Testi inediti vincitori 2009

Raffaele Floris

RESURREZIONE

La primavera non si può evocare

nell’ora incerta, dove abita l’ombra:

la linfa scorre lenta come sabbia

nella clessidra, e il tempo si consuma.

Il lungo inverno assiderò gli sguardi,

bruciò nel sale i passi sui sentieri

di neve: rese inutile la veglia,

cenere spenta il sangue nelle vene.

Marzo risplende e fumiga la vita

nei prati e nei cortili ebbri di pioggia.

Pulsa alle tempie aprile, la canzone

fiorita dei giardini agita il vento.

Alessandro Bertolino

FORSE LA GATTA SOGNA SULLE NOTE DI MILES DAVIS E OSCAR PETERSON

E’ gratificante per un abitante del pianeta

(emisfero occidentale) quale io sono, la sera

Innescare il contatto elettrico,

adagiarsi sul divano e viaggiare

sulle note soffiate di Round Midnight.

Re Davis ci sa fare come pochi;

la minore, re settima e via:

la fucina dei polmoni stantuffa

aria preziosa che delizia,

al di qua dell’amplificatore,

le orecchie raffinate d’una gatta europea;

sembra che dorma (e forse

sogna crocchette a tempo di jazz)

ma non a caso succede proprio

quando la tromba inizia a suonare.

Ed è lo stesso, credetemi, se

la voce e soprattutto

il piano di Oscar Peterson

invadono pacifici la stanza con al seguito

sax, contrabbasso e batteria.

Immortali i ragazzi suonano anche stasera:

da qualche parte, che non vedremo mai,

dita leggere e scure

danzano sui tasti d’avorio;

geme la tromba e tesse la tela.

Nella magia dell’invenzione strepitosa

battiamo il tempo, inseguiamo il ritmo

di quello che fu scandalosa moda

io con i piedi da camera,

luna con la punta della coda.

Maurizio Noris

SPERANSA FRA NOTER / SPERANZA FRA NOI

Che la sgàgne por /Che morda pure

la pùra /la paura

in ghéda del pès/ nel ventre del pesce

e ‘l disinvìs no ‘l seès/ e il desiderio non sia

che pà crut / che pane crudo

e dù occ/ e due occhi

per sborentide someànse. /per spaventate fotografie.

Che ‘l me cor de cartù/ Che il mio cuore di cartone

no ‘l sa dèsfe / non si sfasci

a la viamènsa de l’insògn / alla veemenza del sogno

prima de dientà vènt / prima di diventare vento

che sgorla / che sgocciola

e suga, / e asciuga,

préda/ pietra

sènsa sègn ./ senza segno.

Ol tò vis / Il tuo viso

chèl / quello

impruìs / improvviso

l’è ‘l pòst di stòrie ‘nsèma / è il posto delle storie insieme

l’è paìs, / è paese,

boca che brusa / bocca che brucia

e us che sa pond. / e voce che si ripone.

I tò occ de s-cetì / I tuoi occhi di bambino

I ma domànda / mi chiedono

de rimetì al mond / di rimettere al mondo

ol mond. / il mondo.

Francesca Lagomarsini

IL MIO RIFUGIO

Il mio rifugio è uno scrittoio dimenticato

di segreti e carte ingombro

Quando scivolo nella completa assenza

ci sono pagine

un altro inverno

e parole facili da seminare.

Eppure il chiudersi

dello scrittoio è ancora

una finestra aperta sul gelo

è cadere

nella neve fresca di un pensiero

fragile

sul filo funambolo

di un teatro d’ombre.

Marina Pratici

NELLA CASA DI ENDENICH

Nella Casa di Endenich osservo i secondi che si allungano

come le ombre sui ciottoli di Bonn

e il tempo sembra mare,

imprigionate in carta geografica

le mie onde…

Sbadiglia la Tigre / Crono ora tace

Mi chiamano Fiordaliso,

nella Casa di Endenich,

ma io sono un papavero

dal cuore nero

dalle vesti rosse

come il mosto del Reno

come il fiato della porpora…

Mi bacia la Tigre / e io sono brace.

Distillano la neve studenti suadenti Lacchè

si spengono le fiamme

la lingua si fa muschio di Ennest,

nella Casa di Endenich

dormo in culla di magnolia

come lino i miei sogni

come pece i miei ricordi..

Immobile la Tigre / nella gabbia di pace.

Rinnova il suo belletto

Fraulein Lili Marlene

Edipo sospira su arbitrari errori

religio gaudiosa e amor fati,

passeggio con la Brina

nella Casa di Endenich

germogli di primavera sotto i piedi…

Mi segue la Tigre / con passo rapace.

E Schumann è mio padre,

come isole dimenticate

ci teniamo per mano

riecheggiano i lontani ottoni

duettano per noi angeli e pellicani,

sillabiamo antichi incantesimi

perché non muoia la Tigre

perché non si spenga la mia Luce

nella Casa di Endenich.

Emanuele Baiolini

IALINO ISTINTO L’URANICA MADRE (URANIA)

Ubiquità non sarebbe parvenza:

Implode quest’aureo stelo ch’è perso

nel caro centro: il percorso del sole.

In questa sera lo specchio è così

poco fugace, che la mia mano

è via diretta: già tuo universo”

Resta il mistero assortito di punti:

Annoto lì la memoria che scalcia e

respiro già comunione negli astri:

quelli che nacquero, quelli che luce

esplosa dalla fontana dei tempi”.

Ascolto i grilli al tuo bordo incantato:

Loro declamano nuova vita

che dal sapore decanta quel sale.

E’ primordiale la danza: trasale

al mio ventre alle trepide dita”.

Nanfa sarà quotidiana la pioggia priva di nubi e di nudi timori?

Ma se predire i diluvi contesi è la corale scommessa d’ardire

l’ambra dei fuochi dispersa negli echi

e poi sfinire il Presente dimesso

tra fiochi placidi petali al cielo,

aprite Vite future: vederle

tenui sfiorire per mano col tempo.

Sento la carne magmatica: perle

stese nei prati e mi porgo uno stelo,

giacere mutila senza riflesso

e poi sgorgare in effluvi di sbiechi

bagliori: prendili dentro al nutrire,

violenta duro i timori scoscesi.

Ora distillami scevra di errori.

Annua sarà quotidiana la pioggia?”.

Gabriela Fantato

A DISTANZE MINIME

Le mani sulla tua mattina,

la maglia ruvida al contatto

delle dita.

Chiedi un massaggio contro

il male dei muscoli, il brusio.

Contro l’impotenza.

Ancora, mi dici – ancora

e offri la schiena.

Invento un ritmo, una danza.

Le dita sulla tua schiena

-senza sosta,

un massaggio, una ninna-nanna

nel buio che sarà.

Forse è solo mio questo

incantesimo – farmi minuscola

e salire dentro la gola,

oltre lo sterno, sino all’inizio

del danno nei tessuti.

Ti distendo – un panno

ben messo nel cassetto,

cosa tra le cose.

Fabia Ghenzovich

IL CIELO APERTO DEL CORPO

Cercava il poeta la parola

la parola cercava la cosa

un corpo a corpo senza

mai potersi toccare per intero

sul palco aperto del vero.

Un continuo dileguarsi

e di nuovo a pelo d’acqua affiorare

dal fondale un nome

la sua impronta – una voce

ponte tra me e te e confine

– lasciala passare falla entrare – dentro.

Daniela Raimondi

LA CASA DEI RISORTI – TIMELESS

L’ombra si muoveva nell’acqua.

Innegabile e bella.

Interminabile.

La nutriva

la calma della polvere,

una luce poverissima.

Ho cercato di rubare il mistero.

Ho cercato col capo rasato

fiotti di mare aperto,

l’acqua del miracolo.

Ho sentito solo la fragilità del vento

la sete magra

e un voler piangere

improvviso

Lorenzo Gattoni

PER UN CONGEDO

Seduto ne attende l’arrivo

il ricordo si fonde a una incredula

gioia: sembriamo angeli

siamo solo figli

chi arriva porta il mondo in dono

a un uomo che si fa corpo

e perimetro; la parola

scompare mentre il potere

antalgico della carezza

rende il dolore un piacere.

Vanna Valentini

SOLE D’INVERNO

Se squarci di luce alimentano

il cielo d’inverno, che tace

sul mio stupefatto dolore

sui miei desideri umiliati

Se il sole d’inverno intravedono

gli sguardi bagnati di pioggia

-il volto rosato dall’alba

il fiato che mitiga il gelo-

io vedo che un varco al sereno

si apre di fragile cura

Insegue la vita indomata

le corse di nuvole in gloria

Godo alla primavera che verrà

svaporando nell’umidore

svelando nei fiori del croco

l’imminente splendore.

Silvia Morotti

IL SARTO IN CERTI ROMANZI

Sapevo riconoscere

le costellazioni

quali portano l’inverno

e quali l’estate

e come gli astri luminosi

proteggono i sogni

quando le notti sono inquiete

e il giaciglio è umido.

Angelo Coco

VACANZE ROMANE – VIA MARGUTTA

All’improvviso.

E’ arrivato il vento,

quel vento di scirocco

che secca in gola il fiato

uccide la voce un attimo

prima del pensiero

appiattisce i profumi

dentro la spirale della calura.

Stanno a dialogare di un tempo

e di un altro ancora

tenendo ancorato lo sguardo

oltre il riflesso della frase

in un altro tempo ancora

disgiunto da questo pomeriggio di fine aprile

eterno come la città che mi tiene

appena fortunato di esserci.

E’ paziente la parola raccolta

fra l’andare della carretta

e il rovescio dell’occhio che sale

per la finta autostrada dell’ombra;

ancora qualche metro e a te

che m’ascolti la voce gracchiare

dal filtro del cellulare

decifrando il segreto della goccia che trapunge l’Arno

rimando l’interminabile passo della memoria

in un cenno di saluto inquieto

nel verde del trifoglio

che s’arrampica sul muro della villa

e non svela la mappa della sua mutazione.

Valter Ferrari

L’APPARTAMENTO

La camera ha tende, appese alla finestra, leggere e sottili come veli, increspate e stinte nei loro disegni a cerchi concentrici simili ai bersagli dei tiri nei luna park. Ondeggiano lievi come fantasmi, in un filo d’aria appena sospirato tra le trame sciupate degli infissi. C’è un letto a due piazze, di ferro battuto, cigolante nella sua testiera ballerina con un medaglione laccato di cherubini sognanti, e un materasso sfatto a righe larghe, bianche e blu, soffocato dalla polvere come un piumino nella cipria. Sono rimasti anche i comodini, bassi, di legno chiaro, con le antine socchiuse e un orinale dentro e, sul pavimento di graniglia, ingombra il passo, un tappeto sfrangiato, srotolato per metà e ingrigito negli anni. Chi abitava questo appartamento ha lasciato tracce impalpabili. Impronte più grandi oppure più ridotte, stampigliate alle pareti, alcune sospese altre appoggiate a terra, tingono in chiaroscuro la sfiorita evanescenza di una tappezzeria di boccioli di rose e di giunchiglie, accartocciata in lembi penzolanti. Sono ombre di cornici e di tele, di modeste stampe, ordinate in terzine oppure a coppie, il contorno panciuto di un barometro appiccicato ad un tramezzo, i segni dell’imperfetta simmetria di due applique ai lati di quello che doveva essere uno specchio, messo lì per dare luce e spazio ad un angolino spento dell’ingresso. Certi accenni rivelano dov’era una credenza, uno stretto guardaroba, forse una cassettiera, abbozzano le linee accostate dei ripiani di una libreria. E’ vuota da tempo questa casa, all’ultimo dei piani di un palazzotto ammuffito del centro. L’aria pesante che la opprime ha il sentore di vecchio e d’appassito, lo stantio amaro del chiuso e del distacco, soffocante è l’invadenza del suo silenzio, anche il monotono gocciolio di un rubinetto pare il lacrimare composto di una veglia. Ho spalancato le persiane al sole di un maggio fiorito e alla vista di una distesa infinita di tetti dai coppi macchiettati, curiosando tra i cortiletti ombrosi e le piazzette raccolte della città vecchia, nell’abbaglio della cupola policroma, incastonata come gemma, tra le cuspidi barocche della cattedrale. Immagino che davanti a questa finestra del salotto fosse stata messa una poltrona, un’ottomana dai colori tenui, un lilla sbiadito o un verdolino acerbo, con un tavolino accanto e forse una rivista, un giornaletto pettegolo, una bomboniera sbeccata oppure la maiolica di un vasetto ricamato. E penso a come, per una vita intera, avesse guardato fuori, in certe giornate trasparenti di primavera o nella dissolvenza di tanti pomeriggi nebbiosi, quel ritaglio di mare che sfuma l’orizzonte, nella vana attesa di un ritorno, di un’anonima telefonata, di una lettera d’addio. Ci sono indizi che suggeriscono abitudini e capricci, pignolerie, come le mollette da bucato, perfettamente ordinate, in una scatola di scarpe, la compiacenza per una marca di profumo, dimenticato a gocce in un boccetto, un pettine di madreperla con il suo astuccio trasparente, qualche saponetta alla lavanda ancora impacchettata, i bigodini in un sacchetto, una vaporosa mantellina appesa ad un gancio, sulle piastrelle confetto di un bagno intartarito. Sono rimaste poche cose, in questa casa spogliata, trascurabili nullità lasciate da una mano furtiva, eppure così vere ed allusive per chi, come, ha bisogno di sapere. Una decrepita macchina per cucire a pedale, abbandonata da tempo in un ripostiglio cieco, e rocchetti di filo, aghi, elastici, cerniere e spilli in una cassettina di legno, i fogli sottili tratteggiati dei figurini in una cartellina, scampoli di seta, forbici arrugginite e gessetti spuntati danno l’idea del lavoro di una sarta, di una rammendatrice, di una modellista. La penso, con un paio d’occhialini sul naso, china ad imbastire orli a pantaloni, ad attaccare bottoni, ad impunturare giacche, a scucire errori, un risvolto mal fatto, l’arricciatura molle di una camicetta, l’audacia di uno spacco troppo aperto in una gonna. Sono salito a vedere questo appartamento da solo. Ho ritirato le chiavi dal portiere, acido e scontroso, di poche parole. Terzo piano, interno nove, un’interminabile sfilata di gradini precari, una scala angusta e cupa, un lucernario di vetri a losanghe appena accostato e pianerottoli con solitarie piantine spoglie ed avvizzite, una carrozzella, l’odore della minestra e del soffritto filtrato dagli stipiti di portoncini inconsistenti con qualche nome esotico scritto malamente sulle etichette sghembe dei campanelli. Sono salito lento, con il passo pesante della mia corpulenza e della mia età, per incontrare qualcuno. Della cucina non ha lasciato nulla. Chi ha saccheggiato questa casa, con la scusa di una custodia cinica e venale, l’ha fatto nella certezza che nessuno l’avrebbe più pretesa e tanto meno abitata. C’è uno scatolone, proprio sotto il lavandino dove gocciola tedioso il rubinetto, di quelli grandi e resistenti dell’imballo dei televisori, chiuso alla meglio con una cordicella. Un colapasta, dei mestoli di legno, un apriscatole antiquato, una caffettiera, quel che resta di un servizio di posate, sette bicchieri spaiati, una manciata di tappi di sughero, un ferro da stiro, un ventaglio con il leone di San Marco, alcune scatolette di medicinali, un crocifisso, un album di fotografie, inutile ciarpame per l’occhio lungo del portiere. Poche, rare istantanee in bianco e nero di una giovane donna, con i lunghi capelli raccolti in una crocchia e grandi occhi persi nel vuoto, un mezzo sorriso d’insopportabile lontananza, un volto magro, affilato, quasi d’imbarazzo o di circostanza. Altre, a colori, in un’età matura, nell’effervescenza di una gita a Venezia. Una sola, ingiallita, fotografia di un marinaio in divisa. C’è un calendario alla parete fermo all’ultimo settembre. Ho riconosciuto subito la scrittura, nelle brevi annotazioni appuntate sulle sue pagine leggere; un numero di telefono, un nome, una scadenza, un indirizzo. La stessa calligrafia minuta di quelle lettere senza nome, colme d’amore e di disagio, che ricevevo quando ero bambino. E ho rivolto lo sguardo verso il mare, da cui sono venuto per metà, la travolgente passione di una notte e tante promesse infrante, e poi oltre le colline, là dove il sole andrà a morire, alla Divina Provvidenza, dove mi hanno cresciuto. Ho una moglie e un lavoro arrabattato con fatica, vivo in affitto da una vita. Questo appartamento diventerà la nostra nuova casa, arrivata qualche settimana fa con la fredda raccomandata di un notaio, l’inaspettata volontà di una sconosciuta. Adesso so com’era, dalle poche cose lasciate in questo appartamento che mi parlano di lei, ho dato dell’acqua a quella strana pianta sul balconcino, miracolosamente sopravvissuta, come me, ad una stagione difficile e ho trovato la forza e la pietà di perdonare mia madre.

