Testi inediti vincitori 2010

Consuelo

Aveva il nome d’una donna

la città dove mi persi in pieno

giorno. Non grande, i muri

dipinti, quasi fosse un luogo

composto di teatri con sfondi

colorati e fissi dove la stessa

scena si ripeteva all’infinito.

Smarrito tra i fondali ho incrociato

maestri di cerimonia e madonnari

sopravvissuti a pestilenze debellate

con il fuoco. La città assediata,

cannoneggiata, per uno scambio

di persona, da granate innocue

d’un esercito feroce. Ho conosciuto

le case verdi dove vive il millepiedi,

specialista di fragilità e logica per

sciogliere misteri nascosti sotto

pseudonimi di ladri. Ho vissuto

nella mutevole atmosfera gestita

da monache dai capelli al vento,

profumate di polvere da sparo

nel sogno amalgamato in ciotole

di riso offerte come fiori sulle fosse

dei soldati uccisi. Consumai

il tirocinio di narratore sul giornale

di pettegolezzi che andava a ruba

negli ambienti finanziari. In redazione

tra ruffiani e illustratori astratti

di guerre guerreggiate coi ceffoni

e morti pazzi di sifilide e di sete.

So che ti amavo quando ti vidi

traversare il fiume per sparire.

Vent’anni a Parigi

Tutto quel francese ci piovve addosso improvviso,

nelle sere di voli pindarici e pastis a buon mercato.

Noi provinciali entusiasti

di rive gauche e dei nostri vent’anni

segnati più che da Sartre e Baudelaire

dai capelli e dallo sguardo d’inarrivabili veneri.

Tavolini all’aperto, bistrot

e croissant per cena,

ma come erano dolci di futuro quelle notti:

scopriremo, andremo, ameremo.

Con la tenerezza degli sprovveduti

respiravamo sogni, tepori di promesse

e bastavamo a noi stessi,

artisti e letterati,

veri e sinceri come le stelle ad agosto.

Sarà stato il Louvre o il quartiere latino

a convincerci che la vita fosse solo en rose,

a illuderci di essere immortali,

a farci innamorare di tutto quello

che saremo potuti diventare.

Ora chissà, amico mio, se fumi pipe,

se ti sei arreso e sfogli i ricordi e la malinconia,

se rimpiangi perfino tutto quel francese

che ci piovve addosso improvviso

senza che avessimo neanche un ombrello,

o un grano di consapevolezza,

per difenderci dai nostri vent’anni

che svanivano piano nell’alba parigina.

Beat generation

Ah, l’America di quegli anni!

Suonava un sassofono e indovinavi

Il fiato di Coltrane.

Urlava, un poeta, irripetibili insulti,

cazzotti verbali a tutte

le fottutissime guerre

e si delineava, nitido,

il faccione barbuto di Allen Ginsberg:

“Pentitevi, visi pallidi, incravattati

figli della Quinta Storia!”

Inesorabilmente, l’ago di ogni bussola

puntava il ponte, la baia,

le ripide discese di San Francisco.

Vagoni merci sporchi come coscienze

di generali rasati a zero

attraversavano, lenti, i sogni

dei vagabondi neri:

fantasmi della ferrovia.

Un collo di bottiglia

strusciato sulle corse, l’armonica…

e il blues se li portava via

per una notte intera.

Per le strade di un’assonnata Frisco,

fischiava alle ragazze,

sorseggiava bourbon messicano

e passeggiava, senza meta,

Jack Kerouac, il profeta.

Jim, allo specchio canticchiava

e si schiacciava i brufoli;

Janis, alla radio inseguiva

la rauca disperazione di Bessie Smith;

il piccolo Robert Zimmerman

fuggiva a Chicago con l’immensa

chitarra sulla spalle.

Bambini con il pallino della musica.

Prumissa / Promessa

E n’autra vota ti vattju

in nomi ro patri

ro figghiu

ro spiritu santu

e ancora ti pottu

‘mmenzu o munnu

cu cammisi janchi

e supra nu baccuni ti sportu

ri n’azzurru jancu.

Ti vasu

ti lassu ogni bbeni

e tu riri

cu na ucca ri figghiolu cuntentu

co vasu ro patri ca ti luci

nna l’occhi

jancu e russu

senza turmentu

e ciauri i nuvuli addummisciuti

chini ri jacqua

e canti na canzuni

ri frateddi, d’addei

ri matri ca mangiunu cirasi

ucca e vuci

chianti e sonnu

Ascuta

ora su semplici i paroli

sunu ri zuccuru, e terra

e acqua rjalata.

Promessa

E un’altra volta ti battezzo/ nel nome del padre/ del figlio/ dello spirito santo / e ancora ti porto/ nel mondo/ con camicie bianche / e su un balcone di bianco azzurro / ti mostro. Ti bacio / ti lascio ogni bene / e tu ridi / con una bocca di bambino felice / col bacio del padre che ti riluce / negli occhi / bianco e rosso / senza tormento / e odori le nuvole addormentate / gonfie d’acqua / e canti una canzone / di fratelli, di neonati / di madri che mangiano ciliegie / bocca e voce / pianti e sonno. / Senti, ora le parole sono semplici / sono di zucchero, e terra / e acqua regalata.

