tutto è in ordine, come al solito. Così mia moglie può alzare la serranda.

Il sole entra, la mattina è arrivata. Ma è solo un altro giorno in attesa della fine.

Qui nella cella.

Alma Chiment

La postina Angelica

Ricordo con precisione quando la nonna mi parlò, per la prima volta, di Angelica: fu durante una sera d’inverno di tanti anni fa.

Ricordo che a quei tempi la televisione non c’era ancora nelle case, tuttalpiù la si poteva vedere in qualche osteria, perciò, dopo aver rassettato la cucina e messi a letto i bimbi più piccini, gli adulti si riunivano davanti al camino e, mentre gli uomini chiacchieravano, le donne e le ragazze cucivano, sferruzzavano o ricamavano.

Quella sera – avevo sì e no cinque anni – dopo tante moine, tante promesse di essere buona per tre anni di fila, dopo aver detto e ridetto che ormai ero grande, che a nanna presto ci andavano solo i bambini piccoli che non sapevano mangiare da soli e che non sapevano ancora vestirsi da soli, soprattutto che non sapevano andare a comperare il latte e il pane pagando con soldi veri e sapendo farsi dare il resto giusto… avevo finalmente convinto la nonna che potevo restare alzata ancora un pochetto, ben sapendo che i grandi, dopo cena, chiacchieravano di cose belle, importanti..e, per me, colme di mistero.

Seduta sul mio sgabellino, accanto alla nonna, aspettavo, fremente e incuriosita, che qualcuno incominciasse a parlare. Sbirciavo, furtiva e quasi impaziente, lo zio Toni, ben sapendo che era lui il chiacchierone di famiglia.

“Ho visto il nipote dell’Angelica, stamattina… – iniziò, infatti, lo zio, battendo lentamente la pipa contro il gradino del camino e scrollandone il tabacco, ormai diventato cenere. – Gli ho pagato da bere subito, appena mi ha detto di aver vinto il concorso alle Poste. Bravo figliolo! La sua nonna, di lassù, si sarà ben consolata.”

“Chi è Angelica?” Mi intromisi, guardando con avidità la nonna, lo zio, e ognuno dei presenti che, a quelle parole, avevano sospirato e, subito, era comparso sul viso di ognuno un gran sorriso.

“Angelica era la nostra cara e indimenticabile Postina.” Spiegò la nonna, arruffandomi con gesto lento la frangetta.

“Racconta, racconta!” Implorai.

E la nonna iniziò a narrare di quella straordinaria creatura che racchiudeva nella propria fragile e minuta persona tutte le più buone e belle qualità che ogni essere umano dovrebbe avere.

Era figlia di povera e buona gente del paese, che si era indebitata sino al collo per far studiare quella figliola che, tanto fragile e delicata, non poteva certo dare una mano nei campi. Lo studio, la scuola, un impiego meno faticoso ma sicuro era parso a quei genitori l’unica possibilità da offrire alla loro creatura, per avere la certezza di un suo futuro dignitoso e, soprattutto, che le offrisse la possibilità di guadagnarsi onestamente il pane per sopravvivere.

Angelica aveva ben ripagato i suoi genitori, studiando con profitto, ottenendo un’ottima valutazione agli esami e vincendo immediatamente un concorso che le permise di ottenere il posto vacante di Postina.

“Era bella?” domandai.

La nonna mi guardò per un lungo istante, socchiuse un poco gli occhi e poi, con voce permeata d’emozione, rispose:

“Ricorda che le persone buone sono sempre molto belle. Hanno una bellezza che nasce da dentro, dal cuore, una bellezza radiosa che si riversa, tramite gli occhi, su tutto il corpo e si propaga, poi, su chiunque le avvicini. Angelica era quindi bella; era piccolina, magrettina, con grandi occhi neri e luminosi, un sorriso contagioso e due mani così piccine che ti chiedevi, ogni volta, come facesse a reggere tutta la posta che, ogni giorno, distribuiva.”

“Sono contenta che fosse piccina.” commentai.

“Perché?” Si stupì la nonna.

“Magari sarò buona anch’io… sono così piccola!” Sospirai, guardandomi corrucciata, poiché tra i miei cugini ero proprio la più bassa di statura e ne ero scontenta, perchè, allora, pensavo che le persone alte fossero più fortunate e considerate.