Roberto Cappellini

LA MORTE E LA FANCIULLA

Aveva finalmente trovato quello che cercava. Ma “finalmente” per Angela non aveva avuto il senso liberatorio e definitivo che comunemente ha questa parola; anzi, quel ritrovamento le aveva spalancato le porte di un inferno interiore che mai avrebbe potuto immaginare e dentro il quale per giorni si sarebbe trascinata con la mente vacillante.

Adesso, nel salotto debolmente illuminato, rannicchiata in un angolo del divano avvolta in un leggero plaid, rileggeva quello scritto capitatole quasi per caso nelle mani qualche settimana prima, la prova tanto cercata del tradimento di Carlo, il marito. Dopo, con la mente più lucida, si era chiesta perché avesse buttato giù quelle righe su di un foglio solitario, confuso in mezzo a tante altre carte: forse il bisogno urgente di uno sfogo, di una confessione a se stesso, una sorta di testamento interiore.

Di quanto mi sta succedendo non dirò niente ad Angela; mi sembrerebbe di farlo per riaccendere in modo truffaldino un qualche interesse per me o, peggio, la sua pietà. Ho preso la decisione di non lottare contro questo male. I medici sanno solo presentarti la loro gelida contabilità sulla sopravvivenza: 7% a tre anni, 4% a sei, 1% a dieci e così via e tu, se sai leggere quei numeri, vedi il crinale oltre il quale devi non tentare l’arrampicata sugli specchi, ma solo lasciarti scendere, lento e tranquillo, lungo il declivio. Ho concordato con i medici del Centro Oncologico per un piano di interventi palliativi, che sono già cominciati e che verranno eventualmente intensificati a seconda del bisogno. Ma più lenitivo dei trattamenti è per me l’aver incontrato Francesca; viene qui per sua madre, messa non troppo bene; per caso ci siamo trovati a prendere un caffè insieme al distributore e tutto ha avuto inizio scambiando qualche parola. Alla mia età e nelle mie condizioni parlare di innamoramento fa sorridere, ma qualcosa del mio sentire gli assomiglia. E’ all’ultimo anno di università, ha progetti e come io sia potuto entrare in qualcosa che ha un sapore di vita non so spiegarmelo. Ma è così…”

Così il boomerang era arrivato ad Angela: aveva lanciato il suo sospetto, un po’ riluttante dapprima, alla ricerca di una conferma e si era ritrovata tra le mani quelle parole: Carlo stava morendo, Carlo aveva un’amante. Era preparata a quest’ultima eventualità, era preparata anche ad affrontare il discorso di una separazione, se fosse stato necessario, ma questo superava tutto quello che aveva immaginato, facendole esplodere la mente. Quando trovò il foglio Carlo era fuori casa da alcuni giorni: il suo lavoro di broker lo portava a frequenti trasferte, ed era stato meglio così: in nessun modo avrebbe potuto dissimulare il suo sconvolgimento. La sua anima, o la sua mente, comunque la si chiami, fu in quei primi giorni la pallina impazzita di un flipper : schizzava a destra e a sinistra, precipitava in basso e veniva lanciata in alto. Fu costretta a chiedere qualche giorno di permesso sul lavoro: concentrarsi su qualsiasi attività le era impossibile. Preparò poco bagaglio, lasciò un biglietto d’avviso a Carlo dicendo che sua mamma non era stata troppo bene e che andava da lei per qualche giorno. Salì in macchina e lasciò la città, dirigendosi verso il paese di*** , dove sua madre abitava. Dal giardino, dove stava curando i suoi fiori, l’aveva vista arrivare e le andò incontro. Vide il volto segnato e le allargò le braccia; stringendola a sé chiese piano: “Di nuovo problemi con Carlo? “ “Sì, ma questa volta è diverso, mamma” e, svincolandosi, andò in fretta verso la sua camera.

Già, i problemi con Carlo; Angela li ripensava ora, in quell’angolo di divano, nel salotto quasi in penombra contro la quale un fuoco sommesso nel caminetto cercava di lottare. I problemi con Carlo forse non erano mai esistiti, questo era il vero problema, pensò. Una sabbia fine, impalpabile si era depositata giorno dopo giorno sulle ruote di un delicato ingranaggio e questo, ad ogni sorgere del sole, aveva rallentato appena un po’ il suo movimento, ma nessuno se ne era accorto. Tutto continuava come prima, in modo garbato, civile, convinto. Poi la ragnatela sottile delle cose non dette, che rendono persino inutili le bugie, e di cui qualcuno avrebbe potuto anche accorgersi, se quel modo garbato, civile e convinto non avesse impedito di sentire il fiato corto dell’ingranaggio. Poi l’implosione, come quella degli edifici che ogni tanto capita di vedere in TV, con numerosa folla, perché è sempre spettacolare. Ma qui nessun spettatore, anzi neppure l’audio e tutto era avvenuto in silenzio e al rallentatore, privatamente e sempre in modo garbato e civile, ma non più convinto. Si sorprese a pensare se in questa dinamica molecolare del suo matrimonio e di tanti altri c’era qualche somiglianza con il ciclo evolutivo di una stella: dalla nascita allo splendore già mortale di supernova, al vuoto silenzioso di buco nero. Insegnava Biofisica all’Università; forse questo le aveva fatto venire in mente quel paragone.

Quando aveva lasciato sua madre la pallina impazzita del flipper si era fermata, lasciandola esausta, lucida e depauperata. Sì, sentiva di essere stata spogliata delle sue capacità di sentire: capacità di amare, di odiare, di provare tenerezza o rancore o gelosia: tutto sembrava sepolto in quel lago di piombo dove la pallina era andata a fermarsi. Aveva rivisto Carlo, era anche riuscita a parlare con lui di cose quotidiane, del lavoro, della casa, del figlio che da tre anni lavorava in Inghilterra. Tutto sembrava normale, garbato e civile come sempre. Parlando l’aveva guardato spesso negli occhi, ma niente di quello che aveva dentro traspariva; solo a tratti il suo sguardo sembrava fissarsi in un punto all’infinito, mentre il suo viso perdeva espressione.

Si liberò del plaid, si alzò dal divano e si accostò alla finestra. Imbruniva e aveva smesso di piovere; dalla strada in basso le arrivava il fruscio delle auto sull’asfalto bagnato; luci erano già accese. Si accoccolò davanti al caminetto e con gesto quasi delicato depose sulla tenue fiamma il foglio della rivelazione; due lingue di fuoco si alzarono e si intrecciarono in una breve danza nella quale le parole di Carlo sparirono. Guardando le due fiamme guizzanti Angela pensò alle due donne che allo stesso modo si muovevano intorno a Carlo: la Morte e la fanciulla. Era il nome di un quartetto di Schubert, come ricordava bene. Carlo amava Schubert e lo ascoltava spesso proprio seduto lì, in quell’angolo di divano dove era seduta lei un momento prima. In tempi di lontana serenità gli sedeva accanto e ascoltava anche lei, sebbene quel genere di musica non fosse il suo preferito. Ma ricordava quel quartetto d’archi per il suo secondo movimento, quasi una danza ora mesta, ora tesa che la Morte e la fanciulla sembravano intrecciare.

Ormai sapeva cosa doveva fare. Andò in camera e cominciò a vestirsi; lo fece con molta cura, poi andò nello studio, aprì un cassetto chiuso a chiave e ne estrasse una semiautomatica calibro 22; controllò il caricatore e ripose la pistola nella borsetta; vi ripose anche un cilindro di metallo scuro che stava accanto alla pistola. Da tempo aveva abbandonato le competizioni, ma era anche una buona tiratrice. Non prese l’auto, ma chiamò un taxi: voleva rimanere concentrata su quello che inevitabilmente era necessario fare: dare la morte a Carlo per liberarlo dalla Morte.

Già, cara “sora nostra morte corporale” disse tra se ripetendo ironica le parole del poverello di Assisi, possiamo mandare a monte il finale di partita che hai predisposto. Vincerai sempre tu, vecchia alleata-nemica di Dio, ma possiamo frustrare per un attimo il tuo capriccio, sia che consista nel calare la tua mannaia in un istante, sia che preveda di rosicchiare poco a poco, come fa un verme, la vita di un uomo. Nell’accordo concluso con Dio hai accettato, come Lui ha fatto con se stesso, di non superare le colonne d’Ercole della libertà umana, spazio più angusto di quanto ci illudiamo ma sufficiente per uscire di scena a modo nostro.

Ripensava queste cose Angela mentre il taxi scivolava frusciando sulle strade ancora bagnate di pioggia. Era ormai buio e il traffico scarso. Sapeva dove si trovava Carlo in quel momento: quelle sue assenze periodiche di due giorni non avevano nulla a che fare con il lavoro. Il taxi si fermò nel viale che circondava il retro della Clinica Oncologica. Conosceva bene l’edificio, avendo lavorato nei laboratori della Clinica per diversi anni prima di passare al Dipartimento di Scienze Biomediche. Percorse il vialetto fiancheggiato da siepi che portava verso la lavanderia; da qui si poteva entrare, evitando l’occhio delle telecamere, nella rete di corridoi sotterranei ed arrivare ai piani di degenza. Nel montacarichi che saliva lento avvitò il silenziatore sulla canna della pistola. Uscita nel corridoio arrivò alla guardiola della sala infermieri; si sporse cautamente e guardò dentro: solo un’infermiera all’interno che lavorava al computer, dandole le spalle. Pochi passi veloci e fu inghiottita dal buio dell’anticamera della stanza 23; da lì, non vista, guardò all’interno. Carlo, semisdraiato nell’unico letto, sembrava assopito. Una flebo scendeva lenta nel suo braccio destro. Alla sinistra del letto, seduta, Francesca gli accarezzava dolcemente i capelli; il suo viso, voltato verso Carlo, era quasi nascosto. Da quel lago di piombo dove l’anima di Angela si era rifugiata avvampò d’un tratto la gelosia, chiedendo imperiosa il suo tributo. Francesca doveva restare fuori dal progetto che avrebbe riunito lei e Carlo, ma qualcosa bisognava concedere. Avanzò dal buio verso il centro della stanza con l’arma puntata. Francesca si voltò di scatto verso quella donna che sembrava nata dal nulla, gli occhi grigi sbarrati più per la sorpresa che per la paura; quando avvertì la minaccia protese un braccio in avanti quasi a proteggersi, ma con un sibilo ovattato e secco il colpo era già partito verso di lei. La ragazza gridò portando una mano a stringere la spalla lacerata dal proiettile. Il grido ridestò Carlo dal suo torpore: gli occhi semichiusi intravidero la figura di Angela leggermente sfocata. “Angela….?” mormorò, ma con un sibilo identico un nuovo colpo lo raggiunse al cuore : il corpo di Carlo sussultò, i suoi occhi si richiusero, la sua testa si reclinò su di una spalla, mentre un piccolo fiore rosso macchiava il suo petto.