Amur d’aqua

Am piasz

catar soè ‘ i panser dl’aqua

armagnar orb

par scultar l’udur

culum ad teera e ad vent

ca vè soè dai taj smultent

a dli carszadi

sciuszir i toe pins da schena

l’urma dulsa dli toe pesti

la toe piga slavasada di galon

e cla manada pina ad cavi fèss

clad ve szo

tramesz al fiur dal bosc.

Un tron al squasa

la veta long ai fos

la piana, inundada dop ad lusz

la s’infiama svantrada

da la cursa di canai,

am cor ad’dentar un sgriszul

fred ad pel

dal col, fin szò par i os di snoc

cme se al curag arnà dli biulchi

l’an foes mia un fresc invit

par murir inamurà

tramesz ai labar moj

brasà cun la toe erba.

Amore d’acqua

Mi piace / raccogliere i pensieri dell’acqua / restare cieco / per ascoltare l’odore / colmo di terra e di vento / che sale dai tagli infangati / delle cavedagne (*) / intravvedere i tuoi lembi di schiena / l’orma dolce dei tuoi passi / la tua piega lavata dei fianchi / e quella ciocca piena di capelli fitti / che ti scende / tra il fiore del bosco. / Un tuono scuote / la vita lungo ai fossi / la pianura, inondata poi di luce / s’infiamma sventrata / dalla corsa dei canali, / mi percorre dentro un brivido / freddo di pelle / dal collo, fin giù per le ossa dei ginocchi / come se il coraggio rinato delle biolche / non fosse un fresco invito / per morire innamorato / tra le labbra bagnate / abbracciato alla tua erba. (*) strade di campagna, tratturi.

Ode ai Amoi

Ve ‘ò ssajà e dolzhi cò

Iere romai grando, e no’ savèe

che podhessi anca vegner fati,

che ieressi proprio quei che da boce

se sgrincea ‘ncora verdi, garbi,

‘rampegadhi fra ‘e rame davanti

ai belconi dea casa scandalosa *

de Cesare, ae femene medhe nude

che se ocea in fra ‘e fojie strente,

a missiar amoi a amor, verdo

e rosa e cussi farse anca noantri.

E ‘dess – come se un dei schei

semenzha tel sogno de Pinochio

el fusse scanpà al rumar scaltro

de Gat e Bolpe – l’è ‘sta pianta

alta tuta carga de bronboe de oro,

rame che se scavazha dal peso

de chee pepite, e quante romai

marzhe in tera a far past de ave

e mosche, parchè se fruti umii, cari

amoi, vutu meter perseghi o zherese!

Epura, co’l garbo del vostro verdo

ghe cavessi via ‘l freschin ai bisati

in tecia; ne ‘o vè cavà anca a noantri

là, ‘sconti fra cel e spizha in medho

ae vostre frasche, al soriso de Norma

‘a tetona, i so oci verdi come valtri.

Ode alle Susine selvatiche

Vi ho assaggiate bionde e dolci quando / ero ormai adulto, e prima non sapevo / che poteste anche maturare, / che eravate proprio quelle che da fanciulli / piluccavamo ancora verdi, asprigne, / seduti sui rami di fronte / alle finestre della scandalosa casa / di Cesare, alle donne discinte / che spiavamo fra quel sottile fogliame, / a mischiare susine ed eros, verde / e rosa e così maturare anche noi. / Ed ora – come se uno dei denari / seminati da Pinocchio / fosse sfuggito allo scaltro raspare / del Gatto e della Volpe – c’è questa pianta / imponente tutta carica di biglie dorate, / rami che si spezzano al peso / di quelle pepite, e quante ormai / marce in terra fra il ronzio di api / e mosche , perché siete frutti umili, care / susine, vuoi mettere pesche o ciliegie! / Eppure, con l’asprigno della vostra acerbità / toglievate l’olezzo alle anguille / in umido; lo avete tolto anche a noi / là, celati fra cielo e desiderio in mezzo / al vostro fogliame, al sorriso di Norma / dai seni enormi, i suoi occhi verdi come voi, allora.

*La casa di Cesare, sita in zona centrale del mio paese fu, nei primi anni ’70, una sorta di ricovero-bordello per prostitute; in mezzo al piccolo giardino troneggiava il susino selvatico in questione

La cava

E’ duro il salto, come questo marmo.

Bisogna flettere il calcagno freddo

alla salita, rendere le suole

alla polvere che si fa più scura

nel passo. Appiattire il respiro

alla pietra. Poi l’ultima stanza –

quell’orecchio di Dioniso svuotato

nel venerdì di Pasqua, dadi immensi

allineati come case a schiera.

