Testi inediti vincitori 2011

Adozione, una rinascita

Tra le mani mi palpitano le sue piume,

il gomitolo della sua carne viva.

E’ venuto a fermarsi nel mio grembo

E io non so che fare del suo smarrimento.

Juana Castro

Ero già nato ma di una nascita

sospesa ero in attesa

isola nell’isola lentissima

ruota di giorni bianchi

ombre in silenzio mi nutrivano

con latte di speranza ma sentivo

già il fragore del fiume il gridoamore

che a me risaliva controcorrente

il viso raggiante si avvicinava

che riconoscevo

il sussulto del seno le braccia a farmi culla

poi l’ora memorabile lo scampanio

la sua voce incredula dal corridoio

il cuore impazzito all’unisono con il mio

toccarci una deflagrazione

ripercorro il cammino del parto

sul petto la conchiglia del riconoscimento

mi corre acquaviva intorno come un destino

ri-nasco in sangue rinnovato

riconosco le anse materne del riparo

di padre il porto calmo.

Così a me s’apre

questa porta d’aprile buona sorte

nella casa che canta di pienezza

qui le radici

da qui muovere il cammino.

Quale ora

Sai,

non ho mai capito

quale fosse l’ora, quella giusta,

forse verso sera,

dell’insinuarsi del sonno

denso di tramonto,

del sigillarsi del giorno

ai chiodi di lavanda appesa

alle pareti mute, pietrificate

come tombe grigie sopra i loro Quale ora

Sai,

non ho mai capito

quale fosse l’ora, quella giusta,

forse verso sera

dell’insinuarsi del sonno

denso di tramonto

del sigillarsi del giorno

ai chiodi di lavanda appesa

alle pareti mute, pietrificate

come tombe grigie sopra tutti i segreti

….solo una parola mamma...-

Se ne andava il fiume

portandosi via le cose

le voci

biforcando sul sentiero d’acqua,

immortalando il canto

languido al primo sole.

E c’era il nostro niente da dire

annodato di filo spinato in gola

nella difficile stagione

della neve,

minuscoli passeri in fila

in cerca di briciole e

d’altri compagni sepolti

ossa rotte

ali spezzate

piccole piume sparse.

Il cuore fradicio.

Le pescolle – Le pozzanghere

Le pescolle, a pialle a sassate, pàrene sbruffi de fontane granne,

e i fjoli stanne a pistaccià sa le scarpe,

sa le mà, e no’ je basta tutte quante

‘nzaccherate. No’ cercamie co’ le canne

le covate de le rane,

setacciamie filo filo, bocca avanti,

l’acque giacce prudigiose.

C’era caso che per caso

la natura se muvea, qualchicò che ce bastaa

a facce urlà cum’ i bardasci, quanno drento

de la fanga l’universo lo capimie ‘ntun mumento:

‘na mucchiada de cudine fine fine, le madonne

de le madri nun appena se ‘ccorgea.

‘Ntel zilenzio se sentia guasi un senzo de rimorso,

c’emie fuga cum’i granni,

che se ‘ggiustane i calzoni e non se volta a guardasse intorno.

Le pozzanghere, a prenderle a sassate

sembrano schizzi di fontane grandi,

e i bambini stanno a pestarle con le scarpe,

con le mani, e non basta che le abbiano tutte quante

insudiciate. Noi cercavamo con le canne

le figliate delle rane,

setacciavamo con attenzione, supini,

le acque gelide prodigiose.

Avveniva che per caso

la natura si muoveva, qualcosa che ci bastava

a farci urlare come i bambini, quando dentro

al fango l’universo lo capivamo in un momento:

un mucchio di codine piccole piccole, le imprecazioni

delle madri non appena si rendevano conto.

Nel silenzio si sentiva quasi un senso di rimorso,

avevamo fretta come i grandi,

che si aggiustano i pantaloni e non si voltano a guardarsi attorno.

Noi – i privilegiati

quelli che vedranno

forse la fine

pur non volendo essere

profeti

noi che vedemmo in silenzio

la fine dei nostri cari

e quella degli amori quotidiani

-di noi soli-

con egoismo profondo

la Terra si riprende tutto

risalgono le acque

  • dio non riposa più nell’angolo –

ha di nuovo alzato la mano

michelangiolesca sulla creatura

diventeremo ceneri di vulcano

larve di acqua

fino alla quiete

saremo fatti di vento

e di attesa

Non ho saputo tessere parole

Ora che l’equinozio di settembre

batte alle porte, cara,

e spegne fuochi che credemmo eterni,

arde ancora una fiamma che non cede

al volgere dei cosmi, alle stagioni:

è la fiamma tenace che mi avvolse

con l’abbagliante sfolgorio del sogno;

fuoco che brucia ma che non fa male,

se ad accenderlo furono i tuoi occhi

con i falò appiccati dentro al cuore.

Stregone d’artifici e di malie,

cantare avrei voluto il tuo profilo,

serrare la tua luce in uno scrigno,

farne poesia, patto d’amore.

Eppure

non ho saputo tessere parole,

non ho saputo disegnare rotte

per l’aquilone che cercava il vento.

E sì che avevo fili d’oro, spole

imprendibili, come le comete

nelle notti d’argento a San Lorenzo.

Maldestro suonatore della cetra,

ora vago smarrito,

trasognato clochard senza canzoni,

nello zaino le note mie randagie,

le mie parole logore e sdrucite.

Ora lo so che mai potrò scalare

la montagna di sole e di cristallo

con in cima le galassie del sogno.

Lo so che dalla luce dei tuoi occhi

mi separa una distanza di stelle.

Si annuncia spesso un silenzio di case

e si fa una quiete strana sul mondo,

come se la mattina rinunciasse

al moto operoso di scale e passi

denunciandone l’attrito, lo sforzo.

Viene da qui, dal parquet delle camere

sfatte, l’idea di un tempo smorzato

per frattura di luoghi, e tutto va

tra corpi in affitto e premure d’aria.

Fuori la città, la sua scorza dura

quando si scivola in basso, il dispetto

dell’asfalto che cattura. Eppure

amare la vita senza esclusione

di colpi, per un eccesso di zelo.

Sopra un cielo paziente, quella fuga

di nuvole in viaggio. Sta nel coraggio

degli uomini la grandezza di un giorno,

l’ebbrezza irripetibile che muove

le strade, le piazze stese, lì intorno.

Opachi nell’abitacolo chiuso

come gli sguardi dei pesci. Morire

un po’ prima della coda in uscita,

siamo noi quelli, il gesto sui cinquanta

centesimi in resto e la tangenziale

che si apre a ferita. Nell’esclusione

il peccato, chiamarsi fuori posto

nonostante tutto. Accade però

una nostalgia di case, un dato

di prospettive deluse alle spalle

a protezione del mondo. E’ una scia

di angeli buoni, una fatica nobile

di mattoni che interrano radici,

cosi giugno è immobile per saldezza

di terra. Si scompare meglio allora

più in fondo verso le curve a scalare,

e dolce è il moto, quel punto a rilento

di un raro sbiadire a vista frenando.

Nata d’inverno

Guardiamo il mondo una volta, nellinfanzia.

Il resto è memoria

(Louise Gluck)

Sono nata in un giorno di neve,

con le grondaie bianche

e gli uccelli fermi sui rami.

Sono nata d’inverno,

tra fondamenta di sangue e di sudore.

I vasi nei cortili erano gonfi di ghiaccio

e io spingevo dalla carne di mia madre

cercando la spina rossa del mondo,

il segno esatto per cadere

come una cometa dentro la luce.

Nacqui azzurra, e cieca

tre giri di cordone intorno al collo.

Mio padre uscì di casa.

Lasciò l’orma sulle pietre,

nel silenzio di un cielo che pesava dentro ai nidi,

sulle ossa sepolte di piccoli mammiferi.

I muri scintillavano dentro giardini selvatici

con alberi candidi

e radici immobili sotto la terra.

I fantasmi respiravano in fondo agli scantinati.

L’ultima goccia cadeva nel buio e fuori

i campi avevano scordato l’odore delle mele,

il suono dolce che a volte nasce

sulle labbra di un uomo.

Le parole morivano nelle bocche dei pozzi,

lungo le tangenziali bianche della periferia.

Un ritmo tropicale nasceva da lontano,

svaniva dietro il vapore dei vetri.

L’infelicità

L’infelicità è una casa con finestre che danno

sul cortile, ci vuole costanza per abitarla

una serie di gesti che si ripetono, spolverare

i soprammobili o spalancare, spesso, le finestre

e lasciare che vi entri il cielo, la sfrontatezza

dell”azzurro. E’ allora che l’infelicità vibra più forte

davanti allo scomporsi e ricomporsi dei voli delle rondini,

davanti a quella tazzina vuota nel lavello

e ai trasalimenti della cenere nelle correnti d’aria.

E’ li che ripercorri l’intersecarsi delle coincidenze,

quelle inverosimili trame di romanzo,

i millimetri che frantumano un destino,

Marisa, uno scambio banale di cugine e risvegliarsi

intatta nel mattino mentre la tua casa

sparisce in uno schianto e tu non lo senti

ma ti rimane dentro, diventa un rampicante,

una rigogliosa pianta che non ti abbandona più.

Paesaggi familiari

Sullosfondo c’è l’Appennino

le cime più alte innevate

illuminate dal sole.

Sull’altro lato il Montalbano, e voli

in primo piano, di rondine

che è quasi primavera.

Ogni tanto passa un treno.

Un sorriso biondo dall’altalena

agitando la mano lo saluta.

Affacciandosi alla finestra c’è

l’Appennino sullo sfondo, con la neve

e poi giù a precipizio, boschi di

abeti faggi castagni querce lecci pini ed olivi.

Vivai di piante e fiori, pannelli solari.

A volte s’alza in volo un aereo

è bianco e rosso, chissà dove va.

L’Appennino è sempre là, in fondo

e poi case, case a distesa e capannoni

e strade, strade e autostrade.

Tu che di corsa prepari la cena

le bambine giocano sul tappeto.

Nel riquadro della finestra a volte

c’è un aereo una rondine un treno.

A volte manco sempre io.

Borsani 1

Borsani 2

Borsani 3

Ferrari 1

Ferrari 2

Ferrari 3

Ferrari 4

Conserva 1

Conserva 2

Conserva 3

Conserva 4

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