La mia osservazione sollevò un coro di risate tra i grandi e mentre io li guardavo, un po’ offesa e un po’ delusa, ascoltai la mano gentile della nonna che, con il suo solito tocco amorevole, mi accarezzava i capelli, mentre la sua voce sussurrava:

“Va là, scriccioletto! Lasciali ridere; noi due sappiamo che è il vino buono a stare nella botte piccola. Pensa a quel grullo di Menico, alto come una pertica ma che non sa far nulla; è ignorante come una talpa e, se non mette giudizio, finirà a fare un lavoro inutile – come estrarre sassi asciutti dal fiume – e neppure si accorgerà di quello che fa.”

“Non si possono togliere sassi asciutti dal fiume: se sono nell’acqua sono bagnati!”

Obiettai, subito.

“Tu lo sai, ma lui è talmente sciocco e presuntuoso che neanche lo penserebbe e, ne sono sicura, si arrabbierebbe, vedendo che sono bagnati, perchè penserebbe che è il fiume a fargli i dispetti.”

“ Allora parla ancora di Angelica, Menico non mi interessa.”

La nonna riprese a parlare e dalle sue parole appresi che il lavoro di Postina era un incarico molto importante, colmo di responsabilità e tanta, tanta fatica.

“A quei tempi si era ricchi già a possedere una bicicletta, e Angelica, poverina, non aveva neanche quella. Si alzava all’alba, raggiungeva l’Ufficio Postale, smistava la corrispondenza, la metteva nel suo capiente zainetto e via! A consegnare lettere, giornali e quant’altro, sempre a piedi, estate e inverno, sole e pioggia, neve e bufera. Percorreva viottoli, sentieri e straducole talmente scomodi che a sera, quando tornava a casa, era stanchissima.”

“Era così grande il paese, allora, che ci metteva tutto il giorno!” mi stupii, pensando al territorio e non trovandolo affatto vasto.

“Andando a piedi, ti assicuro che non è piccolo come sembra. Tantopiù che consegnava la corrispondenza anche nelle frazioni e nelle Malghe su, su per la valle”.

“Forse ci metteva tutto il giorno perchè si fermava a chiacchierare dopo aver consegnato la posta”.

Commentò, un poco malignamente, lo zio Bartolo, il marito della zia Pinetta.

Non mi piaceva lo zio Bartolo, perchè era un gran criticone e con il passare degli anni l’iniziale diffidenza e poca simpatia che provavo nei suoi confronti non mutò, mai.

Le sue parole avevano però suscitato un sommesso mormorio e occhiate poco benevole, da parte dei presenti, e la zia Pinetta, che solitamente non lo contraddiceva mai, quella sera osò dire la sua.

“Non merita queste parole, Angelica. Ti assicuro che se tu l’avessi conosciuta non parleresti così.”

“Mai vista una donna che non chiacchieri appena si presenti l’occasione. Ne parlate bene solo perchè è morta.” La rimbeccò.

La nonna, con una semplice occhiata, ottenne il silenzio e riprese a narrare.

“Non si fermava a chiacchierare o a perdere tempo, Angelica. Era per il suo buon cuore, che sacrificava parte della propria giornata. Se avesse consegnato solo la posta, avrebbe avuto per se stessa quello che oggi si chiama tempo libero, avrebbe potuto riposarsi di più e la sua salute non sarebbe stata così fragile, soprattutto non sarebbe morta ancora giovane.”

Un silenzio greve si adagiò nella stanza. Ognuno dei presenti teneva il capo un poco chino e una strana sensazione s’impossessò del mio piccolo cuore. Sembrava che tutti, indistintamente, si fossero raccolti in silenzio per rivolgerle un pensiero, forse una breve preghiera.

Quando la nonna riprese a parlare, la sua voce mi parve un poco malferma, come se la commozione gliela avesse appannata.

Con parole sommesse e colme di rispetto, la nonna spiegò perchè la giornata di Angelica era così lunga.

Angelica non si limitava a consegnare la posta e a ritirare quella che qualcuno dei paesani le affidava per essere spedita, la buona e gentile Postina si fermava nelle case di coloro che non sapevano leggere e, con pazienza e generosità, leggeva ad alta voce lettere, messaggi, o cartoline di saluti.

A quei tempi, spiegava la nonna, non tutti potevano avere la gioia e la possibilità di imparare a leggere e scrivere e le persone si trovavano così in grande difficoltà quando ricevevano la posta.