Non sarà mai acqua

Il fiume – è un rumore la voce

Impigliata tra fango e sassi.

Ci siamo messi in fila anche noi –

rocce cave per il tempo che attende

di tagliare i ricordi, di spostarli

via dalla mente in blocco, uno su uno.

E tutto ricomincia a farsi altro.

Tu sei l’uomo caduto….

Tu sei l’uomo caduto, vuoto e nulla,

buchi negli occhi e canapa sul cuore.

Sei lo schianto dell’ebano, la fredda

nudità della quercia che furente

s’inginocchia nel buio, e si dispera

sui suoi grandi defunti sgretolati,

mano su mano, voce contro voce.

La tua barca si franse sulla diga

polvere e remo, folgore e segnale,

asse fiorita, verde come l’onda

del tuo sonno da povero, dall’unghia

che rosicchia la polvere da sparo.

E dormirono in vano le tue ossa

fulminate dal gallo. C’è, al mattino,

come un pianto di cardini, un frinire

di scherme fragili e di lunghe grida

rovesciate sul sonno, tra il guanciale

e la gota composta nell’ortica.

Piovono trombe da scavati nidi

penzolanti nell’aria, si divide

la tua fronte nel pettine, la ruga

ha un sussulto invisibile, poi chiusa

la casacca di tarme della notte,

i bottoni si spengono, le tenui

cicatrici si colmano di luce,

e le vespe si snudano nel miele.

Tu ti riscuoti e chiami al capezzale

la scarpa logora, scrostata, viva

del suo tetro non essere, la linea

del penoso ricordo del viaggiare.

I

Questo canto della mente

e del corpo in fuga,

a spazi e termini più lontani e ampi

il farsi avanti della storia antica

l’ondeggiante nome che temi di scordare

senza nulla sapere,

chi lo trasportò?

Sospinto così dalle vecchie sedi

come il vento ad amare,

lo spirito dello stupore per grandezza

uguale a un dio fra i tormenti e le idee

dai diversi connotati ed elementi…

Dove tutto è fermo, fermo il tempo vuoto

che riempie l’occhio ottico sostanziandolo

per il prossimo viaggio.

Il vento che scombina la cenere!

Il vento che strappa le lumache dal sonno!

Il vento che incendia il bosco!

Talvolta una vecchia figura scurava

contro uno specchio spalancato sulla riva,

l’aspra foglia d’ortica attaccata

a un orecchio di pietra:

Allora, gioco di luna e ramino

la signorina Nora fumava Camel,

velo di tenebre e mille sembianze

al volo della sua energia perduta,

che il cuore del popolo è un’altra cosa

contrastato da un flebile fiato di vento.

Perché certe donne in certe passioni

vedono più di quel che ci sia,

vedono se stesse, e noi voraci figli

le frecce acute nella veglia,

l’alveare ronzante nostalgia.

1

Io, di lave mobile figlia all’origine, ora magma

rappreso in faglie, in più soffuse doglie, della Terra che

dolce contempli, ora t’appaio immobile, immutabile,

assetata in terrazze ardite o sinuose bave: io, come

allora viva, è il Tempo la mia vertigine…

Io sono il delitto antico, più resa greve dal sangue

versato, la sponda del primo letto, del primo ceppo:

d’eretto confine il primo cippo. Forgiata a minare il

branco, io sono la prima freccia: anonima di fronte

all’orde, io la prima breccia ….

III

Io

e queste bestiole che fiutano

siamo qui per vedere il tuo silenzio

il vento

ci butta in faccia il velo

della sposa rapita

(vede solo chi non vede niente,

è questo che vuoi dire?)

I class.: Pietro Rainero “La dama inglese” – Acqui Terme

Il gioco della dama nella sua versione inglese, detto anche Checkers o Draugths, si svolge su una
scacchiera di 64 caselle e non di 100 come la dama francese. E’ un gioco molto praticato nel mondo
anglosassone, tanto popolare quanto gli scacchi, il Go o l’Othello.
LA DAMA INGLESE