Poi Angela si inginocchiò ai piedi del letto di Carlo, in una posizione quasi di orante, girò l’arma verso di sé e introdusse il cilindro nero e caldo per i colpi esplosi dentro la sua bocca. Premette il grilletto.

Commissario, abbiamo cercato dappertutto ma non riusciamo a trovare il terzo proiettile, quello che ha ucciso la donna”. Fantasmi bianchi si aggiravano lenti e cauti nella stanza, fotografando qui, mettendo cartellini là. “ Dica agli uomini di cercare meglio, Mancuso, il proiettile deve essere per forza qui dentro. Dobbiamo ricostruire con precisione la posizione della donna quando si è sparata, in modo da poter restringere l’area di ricerca; le gambe rannicchiate farebbero pensare che si è sparata stando in ginocchio” “La ragazza, commissario, dovrebbe aver visto qualcosa” “La interrogheremo appena i medici avranno finito di operarla: ha una spalla piuttosto malconcia; comunque credo che sia svenuta in seguito al colpo, perciò non so quanto potrà aiutarci”.

La ragazza sembra che sia stata volutamente risparmiata dalla donna, vero commissario?” “Lo penso anch’io, Mancuso. Questa donna sapeva sparare bene, niente di quello che ha fatto qui dentro lo ha lasciato al caso” “Risparmiare l’amante del marito e uccidere se stessa, non le sembra strano?” “Appare strano, in effetti, ma la dinamica psicologica di queste tragedie familiari spesso è più complessa di quanto immaginiamo. Comunque, Mancuso, diamoci da fare per trovare questo proiettile; non può essere sparito per magia”.

In quella mattinata di fine settembre la Promenade des Anglais offriva uno spettacolo incantevole. L’aria cristallina e fresca proclamava la fine delle calure estive e l’avvento del godibile interregno del primo autunno, quando i colori di tutte le cose si fanno più netti e incorniciati da ombre un po’ più lunghe e decise. Seduta ad un tavolo all’aperto di un elegante bistrot la Signora sembrava assorta, dietro i grandi occhiali da sole neri, nella contemplazione di quanto la circondava. In realtà guardava un minuscolo oggetto che aveva messo sul tavolo: un’ogiva di piombo un po’ deformata. Niente da fare, era più forte di lei: ogni volta che qualcuno si sottraeva al suo progetto non riusciva a non trovare una certa stizza. D’altronde quello che era stato concordato con Lui dall’eternità era in questi termini e le regole d’ingaggio, come si direbbe oggi, dovevano essere rispettate. In fondo lei vinceva sempre, si disse, mentre Lui poteva anche andare incontro a delle sconfitte, soprattutto ad una: quella di essere dimenticato. Lei invece era sempre presente agli uomini, così presente che cercavano di rimuoverla dai loro pensieri, facendo finta che non esistesse; ma lei ogni giorno allestiva implacabile la sua sacra rappresentazione per ricordare agli immemori bipedi che la Signora “ci accompagna dal mattino alla sera”, come aveva scritto un poeta del novecento, uno dei tanti che le aveva dato il piccolo scacco.

Un cameriere che le si era avvicinato premuroso la distolse dai suoi pensieri; chiese il conto e mentre aspettava pensò che avrebbe fatto ritrovare al commissario il proiettile che cercava: era anche un tipo simpatico, dopotutto. Pagò e lasciando sul tavolo la piccola ogiva, si incamminò lentamente lungo la passeggiata, dove il sole e l’aria fresca giocavano con le lunghe foglie delle palme. Quando il cameriere ritornò per riordinare il tavolo la piccola ogiva era scomparsa.

Robertino Bechis

CON GLI OCCHI DI UN BAMBINO

Di quella pianta non aveva mai saputo il nome. L’aveva trovata lì, su quel terrazzo assolato incastrato tra i tetti tegolosi del centro storico, quando era venuto a vivere in quella casa al terzo piano senza ascensore. Aveva deciso di chiamarla libertà. Per la sua voglia di vivere, ad ogni costo, abbarbicata al muro. Le aveva cambiato il vaso, rinnovato la terra. La saziava di acqua…quando poteva. La guardava ammirato per la sua resistenza all’arsura del’estate quando non c’era più acqua dal cielo a bagnarne le foglie.

Chissà perché, gli ricordava i primi anni della nostra esistenza. Forse perché rappresentava i colori dei campi non lontani dalle nostre case nella periferia della sua infanzia. Oggi li ricordava in quel luogo senza erba. Solo muri e cielo. Muri simili, anch’essi, a quelli delle case popolari che abitavamo entrambi. Il pomeriggio stava sfumando. Ci sedemmo sul terrazzo. L’aria di luglio era calda. Una bibita fresca e un cielo rosso attraverso il quale il sole cuoceva le sue ultime vittime. Ma non noi. Noi eravamo lì, riparati dal muro tappezzato dalla pianta senza nome, con un solo orizzonte: i ballatoi della casa di fronte. Sembrava che i nostri sguardi si perdessero tra le foglie sempre verdi di quell’amica silenziosa ed invece stavano soltanto rovistando tra la memoria. Cominciai a ricordare e a raccontare. Il mio amico rimase ad ascoltare e a ricordare anche lui, come me, quando nel 1969 eravamo bambini. Avevo sette anni e vivevo con la mia famiglia una vita modesta ma felice nella casa d’angolo del rione popolare. Allora la città aveva i confini di un mondo raccolto, il mondo dei fanciulli. Da una parte, Torino terminava poco oltre la scuola elementare. Nel punto oltre il quale si innalzavano fumanti e minacciosi i camini della Fiat ferriere. Dall’altra, era la parrocchia di quartiere a segnare le mura. Tutte le cose che stavano aldilà di quei limiti ideali rappresentavano, per me, luoghi proibiti e territori da esplorare. In quegli anni innocenti non sapevo ancora di calpestare una terra dai trascorsi importanti. Ci fu un tempo in cui quel quartiere di periferia era soltanto un borgo di campagna attorno al quale gli eserciti del Duca di Savoia e di suo cugino, il principe Eugenio, avevano inferto il colpo finale all’armata francese. L’avevano sconfitta e costretta ad una precipitosa e rovinosa fuga verso le Alpi. Oltre le Alpi. Quasi tre secoli prima, sui declivi della collinetta aldilà del fiume Dora un nuovo sole era salito dalla bruma di un mattino di settembre mentre il grande sole di re Luigi XIV aveva cominciato ad offuscarsi.

Ricordo la mia voglia di giocare e di come l’inverno scorresse lento dietro i ritmi blandi dell’infanzia. Le lunghe ore trascorse nella vecchia scuola umbertina intitolata alla Regina Margherita si alternavano ai pomeriggi consumati tra i quaderni o in compagnia dei soldatini.

Il buio scendeva presto nelle fredde giornate d’inverno e non c’erano cartoni animati a movimentare i pomeriggi sonnolenti e ovattati dal calore dei termosifoni. Nel tepore del nostro piccolo nido ricordo ancora il tempo scandito, ora dopo ora, dal battito del pendolo a cucù.

L’uccellino colorato usciva come una molla dal suo piccolo uscio per ricordarci dello scorrere del tempo. Era l’unico vezzo di quella casa modesta ma, per un bambino come me, era fonte di grande orgoglio. Il bel cucù di legno a carica manuale era stato lasciato in eredità proprio al sottoscritto. Un vicino di casa, di cui non serbo neppure il ricordo, se non attraverso i racconti di mia madre, un uomo di quelli di una volta, tutti d’un pezzo, vestiva sempre un panciotto con il farfallino e l’orologio a cipolla ben piantato nel taschino, mi aveva adottato nel mio primo anno di vita. Si era talmente affezionato a quel piccolo fanciullo in fasce da pretendere che il vecchio pendolo dovesse entrare nella nostra casa, il giorno del suo addio a questa vita.

Ogni sera, al calar del sole, uscivo per accompagnare mia madre dal lattaio. “ Un gran bel negozio… “ visto con i miei occhi di fanciullo “ …quello del lattaio “.

Lo guardavo strabiliato. Non assomigliava per nulla alle altre semplici botteghe del quartiere. Al suo confronto, la merceria, la drogheria, il cartolaio e persino l’edicola dei giornali, sembravano piccoli negozi. Il lattaio sfoggiava due grandi vetrine illuminate da cui si potevano già intravedere ed ammirare gli scaffali. Enormi frigoriferi riforniti di tutto punto, sui quali spiccavano le bottiglie di vetro bianche distinte solo dal colore del tappo: tante bottiglie dal collo largo divise tra i tappi rossi del latte intero e quelli grigi del latte scremato. A quel tempo, un rito si ripeteva immutabile ogni giorno: lo scambio della bottiglia di vetro vuota con quella piena. Come per gioco, tutte le volte che tornavamo dalla breve escursione picchiettavo sul tappo rosso, senza toglierlo, fino a quando esso non si bucava. Subito dopo, portavo la bottiglia alla bocca succhiandone il nettare dal piccolo foro appena prodotto. L’avevo visto fare a mio fratello che era molto più grande di me e ne avevo subito appreso la tecnica.

Capitava, ancora, che nei pomeriggi più assolati e meno freddi mi affacciassi dal balcone con l’aria sul cortile e che tu o qualche compagno di giochi mi chiamasse da basso:

Scendi Roby ? Vieni, giochiamo a figurine!

Mia mamma non vuole, devo fare i compiti “ rispondevo.

E dai, scendi, li farai dopo ! “ continuavate ad urlare.

Quell’anno, le figurine dei calciatori più introvabili avevano il volto di Roberto Casone del Milan e Gianni Bui del Torino.

Claudio le ha. Le ha doppie ma non le cede a nessuno. In cambio, ne pretende molte altre, troppe “.

A quel tempo, il giornalaio sembrava un personaggio irraggiungibile. A me, in particolare, pareva simile ad un miraggio : era il forziere, la cassaforte di montagne di pacchetti di figurine. A quel tempo, ogni bustina costava dieci lire ma tra noi c’era già chi poteva comperarne cinquanta pacchetti alla volta. Non io. Mai più di dieci bustine. Mai troppo spesso. Il denaro serviva per le bottiglie con il tappo rosso. Anche quell’anno, così come in quelli a venire, non sarei riuscito a terminare la raccolta.

La nostra casa d’angolo si affacciava su quella del mio miglior amico. Con te, qualche volta, i freddi pomeriggi invernali acquistavano un sapore diverso. Il portone della tua scala si apriva proprio di fronte alla nostra. Era un grande evento quando, con mia madre, mi recavo a casa tua. Là, avrei finalmente incontrato qualcuno con cui condividere i giochi. Là, avrei trovato la pista elettrica delle automobiline. Me la sognavo di notte la pista elettrica con le sue pulsantiere. Ricordo che duravano sempre troppo poco tempo i pomeriggi passati in casa del mio migliore amico, mentre il buio della sera scendeva inesorabile.

La scuola non era poi così vicina da raggiungere a piedi ed in soccorso di noi piccoli studenti, appesantiti dal fardello delle loro cartelle a tracolla, veniva spesso la mamma di Massimo. Ricordo ancora con quanta contentezza salivo svelto sulla Fiat 850 verde scuro per recarmi a lezione o per tornare a casa.

Le strade erano così poco trafficate che mi capitava persino di affrontare da solo l’incrocio che ci separava dall’edicola. Lo attraversavo per andare a comperare il mio giornalino preferito. Qualcuno dal balcone vigilava: era mia madre a cui mi affidavo con gli occhi per ricevere il via libera e per non essere investito dalle auto in corsa. Che conquista! Poter arrivare da soli fin dentro l’edicola oltre la piazza e riuscire a fermarsi a tergiversare per qualche attimo in quell’ antro dei desideri a respirare il profumo oleoso della carta stampata e a guardare i mucchietti delle bustine di figurine spuntare dai loro piccoli contenitori di cartone.

Ogni settimana, fuori da questa armoniosa e ripetitiva esistenza, accadeva un evento un po’ speciale che avrebbe visto impegnata tutta la famiglia.

L’inverno portava con sé qualcosa che soltanto per puro caso dipendeva dalla stagione.

La vicina del piano di sotto, donna di spirito e di mezzi, già in avanti con l’età ma assai lucida ed attenta a quel che le capitava intorno, trascorreva la bella stagione sulla Riviera di Ponente dove, a quei tempi, possedeva già una casa tutta sua. Tuttavia accadeva pure, che per lunghi periodi della stagione fredda, la donna restasse nella casa di Torino. Quella casa la legava, lei vedova, ai ricordi di sposa e di madre. Durante i freddi soggiorni in città, prima o poi, saremmo scesi dalla vicina invitati ad assistere al grande spettacolo in onda sul piccolo schermo. Da anziana e coraggiosa pioniera del tubo catodico era una delle poche persone delle abitazioni circostanti a possedere un televisore tutto per sé: un grosso Telefunken in bianco e nero che i miei ammiravano come un oggetto delle meraviglie. Allora, il televisore non faceva ancora parte dei nostri arredi. La tecnologia, appena agli albori, affascinava ed impauriva insieme. Scendevamo la breve rampa di scale che ci divideva dalla gentile vicina come se ci avviassimo ad un pellegrinaggio rituale. Lunghi ed interminabili telegiornali si avvicendavano al “ varietà “ . In mezzo, c’era il Carosello.

Era lo spettacolo che preferivo in assoluto ma che, senza dirlo, attendevano anche gli adulti. Era forse quello il vero “ varietà “ nel “ varietà “ che sarebbe seguito dopo? Oggi non saprei rispondere. Però so che era a misura di bambino. Magari, per il modo semplice ed accattivante in cui trattava la pubblicità; forse per quel sorriso che sapeva strappare ad ogni scenetta e che riusciva a rendere interessante anche un prodotto per stendere la cera sui pavimenti.