In genere erano il Prete, il Farmacista, il Medico Condotto che aiutavano coloro che non sapevano leggere, ma da quando Angelica era diventata la Postina, la gente si rivolgeva più volentieri a lei, perchè era una persona riservata, prudente e con sempre una buona parola di conforto per coloro che ricevevano notizie un poco tristi.

Angelica si era poi sposata con un bravo giovane del paese e, inizialmente, tutti pensavano che avrebbe lasciato il suo lavoro, per badare alla propria famigliola e attendevano, con ansia e timore, la notizia. Ma lei non deluse nessuno, perchè continuò a portare ogni giorno il suo zainetto di posta, camminando da una casa all’altra, da una frazione all’altra.

Quando scoppiò la Grande Guerra, suo marito, come accadde per molti degli uomini del paese, dovette lasciare la sua casa per andare al fronte. Angelica aveva un figlio piccolino, ma non si arrese. Continuò a fare il suo lavoro e, in quel periodo il suo impegno aumentò, perchè oltre a leggere le lettere che gli uomini mandavano dal fronte, aiutava le madri, le mogli, le sorelle e i figli a scrivere ai loro cari.

Sovente si tratteneva più a lungo in alcune di quelle case dove portava la posta, perchè, sempre più sovente, le lettere erano più difficili da leggere, perchè contenevano notizie tristi, perchè portavano messaggi che gettavano nella disperazione chi le riceveva.

… e in quel periodo Angelica imparò a dire le bugie…

Sentii un colpo al cuore quando la nonna disse quella frase.

La guardai con apprensione, incredula di ciò che sentivo e lei, annuendo lievemente con il capo sussurrò:

“Imparò a dire delle piccole, innocenti, pietose bugie.”

“Ma la bugie non si dicono! Le bugie fanno male, a chi le dice e a chi le sente.”

Protestai, guardando, stupita, tutti i grandi che erano nella stanza.

C’era chi annuiva, chi si stringeva nelle spalle, chi sospirava…e, stranamente, lo zio Bartolo non diceva nulla.

“A volte si dicono delle piccole bugie per aiutare chi ha un grande dolore.” Iniziò a spiegare la nonna.

“Non capisco…” farfuglia, confusa.

“Sai che cosa vuol dire la parola guerra? Chiese la nonna.

“Si, me lo hai spiegato proprio tu. So che è una cosa brutta, che fa tanto male, che tanta gente poi piange perchè tanti soldati muoiono, che tante persone non hanno più la casa…”

“Quando arrivavano le lettere che dicevano che un soldato era morto, oppure che era ferito in un ospedale e che forse non sarebbe mai più guarito, oppure che era disperso su un campo di battaglia… Angelica, quando leggeva ad alta voce quelle lettere, mascherava un poco la verità.”

“Oh!”

“Quando nella lettera c’era scritto che il soldato era morto, lei diceva che si era fatto molto male e doveva rimanere a lungo all’ospedale. Come poteva dire ad una madre che il suo unico figlio era morto? Sarebbe stato meglio lasciarle una piccola speranza, e poi ci avrebbe pensato il tempo ad aiutare quella povera madre a rassegnarsi. Se invece la notizia era che il soldato era disperso, Angelica riferiva che stava svolgendo una missione importante, che sarebbe tornato a casa più tardi, che bisognava avere pazienza ed aspettare.”

Rimuginai tra me, per alcuni minuti, le parole della nonna, poi le rivolsi un debole piccolo sorriso e, a bassa voce, dissi :

“Non le devi chiamare bugie quelle che diceva Angelica. Le bugie vere sono cattive, brutte e fanno male, mentre le sue erano delle piccole favole che raccontava per farli addormentare tranquilli. Non c’è nulla di male e raccontare le favole, perchè, anche se non sono cose vere, le favole ti fanno sognare e ti fanno compagnia quando, spenta la luce, rimani solo nel tuo lettino. Ha fatto bene Angelica, era proprio una buona e brava Postina… e se un giorno anch’io dovessi dare una brutta notizia a qualcuno, la modificherò un poco, cambierò qualche parola, penserò a lei e di sicuro mi verrà in mente cosa dire, per non dare un grosso dispiacere a chi la dovrà ricevere..”

e ora che la mia nonna non c’è più.. lo sa che anch’io qualche piccola strana bugia l’ho detta.

2 thoughts on “Testi inediti vincitori 2008

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