“Bisturi, prego” chiese il chirurgo.
“Eccolo” disse l’assistente addetta ai ferri, porgendogli premurosamente lo strumento.
Il chirurgo incise la pelle e lo strato di tessuto sottocutaneo con l’affilatissimo coltello mentre
l’aiuto chirurgo richiudeva con le pinze emostatiche i vasi sanguigni recisi.
“Ho letto su una rivista” intervenne la capoinfermiera, ovvero, se siete molto pignoli, la
responsabile del personale infermieristico della sala operatoria, “che il nuovo criterio per valutare
una condizione di rischio cardiaco si chiama sindrome metabolica”.
“Proprio così!” confermò il chirurgo, mentre con mossa decisa finiva di praticare col bisturi un
perfetto taglio nell’addome del paziente “sono cinque i fattori che la determinano, e cioè diagnosi di
ipertensione arteriosa, aumento della circonferenza addominale, troppi trigliceridi, diabete di tipo 2
e infine valore basso del colesterolo HDL”.
“Ho un quesito per voi:” interruppe il terzo chirurgo (vale a dire l’assistente dell’aiuto) “ un
adolescente rimane coinvolto col padre in un incidente d’auto; il padre muore ed il ragazzo è
trasportato d’urgenza in ospedale per una operazione indispensabile. Entra in sala operatoria, viene
preparato e, quando tutto è pronto, entra il chirurgo, guarda il giovane e poi dice — no, è mio figlio,
non mi sento di operare –. Come lo spiegate?”.
Mentre poneva questa domanda, l’assistente allargava, per mezzo di uncini divaricatori, le labbra
della ferita, scoprendo i muscoli addominali.
“Il chirurgo era sua madre!” rispose immediatamente il primo chirurgo che poi, con assoluta
disinvoltura e tagliando nel contempo col bisturi i muscoli seguendo il senso delle loro fibre, finì di
commentare con la prima infermiera i rischi cardiaci “ oggi abbiamo anche nuovi esami. Oltre ai
classici elettrocardiogramma, coronarografia ed ecodoppler, abbiamo l’angiotac che è una tac
specifica per vene ed arterie, la scintigrafia del miocardio, che si effettua con l’iniezione di isotopi
radioattivi e serve a confermare o escludere sindromi coronariche acute, e infine la tac multistrato,
l’ultima frontiera della tecnologia”.
“Come funziona?”.
“Compie viaggi virtuali e in 3 dimensioni dentro il cuore, con immagini elaborate da un apposito
software”.
“Sentite questa, me l’ha raccontata ieri sera mio cognato” si inserì a questo punto l’aiuto chirurgo
“due amici si recano per diletto a Waterloo, a visitare i campi teatro della famosa battaglia. Uno dei
due rimarca che Vaterloo è molto interessante e suggestiva. L’amico allora obietta — Guarda che
non si pronuncia Vaterloo , ma bensì Uaterloo — — Ma no! Ti dico che si dice Vaterloo, ne sono
sicuro — insiste il primo. Ne nasce pertanto una discussione accesa, quasi un bisticcio; finalmente
vedono avvicinarsi un tale , ed allora uno dei due amici propone — Chiediamo a quel signore! —
Lo fermano e gli domandano — Senta, noi non siamo del posto, il nome di questa località si
pronuncia Vaterloo oppure Uaterloo? –. Il nuovo arrivato cortesemente risponde — Si pronuncia
Uaterloo — — Vedi? Che t’avevo detto? Avevo ragione — insiste il primo dei due amici. Ma l’altro
non è ancora convinto e chiede — Ma lei è proprio di qui, del luogo? — — No. Neanche io sono del
posto, io sono qui in uacanza! —
“Ah! Ah!” risero tutti insieme i sei addetti all’intervento, cioè tre chirurghi, due infermiere e
relativo anestesista (non relativo alle infermiere, non che dovesse cioè far addormentare loro).
Se siete un po’ sorpresi dal fatto che i sei parlottassero del più e del meno, barzellette comprese,
nel bel mezzo di un’operazione, beh…non dovreste proprio: è quello che fanno sempre!!
A maggior ragione non dovreste esserlo perché, vedete, il capo chirurgo era un tipo davvero
speciale (vi passo queste informazioni mentre lui, o meglio lei, dopo aver sollevato con delicatezza
la membrana peritoneale vi apriva un piccolo taglio con le forbici, penetrando così nella cavità
addominale) : eh..sì, Brenda Tinsley era davvero una donna fuori dal comune! Pur avendo, come
tutti gli umani, due soli emisferi cerebrali, riusciva a fare contemporaneamente non soltanto due