Su andiamo che è già tardi ! “ mi sollecitava mia madre, non appena concluso il Carosello. “ Domani ti aspetta la scuola. “

Il televisore apparteneva agli adulti. Essi, soli, avevano il potere di accendere o spegnere il bottone. Gli unici momenti in cui le immagini proiettate sullo schermo diventavano un poco mie, al punto di farmi sentire protagonista, era quando mi portavano al cinema parrocchiale per assistere ad un film per bambini. Oppure, quando giunti alla vigilia di Natale, io e mia madre salivamo sull’autobus e, pronti a lasciare il nostro borgo di periferia, ci spingevamo fino in centro città. Là, ci aspettava la distribuzione dei pacchi dono riservata ai bimbi dei dipendenti. Attendevo quel momento per tutto l’anno al punto di essere sopraffatto da un’emozione immensa, non appena varcavo la soglia della grande sala del teatro che ci stava aspettando dietro i lunghi drappi di velluto rosso. Osservavo eccitato lo schermo gigante su cui avrebbero proiettato i cartoons della Disney e della Warner Bros sapendo già che tutto questo sarebbe avvenuto solo per noi, per tutti i bimbi presenti in sala. Era tradizione : prima la proiezione e poi la consegna dei regali di Natale. Una festa nella festa.

Le case popolari si affacciavano su di un grande cortile con due aiuole verdi intervallate da un gruppo alberato sotto la cui spianata, ombreggiata dai rami dei platani frondosi, non sarebbe mai cresciuta l’erba; né i bambini del caseggiato le avrebbero permesso mai di crescere. Sui tre spicchi di terreno che occupavano il cortile per intero avremmo consumato, come sempre, la primavera e l’estate del ’69, tra giochi con le biglie colorate e tornei di calcio interrotti dalle corse al chioschetto dei gelati situato oltre il confine della grata che circondava e chiudeva il nostro grande cortile e che noi attraversavamo da una porta sempre aperta chiamata, confidenzialmente, “ il cancelletto “.

Gli alberi, le piante di rose e la lunga teoria di scale sempre aperte erano i nostri rifugi per il “ nascondino “ o per la lettura dell’Intrepido; le aiuole la nostra palestra di calcio; la strada che girava attorno alle aiuole la nostra pista per la corsa e per le biciclette. Occupavamo con orgoglio l’immenso parco dei divertimenti che i bambini delle case intorno ci guardavano con un po’ di invidia.

Infine, venne l’estate a portare con sé lunghe giornate di luce e di giochi. Avevo appena finito la seconda elementare ed il gioco aveva ancora la meglio su letture e quaderni.

Vieni su a mangiare ! “ mi urlava mia madre dal balcone, “ E’ ora! “

Come posso lasciare la partita a biglie, adesso che sto vincendo? Dammi solo un minuto.”

Nessun minuto. Sali, oppure non scendi oggi pomeriggio ! ”

Ancora eccitato dalla tensione della gara salutavo gli amici e risalivo rapido e felice i gradini della vecchia scala. Li affrontavo di corsa, a due a due.

Scendi presto! “ vi raccomandavate sempre.

Va bene. Oggi pomeriggio andiamo a prenderci lo stick al baraccotto? “

Senza ancora averne la consapevolezza utilizzavamo una parola inglese per definire il

ghiacciolo colorato da scartare e succhiare a merenda. Con un lessico tutto nostro, tramandato dai fratelli più grandi a quelli più piccoli, i gesti e le parole si trasmettevano dagli uni agli altri per conservare le peculiarità di quel piccolo mondo. Così, il “ baraccotto “ rappresentava il chiosco malandato, con la facciata rivolta alla piazza, che si trovava aldilà

della cancellata e ai cui tavolini sbilenchi, nelle sere d’estate, si fermavano gli adulti pronti

a lavarsi la faccia con grandi fette d’anguria mentre il profumo del melone tagliato saliva

fino alle nostre finestre al terzo piano della casa d’angolo.

Dello “ stick “ era rimasto ormai soltanto più il bastoncino quando, la sera, aspettavo mio padre e lo vedevo spuntare dal “cancelletto”. Tornava dal lavoro con la sua vecchia bicicletta arrugginita, per mano. Diceva sempre che non l’avrebbe mai cambiata con un’altra nuova, per via che le bici le rubavano.

La mia la posso posare e lasciare contro il muro senza lucchetti e senza problemi. Una nuova, la devo legare” ricordava a tutti noi, sicuro di sé. Neppure lui poteva immaginare che un giorno sarebbe sceso di casa senza più ritrovare la vecchia compagna di viaggi. La disperazione muove il bisogno e qualcuno, più disperato di altri, non si sarebbe fatto troppo ingannare dall’aspetto della vecchia due ruote.

Nel tempo felice dell’infanzia l’arrivo dell’estate segnava il momento della grande attesa. Man mano che passavano i giorni vedevo avvicinarsi, a grandi passi, il momento più bello.

Presto, saremmo partiti tutti assieme con la nostra piccola utilitaria : una “ bianchina” color carta di zucchero. Il mare, la nostra meta.

Una specie di frenesia percorreva tutta la famiglia nelle ore che anticipavano il lungo viaggio ed io, non potendo aiutare in alcun modo, mi aggregavo all’eccitazione generale contando i giorni che mancavano. Non c’era gesto che mi sfuggisse durante i meticolosi preparativi. Affittavamo alcune camere in Riviera e il trasferimento per poco più di venti giorni era come un piccolo trasloco. Con gli occhi sgranati per l’eccitazione osservavo mio padre rompere il lungo letargo delle valigie e scaricarle dalla sommità dell’armadio presente in camera da letto. Ricordo il profumo rilasciato dai sacchettini di lavanda non appena quelle valigie vuote si aprivano. Era la lavanda acquistata l’anno prima attraversando il Col di Nava, dopo la sosta alla casa cantoniera posta proprio lungo la carrabile. Le valigie, rimaste chiuse tanto a lungo, ne avevano conservato la fragranza ed io, che ero il più piccolo, ero il primo ad assaporarne l’aroma.

In una fresca mattina di un sabato di luglio ci mettemmo in cammino. Quattro persone su una bianchina stipata fino all’inverosimile partivano quando non stava ancora per albeggiare.

Bisogna partire con il fresco. Non c’è traffico al mattino presto ” sentenziava, sicuro, mio padre. Per un piccolo fanciullo il cui mondo finiva poco più in là del “cancelletto” sarebbe

stato un viaggio lungo ed avventuroso. Superata Moncalieri e usciti finalmente dalla grande città, con la piccola utilitaria imboccavamo la statale che, paese dopo paese, ci avrebbe condotti fino al mare. Allora, Mondovì e Ceva, mi apparivano come le prime grandi tappe obbligate sul sentiero di viaggio. Lì ci si fermava per far rifornimento, ma non si trattava di benzina. Mio padre aveva stabilito la sosta in quei luoghi per fare incetta di salumi, pane fresco e formaggi : roba buona, roba genuina, roba di una volta carica degli aromi e dei profumi della terra.

Oggi, se chiudo gli occhi sento ancora la fragranza del pane caldo appena sfornato ed il profumo del salame fresco appena tagliato. Suggestionato dalle immagini di un viaggio unico e quasi irripetibile, mi sentivo come se durante quelle pause l’aria cominciasse a cambiare e la meta si facesse più vicina. Il tempo di insaccare i viveri e poi via. Bisognava salire più su, lungo la carrabile che da Ormea portava ad Imperia. Come pionieri che hanno superato il tratto più duro del loro sentiero, ci saremmo fermati presso la casa cantoniera proprio in cima al passo di quel Col di Nava che tanto spaventava mia madre con le sue forre e i suoi burroni a strapiombo. Sul colle, tra il profumo degli abeti e golate di acqua fresca di montagna, spillata chissà da quali fonti lungo la strada, ci godevamo la meritata colazione: pane e salame, naturalmente.

A Pontedassio di Imperia era prevista l’ultima tappa. E se a Taggia avremmo incontrato solo distese di ulivi frondosi carichi di frutti in attesa di maturare, sul bagnasciuga di Arma, felici e soddisfatti, avremmo finalmente immerso i nostri piedi nell’acqua salata lasciandoci cullare nell’anima e nel corpo dalla brezza leggera che spirava da sud ovest.

Le giornate al mare scorrevano pigre e lente. Dalle stanze sulla collina a monte della Via Aurelia, si poteva ammirare il mare in lontananza. Ogni giorno, scendevamo a piedi incontro alla spiaggia percorrendo un sentiero nascosto tra rovi carichi di more profumate. Mio padre si fermava sempre e allungava le sue braccia tra le spine per andare a staccare i frutti più maturi, quelli più in alto, dove io non potevo arrivare. Ma era il pomeriggio il momento più atteso della giornata. Dopo un tuffo nel mare arrivava l’ora della merenda. Puntuale si presentava in spiaggia il pasticciere con il suo piccolo chiosco ambulante. Era un signore completamente vestito di bianco e il sorriso stampato sulla faccia. Si fermava dietro gli ombrelloni e iniziava a sfornare enormi bomboloni e ciambelle calde nelle quali, immancabilmente, immergevo il viso ricoprendomi le guance e il naso di zucchero.

Seguendo il profilo della collina, il disordinato crogiuolo di abitazioni digradava in un variopinto coacervo di ambienti e terrazzi. Sulla loggetta della casa che ci era stata concessa in affitto, ogni sera mio padre consumava lunghe partite a carte con i vicini. Ma qualcuno, tra di loro, non era lì per le vacanze. Uno, in particolare, mi torna alla mente. Un signore che diceva di passare gran parte dell’anno in quel luogo e che i miei avevano ribattezzato il francese. Viveva proprio sotto il nostro terrazzo e per raggiungerlo dovevamo imboccare la via che scorreva più in basso. Era un uomo dall’aria distinta, i modi eleganti e il passato misterioso. Gli adulti lo chiamavano il francese per via del fatto che raccontava di essere originario della Costa Azzurra. Per me, invece, era soltanto uno che parlava con la pipa. Un destino ingrato gli aveva da tempo precluso l’uso della parola ma quello strano strumento da cui non usciva mai del fumo ma solo parole alterate e meccaniche gli permetteva di tenere una conversazione e aveva colpito la mia fantasia. Lo guardavo dal basso verso l’alto con rispetto ed un po’ di timore. Anche lui, come l’anziana vicina di casa, possedeva un televisore.

Venne il 20 luglio 1969. Quella sera non ci saremmo allontanati per la solita passeggiata sul lungomare di Arma e mio padre e mio fratello non avrebbero passato lunghe ore nelle loro sfide a carte. C’era un evento speciale a cui assistere. Così, ci spostammo tutti dal

francese per aspettare il collegamento via satellite con Houston.

Amici ascoltatori, qui Huston, vi parla Ruggero Orlando. “ Tito Stagno, con i suoi ospiti, seguiva anche lui gli eventi dagli studi RAI di Roma. Due uomini coraggiosi e fortunati stavano per toccare il suolo lunare, per la prima volta nella lunga storia dell’umanità. La tensione era palpabile negli occhi di tutti, l’emozione troppo grande anche per un piccolo bambino come me.

Ha toccato! “

No, non ha toccato! Mancano ancora dieci metri “

In che momento il Lem si era posato sul suolo lunare? Chi aveva ragione : Tito Stagno o Ruggero Orlando?

Non lo sapremo mai. Con una frase rimasta celebre, scendendo per la prima volta dalla scaletta dell’astronave, l’astronauta Neil Armstrong aveva dichiarato che il suo primo e piccolo passo sulla luna aveva rappresentato metaforicamente un grande passo dell’umanità verso il progresso e la conquista della scienza. Anche se oggi le parole del comandante della missione lunare sembrano dettate dall’emozione o dalla retorica di quegli anni, rimane il fatto che qualche mese più tardi una piccola famiglia di comuni mortali, la nostra, avrebbe modificato la propria esistenza compiendo anch’essa un piccolo grande balzo verso il futuro : l’acquisto del suo primo televisore in bianco e nero.

Patrizia Ginoble

UN FIORE DI PERVINCA

Salvatore (Totò) Di Falco era nato il 4 luglio 1968. Ultimo di dieci figli era stato il coronamento dell’unico sogno di suo padre Giuseppe, che, ormai già avanti con gli anni, aveva perso la speranza di vedere tramandato il cognome dei Di Falco.

Non che ci fosse alcunché di glorioso, famoso o famigerato da tramandare. Da sempre i Di Falco facevano i pescatori e avevano perso il conto delle volte che faticavano a sbarcare il lunario, solo che Giuseppe si era stancato degli sfottò degli amici che gli ricordavano in continuazione di non essere stato capace di generare un “masculo”.

Aspittari e non viniri, jiri a tavula e non manciari, jiri o lettu e non durmiri su tri peni da muriri” borbottavano all’alba gettando le reti, facendolo rodere dentro mentre il pensiero gli andava a quelle nove figlie che sua moglie Maria Carmelina aveva sfornato una dietro l’altra.

Giuseppe era un uomo di bassa statura, con i capelli ancora corvini a dispetto dei suoi cinquantacinque anni, il volto cotto dal sole e dalla salsedine e le mani grandi, sproporzionate rispetto alla sua corporatura minuta, e piene di calli. Indossava sempre dei calzonacci di lana blu scuro portati dentro ad un paio di stivali verdi di gomma sopra il ginocchio, una camicia, ormai lisa, e un giaccone a scacchi marrone, che se avesse potuto parlare chissà quanta amarezza avrebbe potuto raccontare. Ma di tutto ciò che indossava la cosa che colpiva di più era l’odore persistente di pesce e la rassegnazione che portava scolpita negli occhi, quasi che niente avrebbe più potuto scuoterlo dal torpore a cui quella dura esistenza l’aveva condannato.