cose, ma quattro o cinque, e nei giorni di grazia persino sei o sette. Di norma portava a termine
complicati interventi di neurochirurgia risolvendo intanto intricati cruciverba, discutendo nel
contempo con i collaboratori di tutt’altre amenità e, magari, ascoltando anche la piccola radio che
aveva personalmente posizionato in sala operatoria.
Insomma….l’operazione di appendicectomia che l’equipe del St.John’s Hospital di Brighton stava
eseguendo quel giorno era, per Brenda Tinsley, della stessa difficoltà del taglio delle unghie, ne più
ne meno. Brenda si era laureata in medicina col massimo dei voti (o forse qualcosa in più)
all’Università di Edimburgo e specializzata poi in chirurgia alla Queen’s Mary Clinic di Londra
lasciando stupefatti i suoi supervisori per la precisione millimetrica dei tagli e la perfezione assoluta
delle suture, nonché per il coraggio nel voler sempre affrontare con decisione le operazioni più
delicate. Un chirurgo con i fiocchi, insomma.
Nevicava anche quel giorno d’inverno, a Brighton, ma nella calda, confortevole (e sterile) stanza
operatoria Brenda continuava con noncuranza ad introdurre una lunga pinza nell’apertura per poter
estrarre delicatamente il tratto intestinale che conteneva l’appendice del signor Bob Byrne, taxista di
Hurstpierpoint, piccolissima località nelle immediate vicinanze.
“Brenda, per caso tu sei parente di Marion Tinsley, il campione di dama? Ho letto di lui sul Times
di mercoledì, c’era riportato che è stato il più grande campione di questa disciplina”
“E’ stato sicuramente il più grande giocatore nella storia della dama inglese: fu campione del
mondo dal 1955 al 1958 e poi dal 1975 al 1991. Si ritirò nel 1991 appunto e l’anno seguente
sconfisse il programma informatico Chinook, appositamente creato per la dama. In 45 anni Tinsley
perse solamente….nove partite!!”
“ Non ci posso credere. Stupefacente. Ma..era un tuo parente?”
Brenda, prima di rispondere, allargò l’apertura già fatta nella cavità addominale del taxista e scoprì
l’intestino cieco con annesso il piccolo budello dell’appendice.
“Era mio padre. Abbassa la radio, per cortesia, Linda; quella canzone rock mi infastidisce. Jack, mi
dai il cambio?”
“Volentieri”. Jack Morton, l’aiuto chirurgo, ricevuta dalla capo infermiera una lunga pinza, la
introdusse nell’apertura ed estrasse delicatamente il tratto di intestino con l’appendice.
“Era mio padre” continuò Brenda “è morto il 3 aprile 1995. Cancro al pancreas. Nel 1991 rinunciò
al titolo di campione del Mondo per poter giocare contro Chinook, poiché le associazioni di dama
americana e inglese negarono ad un programma di software la possibilità di concorrere per il titolo
mondiale. Il match non ufficiale, fortemente reclamizzato, fu vinto da mio padre per 4 a 2, con altre
33 partite nulle.”
“Ma.. Marion Tinsley non era statunitense?”
“ Sì! Anche io sono nata in America: mi sono trasferita ad Edimburgo dopo la sua morte ed ho
ottenuto tre anni fa la cittadinanza britannica. Ormai sono inglese.” Brenda osservava Jack il quale, servendosi di piccoli lacci legava vene ed arterie che irrorano
l’appendice passando attraverso il mesenteriolo, un piccolo ripiegamento della membrana
peritoneale.
“Nel 2007 è stato dimostrato” continuò sorseggiando un caffè ( l’efficiente equipe medica non si
faceva mancare alcunché ) “che una partita di dama inglese a gioco corretto porta alla patta ed
oramai, con le ultime modifiche, Chinook gioca perfettamente”
A questo punto Linda MacFarlane, infermiera addetta ai ferri, chiese ad Adam Smith, l’anestesista,
di sottoporle qualche quesito. Linda stava studiando per un diploma di perfezionamento ed il bravo
Adam si era offerto di aiutarla.
“Bene, Linda, che cosa è l’anestesia generale?”
Mentre pronunciava queste parole, Adam stava osservando i monitors sui quali erano visualizzati
l’elettrocardiogramma, il grado di ossigenazione del sangue e la validità degli scambi respiratori
dell’ormai nostro caro amico Bob Byrne.
“L’anestesia generale è caratterizzata dalla perdita di coscienza e di sensibilità dell’intero
organismo e dalla miorisoluzione, cioè dal rilassamento generale della muscolatura”
“Brava, e …a proposito invece dell’anestesia loco-regionale, mi sapresti enumerare le diverse
modalità?”
Uno squillo del telefono interruppe la discussione; Mary Evans, capoinfermiera da ben 22 anni, alzò
la cornetta, ascoltò per alcuni attimi e poi disse:
“Brenda, è per te. Una certa Isabel Lincoln”
“Oh,sì. E’ mia cugina, è un avvocato di Birmingham, grazie”
“Le metodiche di questo tipo di anestesia” riprese Linda “sono: topica, per infiltrazione, blocco
tronculare, blocco plessico e blocco centrale”
“Bravissima. Dimmi ancora: cosa prevede il blocco tronculare?”
“Prevede la somministrazione di anestetico in prossimità di un nervo e determina un’area di
anestesia più ampia in corrispondenza della diramazione del nervo stesso”
“OK. Molto bene!”
Mentre Adam interrogava Linda, mentre Brenda parlava animatamente con la cugina e mentre Mary
rilevava la pressione arteriosa del paziente, Jack preparava, intorno alla base dell’appendice, i punti
di una legatura circolare detta borsa di tabacco. Sapete a cosa serve la borsa di tabacco?
Serve per affondare il moncone appendicolare dopo la sua asportazione.
Pochi istanti più tardi, Mary disse: “Ora ti interrogo un po’ io: numero uno?” “Divaricatori”
“Tre?” “Sonda” “Undici?” “Pinza per graffette” “Nove?” “Portalacci” “Bene, Linda, brava”
Dovete sapere che gli infermieri di sala operatoria, perlomeno al St.John’s Hospital di Brighton,
dove regna l’efficienza, devono sapere collegare i vari strumenti con il numero, riportato sulla busta
sterile della confezione, che li identifica. Ad esempio, che so, le forbici sono il numero 7 e le pinze
emostatiche il 4 (me lo ha confidato Jack Morton). Anche queste domande erano in programma
all’esame per il diploma di infermiera di sala, che Linda, anche se molto brava, non aveva ancora
sostenuto.
Ella era sotto la supervisione di Mary, che ovviamente non distoglieva gli occhi da lei durante gli
interventi di chirurgia e che conosceva per esperienza diretta come la commissione esaminatrice
sarebbe stata accurata e pignola.
Brenda, intanto, terminato l’interessante dialogo telefonico, si apprestò a dare il cambio a Jack, il
quale poco dopo aprì il settimanale di enigmistica che teneva sempre con sé.
“Umhh….chi mi aiuta? Quattro verticale, sei lettere: legno elastico, resistente, riconoscibile per le
marcatissime venature parallele….”
“Acero? No, sono cinque lettere” commentò Linda.
“Mogano?” tentò Adam.
“Mog.., no! Non combacia con l’otto orizzontale”
“Larice!” sentenziò Brenda.
“Ma certo! Larice. Si inserisce alla perfezione, grazie Brenda” “Non c’è di che. Posso chiederti qualcosa anche io, Linda?”
“Ma certo, capo! Con piacere”
“Quali sono, in percentuale, i reparti più colpiti dalle infezioni ospedaliere?”
Brenda, intanto, schiacciò con una grossa pinza la base dell’appendice, indi annodò un laccio per
chiuderla definitivamente.
“Sette orizzontale…sei lettere: generale a capo dell’esercito prussiano alla metà del 1800”
Mary ed Adam si scambiarono un eloquente sguardo interrogativo.
“Undici per cento patologia neonatale, nove virgola nove cardiochirurgia, sette virgola sette
chirurgia generale, sette virgola quattro oncologia, quattro virgola tre medici..”
“Bene, Linda, è sufficiente, perfetto. E dimmi…quale semplice accorgimento riduce moltissimo la
trasmissione delle infezioni? Ah, Jack, il nome che cerchi è Moltke. Emme, o, elle, ti, cappa, e”
L’aiuto posò la tazzina di caffè bollente per inserire le sei lettere.
“Lavarsi spesso le mani! La pulizia è fondamentale. Uno studio effettuato in un ospedale pediatrico
ha dimostrato che, quando gli infermieri non si lavavano le mani dopo il contatto con i pazienti, i
bambini acquisivano infezioni da stafilococco molto più di frequente”
La stazione radio intanto era passata dal rock a Bach, Vivaldi e Salieri.
“Che musica deliziosa” commentò Brenda mentre finalmente recideva il piccolo organo con il
termocauterio, un ansa metallica arroventata con la corrente elettrica.
“Ma sai dirmi quale è l’esatta procedura di lavaggio?” chiese Mary a Linda, mentre proteggeva