Ricordava a fatica un attimo di tenerezza, un momento in cui l’amore fosse stato qualcosa di diverso da un atto sessuale consumato in fretta, magari dopo una sonora bevuta, una carezza data ad una delle figlie, che per lui più che una gioia erano state un’altra sconfitta che la vita gli aveva impartito. Fu per questo che, quando Maria Carmelina, ormai cinquantenne, gli aveva detto, guardandolo un po’ di traverso, che quello che aveva scambiato, non senza sollievo, per la fine delle sue tribolazioni di donna era in realtà un’altra gravidanza, Giuseppe era rimasto sospeso, sino al giorno del parto, tra una cupa sensazione di rancore e una mite speranza che teneva per se, temendo che esternandola avrebbe causato l’ennesima delusione.

Il 4 luglio quando l’ostetrica del paese era uscita dalla camera da letto, dalla quale sino a poco prima erano uscite solo urla strazianti, e gli aveva mostrato Salvatore, Giuseppe per poco non svenne per quella sensazione di felicità che stava provando e che, per la poca felicità che aveva conosciuto, stentava a riconoscere.

Dieci parti e dieci figli da accudire avevano prostrato Maria Carmelina nel corpo e nell’anima, anche se per quelli come i Di Falco le esigenze dell’anima erano solo roba da gran signori. A cinquant’anni ne dimostrava almeno settanta; i capelli un tempo, ormai scordato, neri e lucidi erano un groviglio scomposto di ciocche grigie e del suo bel sorriso della giovinezza non era rimasto altro che uno scuro e vuoto abisso riempito dal pane amaro di una vita di stenti e sacrifici. Ma ormai Maria Carmelina aveva finalmente assolto al suo compito: fare in modo che dei Di Falco sopravvivesse almeno il nome, se non il ricordo, perché quello sarebbe stato spazzato via come polvere e ragnatele. Il nome quello no, per ora sarebbe sopravvissuto e dopo Giuseppe sarebbe toccato a Totò portarlo avanti lungo il crinale del tempo. Giuseppe ormai apriva gli occhi la mattina e li chiudeva alla sera perso nel pensiero di quel suo figlio che vedeva crescere si un po’ esile e dai tratti levigati di bambina, ma per il quale immaginava un futuro di riscatto. Le figlie Rosalia, Assunta, Agata, Concetta, Fedela, Salvatrice, Carmela, Filomena e l’ultima Crocifissa, che si passavano dalla prima all’ultima 20 anni, già mai considerate veramente se non come bocche da sfamare, erano state del tutto relegate in una dimensione quasi parallela, vacui fantasmi silenziosi. Le prime tre erano ormai sposate, Fedela e Assunta avevano un fidanzato, Salvatrice era scappata al Nord con un avanzo di galera e non se ne avevano più notizie certe che non fossero voci di paese, Carmela si era fatta suora, Filomena, che non era stata fornita delle elementari doti della seduzione, passava le giornate in casa a cucire un corredo, che con tutta probabilità non avrebbe mai usato e Crocifissa, la più piccola, una bimbetta smilza di dieci anni con i capelli annodati in una lunga treccia scura la mattina andava alla scuola elementare e il pomeriggio aiutava la mamma nel piccolo orto dietro casa e nei lavori domestici.

Non che la casa dei Di Falco, fosse una dimora impegnativa da mandare avanti. Due stanze e una cucina, annerita da una stufa a legna, in cui, nel periodo di massima densità, avevano abitato in undici in una promiscuità che aveva tolto alla vita ogni alone di mistero e romanticismo.

Crocifissa si prendeva cura di Totò come della bambola che non aveva mai avuto, ma questo accadeva solo durante l’assenza del padre, il quale, appena rientrava in casa, monopolizzava con gelosia morbosa quel bambino, il suo unico successo. A sei anni Totò era un ragazzino dai capelli scuri e ricci e con due occhi languidi di un marrone fluido, che si spostavano senza posa da un posto all’altro come a cercare qualcosa che valesse la pena di guardare. Giuseppe fece salti mortali, rinunciando persino per un po’ alle sue bevute, per fare in modo che il primo giorno di scuola Totò facesse la sua bella figura con la sua divisa nuova dal colletto bianco, che faceva risaltare l’olivastro della pelle, e la cartella di pelle marrone, un po’ rigata, che in tempi migliori era stata del figlio del farmacista. A scuola Totò mostrò sempre un’intelligenza vivace e una dedizione allo studio che ne fecero l’esempio che la maestra portava sempre ai compagni, ma con questi non riusciva a trovare un’intesa, perché si ritraeva sempre dai giochi irruenti durante la ricreazione, preferendo restare al suo posto a disegnare tutto ciò che la sua fervida fantasia gli mostrava oltre quello che i suoi occhi potevano vedere e tornandosene a casa solo soletto mentre gli altri ragazzi correvano fino alla spiaggia dietro ad un pallone. Maria Carmelina ormai si era del tutto estraniata dal mondo, un po’ per un unico impeto di ribellione, un po’ per una stanchezza che l’aveva consumata e solo Crocifissa, che nel frattempo si era fatta una bella ragazza, di un’ altezza inconsueta per la famiglia e con un corpo snello e vivace, continuava a prendersi cura di Totò, a parte Giuseppe che, incurante dei nuovi borbottii degli amici la mattina gettando le reti “Gattu di falda u pigghia surci”, se ne andava in giro col petto gonfiato d’orgoglio per gli elogi su quel suo figlio che la maestra gli rivolgeva ogni volta che lo incontrava. Alla fine delle scuole elementari, contravvenendo ad ogni regola della famiglia Di Falco, per la quale l’istruzione era, al pari dell’anima, una roba da gran signori, Totò fu mandato alle scuole medie, che distavano dal paese una mezz’ora buona di strada, da percorrere con un autobus sgangherato sul quale salivano perlopiù le domestiche ad ore che andavano a servizio.

Per Totò il viaggio di ogni giorno, verso la scuola e ritorno, per quella strada polverosa e malmessa, lungo i cui fianchi erano schierati, come soldati a riposo, innumerevoli fichi d’india, era un vero e proprio viaggio dell’avventura e con la testa appoggiata al finestrino si immergeva nei racconti quotidiani delle donne e poi perdeva i pensieri oltre la linea di un orizzonte che gli pareva lontano, confuso ma meraviglioso.

Crocifissa, ormai donna fatta, per evitare che il nome che portava fosse presagio di un destino, aveva accettato l’offerta di un impiego come donna di servizio a Milano presso la figlia dell’avvocato Ribaudo, la quale aveva sposato, con un matrimonio degno delle riviste patinate, Raimondo Scaduto Accardi Ajello di professione notaio. Il legame tra Crocifissa e Totò, nel corso degli anni, si era fatto sempre più intenso, sempre più complice per quanto destinato ad una sempre maggiore clandestinità, perché Giuseppe non vedeva di buon occhio le attenzioni e le premure, le coccole e i vezzeggiamenti che quella sua figlia, così alta e così diversa rispetto le altre, rivolgeva al fratello minore. Totò fu il primo a sapere della decisione di Crocifissa di allontanarsi da paese, da quella casa e da quella famiglia e soprattutto dallo spettro di diventare come sua madre, una donna, che, se pure in qualche tempo lontano, doveva essere stata viva, aveva smesso ben presto, trascinata in un limbo paludoso nel quale non si era nemmeno mai dibattuta, forse pensando che farlo non avrebbe fatto altro che trascinarla ancora più dentro. Ne avevano parlato un po’ tra le lacrime, un po’ tra i sorrisi, perché, oltre il dolore della separazione, intravedevano anche la speranza di un ricongiungimento in un posto dove avrebbero potuto inventarsi un’esistenza migliore, anche se poi, in cuor suo, Totò sapeva, non senza un non troppo vago senso di colpa, che la sua, in fondo, non era stata tanto male per il privilegio di nascita che il suo sesso gli aveva dato.

Quando venne il giorno della partenza Crocifissa uscì di casa senza che ad accompagnarla ci fossero troppe smancerie. Maria Carmelina, seduta accanto alla stufa, sbucciava fave, Giuseppe se ne era già andato perché il mare non avrebbe aspettato la partenza dell’autobus, Filomena ricamava il suo corredo e solo Totò, perdendo il suo primo giorno di scuola, accompagnò la sorella alla fermata. Si abbracciarono e si baciarono e lui rimase fermo in piedi a guardare l’autobus che si allontanava, mentre lei, seduta sugli ultimi sedili, agitava la mano confusa tra la polvere della strada. I giorni passavano inseguendosi l’un l’altro e puntualmente, una volta al mese, Totò, riceveva una lettera da Crocifissa che gli raccontava del suo lavoro, della vita lassù al Nord tanto diversa da quella che aveva condotto al paese, di come si trovasse bene nella famiglia del notaio e di come trascorreva il suo tempo libero. Totò leggeva e rileggeva quelle lettere che conservava in una scatola di cartone sotto al letto. Ormai in casa erano rimasti in quattro e a lui era toccata una camera in un lettuccio che poteva sembrare una sistemazione provvisoria, se non che, ormai, passati i trent’anni, appariva sempre più definitiva.

Anche alle scuole medie Totò si distingueva per un’intelligenza vivace e pronta che unita ad una sua profonda sensibilità lo portava sempre un passo avanti ai compagni nello studio; nello studio, perché nella vita, quella reale della gente come lui, pareva sempre due passi indietro. Alla fine della terza media Giuseppe partecipò, con il suo vestito della festa, alla cerimonia in cui vennero premiati gli studenti più meritevoli. Seduto in ultima fila, da solo, ebbe come l’impressione che stesse per uscirgli una lacrima di commozione, ma subito scacciò quell’idea pensando più plausibilmente che gli fosse entrato un moscerino nell’occhio. Quel giorno, visto che la mattina ormai era andata persa, aveva deciso di prendersi, per la prima volta nella vita, un intera giornata di vacanza, che aveva trascorso all’osteria vantando i meriti di Totò e bevendo più del dovuto ed era rincasato prima del previsto, prima di quanto fosse atteso.

Le donne erano uscite per andare ad un rosario nella chiesa del paese ed in casa era rimasto solo suo figlio. Suo figlio che, davanti allo specchio reso opaco dal tempo, appeso nella camera da letto dei genitori, se ne stava mezzo nudo drappeggiato in una pezza di stoffa rosa dell’inutile corredo di Filomena con delle forcine tra i capelli e sulle labbra un velo di rossetto, scovato chissà dove, perché nella casa dei Di Falco le donne non si dovevano truccare per non parere di malaffare. Fu forse per la disperazione alimentata dal troppo alcool che la trasformò in ira incontenibile di fronte allo sguardo smarrito e peccatore di Totò, che si sfilò di getto la cinta consunta dei pantaloni e con furia, accecata da quel moscerino del mattino che con tutta probabilità se ne stava ancora annidato nel suo occhio facendolo lacrimare, frustò il figlio sulla pelle nuda e liscia lasciandolo quasi esanime sul pavimento di cemento. Come in un dipinto di un martirio di santi, l’immagine di Totò sdraiato, semisvenuto sul grigio del cemento con il corpo scomposto in una figura plastica e la pelle bianca striata di rosso, fu l’ultima che Giuseppe ebbe del figlio. Il giorno dopo, all’alba, Totò se ne era già andato, fuggito dalla vergogna o forse soltanto in viaggio verso se stesso. Raggiunse Crocifissa e la speranza che aveva sempre coltivato, di una vita diversa, una vita in cui trovassero posto sentimenti, bellezza, libertà; una vita in cui potesse sentirsi alla pari e non sempre scrutato nell’attesa che commettesse un passo falso così da poter essere finalmente additato in modo definitivo e crudele come il diverso. A 18 anni Totò si era fatto un bel ragazzo. Aveva gli stessi capelli scuri e ricci e ancora quello sguardo dolce e intenso che faceva innamorare le ragazze. Crocifissa, che lo amava come un figlio, il giorno del suo compleanno chiese un permesso di lavoro e lo portò fuori a pranzo, come facevano i signori, in un locale raffinato per il quale aveva risparmiato settimana dopo settimana; un po’ fuori luogo e un filo a disagio nel turbinio di gente elegante eppure piena d’orgoglio per quel pacchetto che teneva nascosto dentro la borsetta: un orologio con un biglietto “che il tuo tempo sia felice”.

Totò, negli anni che lo separavano dall’abbandono del paese, aveva lavorato duramente, adattandosi a qualsiasi mansione: dallo scaricatore al mercato generale, allo spalatore di neve, negli inverni tanto diversi di Milano, al lavapiatti, al cameriere e aveva dovuto abbandonare i libri che tanto amava. Il suo corpo sottile era stato a poco a poco tornito dalla fatica, anche se continuava a mantenere quell’aspetto flessuoso da giunchiglia, che il vento della vita piegava senza essere ancora riuscito del tutto a spezzare.

Il tempo passato insieme a Milano era stato un tempo felice, una rinascita al tempo pieno della vita fatta di tutte le emozioni e le sensazioni che potevano fluire libere, ma , fino a quel giorno, Totò aveva sempre evitato di approfondire con la sorella il vero perché della sua fuga repentina dalla famiglia. Ora, lì seduto al tavolo del ristorante, guardando la felicità e l’orgoglio che grondava dagli occhi di Crocifissa, mentre gli consegnava il suo regalo e dopo averlo aperto con le dita un po’ impacciate dalla gratitudine, decise che era arrivato il momento di mettersi completamente a nudo, sapendo che lei avrebbe capito.

Con gli occhi velati di lacrime e il dolore che bruciava ancora sulla pelle, esattamente come quel giorno, mai cancellato dal passare degli anni, Totò riuscì a dire, per la prima volta, quello che era successo tra lui e suo padre e quello che succedeva dentro di lui da tanto, tanto tempo. Crocifissa lo ascoltava, guardandolo con i suoi occhi buoni e comprensivi, gli stessi occhi, con i quali da bambina, se lo teneva stretto stretto cullandolo piano piano. Quando la sorgente che fluiva dal cuore di Totò affievolì il suo getto di parole correnti, a volte stentate a volte impetuose, lei allungò una mano oltre il tavolo e prese la sua. Stringendola forte disse soltanto “ ti voglio bene Totò e te ne vorrò sempre, che il tuo tempo sia felice… una parte della nostra vita la scegliamo noi, una parte è la vita stessa che la sceglie, scegliendoci nel momento in cui apriamo gli occhi ad essa. Dobbiamo vivere per quello che siamo e per quello che scegliamo di essere nel modo migliore possibile”.

La libertà assaporata sino a quel momento non era stata niente in confronto a quella che sentiva di avere ora, ora che il suo cuore, mondato da ogni vergogna che aveva giustamente o ingiustamente covato, si sentiva leggero come non lo era mai stato, neppure nei suoi sogni più arditi. Il conflitto tra quello che era fuori e quello che sentiva di essere dentro cominciò ad evolvere nella consapevolezza del desiderio, ormai volontà, che le due parti coincidessero; all’inizio fu solo con qualche piccolo vezzo nel modo di vestire e sistemarsi i capelli e soltanto nelle ore libere dal lavoro, ma poi sempre in modo più evidente, talvolta quasi grottesco, perché purtroppo, agli occhi della maggior parte di noi, l’anima resta sempre celata e finiamo per considerare il corpo l’oblò attraverso il quale poterla guardare. Finì che Totò perse il lavoro nell’illusione che il mondo assomigliasse a Crocifissa. La notte lungo i viali di Milano una varia umanità si affollava.

La diversità denigrata, offesa e degradata di giorno, diventava, con l’oscurità flashata dai fari delle auto, divertimento, trasgressione, superiorità e nuovamente offesa e degrado. Ancora incompleta la metamorfosi di Totò, avvolto nel suo bozzolo di scadente seta maschile, scalpitava per raggiungere la levigata e, ai suoi occhi pregiata, qualità della seta delle ali di una farfalla femmina, con le quali riuscire finalmente a far prendere il volo alla sua anima.

Il tempo passò, dapprima trascinato per i cessi della stazione, dentro ai quali lo scroscio dell’acqua dello sciacquone, talvolta, pareva più lento dei rapporti a pagamento, consumati furiosamente con uomini di tutte le età, che avevano in comune solo il fatto di non avere un volto e poi, Totò divenne Valentina, scandito dal rumore dei tacchi sui marciapiedi illuminati, come uno squallido palcoscenico di terz’ordine, dalla luce dei lampioni.

Ogni tanto riandava con la memoria al giorno del suo diciottesimo compleanno, al regalo di Crocifissa e alle sue parole “dobbiamo vivere per quello che siamo e per quello che scegliamo di essere nel modo migliore possibile” e non era del tutto sicuro che stesse vivendo nel modo migliore possibile quello che era e quello che aveva scelto di essere, ma la vita aveva tolto ai suoi occhi quella mobilità curiosa che avevano avuto da ragazzino, aveva offuscato, con una delusa opacità, i contorni dell’orizzonte che, se pure confuso, gli era apparso pieno di possibilità e aveva scoperto che le sue ali, tanto desiderate, da farfalla femmina, dopotutto non erano altro che le ali di una falena.

Valentina dai capelli biondo miele, fluidi sulle spalle; gli occhi marrone liquido segnati dal kajal, le ciglia allungate, ad ombreggiare lo sguardo seducente, lasciò Milano e i suoi viali il 1 giugno 1992 e arrivò in una città provincia, mollemente adagiata sulle rive di un lago, con un completo rosa confetto, la giacca scollata su un esagerato decolté sorretto da reggiseno a balconcino dello stesso colore, ondeggiando sui tacchi del dodici di un paio di scarpe di un improbabile colore verde mela abbinate ad una borsa di paglia dai decori floreali.

Sapeva di aver spezzato il cuore a Crocifissa, che aveva compreso, aiutato e che avrebbe solo voluto per lui una vita pulita. Una vita pulita…

Ormai neppure il sapone con il quale si toglieva il trucco rientrando in casa poteva rendere pulito il suo viso e cosa mai avrebbe potuto ripulire la sua esistenza, che girava intorno al numero sempre crescente di clienti che richiedevano assiduamente la sua strana compagnia? Valentina ormai si era fatta un nome, una fama.

Un nome, la fama. Quello che era stato il sogno di Giuseppe Di Falco era diventato il suo incubo peggiore e Valentina riusciva ad immaginare il padre, ormai anziano, seduto fuori dalla porta di casa a fare quello che gli restava da fare dopo aver lasciato il mare: cucire reti per altri pescatori e abbassare il capo sopra un boccale di vino ai nuovi, ripetuti sfottò dei paesani perché le voci superano qualsiasi distanza e lontananza.

Valentina aveva clienti avvocati, notai, medici, gente della bella società; si mormorava che tra di loro ci fossero anche degli uomini di Chiesa e lei non smentiva mai, lasciando che ogni parola detta a voce alta o tra i denti alimentasse la campagna pubblicitaria sul suo negozio e sulla sua mercanzia, come soleva chiamare il suo corpo. La provincia si era rivelata sotto certi aspetti una vera miniera d’oro e Valentina, sfrecciando per le vie del paese a bordo della sua decapottabile color amaranto, sapeva che, parafrasando una canzone famosa, si era attirata l’ira delle cagnette a cui aveva sottratto l’osso.

25 Dicembre 2000

Ci aveva pensato tanto e alla fine aveva preso il coraggio a due mani e aveva deciso, dopo tanto tempo, di telefonare a Crocifissa e di chiederle di passare il Natale insieme.

Era stata felice, di una felicità fanciullesca e genuina, nel momento in cui aveva sentito la voce della sorella accettare senza esitazione. Sapeva che, al di là di ogni incomprensione, l’affetto e l’amore che nutrivano reciprocamente, era rimasto uguale nel passare degli anni.

Il giorno prima aveva riordinato per bene la casa perché voleva che Crocifissa fosse fiera di lei, aveva persino cucinato per il pranzo, con nel cuore la stessa attesa che provava quando, tanto tempo fa, una vita fa, aspettava le sue lettere da Milano, che poi riponeva nella scatola di cartone sotto al letto.

Alle 23.00 suonò il campanello. Si avviò irritata alla porta. Aveva disdetto tutti i suoi appuntamenti dicendo che si sarebbe presa qualche giorno di vacanza. Strinse la cintura della vestaglia di seta rossa e dopo aver guardato dallo spioncino aprì. “Mi dispiace…” Non ebbe tempo di dire altro.

Il giorno dopo, mentre grossi fiocchi di neve scendevano da un cielo plumbeo, quasi a rendere ancora più magico il Natale del ritrovarsi, un taxi lasciò Crocifissa al vialetto d’ingresso del residence sul lago in cui viveva Valentina.

Crocifissa aveva in mano un regalo ben confezionato e si stava domandando se avesse fatto la scelta giusta, dopotutto era tanto che non vedeva suo fratello…. si domandò anche se doveva continuare a considerarlo un fratello o se invece non avrebbe dovuto cominciare a pensarlo come una sorella. Il residence era deserto, le feste natalizie avevano disperso gli occupanti chissà dove.

Controllò il nome sui citofoni e premette Di Falco Valentina. Non ebbe risposta. Riprovò. Ancora nulla. Il portone era aperto e decise di salire. Ultimo piano, interno 12, le aveva detto Valentina al telefono. Quando si aprì la porta dell’ascensore si sentiva a metà tra emozionata e imbarazzata, si domandava se avrebbe riconosciuto Totò nelle fattezze di Valentina. La porta d’ingresso era aperta. Pensò che l’avesse lasciata aperta per lei. Entrò chiamando “Totò”. Il suo corpo buttato sul pavimento tra la cucina e il soggiorno in un lago di sangue. La vestaglia rossa un prolungamento della pozza sotto di lui. I suoi bei capelli, un tempo corvini, sparpagliati in un ventaglio biondo. Urlò, ma nessuno avrebbe potuto sentirla. Fece le scale di corsa ed uscì, ripercorse il vialetto scivolando sulla neve e uscì sulla strada dove alla fine riuscì a trovare un bar aperto. Entrò e chiamò il 113. “ Presto, hanno ucciso mio fratello”.

Il dilemma era stato risolto nell’attimo dell’urgenza: era ancora suo fratello, quello che aveva amato con tutto il suo cuore. Rossa la stoffa che aveva ucciso Totò agli occhi del padre e rossa la vestaglia che aveva ucciso Valentina liberando definitivamente l’anima di entrambi. “Mi dispiace..” le ultime parole. Il corpo di Totò-Valentina fu aperto, sezionato; alla sua morte violenta si doveva un’autopsia, che magari avrebbe anche dovuto scrutare cosa contenesse quell’involucro strano dove convivevano, come inquilini rissosi, due diverse nature.

Il suo funerale ebbe luogo in un freddo mattino di Gennaio. A seguire la bara solo Crocifissa senza lacrime e con una piccola corona di pervinca.

Mario Pistacchio

A BRUCIAPELO

Lo stesso vento, lo stesso schifo di città. I pescatori di Vasto lo chiamano Garbino, vento bollente di Scirocco, che soffia forte, gonfia le onde, urla e fa sbattere i vetri delle finestre, spazzando le strade in un turbine di ira, polvere e odio. Vento cattivo, che tiene le barche in secca e spinge sugli scogli. Vento che rende pazzi, spezza i rami, raccoglie tutti i cattivi presagi del cielo per scagliarli sulla terra. Vento che non ha Santi da pregare. Vento dall’inferno. Ruggisce in un silenzio di rasoiate, ruba l’anima e mangia il cuore, aizza i ricordi come un cane che la catena e le bastonate hanno reso feroce. Ingrossa le onde, onde venute da lontano, dalle profondità del mare e dell’orizzonte, onde di mille tempeste, cieche, spaventose, che, prima di sommergere e schiantare, risucchiano i nuotatori in un vortice torbido e ribollente di veleno. Tuffo la testa sotto il pelo dell’acqua, la corrente ti porta via, lontano da me, trascinandoti verso il fondo, dove tutto è pace e freddo e silenzio. Dopo un lungo viaggio, dopo un colpo a bruciapelo. E’ finita.

Il mare lo restituì dopo tre giorni, tre lunghi giorni di burrasca, abbandonandolo tra i rifiuti della foce del Sangro, fiume triste a sud del golfo di Vasto, paesone nel cuore dell’Atlantico. Lo trovò un pescatore seguendo i gabbiani, pensando a un delfino o a una tartaruga spiaggiata, come capita, qualche volta, dopo le tempeste. Era gonfio, scorticato dagli scogli, gli occhi mangiati dai pesci, la carne molla come una spugna. La polizia lo fece portare via, la notizia uscì sui giornali, un trafiletto, piccolo come quello che avevo ricevuto per posta due settimane prima. Solo che la notizia non era la stessa: il mio raccontava di una denuncia su presunte violenze in una famiglia di cui non si faceva il nome. Una denuncia ritirata, seguita da un’indagine di routine, dalle ritrattazioni dei testimoni e finita nel buco nero di un silenzio denso di sospetti. Un buco grande come quello fatto da una calibro 22 sulla nuca dello sconosciuto trovato morto.

Non ci misero molto ad arrivare a me. Dopo che la moglie riconobbe il cadavere, gli diedero un nome, e da quello una storia. Marinaio, cinquantasei anni, due figlie di venti e diciassette anni. Uomo violento, di quelli che i pennivendoli chiamano “persona nota alle forze dell’ordine”. Non ci volle l’autopsia per chiarire che era morto perché qualcuno gli aveva sparato. Giustiziato, disse il medico legale. “Esatto, dottore”, pensai.

Sospettarono della moglie, delle lacrime che non aveva, del dolore che non provava, dell’odio che le aveva indurito gli occhi come sassi. La interrogarono, ma lei rimase rintanata nel suo silenzio. La paura era riuscita a scivolare nelle più nascoste pieghe delle sua anima, mangiandola come un nugolo di vermi. Solo quando capì che quell’uomo non avrebbe più fatto del male a nessuno, parlò.

Gli sbirri avevano ragione: c’era qualcosa che non aveva detto. Non aveva detto che il marito violentava le figlie quando ne aveva voglia e da quando erano bambine. Non aveva detto che la picchiava legandola al termosifone. Che la figlia maggiore era scappata portando con sé la ragazzina e nessuno sapeva dove fossero. Non aveva detto che in quell’uomo c’era tutto quello che al mondo le faceva più paura.

Spaventata, sottomessa da troppo tempo, sola, tanto sola da aver perso la voce. Forse per questo aveva preso le forbici e ritagliato quella notizia, spedendola a un uomo che non aveva mai visto e di cui sapeva poco, ma quel poco era abbastanza. Sapeva che avrei capito, e ancora una volta mi chiesi dove fossi stato per tutto quel tempo. Lontano, la distanza giusta per illudermi di dimenticare. Per convincermi che la storia non si sarebbe ripetuta e che quel caso era chiuso da tanto tempo. Chiuso non dagli sbirri, che non l’avevano mai aperto, ma dalla morte, quella cosa a cui forse si riferisce una frase sulla Legge che sta in tutti i tribunali. La morte è uguale per tutti. Archiviati sottoterra i verbali, gli atti e i faldoni. Caso chiuso, storia finita, ai sopravvissuti l’obbligo di ricordare cercando un modo per convivere con il passato. Ma sbagliavo, quel caso era ancora aperto, la storia era continuata, e come certi brutti sogni forse non sarebbe mai finita.

I poliziotti rimandarono la donna a casa, emanarono un ordine di ricerca per la figlia minorenne e chiusero il cadavere nella cella dell’obitorio. Stavo leggendo il giornale quando ricevetti la loro telefonata. Sapevo già tutto e dissi che ero in paese. La cosa non li sorprese più di tanto, ma non perché non fosse strano o sospetto, quanto perché tra gli sbirri ci sono regole non scritte, codici di comportamento rigidi come collari a strozzo. “Condoglianze, collega”, disse come saluto l’agente al telefono. Non risposi, misi lentamente giù. Non importa dove sono stato finora e cosa ho fatto in tutti questi anni: l’unica cosa che conta è che adesso sono qui.

Quando entrai in commissariato l’ispettore che si occupava del caso non fu sorpreso di vedermi e mi fece accomodare nel suo ufficio, un cubicolo polveroso con vista sull’ufficio postale. Era una visita di cortesia per una chiacchierata informale, un atto dovuto e lo sapevamo entrambi. E’ come si vede in televisione, solo che non si sa chi è che imita chi, se è la realtà che copia i film oppure il contrario. Lui doveva aggiornarmi sul caso, sulle ipotesi, sulle piste, sule prove. Io avrei dovuto dire che volevo collaborare, scoprire e prendere l’assassino di mio fratello, vendicarlo. Non lo feci.

Concluse spiegando che non avevano sospetti, che stavano vagliando tutte le tracce, e il cadavere era a disposizione della famiglia. “Grazie”, risposi, e prima che me lo chiedesse gli dissi di me. Che ero arrivato da Agliè dieci giorni prima, che stavo al “Continental”, squallido albergo dietro il distributore di benzina a pochi metri dal casello Vasto Nord. Non sapeva dove fosse Agliè, e neanche che ci aveva vissuto un poeta famoso, ma l’albergo lo conosceva.

Posto ideale per darsi alla fuga se le cose si mettono male”, commentò. “Non ho più niente da cui scappare”, risposi. “Era solo una battuta”, si scusò l’ispettore e, imbarazzato, chiese per quanto tempo intendevo fermarmi. “Il tempo necessario.” “Capisco”. Non credo, pensai alzandomi e camminando verso la porta. “Un’altra cosa”, aggiunse, “Perché, dopo oltre trentacinque anni, è tornato a Vasto? “Vacanza”, dissi, “Se ci sono novità sa dove trovarmi”.

Le strade erano allagate dalla pioggia, quei temporali che solo il Garbino sa raccogliere nel suo lungo viaggio. Una pioggia violenta, rumorosa, e l’asfalto fumava. Bisognava recitare tutta la commedia fino in fondo, e recitarla bene. In posta imbucai una lettera, il mio indirizzo di casa fuori e nella busta il ritaglio del giornale locale. La storia finiva nello stesso modo in cui era cominciata: qualcuno spedisce un ritaglio di giornale, un messaggio in una bottiglia, un grido di aiuto. A volte il mare inghiotte la bottiglia, ma altre, la spinge sul pelo dell’acqua fino alla sua destinazione. Capita raramente, ma succede che il vento si impietosisca e tiri dalla tua parte.

L’ispettore non aveva chiesto il dettagliato resoconto dei miei movimenti da quando ero arrivato, eppure glielo avevo fatto lo stesso. Il viaggio, l’albergo, il porto, la spiaggia per un bagno, il vecchio bar, il vecchio quartiere, dove avevo incontrato mia cognata, le vecchie strade, il cimitero, tutti i miei vagabondaggi nella terra dell’oblio. Alla ricerca di ricordi, o fuggendo dai ricordi. Succede spesso quando, da ragazzo, parti giurando a te stesso che non tornerai mai indietro. Quando gli addii si trasformano in arrivederci, quando scopri che il biglietto non è di sola andata. A volte c’è un motivo per tornare, altre c’è qualcosa che ti spinge a farlo. Io avevo un buon motivo: dovevo uccidere mio fratello maggiore.

E’ un viaggio obbligato, dentro la memoria, nei suoi sentieri segreti e nascosti, in mezzo a rovi forse resi secchi dal tempo passato, ma che hanno ancora tutte le spine. Una vacanza, ma giù all’inferno. Il cimitero se ne sta muto a osservare tutto quello che cambia e si muove intorno. Osserva, giorno dopo giorno, la vita che si spegne e talvolta continua. Lui è qui, da qualche parte. Non nella parte bella, dove il sole riscalda la terra, con statue di angeli guardiani segnati da rughe di muschio. No, lui è nella parte più scura, umida e fredda, quella sempre in ombra. Come ha vissuto, così lo hanno seppellito. E’ nelle case popolari dei morti, i loculi senza storia per quelli che non hanno mai avuto storia. Niente fiori niente epitaffi. Solo nomi e date, una parete di lettere e numeri e fotografie grigie e senza luce. Lo guardo in faccia come non ho mai avuto il coraggio di fare prima. Nessuna somiglianza tra di noi, lui somigliava più a mio fratello. In tutto, e avrei dovuto saperlo. Stessa faccia quadrata, gli occhi brutali, quei baffi, duri come carta vetrata che ancora me li sento sulla pelle. “Ciao papà”, mormorò sputando sulla sua fotografia, “Spero che tu stia marcendo all’inferno.” Non sono qui per lui, ma per mia madre. Anche nella morte sono rimasti uniti, proprio come hanno vissuto. Non uguali, ma complementari. E soprattutto complici. Più lui gridava, più lei diventava sorda. Sorda alle nostre grida, sorda al pianto. Cieca. Muta. Paralizzata. Una statua davanti alla porta della loro camera da letto, chiusa con me, o mio fratello, dentro con lui. A volte tutti e due : lui lo incitava a imitarlo, stringendo la cinta in una mano e masturbandosi con l’altra.

Perché non hai fatto niente per fermarlo? , le chiedo. Perché non ci hai difesi? Perché non ci hai portati via? Perché non hai chiesto aiuto a qualcuno? Lei non risponde, non parla, gli occhi guardano un punto nascosto, in basso, fuori dall’inquadratura. Piove più forte, la terra nera cola fango, le fiammelle dei lumini ballano nel vanto, lottando per non spegnersi.

Anche io faccio fatica ad andare avanti. C’è solo una cosa che mi ha portato qui da voi, continuo. Sono qui per raccontarvi perché l’ho ucciso, in che modo mi sono preso la sua anima nera, nel mercato del pesce giù al porto, a due passi dalla vecchia casa. Era ancora notte, stava pulendo le cassette e ci ha messo del tempo a riconoscermi. Ho estratto la pistola puntandola all’altezza del suo cuore. E’ caduto in ginocchio, chiedendo perdono strisciando. Perdono per quello che mi aveva fatto e dando la colpa a te, papà. L’ho visto piangere dopo tanto tempo, ma piangeva nello stesso modo. “Non sono qui per questo”, ho detto girandogli intorno, “Non sono qui per me”.

Allora ha capito. Ha capito che non sarebbe mai uscito vivo da lì. Un lampo negli occhi ancora lucidi, cercandomi alle sue spalle. A parte lo sparo non ho sentito niente. I gabbiani si sono alzati in volo per poi tornare dov’erano, sulla banchina. Il suo sangue confuso con quello dei pesci squartati, e lui riverso nella vasca con le loro interiora, nel nugolo imbizzarrito delle mosche. Il porto addormentato, le navi come vascelli fantasma, il mare agitato dal vento caldo. Il piantone della Capitaneria addormentato, gli altri pescatori al bar a fare colazione. Nel silenzio del mercato deserto, l’eco dello sparo si era spento svanendo nell’odore di cordite.

L’ho avvolto nel telo di plastica caricandolo nel portabagagli della mia station wagon, poi ho guidato lentamente verso la spiaggia di Punta Penna, alle spalle del porto. Abbiamo preso il mare insieme, e la corrente ha scelto lui spingendo me a riva con un’onda gigantesca. Al bar dei pescatori nessuno ha dato peso alla sua assenza. “Avrà bevuto troppo”, sentì dire da qualcuno: non immagini quanto, pensai, ma solo acqua salata. Poi ho aspettato che sua moglie uscisse di casa. Dovevo avere una conferma, e la ebbi vedendola da sola sotto la pensilina della fermata dell’autobus: era stata lei, quel ritaglio che avevo ricevuto era il suo grido senza voce. Lo stesso grido che è sempre rimasto nella tua gola, mamma.

Sapevo di trovarla qui”, sento dire alle mie spalle. Trasalgo. E’ l’ispettore, e nel vederlo ritraggo la mano che istintivamente era andata a cercare la pistola nella fondina.

E’ una calibro 22, vero?”, dice notando il movimento, e non ha il tono di aver fatto una domanda. “D’ordinanza”, rispondo. “Come quella che ha ucciso suo fratello.” “E’ un’arma molto comune”.

Si avvicina ancora, ma senza aggiungere altro. Guarda lo spettacolo desolato di due vecchi bastardi morti, guarda con i miei occhi, a lungo, guarda oltre quei loculi, dentro di me.

E’ per questo che è entrato nella polizia, giusto?”, chiese a bruciapelo, ma con una cadenza morbida, lentamente, masticando le parole con movimenti stanchi, “Per fare giustizia?” “Dipende da cosa significa, giustizia.” “Lo sa benissimo, quello che significa.” Allora spiegalo alle mie nipoti cresciute senza sogni. Fallo capire a due ragazzini stuprati e picchiati tanto tempo fa, che tutte le sere ascoltavano la fiaba del serpente con un occhio solo, ed era un serpente che potevano toccare e accarezzare, se facevano i bravi. Per noi non c’è stata giustizia. “Già”, annuisco dopo un lungo tempo, perso nei pensieri, naufrago nel mio stesso sangue agitato dal terremoto del cuore, “Forse ha ragione.” “Perché lo ha fatto?” “Mi sta accusando di qualcosa?” L’ispettore rimane pensieroso, come se fosse precipitato in un incubo dove la cosa peggiore è svegliarsi e tornare alla realtà. Mi basta guardarlo per sapere che ha capito tutto. “Naturalmente no.”

Il tempo sta cambiando, la pioggia rallenta, il vento scende dalle montagne rotolando verso il mare come una valanga di selci affilate. “Ci vediamo”, saluto. “Se ha bisogno di me sa dove trovarmi.” “Non credo che ci incontreremo ancora”, risponde, “La cercavo solo per informarla che abbiamo archiviato il caso. Mi dispiace”, aggiunge, ma nella sua voce non c’è costernazione. Sembra felice, o forse è solo più leggero, come se un peso troppo grande fosse scivolato dalle sue spalle è caduto in un abisso profondo.

E anche per quanto riguarda le sue nipoti”, continua, “Purtroppo dobbiamo procedere all’interruzione delle ricerche: non abbiamo molte risorse da dedicare al caso, lei sa come vanno queste cose, collega.”

La sirena annuncia che il cimitero sta chiudendo. Sono le cinque e mezza, ed è strano pensare che un cimitero chiuda. Chiude perché i morti non possano uscire, non possano seguire i vivi, e restino con i vermi. Per sempre.

Lasci perdere i fantasmi, ispettore, impari a dimenticare.” “Lei ci è riuscito?”, la sua domanda resta nell’aria, sospesa insieme a tutto quello che non ha risposta e forse non ce l’avrà mai.

Strano posto, Vasto. Vicino al cimitero c’è un bar, il posteggio dove ho lasciato la macchina e il terminal degli autobus. Gli spettri partono, e con loro quei morti che camminano come me. Non c’è nessuno, è quasi la chiusura, e il barista ha voglia di parlare. Chiede se sono di qui, se ho notato come la città è cambiata, se ho saputo che tutto sta andando allo sfascio e guarda fuori, le case nuove sovrastano la montagna, oltre il vallone dove corre la circonvallazione. In fondo a tutto il sole tramonta tingendo il cielo di rosso.

Chiede se ho sentito del delitto del Sangro, come l’hanno chiamato i giornalisti, dice che c’è da stare attenti, perché quelli che vengono da giù stanno mettendo le mani sul loro paese. Mi passa il quotidiano locale, sfoglia la cronaca e indica tutte le notizie che, secondo lui, gli danno ragione. Finisco la birra, e solo allora noto la data sul giornale: 3 agosto 2009, un lunedì. Sorrido. E’ il compleanno di Michela, la mia nipotina più piccola. Oggi compie diciotto anni. Non è più una bambina, ma non nel senso che intendeva suo padre. Per la Legge è ormai adulta, una donna che può provare a prendersi la sua vita, o quello che ne rimane. Restando ad Agliè oppure andando in un posto ancora più lontano, forse migliore, forse peggiore. Di sicuro non uguale. E questa è l’unica cosa che conti. “Arrivederci”, dice il barista alzando una mano in segno di saluto. “Addio”, rispondo.

Emanuela Massaglia

LA CODA DEL DIAVOLO

Aveva pianificato tutto. Ogni eventualità era stata presa in considerazione per ridurre al minimo i rischi dell’operazione e sembrava che anche il tempo fosse dalla sua parte: il picchiettio della pioggia battente soffocava tutti gli altri rumori ed era sovrastato soltanto dal rombo del tuono che a tratti sembrava squarciare il cielo.

Sapeva che sarebbe stato difficile. Dopotutto era la prima volta. Ma ne valeva la pena. Bastava ragionare con freddezza e non farsi cogliere dal panico. La posta in palio erano 300.000 euro – tanto, forse anche troppo per un disgraziato come lui che da 4 anni, dopo aver perso il lavoro di una vita, si arrabattava per arrivare a fine giornata.

Era stato un errore confidargli un segreto così prezioso. Una somma simile avrebbe fatto venire delle strane idee per la testa a chiunque. E dirlo proprio a lui era stato l’errore più grosso che la donna avrebbe potuto commettere. Al momento della rivelazione aveva cercato di non tradire apertamente il suo interesse, mascherandolo dietro ad un’espressione altruistica di felicitazioni, seguita da una sollecita preoccupazione per la sicurezza personale dell’anziana signora. “Con i tempi che corrono, spero non sia andata a raccontarlo ai quattro venti”. Lo aveva rassicurato confessandogli che era l’unico ad esserne al corrente; in fondo, lui era il solo del palazzo che dal giorno in cui vi si era insediata si era preoccupato per lei, l’aveva portata dal dottor Hansen quando ne aveva avuto bisogno e, compatibilmente con i suoi impegni, le aveva anche fatto la spesa.

L’uomo aveva sorriso a quelle parole, conscio che la causa della sua gentilezza aveva uno scopo preciso: assicurarsi che qualcuno avesse cura del suo micio nei giorni in cui si trovava a svolgere lavori precari fuori città. Il pensiero di tutti quei soldi gli era rimasto nel cervello come un chiodo fisso e col passare del tempo, come i problemi economici si erano fatti più pressanti, quasi inconsciamente aveva cominciato a fantasticare, a costruire poco per volta quei tasselli del mosaico che una volta completati avevano dato forma e concretezza al piano. Un sentimento di rancore per quella ricca vedova che lo aveva messo in una situazione, a suo parere senza via d’uscita, era subentrato nel suo animo ed era stata la molla che lo aveva fatto decidere. Ma cosa ci si aspettava da lui? Che facesse la fame quando bastava che allungasse una mano per risolvere tutti i suoi guai?

Si guardò nello specchio ovale dell’ingresso. Un uomo di mezza età col volto lungo e magro scavato dall’ansia e dai problemi ed una strana luce negli occhi scuri. Nero gli si strusciò alle gambe e guardandolo lanciò un miagolio prolungato; dopo diversi anni di vita a stretto contatto con l’animaletto, aveva imparato a riconoscere le varie sfumature nelle sue espressioni vocali e ad abbinarle alle sue esigenze, che a dir la verità non erano molte.

Carezzò il capo della bestiola, si infilò una mano nella tasca dei pantaloni e tirata fuori una cartina appallottolata, la lanciò in direzione del salotto. Il suo “gatto da riporto”, come egli era solito chiamarlo affettuosamente, si lanciò in una corsa sfrenata. Nell’udire lo scalpiccio felpato del gatto che si allontanava, socchiuse la porta d’ingresso e dette un veloce sguardo attorno. Come aveva previsto non c’era nessuno. A quell’ora tutti i condomini si trovavano attorno al tavolo a cenare davanti alla televisione, a giudicare dalla cacofonia di suoni ovattati che, filtrando attraverso le fessure delle porte, arrivava fino a lui. Uscendo, si chiuse silenziosamente la porta alle spalle. La luce accesa al pianterreno rischiarava debolmente anche il primo piano, cosicché, percorrendo i dieci passi che lo dividevano dal portone della vicina, scorse il luccichio metallico del pulsante di ottone del campanello che costituiva l’ultima frontiera, quella del non ritorno. Armandosi di coraggio allungò il braccio. La scampanellata che sentì riecheggiare all’interno dell’abitazione, gli fece accelerare i battiti; ancora pochi secondi e l’anziana vedova gli avrebbe aperto. Un giorno l’aveva chiamato “il suo angelo custode”. Chissà perché adesso gli era tornato alla mente quel particolare. L’ironia della situazione gli fece nascere dentro una voglia di ridere così forte, così incontenibile che si sentì lì lì per esplodere. Ma il suono dei passi che si avvicinavano al portone, gli fece riprendere il controllo di sé stesso.

Il volto rugoso di Mrs Firth si spianò in un caloroso sorriso non appena lo riconobbe e mentre gli voltava le spalle, lo invitò a seguirla in cucina dove il caffè , passando attraverso il filtro della moka, stava borbottando rumorosamente.

Era ancora più facile di quanto avesse immaginato e afferrato il vaso di peltro che da anni faceva la sua figura sul basso mobile in rovere nella sala da pranzo, la colpì con forza sul capo. Il fiotto di sangue che inaspettatamente lo colpì in pieno viso gli fece provare un tale disgusto che a stento riuscì a reprimere un conato di vomito. Si passò una mano sul volto e osservando con ribrezzo il liquido rosso che gli gocciolava dalle dita, sollevò un lembo della maglietta e si pulì alla meglio.

La donna, distesa sul pavimento, era crollata a faccia in giù e nel momento dell’impatto con le dure piastrelle di marmo, egli aveva udito distintamente un sinistro scricchiolio. Facendosi forza si avvicinò al corpo e premette due dita sulla giugulare. Nessuna pulsazione. Emise un sospiro di sollievo: non sapeva se sarebbe stato capace di ultimare il lavoro, se ce ne fosse stato bisogno. Dopo essersi lavato accuratamente le mani nell’acquaio infilò un paio di guanti di gomma che si era portato da casa, spense la caffettiera dal beccuccio della quale il caffè aveva cominciato a traboccare, e strusciò il fazzoletto tutt’attorno all’arma del delitto.

Aperto il cassetto del tavolo, scelse un coltello ben affilato e si mosse con passi decisi verso la camera. Sapeva dove cercare. Concentrò tutta la sua attenzione sul letto da una piazza e mezzo e, tolte coperte e lenzuola con pochi gesti veloci, affondò la lama nel materasso tagliando nel senso della lunghezza. Batuffoli di lana cominciarono a svolazzare per l’aria. Immerse le mani nella soffice imbottitura che tastò palmo a palmo, alla ricerca di ciò per cui aveva ucciso. E lo trovò. Le banconote erano raccolte in mazzette. A colpo d’occhio ce ne doveva essere una trentina. Le avrebbe contate più tardi, quando ce ne fosse stato il tempo.

Tirato fuori un sacco di tela dalla tasca del giubbotto, ve le gettò frettolosamente. Poi uscì sul piccolo terrazzo, ruppe il vetro con una gomitata e rientrò. Non restava che mettere a soqquadro l’intero appartamento e cominciò dalla stanza in cui si trovava, spargendo dappertutto il contenuto dell’armadio e dei cassetti al suo interno. Alla sala e alla cucina riservò lo stesso trattamento e si trovava appunto in quest’ultima quando la luce ebbe un tremolio improvviso. Si immobilizzò nell’azione di scaraventare per terra i barattoli allineati all’interno di una vetrinetta e pregò che non si verificasse un blackout; strano a dirsi, non aveva preso in considerazione l’eventualità che potesse esserci un’interruzione della corrente e non aveva portato con sé né pila né fiammiferi.

Fortunatamente la luce del lampadario a globo tornò a brillare. Adesso, se voleva che la polizia credesse ad una rapina fatta da balordi, doveva andare avanti col suo piano, per quanto odioso potesse essere. Piegandosi sulle ginocchia sollevò la mano sinistra della morta e cercò di sfilarle dall’anulare il grosso anello di brillanti. Ma il gioiello non voleva saperne di venire via, le dita erano troppo gonfie, Ci mise tutta la sua forza per toglierlo, e quando finalmente vi riuscì, gli sfuggì di mano e tintinnò sul pavimento.

Un fragore improvviso e la luce saltò. Maledizione! Con quel buio non si vedeva un bel niente! Nell’oscurità più totale non poté far altro che rimanere immobile ed attendere. E se la luce fosse tornata dopo qualche ora? Stava valutando tale possibilità quando un suono appena percepibile, come di qualcosa che veniva trascinato lungo il pavimento, gli fece rizzare i capelli sulla testa. Lì vicino c’era soltanto il bidoncino delle immondizie – e anche il cadavere. E se la donna era morta, se si fosse ripresa e tutta sanguinante e malferma sulle gambe avesse cercato di alzarsi appigliandosi al..

Gli sembrò di vivere un incubo, di quelli che da bambino erano soliti popolare la sua mente quando la mamma spengeva la luce e chiudeva la porta lasciandolo nella più completa oscurità, perché questo era l’unico modo di vincere le proprie paure.

Un altro rumore, stavolta più forte, proveniente da un qualche punto alla sua destra, lo fece girare di scatto e spalancare gli occhi nella vana speranza di penetrare quel buio assoluto. Lo scintillio di due bulbi oculari che si trovavano ad un altezza superiore ai suoi, gli fece salire un grido alla gola che soffocò per l’improvviso ritorno dell’energia elettrica. Accovacciato su uno scaffale pensile se ne stava Nero e lo fissava intensamente; sembrava quasi avesse capito cosa stava accadendo. Ma naturalmente non era possibile. Era solo un gatto.

Spostò automaticamente lo sguardo nella direzione dalla quale aveva inizialmente captato i rumori e notò che dalla pozza di sangue che si allargava attorno al capo della morta, si allontanavano una serie di piccole impronte di cui si poteva ritrovare traccia anche sul fianco del porta rifiuti e sul ripiano dell’acquaio. Questo contrattempo non ci voleva. Ma ormai c’era una cosa sola da fare. Procuratosi dal ripostiglio un cencio e un secchio (che riempì d’acqua e candeggina), ripulì ogni traccia di sangue, un lavoro schifoso che gli portò via più di mezz’ora; per precauzione lavò la pavimentazione di tutto l’appartamento e passò anche una spugnetta umida su tutte le superfici facilmente accessibili al suo gatto.

Adesso si sentiva più tranquillo, non c’era più niente che potesse far risalire a lui. Afferrato il sacco cercò rapidamente di localizzare il micio e lo scorse immobile davanti al portone; lo raggiunse e aperto con circospezione l’uscio, se lo richiuse dietro.

La sensazione di aver dimenticato qualcosa di importante, si insinuò nei suoi pensieri quasi contemporaneamente ad un flashback dell’anello che scivolava sul pavimento. Un attimo di esitazione e poi la decisione di non tornare sui suoi passi; l’oggetto non costituiva un pericolo, tutt’al più avrebbero pensato che i ladri, nella fretta, lo avessero perso. Rientrato in casa, provvide prima di tutto a rinchiudere il gatto in cucina per evitare altri guai, poi si spogliò e mise tutti gli indumenti, eccetto le scarpe, in lavatrice; quelle le avrebbe buttate nel fiume. Messosi addosso abiti puliti, si avvolse infine in un impermeabile scuro con cappuccio e portando nella destra una borsa di plastica contenente le calzature di cui disfarsi e una valigetta di pelle (comprata per l’occasione) nella quale aveva disposto le banconote,uscì sotto la pioggia battente. Guidando molto lentamente, poiché nonostante il tergicristalli non si riusciva a vedere quasi a un palmo dal proprio naso, arrivò dopo una ventina di minuti alla stazione degli autobus. Nessuno era in attesa nella sala dove l’impiegato era completamente assorto nella lettura di un giornale. Nessuno lo vide scendere dalla macchina ed entrare nella stanza adiacente, aprire una cassetta di sicurezza vuota e infilarvi la valigia. Indisturbato, richiuse a chiave ed uscì nuovamente nella notte.

Percorse ancora qualche chilometro prima di accostare la vettura a lato della strada e gettare il sacchetto al di là del muricciolo che delimitava il corso d’acqua. Tirò un sospiro di sollievo. Non restava che l’ultima tappa: una breve sosta programmata al supermercato con l’insegna aperto 24 ore in Edgemore Street per comperare del cibo per gatti, il suo alibi nel caso qualche curioso lo avesse notato avventurarsi fuori a quell’ora di notte e con quel tempo da lupi. Finalmente al sicuro fra le quattro mura domestiche si svestì e si fece una doccia calda. Ne aveva proprio bisogno dopo quel bagno di acqua gelida che sembrava gli fosse penetrata fin nelle ossa. Infilatosi nel letto, si addormentò in breve tempo: tante emozioni in un sol giorno l’avevano stancato terribilmente. L’ultima cosa che vide con gli occhi della mente, prima di piombare in un sonno senza sogni, fu una visione di sé stesso su un’imbarcazione da diporto che veleggiava nelle verdi e calde acque dei mari tropicali.

Il momento in cui udì lo squillo insistente del campanello, ebbe l’impressione di essersi addormentato solo da pochi minuti. Con la mente ancora annebbiata dal sonno, si chiese chi potesse essere a quell’ora; un’occhiata all’orologio posato sul comodino e l’improvvisa consapevolezza degli avvenimenti delle ore precedenti, lo riscossero completamente. Lavatosi il viso con acqua fredda e indossata una vestaglia, guardò dallo spioncino; un uomo in divisa si trovava al di là della porta. Aperto il battente lo guardò con aria stupita e alla notizia del ritrovamento del corpo della vicina, vittima di un brutale omicidio, assunse un’espressione fra il costernato e il dispiaciuto così realistica che, da sola, gli sarebbe valsa l’oscar come miglior attore protagonista di un film giallo.

Fatto accomodare in salotto il poliziotto, disse con la massima naturalezza che lui non si era accorto di niente, purtroppo, ed esternò tutto il suo dispiacere per la tragica fine della povera Mrs. Firth, una donna così seria e sempre pronta ad aiutare gli altri.

Nero scelse quel momento per graffiare insistentemente la porta della cucina. L’uomo si ricordò allora di avervelo chiuso la notte precedente e, lasciando in sospeso la domanda che l’altro gli aveva rivolto, provvide ad aprirgli. Il gatto esternò tutta la sua contentezza correndo all’impazzata in lungo e largo per l’abitazione, poi si accovacciò davanti alla poltrona su cui il padrone si era seduto emettendo un miagolio lungo e lamentoso.

Il suo “gatto da riporto” voleva giocare , ma questo non era il momento adatto. Dandogli una spintarella per allontanarlo e farlo desistere dal suo proposito, l’uomo si concentrò sulla risposta da dare circa i suoi movimenti nella notte dell’omicidio. Gli riferì della sua uscita e di come subito dopo, al rientro, provato e infreddolito, si fosse infilato sotto le coperte. “Il mio alibi è il mio gatto, purtroppo” aggiunse con una punta d’ironia alla domanda dell’agente se avesse incontrato qualcuno durante il tragitto. L’arrivo dell’animaletto, tutto scodinzolante, attrasse l’attenzione di entrambi. Accucciatosi di fronte al padrone depose sul pavimento l’oggetto che con cura aveva trasportato con i piccoli denti aguzzi: l’anello di brillanti, macchiato di sangue, brillò sinistramente nella luce del mattino.

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