l’intestino dal calore per mezzo di uno speciale strumento a forma di cucchiaio.
“Sicuro! Primo: bagnare le mani con acqua. Secondo: applicare sapone a sufficienza sino a ricoprire
tutta la superficie delle mani”
“Tredici verticale…nove lettere: il mese dell’inaugurazione della grande linea ferroviaria
Liverpool-Manchester nel 1830. Questa dovrebbe essere facile, quale mese ha nove lettere?”
“Terzo: strofinare le mani da un palmo all’altro. Quarto: palmo destro sul dorso sinistro
incrociando le dita e viceversa”
“Alza un poco il volume Jack, e metti su 107 megahertz: sta per iniziare la mia trasmissione
preferita”
“ Ok, Adam. Ti basta così?”
“Benissimo, grazie”
“Come andiamo, Adam?”
“Tutto bene, scambi respiratori, pressione ed elettrocardiogramma nella norma”
Brenda, intanto, tirando i due capi della legatura a borsa di tabacco ed aiutandosi con una pinza,
affondò il moncone nell’intestino del caro Bob.
“Quinto: palmo a palmo con le dita intrecciate”
L’apparecchiatura radiofonica gracchiò: “Gentili ascoltatori, ci colleghiamo come tutti i venerdì alle
18 con Mike Roberts, dai nostri studi di Londra”
“Sesto: di nuovo le dita, opponendo i palmi con dita racchiuse, una mano con l’altra. Settimo:
strofinare attraverso rotazione del pollice sinistro sul palmo destro e viceversa”
“Sette orizzontale..riferire qualcosa a qualcuno..undici lettere…mah?!”
“Ottavo: strofinare attraverso rotazione, all’indietro ed in avanti con le dita della mano destra sul
palmo sinistro e viceversa”
“Di che trasmissione si tratta?” chiese incuriosita Mary.
“Ogni settimana viene proposto un difficile rompicapo a cui i radioascoltatori possono provare a
rispondere, beninteso se riescono a prendere la linea”
“Nono: risciacquare le mani con acqua. Decimo: asciugare le mani con una salviettina monouso.
Undicesimo e ultimo punto: usare la salviettina per chiudere il rubinetto. Ora le mani sono pulite:”
Brenda, richiuso perfettamente l’infossamento sul moncone, passò ad annodare i fili della borsa di
tabacco ed ad applicare un punto di rinforzo sulla sede dell’affondamento.
“Durata dell’intera procedura di lavaggio?” insistette ancora Mary.
“Dai 40 ai 60 secondi” rispose Linda. “Bravissima, Linda” la lodò Brenda, che intanto ascoltava la radio e stava per lasciare il posto a
Fred Barrow, terzo chirurgo, di poche parole ma accertata abilità manuale.
L’operazione infatti era praticamente conclusa.
Fred chiese ad Adam: “Quali premi danno?” ( Fred era un tipo piuttosto venale )
“Oh..in ogni puntata sono in palio 10.000 sterline. Però di solito gli enigmi non vengono risolti e i
premi si accumulano col tempo. Qualche mese fa un signore gallese ha guadagnato 120.000
sterline. Anche oggi credo che il premio sia consistente. E’ un po’ che non indovinano”
“Proviamoci noi, allora” commentò Fred, che con le dita stava spingendo nuovamente l’intestino al
suo posto.
Brenda si era intanto seduta vicino all’apparecchio radio, con in mano l’ennesima tazza di caffè.
“Carissimi ascoltatori, vi giunga il mio augurio di una magnifica serata. E’ Mike Roberts che vi
parla dalla sede londinese di Radio 107. Oggi il montepremi è arrivato a 90.000 euro. Ma non
perdiamo tempo e leggiamo subito la domanda: abbiamo 10 caselle riempite a caso con numeri tutti
diversi tra loro. A turno, uno dei due giocatori sceglie quale casella eliminare tra le due estreme,
quella iniziale e quella finale della striscia che rimane, e incamera i punti segnati sulla casella.
Vince chi alla fine ha la somma più alta. Quale è la strategia vincente? In bocca al lupo e via alle
telefonate. Avete 15 minuti di tempo da questo istante.”
Jack mise via la rivista di enigmistica con la griglia del cruciverba quasi completata, e si concentrò
sulla frase di Mike Roberts.
Anche Fred pensò alle parole della radio mentre cuciva l’apertura del peritoneo con del catgut, filo
di budella di gatto destinato ad essere riassorbito spontaneamente dall’organismo.
Adam guardava il tracciato dell’elettrocardiogramma, ma la sua mente vedeva un esempio delle 10
caselle allineate.

8 4 11 2 43 25 15 9 32 14

Adam adorava quel tipo di sfide.
Brenda teneva la tazza con entrambe le mani ed il suo sguardo sembrava fissare l’infinito.
“Io non ci capisco niente di queste cose” confessò Linda, mentre manteneva aperte le labbra della
ferita in modo tale da permettere a Fred di ricucire il muscolo.
“Mi sembra molto difficile!” fu il commento di Mary, che pure era una patita del sudoku con cui si
cimentava ogni sera tornando a casa in metropolitana ( ed una volta, presa dalla foga, si era persin
dimenticata di scendere alla sua fermata ).
“Sì, è molto impegnativo” le confermò Adam.
“Adam, come andiamo?” si informò Fred.
“Tutto alla grande, anche il grado di ossigenazione del sangue. Il nostro taxista è un tipo tosto. Sto
per sospendere l’erogazione dei farmaci. Tra poco comincerà a risvegliarsi”
Intanto cominciarono ad arrivare alla stazione radio le prime, timide telefonate, con soluzioni a dir
poco strampalate, prontamente e puntualmente stroncate dagli acidi commenti di Mike Roberts.
Per qualche minuto nessuno telefonò più, a conferma di quanto numerosi ascoltatori in tutto il
Regno Unito trovassero arduo il quesito in maniera imbarazzante.
Mentre Fred, coadiuvato dalle premurose, attente infermiere, chiudeva con alcune graffette
metalliche la ferita sulla pelle, Brenda improvvisamente disse:
“Devo fare una telefonata”
“Vuoi richiamare tua cugina?” si informò Mary.
“No. Adam, tu sai il numero di Radio 107?”
“Sì, 093-4427896 , ma perché? Ah! Ho capito. Vuoi provarci tu”
Sotto gli sguardi dei suoi cinque amici Brenda digitò le 10 cifre, attese qualche momento e
poi,…ebbe la linea.
“Pronto, qui Mike Roberts di Radio 107, chi parla?”
“Mi chiamo Brenda Tinsley, telefono da Brighton” “Buonasera, missis Tinsley, vuole proporci la sua soluzione? Ci dica”
“Sì, è semplice ed elegante. Vince chi ha la prima mossa. E’ sufficiente che sommi i numeri delle
caselle pari, la seconda, quarta e così via…e quello delle caselle dispari. Se, ad esempio, risulta
maggiore la somma delle caselle pari, egli sceglierà la numero 10. Se l’avversario poi prende la
numero 1, allora egli sceglie la 2, se invece l’avversario prende la 9, egli ripiega sulla 8, e così via,
prendendo sempre la casella vicina a quella scelta dall’altro. Riuscirà, comunque, a sommare tutti i
numeri sulle caselle pari, vincendo la sfida. Funziona perché le caselle sono in numero pari”
“Fantastico!! Bravissima. Anche lei vince la sfida, signora Tinsley, e si aggiudica ben 90.000
sterline. Ora le passo la nostra segretaria per sapere dove mandargliele. Cari ascoltatori, anche per
questa volta abbiamo terminato, appuntamento a venerdì prossimo, naturalmente su Radio 107. Una
serena serata a tutti dal vostro Mike Roberts”
Mentre Brenda diceva al telefono: “coordinate bancarie UK46 U030 6947 9431 0000 0061 060” ,
Linda e Mary disinfettarono la ferita con tintura di iodio, la ricoprirono con garza sterile fissata con
cerotti, posero poi sopra uno strato di ovatta ed infine, amorevolmente, fasciarono il tutto.
Poco dopo ritroviamo il signor Byrne nell’area di risveglio, adiacente alla sala operatoria, ancora
costantemente controllato da Adam. Brenda invece si lava le mani in un’altra cameretta attigua,
vicino a Fred e Jack, i suoi aiutanti, che non finiscono di complimentarsi con lei e di insaponarsi.
Dopo 57 secondi e mezzo Brenda chiude il rubinetto e si avvia allo spogliatoio.
Diciotto minuti dopo attraversa l’atrio della clinica per uscire, protetta dalla pelliccia di ermellino, a
sfidare la nevicata.
John e Michael, i due uscieri, la guardano a lungo camminare scortata da bianchi fiocchi nel viale
alberato che, in leggera discesa, porta verso il centro della città.
“Che classe, il nostro primario! Vero John?”
“Puoi dirlo forte! Che donna efficiente, dinamica, raffinata, gentile!”
“Non ho mai visto un primario di chirurgia così capace: è proprio vero, le donne hanno una marcia
in più. Riescono a fare contemporaneamente venti cose, altro che noi!”
“Già. Brenda Tinsley è veramente eccezionale, una signora esemplare. Una perfetta..dama inglese”
P.S.:
Spero che siate molto felici di aver fatto la conoscenza di Adam, Brenda, Jack, Linda, Mary e Fred,
per non parlare del buon Bob, che ormai considerate sicuramente un vostro intimo amico.
Tra l’altro, in caso di necessità, so per certo che ora sapreste anche eseguire una
appendicectomia….casomai vi capitasse.
Poiché però per leggere il racconto avete dovuto girare le pagine con l’indice della mano destra,
toccando un pezzo di carta che potrebbe essere infetto, vi do un consiglio: correte subito in bagno e,
impiegandoci non meno di trenta secondi,……lavatevi le mani !

 

 pratici

pratici1

pratici2

pietro ratto

pietro ratto1

pietro ratto2

Annunci

2 thoughts on “Testi inediti vincitori 2010

  1. […] Testi inediti vincitori 2010. […]

  2. […] Testi inediti vincitori 2010. […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

comebavadilumaca

Elena Zuccaccia

amerblog

Just another WordPress.com weblog

valentina di cesare

leggo e scrivo

nuovamente

giorno cancella giorno

Cantiere poesia

Scusateci per il disagio, stiamo sognando per voi

Io sono Elizabeth

Poesie & Racconti dell'Origine di Federica Galetto

Interno Poesia

Blog e progetto editoriale di poesia

Le parole e le cose

Letteratura e realtà

Poesia in Rete

I "Miei" Poeti Amati

il lunedì degli scrittori

dopo i poeti della domenica, viene il lunedì degli scrittori o gli scrittori del lunedì, ma anche poeti. ma morta lì. niente santi, né navigatori. cioè, quelli del web sì, intendevo navigatori...insomma, fate voi. questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62 del 7-3-2001. le immagini e video qui inserite sono nella maggior parte tratte da internet; se qualche immagine e video violasse i diritti d'autore, comunicatemelo in un commento alla predetta immagine.

404: file not found

Tutte le riviste felici si somigliano, ogni rivista infelice è infelice a modo suo.

La Balena Bianca

Rivista di Cultura Militante

Festival Itinerante Internazionale di Poesia&Musica "Acque di Acqua"

dal monte al fiume, dal mare al castello, alla radio, nel palazzo e nel parco, dall’osteria alla pieve, dal lago alla biblioteca, nella frasca e in museo, davanti a un battistero romano… verso la poesia con la carovana del verso…

Solo io e il silenzio

appunti disordinati di Morena Fanti

larosainpiu

LIT-TLE blog di Salvatore Sblando

Istanze & Fantasmi

poesie seminate, di Martina Campi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: