Testi inediti vincitori 2012

BEPPE MARIANO – IL SEME DI UN PENSIERO – NINO ARAGNO EDITORE

ESORTAZIONE pag. 109

Invece dei fiori appariscenti

del giardino sontuoso,

meglio sarebbe saper distinguere

nel fascio fatto d’ogni erba

un semplice filo:

saper cogliere la bellezza

che non si mostra,

la verità che non appare.

L’ALTO GELO pag. 460

Neve s’aggiunge a neve,

silenzio a silenzio.

Sui vetri delle finestre,

arabescato appare l’intrico

d’un bosco innevato.

Per l’alto gelo v’è strage

in altura di caprioli

e, in città, di barboni.

ANNA MARIA CARPI – L’ASSO NELLA NEVE – TRANSEUROPA EDIZIONI

Pag 9

Il mio cuore ha l’accesso stretto

il sangue non ci passa facilmente

o rigurgita o rimane dentro,

così gli altri non sanno

che passione ho per loro

che potrei

fermare anche gli ignoti per la strada

e dirgli

tutto quello che ho dentro e non mi passa –

e sarebbe la grazia.

DANIELE SANTORO – SULLA STRADA PER LEOBSCHUTZ – LA VITA FELICE EDITRICE

NON DIMENTICARE pag. 13

Voi non sapete un uomo che significhi

sfinito, sfilare nudo a passo militare

il piede congelato nel suo zoccolo di legno

malgrado la diarrea gli coli per le cosce

o gli dolorino i testicoli per un edema da digiuno

sfilare invece, addirittura correre

quando sarà il suo turno, non dimenticare

di togliersi il berretto, non guardarlo in faccia.

SAURO ALBISANI – LA VALLE DELLE VISIONI – PASSIGLI EDITORI

IO NON SIGNIFICO NULLA pag. 61

Io potrei scriverti anche cose

molto semplici, il problema

non è non capire la frase,

il problema è capire di non capire

il rapporto fra le frasi

e i fatti. Dio mio,

non sappiamo mai

cosa realmente ci sta succedendo.

Ciò che ci accade davvero, pensaci,

quasi mai è ciò che sembra.

LILIANA ZINETTI – NEL SOLO ORDINE RICONOSCIUTO – EDITRICE L’ARCOLAIO –

CONVIVIO SERALE pag. 30

Il silenzio dei cucchiai scava

l’ombra delle voci, di lato, al buio.

Sera che dilata le distanze, arresa

sera senza centro

mentre dal tavolo levo le stoviglie

e il peso dei silenzi

e getto nella notte gli avanzi

e il resto del giorno.

Impariamo a morire così, nel distacco

di un gesto, in un ritardo del cuore.

GIACOMO VIT – ZYKLON B – CFR EDIZIONI

Spieli / Specchio pag .18

Atu tignùt il cont da lì ombresis

ch’a àn s’ciavassàt il to lac inglassàt?

Atu tignùt in mins i dis ch’i ti às

imbarlumìt intant che la storia-giambar

a si moveva ta un flun di sinisa?

Atu cucàt il ridi stuart di chel

che par un secont al à svuarbàt Diu?

Specchio

Hai contato le ombre

che hanno attraversato il tuo lago ghiacciato?

Hai tenuto in mente i giorni che hai

abbagliato mentre la storia-gambero

si muoveva in un fiume di cenere?

Hai afferrato il riso obliquo di colui

che per un secondo ha accecato Dio?

L’ULTIMA THULE

Che colpisce

è il silenzio di un’estate sottotono,

l’odore di soffritti pesanti che sale al terzo piano

di condomìni a due ore di coda dal mare,

affacciarsi e gridare ai passeggiatori di cani

ma come fai a dartene ragione?

Motivare il pomeriggio, subire i buchi tra i cirrocumuli,

coltivare le zucchine, insegnami.

Scuserai

lo scrivere a singulti, amico poeta,

ma non posso dire altrimenti, tanto inquieta.

Piacerebbe anche a uno srotolo dolce e cadenzato,

un’epanalessi qua e là,

se non addirittura anafore d’appoggio.

Perdona gli anacoluti non voluti,

la catastrofe di un’anastrofe distratta, la sciatta

infedeltà all’esametro, gli indispensabili impensati neologismi,

le rime mancate come baci nel vuoto, le perse occasioni, le alliterazioni.

Io e te condividiamo un segreto e tu lo sai.

Il privilegio della grotta.

Molto più che d’un amore clandestino complici.

E la usiamo la poesia, anche maldestri.

Tanto si butta, dici. (ma butteresti mai davvero un verso?)

Vallo a spiegare ai rassegnati della cappa muta di provincia,

ma pure agli assiepati nelle sabbie di salsuggine.

Un antro oscuro di Sibilla, botteghina d’artigiano.

Noi l’abbiamo.

L’Ultima Thule da dove non tornare

che a parole finite.

Assonanze incistate nell’estate.

IL GRIDO DELLA ROSA

Arreso alle ombre già s’incurva il giorno,

questa scommessa che giocammo ai dadi,

l’avere e il dare al volgere di lune,

un grido e una carezza a ogni caduta.

Fu il gelsomino a illudere le attese,

breve il sorriso acceso in cima alle albe.

Più non mi tenta ormai l’impareggiabile,

perfetta geometria del girasole.

Le luci che s’accendono

su questo cielo che sovrasta i cosmi

hanno perduto il brivido dell’ora

che trepida in aprile s’apprestava

a incoronare le costellazioni.

Sfoglia ancora le bluse della luna

l’arco del sole, e ancora

seduce amanti il fremito di Sirio.

Ma noi sappiamo il grido della rosa,

il suo martirio al vento degli autunni.

Abbiamo attraversato questa vita

alzando vele indomite ai naufragi,

noi argonauti che inseguimmo il sogno.

Sfaldano ancora il cuore il rosso e il nero

(tenace è la memoria dei papaveri),

ma già incombe l’equinozio di settembre, ed ora

dòmano fuochi l’ossido e la neve,

spengono soli e accendono silenzi.

Fermo il respiro e sento

le voci che cantarono il mattino

(se tendi il cuore e ascolti, cara,

la sera è un’urna viva di memorie).

VOGLIO DIRE

Dal goloso caso delle bambole infermiere

al teleciccia con supercazzola per premio, ma il bello

cari, viene ora, in questa caccia bombarda, in questa

brocca pandora e mortale, che sanguina, leporina

quando dici “basta!” non per chiudere

o sostare, ma per spaventare e dare verso al volo

visto su forzearmate punto org che spiana la tavola

al pozzo alla diga alla pasta dura di grano

per la famiglia, pare, per l’allegra

compagnia in battaglia, che fa futuro

e libero commercio e qualche altro ossidrico

esercizio, come la fiamma dell’orzobimba cortigiana

che scappella il giovine cadetto prima di morire.

Voglio dire: che l’uno e l’altra

che lei cocca e lui soldato, entrambi, voglio dire

che la giovinezza

è bella scritta sui muri o nemmeno quello

talvolta, se dietro grufola il banale o la sua

controfigura, tutta ociciornie e letame

nel suo mondo di bragia, la controfigura, nintendo

quella cosa sfatta di dietro, rosa, marcia

liquescente, la pornopalus di madama edwarda

ma senza dio senza scandalo che salvi, solo pezza

cauterina e consol, solo brezza. Per questo dico no

alla foresta di sandali, al postgoverno

e no alla salvia che indora, all’amore per Lotte

quando frigna, a quel buio sentire spaesato

che smette l’acido in bocca e consola.

Batto invece il tempo con i chiodi

e cerco rime sopraffine come nice / camice

ano/ gozzano per fare festa freudiana e ancora

godere della parola fantola, senza lacrima, però

ma crudele, forse, e malata perché vera perché

schiva. E poi, sia detto con chiarezza

rompe di più Caparezza, l’effervescenza

della sua catena non interrotta di motti, o l’odore

lungo del pastore, lurido d’erbe e d’animali

che la poesia civile, oggi, di più il camallo

stramazzato che la politica, spesso, io comunque

adesso, muovo da porta nuziale, attraverso il canto

cauto, lo sformo, seguo, della teoria dei giochi

il suo programma solidale, anche se poesia

tende a / stampa per / niente, a volte, come del resto

il tentacolo senza spettatore, il naufragio

di cui siamo spettri, fragili plettri.

E comunque mi chiedo: meglio D’Elia, il poeta

che chiama padre Pasolini, o Lina, la bianca pollastra

di Saba, regina serena tra le braccia di Dio?

Ed è più degno il legno o l’amianto, il corpo teso

del discobolo o quello di chi muove all’obolo

il marmo o il karma, o la Marna, invece che è roccia

sedimentaria e la prima forma di trincea precaria

dove ricevere la qualità dei tempi e far poesia

come ripete, in Laborintus, il caro estinto

alla vigilia della rivoluzione (linguistica, almeno

e meno fascista dunque) quando al cottolengo

si votava, e senza vergogna, pare. D’altro canto

nemmeno il comunismo s’ha da fare, in quel frangente

ma da dire, appunto o meglio, in contrappunto

s’ha da smontare.

Però, davvero, ancora mi domando

se questo paravento abbia un senso, se questa messa

in pena valga la cera e quanto o invece

buchi meglio lo scherno l’impiego crudo del vero

con corpi monchi e scalpi o l’allegoria

feroce che fa da linfa alle feste del potere

da Luigi quattordici alle undicimila verghe alle centoventi

di Salò, baionette antiborghesi, anche se poi

tutto rapprende in solida bolla, s’ingloba

in carta buona e lancio editoriale.

Però la borghesia, forse, per quanto

piccola, e il proletariato e l’ospite indesiderato

sono comode figure, semplificazioni che sporcano

di meno. Ideologie, appunto, tare. O almeno, così pare

se è di questo che da Parigi a Casarsa si dice

e non, invece, come credo, della bestia oscena

del maschio disumano lanciato contro la femmina

motrice, chimera che spaura perché più dell’uomo penetra

più di lui domina la scena. Forse di questo stiamo parlando

anche quando cantiamo l’amore o i punti vinti al gioco

quando chiediamo se val bene questo

quello o l’erba in mezzo, come a beato ristoro

poetando.

Come vedi mi cito, mi chioso

con tutto il corpo che posso, scopro la voce, le voci

che come a Giovanna mi sparlano dentro, per liberare

la faglia, così che spiffero e buio e quanto rimane da dire

come da botte larga escano fuori o da bottega

ch’è un fare felice, se campana, per esempio, nasce

da terra ed ingegno, con in un film di Tarkosvkij

o da una poesia di suo padre, dove “l’erba come un flauto

  • d’improvviso – cominciava a suonare”.

Io credo, davvero, che di traverso

si metta comunque l’uomo, non il verso

e che quanto piace al mondo è greve, unto

come l’amaro Belice e la calce viva sui morti

a Dachau. E credo, anche, alla complicazione

radicale, che non è un partito

ma un’idea, un rispettoso gesto d’amore verso il vero

e, il mio, un omaggio a Sanguineti.

Complicazione, dico, non sabotaggio, ronda

o l’invasione del Sudeti, bensì il volo

suadente di Palomar dentro l’onda o il radente

suo scrutare l’infinito, la passeggiata

sul cono del vulcano e l’ascolto dell’amore tuo

nervoso, la pazienza che richiede un corpo vivo

con tutte le sue lune, o l’ombra, che solo divora

e non pensa. Voglio dire, anche, semplificando:

so che la violenza, so che l’ingiustizia e la fame

so quando e dove / e come può uno scoglio

ma non basta se poi confondo Cesare con Lucio

o patto con inciucio, se parlo per luoghi comuni

e non distinguo tra selva e Stato, là dove cappio

e fanculo votano insieme e complottano

delle demoiselles d’Avignon, da mettere nel favo

come regine di tette, sul trono del senato

con tanti verbi sodi, tipo: compro, vendo, guido

io vorrei che tu, lupo, che non sei bestia natura ma

metafora d’ogni più cagna sventura, patissi / patiste

come acino d’inverno, o fra Dolcino, quando sentì l’odore

della sua bella sciogliersi al fuoco, ma non per vendetta

lo dico, non mia, comunque, ma per giustizia

comune o contrappeso, per democrazia, volendo

se ancora respira, laggiù, lumino zoppo dei morti

cuore remoto.

DAL SEMPRE

Accade che la luna

ti attraversi la strada,

e mentre poeti dal sempre

ti camminano a fianco,

gli occhi del cerbiatto

sbucano dal peccato.

MANIFESTO (CHE NON MI PIACE)

Non mi piace la musica classica

(lo so, è grave)

e le mani indecise fredde di quegli uomini

che si sono inghiottiti a forza

il manuale tascabile del gran seduttore

e t’accarezzano ti toccano

chiedendo ti piace?

ad ogni gesto che muovono incerto

fra le cosce frugandoti rapaci.

Dicevo: non mi piace la musica classica

(è imperdonabile, chiaro)

e gli sguardi accartocciati fra i seni

che ricadono come per caso implodono

insistenti al centro delle natiche

un’esecuzione prevedibile, maestro

non mi piace il pretesto delle voglie

a buon mercato da soddisfare

i corpi svestiti d’amore che si scambiano

lacrime biologiche e sudore e il feticcio

di piccole morti squallide meccaniche.

Non mi piace la musica senza parole

(mea culpa, ma non so che farci)

e anche i silenzi prolungati ininterrotti

e lo sfregare ruvido della pelle

contro il vuoto di occhi vuoti

non mi piace sentirmi sotto esame

le domandine d’approvazioni finali

del tipo cara sei venuta, vero?

ma perché, scusa, andavo

verso una precisa destinazione?

Non mi piace non chiamare le cose col proprio nome

e le volgarità gratuite e le parafrasi le frasi fatte

i trucchi pirotecnici le mascherate le simulazioni

le aspettative da soddisfare le ansie da prestazione

la perfezione la perfezione la perfezione a tutti i costi…

Non mi piace io che ascolto Mahler

sinfonia numero otto e dico

che meraviglia, l’adoro! sfilandomi il vestito

sfoggiando un completino intimo di raso

nero e pizzo (che mi punge) cosi ridicolo,

giocando che sono come un tu qualsiasi mi vuole

uno strumento un balocco di piacere

che non mi piace dicendo si, ancora.

NANNINA ‘A CAPERA

Chella ca tutte chiammàvano ‘a capèra Quella che tutti chiamavano “la parrucchiera”

‘Na vota dinta vita mia ll’haggia ‘ncuntrate Una volta nella vita mia l’ho incontrata

Esse ha sapute tutte ‘e fatte mje Lei ha saputo tutto dei fatti miei

Cu ‘a scusa ca parlava ‘e chello ‘e ll’ate. Con la scusa di parlarne con gli altri

T’he sgravoglià li capilli Te li scioglie i capelloni

T’he repiglià e ricciulilli Ti rifà i riccioloni

Chi ‘e vvo vip Chi li vuole vip

Chi è vvo pop Chi li vuole pop

Chi scagnàte a prua e a poppa Chi ritinge davanti e dietro

T’aggrazzèa ‘e figliulelle Ti abbelliva le ragazze

Comma ‘alice e matenàta Come donne della strada

Ca se fanno arremurchià. Che si fanno rimorchiare

Nun so fanno cchiù ‘o tuppo Non si fanno più il “tuppè”

Cchiù nun serve ‘a pettenéssa Più non serve il fermaglio

Ma a capéra è sèmpe ‘a stèssa Ma la parrucchiera è sempre uguale

Cagna ‘e nomme nò ‘e tumità Qualsiasi nome lei avrà.

Mo se è scummigliato ‘stu segrète mio Ora si è scoperto il segreto mio

E chélla de ‘o penziéro aggia spusàto E quella del mio pensiero ho sposato

‘Nu suònne dòce, ll’anema ‘e ‘stu core Un sogno dolce, la gemella del mio cuore

‘Nu sentimènto vivo chino ‘e ammore. Un sentimento vivo pieno d’amore.

Chella ca tutte chiammano ‘a capèra Quella che tutti chiamavano “la parrucchiera”

Mo se né ghiuta ‘mbraccia ‘o criatòre Ora dorme nelle braccia del Signore.

Dìcene p”a forta pecundria. Dicono che per la forte ipocondria.

Nun ha truvato ‘a capèra soja. Non ha trovato “la sua parrucchiera”

AJUVARI DU SALENTHU

Avimu a tornari, e tornu nta picciulità

‘i sti parti non mè, mi vestu cu nu magliuni

grisu ‘i pèzzula portandu ‘n pegnu

a speranzatezza di l’uoss mè ….ca sarria

nu sgarru nzanabili a sti penà longhi d’ajivi

non rendìrici ‘u sagru d’ogni tornari.

E, nto tappetu sculuritu d’i ggiurni

mi dassu nterroghari, sputandu puliti

palori nt’è cacoci-sordatu di l’armaceri.

Ssettatu nta naca ‘i ficara

sdrupu ‘u giuramenthu ‘n dinocchjiu

a Mathri Terra, sucandu l’anèmele

e’ gotti sprabbidi. Tra ‘n pis pis d’a nifta

e ‘n cojari ‘i stiji mi fazzu mmugghjiari

du ccittu d’i gravini…..E m’ammaginu

corpi ‘i spusini dassàrisi nghjiuttiri,

comu staci scrivutu, d’i trappiti nterrati.

E’ nomi d’i posti a nifta nci duna

na facci, ed eu mi sazziju tra i ciauri

‘i murga e sangu ngrumatu nt’è falacchi

comu na bestia doppu chi si gurdà.

Non mi fidu ad acchjiari i folì nta città

thra ‘u richjiamu ‘i nu galànu

e na fata Morgana ffacciata a’ ringhiera.

Parinu stutati i viti int’è gelusì

mitàchjiusi, tenuti ttaccati ‘i spili

throppu vasci mu si vocanu ammata

d’òmani. (Ddu mbriggi ggrappati

a ‘n lampiiuni, na guci d’a sthtrata

cu grasti cicija: nci sugnu, eu t’amu).

GLI ULIVI DEL SALENTO

Torneremo, tornerò da piccolo/ da queste parti non mie, indosserò un pullover / grigio di corteccia portando in pegno/ la leggerezza delle mie ossa….che sarebbe/ un insanabile affronto a questi filari di ulivi / non rendere il sacro che c’è in ogni ritorno. / E, sul tappeto incolore dei giorni / mi lascerò interrogare, sputando semplici / parole sui cippi-soldato dei muretti/ a secco. Seduto sul ramo di un fico/ scioglierò il giuramento fatto in ginocchio/ a Madre Terra, succhiando l’anima/ ai fioroni acerbi. Tra un bisbiglio notturno / e un tramonto di stelle mi farò avvolgere/ dal silenzio delle gravine…. immaginerò/ corpi di spose lasciarsi ingoiare, / come è scritto, dai frantoi ipogei. / Ai nomi dei luoghi la notte darà/ un volto, e io mi sazierò tra gli odori/ di morchia e di sangue aggrumato nel fango / come una fiera dopo l’agguato. / Fatico a trovare i nidi in città/ tra il richiamo di un rigogolo/ e una fata Morgana affacciata alla ringhiera. / Sembrano sedate le vite dentro le imposte/ socchiuse, prigioniere di desideri/ troppo bassi per chiamarsi ancora / umane. ( Due ombre aggrappate/ a un lampione, una voce dal viale/ alberato sussurra: ci sono, ti amo).

DOPO LA PIOGGIA ESTIVA

Tu sei quell’odore acido

d’asfalto polveroso

su una spiaggia di città

quando la pioggia estiva si ritira e lascia

una bolla unica

non orizzonte tra cielo e acqua

Sotto i piedi ora mi resta

la sabbia impressa

da milioni di dita e il cuore goffrato

dal tuo ago battente

L’ANNUNCIAZIONE

Camminavo a piedi nudi,

la brocca sul capo, il sudore lungo la schiena.

Si alzò un moto di vento,

un soffio di luce volò fra i capelli.

Mi fermai – il cuore atterrito.

Chiusi gli occhi per bisogno di quiete,

per pudore, per salvarmi

da un destino di poca fortuna.

Poi udii la sua voce:

chiamò tre volte il mio nome.

Ricordo solo un’ala bianca, il gelo baciarmi la nuca.

Mi coprì la sua ombra.

Non di qui”. – gli risposi.

Lui parlò, e la sua voce scese come la neve

nel deserto del mio orecchio.

Illuminò la rosa. Soffiò dentro il mio fiato

il nome di un dio giudeo,

un destino di solitudine e sabbia.

Caddi in ginocchio sopra un metro di sole.

Mi arresi al disegno divino e al suo sguardo.

Lui aprì il mio corpo al mistero.

Mi pose sul cuore qualcosa semplice e lieve

come la vita.

PER RIPETUTE STRADE DI MADONNE

I vetri di Duccio

a Wislawa Szimborska

Mi è cara alla radio la sua voce

che scorre versi per tempi inconsueti.

Capisco che è una celebrazione,

capisco che il suo tempo è finito.

Un minuto è concesso a chi è vivo

appena due ai poeti morti

come risarcimento

(vorrei fosse vergogna e non è vero)

per non aver mai letto i loro versi,

ricordato i nomi.

Un amore da subito per Siena

quel giorno sul pavimento del Duomo,

chiarito da una rispettosa luce.

La vedevo fra vetri di Madonne

camminare malata di splendore

per la legge del troppo,

ripetere con silenziosa gioia:

Val la pena morire di bellezza”.

Non è dato conoscere pensieri

ma a quell’ultimo è stata fedele.

Anche alla tivù, adesso che scrivo,

parlano di lei da qualche minuto

(dovrei essere contenta e non è vero).

La bellezza è più fragile di un vetro.

CORRISPONDENZE MANCATE a Nike

Anche con te

avrei desiderato una più generosa intersezione delle nostre vite.

Accade, tuttavia, la mia scarsa vocazione matematica

confinata al calcolo fortuito di tangenti.

IL TEMPO NON SCIVOLA VERSO IL NULLA

Il tempo non scivola verso il nulla,

s’aggiusta, forse, negli incerti spazi

di una quintessenza occasionale,

lievita nei congelatori dei supermercati

o nelle linde astanterie degli ospedali;

altro si curva che non quell’ostinato andare

fino alle crepe dei fondo scale,

vi sopravvisse un giorno un male,

un’ombra ostile subito dissolta,

qualcuno la colpa ne ricorda,

il grido che per un attimo vi giacque,

levato dall’irrompere dell’acqua saponata;

il tempo non ignora né perdona

né percepisce il vuoto dell’uomo chino sulle scale,

differisce la pena che, peraltro, non condona,

si restringe nelle falle del linoleum degli ascensori,

non la gravità né le altre forze primordiali

ne costringe le forme al supremo rituale,

solo un’inclinazione leggera del campo scalare

lo incoraggia a ritornare

alla luce dei mattini di salsedine d’estate.

SEDUTO GUARDI IL MARE

Seduto guardi il mare

Seduta resisto al mare

I tuoi occhi puntano lontano

Io alzo il pollice e vi abbasso l’indice,

Hai passatempi sconosciuti ai più….

A me resta da scandire il tempo delle nuvole.

Solo in quel giorno ne passarono a frotte.

NEL BUIO

Il buio.

Per qualcuno è una parola. O un’idea. O solo la notte.

Per noi è la parete di roccia a cui siamo appoggiati. I trecento metri che ci separano dalla luce del sole. Il sudore appiccicato alla pelle. L’acqua che non c’è. Il terrore che la squadra di emergenza non riesca a tirarci fuori. L’aria viziata. Il silenzio rotto di tanto in tanto dai singhiozzi sempre più flebili di Lorenzo, e dalle mie parole per rincuorarlo. Il fango in cui siamo seduti.

Il buio sospende tutto.

È il nulla. Assoluto. Putrido. Osceno.

Siamo nel buio della miniera Nordest da quando si sono spente le lampade a carburo. Ore, o forse mille anni fa. Dentro questo sacco nero il tempo non passa, piuttosto è un unico istante che si srotola sempre uguale a sé.

Io e Lorenzo avevamo appena terminato di scaricare la pirite da un vagone, quando un tuono ha devastato l’aria dietro di noi e una nuvola bianca ha invaso i nostri occhi e i polmoni.

Sono entrato in miniera nove anni fa, appena finita la guerra, e questa è la prima volta che rimango prigioniero di un crollo. Ne avevo solo sentito parlare: frasi smozzicate di qualcuno e sguardi di assenso degli altri, occhiate profonde che spiegavano più di un milione di parole.

A Lorenzo non è andata così bene, il ragazzino è qui da nemmeno un mese. Sono il suo minatore, colui che deve insegnargli i segreti della miniera, che deve trasmettergli l’amore per un lavoro in cui il pericolo, il pane e l’amicizia sono assicurati. Qui la nera signora può prenderti per mano dietro ogni angolo, o mentre scendi o sali con l’ascensore, o quando stai mangiando. Una frana come questa, il gas vigliacco, una caduta, il grisù come a Ribolla un anno fa, e allora la Corna suona fuori orario e lei ti avvolge con il suo mantello e ti porta con sé .

Ma la miniera è anche vita, è il futuro dei figli, la solidarietà e l’affetto degli altri e delle loro famiglie. Un minatore non è mai solo. Adesso i ragazzi della squadra di emergenza staranno scavando con la rabbia e con il cuore. Mi sembra di vederli: Neri, Perotti, Brogi, Lovaglio, il minuscolo lucano dal coraggio di un leone, Vinciarelli, che prendono a picconate la roccia, che la artigliano fra preghiere a Santa Barbara e bestemmie, che promettono di offrire birra fino a scoppiare all’osteria a chi darà il colpo di piccone della nostra salvezza.

Ma ora ci sono il buio e l’attesa.

E il silenzio.

Lorenzo deve essersi appisolato, sfinito dall’angoscia e dalla tensione. Meglio così. Sento il ginocchio premere contro il mio, il ragazzino ha bisogno di mantenere un contatto fisico con il suo minatore. Lui si fida di me, della mia apparente tranquillità, e io non posso deluderlo.

Adesso immagino la mente come una casa con tre finestre. Una deve rimanere chiusa, è quella che permetterebbe al vento impetuoso della paura di entrare e spazzare via tutto.

Allora apro la seconda e mi affaccio su Gavorrano: vedo la Pieve di San Giuliano con il maestoso campanile in blocchi di pietra squadrata. Sono lì, salgo i gradini con il cuore in gola per recarmi alla Messa. È Domenica e finalmente potrò incontrare Pia, la ragazza che corteggio da un mese. Una volta entrato, percorro la navata di sinistra e mi siedo all’altezza dell’altare laterale, accanto al padre di Pia che bisbiglia un buongiorno signor Brasildo con cauta confidenza. Il saluto non passa inosservato alla mamma, che le dà di gomito; allora lei fa capolino e sorride in quel modo dolce che la rende unica, poi indica la statuetta in marmo che raffigura la Madonna con il bambin Gesù, posta sull’altare maggiore. Quando ci siamo conosciuti mi ha confidato che le è devota, e che la pregherà tutte le domeniche per non farmi avere incidenti in miniera.

Poi vedo la fine della funzione. Ci siamo appena alzati in piedi, e io chiedo il permesso di accompagnare Pia a casa. Mentre ci incamminiamo dietro ai suoi genitori, non posso fare a meno di pensare, ancora una volta, a quanto sia bella: alta quasi quanto me, con la vita stretta e i fianchi larghi, ha i capelli neri come la notte e un ovale del viso che rasenta la perfezione; gli occhi, dello stesso colore dei capelli, sono due pozzi di cui non si riesce a scorgere il fondo. Ha venti anni, otto meno di me.

Ora stiamo calpestando le pietre squadrate di Via Terranova, fra case di centinaia di anni fa, quindi svoltiamo in un vicolo costellato di archi di cui non ricordo mai il nome, e saliamo una breve scalinata fino a immetterci in un’altra viuzza. Fra poco sarà arrivata. Mi invita a prendere un caffè da lei nel pomeriggio, e intanto mi sfiora una mano con la sua. Non ci siamo ancora baciati, è la cosa che vorrei di più al mondo, ma non riusciamo mai a restare soli. Domenica prossima lo farò, a qualsiasi costo.

Con un sospiro, chiudo la finestra e apro la terza, quella dei ricordi: è il primo giorno qui in miniera, e io sono un ragazzo biondo e magro come un chiodo rimasto orfano per la guerra, che arriva da Grosseto. Il mio minatore si chiama Cremo Landi, è un uomo grande e grosso di una quarantina d’anni, ha i capelli rossi e un vocione che rimbomba. Mi mette una mano callosa sulla spalla e mi accompagna all’ascensore a gabbia.

– Quanto andremo sotto? – voglio sapere, con un filo di voce, mentre l’ascensore comincia a scendere.

– Oggi ci fermeremo a circa duecento metri, però il pozzo arriva a quasi quattrocento.

– Sono tanti…

Mi aggrappo al suo braccio. Tremo come una foglia. Mi vergogno e vorrei smettere, ma non ci riesco. Ho passato due anni fra i monti come un fuggiasco per sfuggire al reclutamento dei nazisti, un ragazzino divenuto uomo troppo in fretta per la morte dei genitori e la paura di finire davanti a un plotone, ma è nulla in confronto alla sensazione di venire inghiottiti dalla terra. Ogni volta, finché non ti abitui, temi che sia per sempre.

– Stai tranquillo, ci sono io. L’essenziale è che non ti allontani da me.

– Non c’è motivo, tu sei quello che mi deve insegnare il mestiere.

– Bravo. Qua sotto è un labirinto di gallerie. È facile perdersi, se non si conosce la miniera.

– Ci vuole tanto a imparare?

Cremo sorride e mi spettina i capelli con la sua mano callosa. – Il tempo che ci vuole.

Quando arriviamo, gli altri minatori si fermano e ci si fanno intorno. Stanno tutti a torso nudo, il torace e la schiena sono lucidi per il sudore e pieni di tagli e cicatrici. Mi scrutano con una sorta di solenne curiosità.

– Spogliati – dice Cremo.

– Cosa? Perché?

– Spogliati.

– Tutto?

– Tutto.

Rimango a fissarlo per qualche istante, imbarazzato. Ma so che del mio minatore posso fidarmi. Così obbedisco.

Allora Cremo si riempie le mani di fango e me lo spalma addosso, attento a coprire ogni centimetro. – Questa è la tua iniziazione – spiega, serio, quando ha finito. – Adesso sei un minatore.

Gli altri annuiscono convinti, mi lanciano un’occhiata di approvazione, poi ritornano al lavoro.

Un mese fa ho ripetuto il rituale con Lorenzo. Aveva il mio stesso sguardo di allora, e l’identica fiducia nel suo minatore.

Avrei desiderato che Cremo mi vedesse, che fosse contento di me, ma se n’era già andato da un paio d’anni. Aveva voluto entrare nella squadra della morte. Per qualche lira in più, certo, ma soprattutto per l’orgoglio di sentirsi ancora più importante, indispensabile. Un masso l’ha travolto a settanta metri di altezza, lui è caduto e la Corna ha suonato.

Richiudo anche questa finestra. Fuori della prima, il vento della paura continua a soffiare rabbioso al punto da far tremare i vetri. Vorrei avere dei chiodi, un martello e un asse di legno per puntellarla e sentirmi più sicuro.

Intanto Lorenzo si è svegliato. Lo sento muoversi.

– Che ora sarà? – vuole sapere, con la voce impastata dalla sete e dall’angoscia.

– Non lo so. Stai tranquillo, è passato poco tempo – mento.

– Almeno ci fosse un po’ di luce. Questo buio rischia di farmi impazzire.

Come gli occhi di Pia, penso, è nero come i suoi occhi. Ma lì smarrirsi è sublime.

– Vedrai che sarà ancora per poco.

– Brasildo, sei sicuro che si sono accorti che nella medagliera mancano i nostri dischetti?

Gli appoggio una mano sul ginocchio. – Fidati, la squadra di emergenza sarà all’opera da un bel po’.

– Ho fatto un sogno strano. Devo ancora capire se sia bello o brutto.

– Racconta.

Parlare fa bene, allenta la tensione e spegne il silenzio.

– Fa un caldo terribile. Quanti gradi saranno? Quaranta?

– Forse. – Passo la lingua sulle labbra riarse. È come accarezzare un foglio di carta abrasiva. Se non sono cinquanta gradi, poco ci manca. – Tu non ci pensare, e dimmi del sogno.

– Ho aggiustato la luna.

Mio malgrado, mi sfugge un sorriso. Lorenzo non può vederlo, in ogni caso saprebbe che non è di scherno. Piuttosto riflette simpatia e tenerezza per un ragazzino di sedici anni.

– Come hai fatto?

Lorenzo esita per alcuni istanti. Lo immagino cercare il fiato tra le secche della gola, tentare di unire i frammenti di quel qualcosa di così labile che può essere un sogno.

– Ero bambino, avrò avuto sette, otto anni. Correvo per i campi attorno a casa, di notte, sotto la luna piena. Il grano era più alto di me, lo sentivo sussurrare, mi diceva di stare attento a non inciampare…

– E poi?

– All’improvviso ho sentito le gambe come di gomma e sono caduto. C’era un grosso sasso, l’ho visto bene mentre perdevo l’equilibrio, e ci sono piombato sopra a testa in giù.

Il ragazzino ha un fremito, lo avverto attraverso il contatto del ginocchio, è come se stesse rivivendo il momento dell’impatto. Quindi mi poggia il capo sulla spalla.

– Scusami – dice. – Così sto più comodo.

Il buio continua ad avvolgerci in una cappa di angoscia. Tendo l’orecchio. Oltre la frana, nessun suono. Pia, cosa starai facendo? Avrai saputo? Il vento della paura ulula attraverso gli stipiti della finestra, sempre più furibondo. Ne sento addosso gli spifferi gelidi. Temo che i vetri possano andare in pezzi da un momento all’altro.

Vorrei deglutire, ma non ho più saliva. – Continua.

– Credo di essere svenuto, nel sogno. Quando ho ripreso conoscenza, mi sono subito alzato in piedi e ho guardato su. Le stelle si muovevano, correvano in direzioni diverse, e la luna vacillava: aveva perso qualche centimetro, o forse erano metri o chilometri, non lo so. Sembrava si dovesse staccare dalla volta del cielo da un momento all’altro. Dietro di essa, dove era posizionata prima di vacillare, c’era come uno strappo bianco delle sue dimensioni. Allora ho capito che dovevo rimetterla al suo posto. Così mi sono concentrato e sono diventato molto alto per raggiungerla. Da lassù vedevo le cose come Dio, o almeno immagino… Ho una sete terribile.

Gli arruffo i capelli con un sospiro. Non so se farlo andare avanti oppure no. Ogni parola aumenterà la sua arsura, però servirà a distrarlo e a non pensare al buio che ci opprime, a non farlo assordare dal silenzio. – Voglio sapere come va a finire – dico.

– Ho visto Gavorrano addormentata, le vie illuminate: era minuscolo. E poi la miniera, e il Monte Calvo… ogni cosa… quando sono tornato a concentrarmi sulla luna, nello strappo è apparso Cremo, il tuo minatore.

– Cremo? – Sono dita gelide quelle che mi accarezzano la schiena indugiando su ogni osso della spina dorsale. – Ma se non l’hai conosciuto!

– Ho visto la foto sopra il mobile della cucina a casa tua, ricordi? Mi è apparso proprio così. Solo che la foto non era rettangolare ma tonda come lo strappo.

– Ti ha parlato?

– Sì. Ha detto Ce la farai con quel vocione di cui mi raccontavi e poi è scomparso. Allora ho afferrato la luna con entrambe le mani, l’ho raddrizzata e l’ho rimessa al suo posto. Subito dopo le stelle hanno smesso di fuggire, e io mi sono svegliato.

– Dev’essere bello aggiustare la luna.

– Puoi scommetterci, in quel momento ho provato una grande soddisfazione. Peccato che fosse solo un sogno. Pensi che significhi qualcosa?

Mi stringo nelle spalle. – Non lo so. Magari che tutto si aggiusterà e presto saremo fuori. Forse Cremo è voluto venire a rassicurarti, perché sa che ho per te l’affetto che lui nutriva nei miei confronti.

– Tu ci credi in queste cose?

Sorrido amaro, nascosto dall’oscurità. – No, altrimenti Cremo sarebbe venuto da me.

– Io… – Lorenzo emette una specie di sbuffo e rimane in silenzio.

Sto con i sensi all’erta, pronto a captare un qualsiasi rumore, un qualche segnale che possa farmi capire che i soccorsi stanno arrivando. Ma tutto tace, attorno a noi. Mi sembra di galleggiare nel nulla, e le palpebre iniziano ad appesantirsi, ogni istante di più.

No! Devo reagire. Il ragazzino ha bisogno di me.

– Hai una fidanzata? – chiedo.

– Cosa?

– Sei fidanzato?

– Scusami – biascica – Stavo per addormentarmi di nuovo.

– Mi dispiace. Non parlo più. Prova a dormire, il tempo passerà più in fretta.

– No, ho bisogno di sentire la tua voce. Mi dà tranquillità… comunque non c’è nessuna, al momento. E tu?

Mi rendo conto che desideravo questa domanda. È piacevole, e rasserenante, raccontare di Pia. – Parlo con una ragazza bellissima da circa un mese. Quando penso a lei, la immagino come la donna della mia vita.

– Come l’hai conosciuta?

– Una domenica pomeriggio stavo a passeggio in centro con il Bruschi…

– Quello piccolino e pelato che racconta sempre barzellette.

– Sì, proprio lui. Passavamo davanti alla pasticceria, quando vedo uscire questa ragazza con un cannolo in mano. Mi sono bloccato di colpo e ho cominciato a fissarla a bocca spalancata. Lei se ne è accorta ed è diventata rossa, però ha sorriso. Allora, non so con quale coraggio, mi sono avvicinato e le ho chiesto se potevo avere il piacere di fare la sua conoscenza. Il tempo di presentarci, e dalla pasticceria sono usciti i genitori. Lei mi ha salutato e sottovoce mi ha detto che l’avrei trovata alla Messa, la domenica successiva. Così, io che non entravo in una chiesa da anni…

Un lieve russare mi interrompe. Per un istante mi sento uno stupido, non mi ero accorto che il ragazzino dormiva e continuavo a parlare, preso dalla foga del ricordo. Poi decido che farmi vincere dal sonno è un modo per impedire al vento della paura di frantumare i vetri…

Cremo arrivò subito. C’era un campo di grano che si estendeva fino all’orizzonte, forse lo stesso del sogno di Lorenzo, e il sole picchiava forte. Camminavamo fra le spighe appena mosse da una lieve brezza, l’uno accanto all’altro, in silenzio. Lui mi teneva una mano sulla spalla. Era più giovane di come lo ricordassi, e più bello; indossava una camicia a scacchi rossi e neri e dei pantaloni grigi. Quando mi parlò, il vocione rimbombò come un tuono: Così non ci credevi, eh? disse, e scoppiò a ridere. Io chinai il capo e rimasi in silenzio, mortificato. Lui allora continuò: Sono il tuo minatore, non avrei mai potuto abbandonarti. Adesso però le nostre strade si divideranno di nuovo, io devo arrivare alla fine di questo campo di grano. Ho un mucchio di strada da fare e non posso perdere altro tempo. Non sapevo cosa dire. Ogni parola mi sembrava inutile. Così feci per tornare indietro, ma lui mi afferrò per un braccio: Aspetta! Vedi di sposarla quella ragazza, chiaro? Volevo rispondergli che sì, certo, volevo sposarla, ma Cremo stringeva sempre più forte…

– Brasildo! Brasildo! Sveglia.

Apro gli occhi a fatica e mi ritrovo nelle tenebre della miniera. La voce è quella di Lorenzo, e sua è la mano che mi artiglia il braccio.

– Che c’è? – farfuglio.

– Rumori. Li senti?

Da oltre il muro di pietra arriva una specie di picchiettare, sembra addirittura che ci siano delle voci, in lontananza. Il cuore fa una capriola in petto. Lo sento rimbalzare sul pomo d’Adamo e ritornare al suo posto. – È vero. Stanno arrivando.

– Ehiii! – urla Lorenzo, a squarciagola. – Siamo qui. Ehiii! Ehiii!

Dall’altra parte si odono delle grida, in risposta.

Mentre il ragazzino continua a strillare, il picchiettio aumenta di intensità fino a diventare il suono familiare dei picconi che frantumano la pietra. Ogni colpo è accompagnato da un urlo, fra il rabbioso e l’euforico, dei ragazzi della squadra di emergenza.

Lorenzo mi sta stritolando il braccio, strilla nel mio orecchio, e io non riesco a pensare più a niente, solo al vento che fuori della prima finestra ha smesso di ululare.

Poi, all’improvviso, dal frastuono emerge una lama di luce. È quella fioca delle lampade a carburo, ma su di noi ha un effetto accecante, come se fossimo stati a fissare il sole per chissà quanto tempo.

Adesso è tutto un vociare euforico. La lama diventa in breve un buco dalla forma vagamente circolare, e mentre mi abituo alla luce che piano piano diventa un gradevole chiarore, è lì che si materializza il viso barbuto di Lovascio, con quelle sopracciglia folte come spazzole che si uniscono sul naso fino a ricoprirne la parte superiore.

– Tempu ngi vo, diss’u suriciu a la nuci, ma ti pirtusu – proclama, con entusiasmo.

Il ragazzino, che ancora non si decide a mollare la presa e piange a dirotto per la felicità, chiede: – Cosa ha detto?

– Ci vuole tempo, disse il topo alla noce, ma alla fine ti buco… o qualcosa del genere.

Ci alziamo in piedi, di scatto, mentre il foro si allarga sempre più e appaiono altri volti. Le gambe tremano, faticano a reggermi, non so se per l’emozione o per il troppo tempo passato a sedere.

Poi entrano, e allora corriamo verso di loro, in una gara a chi grida più forte.

Mi trovo non so come fra le braccia di Brogi, che mi strizza come un panno da bucato, mi accarezza, mi bacia sulle guance e sulla fronte.

Intanto il ragazzino mi ha lasciato, investito dall’impeto di Lovascio che si alza in punta di piedi, gli afferra la nuca con entrambe le mani, gli scrolla la testa con forza e poi inizia a picchiare la fronte contro la sua.

Ora sono avvinghiato a Neri.

– Quanto siamo stati qui? – voglio sapere.

– Quasi quattordici ore. Temevamo di non farcela. Ho pregato Santa Barbara per tutto il tempo. – Sento la sua barba ispida inumidita dalle lacrime.

– Stasera birra per tutti – riesco a dire, prima di cominciare a piangere. All’inizio è una cosa lieve, poi esplodo in singhiozzi accorati.

Allora chiudo gli occhi, salgo di corsa i gradini della mente e corro ad aprire la prima finestra, quella che avevo lasciato serrata. Mi affaccio e vedo Cremo, che sorride bonario e mi saluta dal campo di grano. Quindi appare Pia: la prendo per mano e la bacio. Le sue labbra sono morbide, calde e profumate. Promettono un paradiso di serenità, bambini che mi aspettano insieme a lei sulla porta di casa dopo la giornata di lavoro in miniera, passeggiate in piazza la domenica pomeriggio e notti d’amore.

Appoggio la fronte sulla spalla di Neri con un sospiro e serro le palpebre.

Voglio restare così.

Il buio può anche essere bello, a volte.

APOLOGIA DI CIRCE

Su di me ne dicono tante… Cose cattive, bisbigliate nell’ombra.

Circe la maga. Padrona del sortilegio. Onta e sciagura dei marinai. Principio di mutazione. Anzi, di dannazione.

Quasi tutte menzogne. E quel poco di vero, male interpretato. Appreso dalle labbra di un uomo uso, com’è noto, a mentire. A cui calza a pennello il detto di Laocoonte: “Temo i Greci anche se portano doni”. Un greco più infido di un fenicio: Ulisse.

Restò con me un anno. Tredici lune ci guardarono torbide attraverso la bruma che saliva dal mare. Lui stava chino sul mio corpo di dea, sorseggiando come a una coppa. Io ero presa da uno stordimento, una smania di dare che non era da me, e mi sorprendeva. Tutta la magia scivolò via dalla mia persona, come una veste di seta prima del bagno, e mi rimase lontana fino alla partenza di Ulisse.

Per attirarlo, mi feci più soffice del muschio – come le piante di palude che invitano gli insetti tra le foglie dentate e poi le chiudono. Non adoperai né filtri magici né formule incantate. Feci semplicemente quello che fanno tutte le donne – schiave, maghe, principesse, cosa cambia? – quando sono innamorate.

Del resto, qualsiasi cosa sia accaduta in quelle notti voi già la conoscete nei dettagli. Si diede un gran daffare, il ruffiano, per raccontarla in giro, come il più volgare dei seduttori. Scendemmo insieme tutti i gradi della lussuria e io mi abbassai a cose inconfessabili moltiplicando il suo piacere; eppure, lo giuro, non ebbi granché in cambio. Perfino nei momenti di maggiore intimità quella sua bocca gonfia di eros mi risultò amara, sconosciuta, lontana. E quel gusto, ricordo, mi faceva infuriare.

Ho saputo che in seguito, davanti all’austera regina dei Feaci, raccontò la patetica storia di un uomo fiaccato dal sogno provocato ad arte da Circe immortale. Un uomo al quale solo la potenza del Cielo potè rivelare la reale sostanza del mondo in cui era tenuto prigioniero con l’incanto: un labirinto fatto di vapore. Bastava soffiarci sopra e si sarebbe dissolto. E lui lo fece – narrò l’impostore – costringendo Circe a liberarlo.

Circe la maga. Principio della nemesi. Colei che odia gli uomini e li muta in porci, cani, lupi, come le aggrada. Li riporta, disse l’ingrato, alla stessa grotta da cui uscirono camminando sulle zampe, senza nulla conoscere e grattandosi il muso. Buoni solo a ingozzarsi di cibo e a strusciarsi l’uno contro l’altro per ammazzare le pulci.

Soltanto io scampai a Circe, per volere del Fato glorioso di cui fu messaggero il dio alato Hermes. Lui mi fece mangiare il fiore che resiste agli inganni di Circe”.

Hermes, ci avrei giurato. Il dio dei ladri e dei bugiardi. Il dio dei miscredenti.

Ulisse furbo e vizioso, dici bugie, solo bugie. Ti ho rastrellato che eri uno zingaro del mare, smangiato dal sale e dai pidocchi. Sei stato con la testa sul mio seno, mentre con dita sottili ti pettinavo i capelli verdi di alghe, sciogliendo i nodi uno per uno. Cantavo note apprese in tempi di cui non ho memoria e tu mi leccavi i capezzoli come un vitellino. Succhiavi beato e io ti lasciavo fare. Avrei potuto umiliarti, sussurrando con dolcezza velenosa nel tuo orecchio: “Guardati Ulisse. Guarda chi sei dopo i molti giorni di mare. Un vitello che succhiando si appaga, nient’altro”.

Avrei potuto farlo, era in mio potere (ti avrebbe ferito nel profondo, forse ti saresti ucciso), e invece non l’ho fatto. Anche perché ti avrei mentito, e a dispetto di quanto si dice io non sono bugiarda, se non quel poco che serve a ghermire. Quando la preda mi è tutta tra le grinfie divento anche troppo sincera. E sinceramente ciò che vedevo in te non era un vitello. Piuttosto quei lupi dagli occhi rugginosi, tanto astuti da sfuggire a ogni trappola, eppure rosi all’interno da un vizio, che prima li copre di rogna e poi li porta a morire in anfratti, fra gusci di vipera.

Mi facevi pena (intravedevo già la tua sconfitta, da vecchio, oltre le Colonne), per questo ti presi fra le braccia facendoti più bello di Febo, da bestia che eri. Perfino, ti diedi il consiglio che ti strappò, unico fra i compagni, all’abisso salato (“Sbarcato in Trinacria non cibarti delle vacche del Sole!”). Io ti offrii come un giglio a Calipso figlia d’Atlante perché ne godesse. E tu così mi ringrazi?

Piombò un pomeriggio d’estate nel bel mezzo dell’orto che mi cresceva intorno senza sforzo, ricco di frutti dolcissimi. Io ne avevo previsto la venuta, ma mi aspettavo un altro: più bello, di fattezze più fini e simile a un dio. Ulisse invece mi risultò tanto sgradevole da spaventarmi. La sua pelle era quella di chi dorme sotto il sole, ardente e spessa. Gli occhi incrostati di salsedine gli bruciavano addosso come ferite mal curate, eppure… – impiegai solo un istante a capire, in certe cose sono piuttosto acuta.

Non era per il sale e neppure per la luce: quegli occhi stretti e infidi bruciavano per me, solo per me. Colui che portò il fuoco nella città di Ilio mi stava di fronte avvolto in fiamme di una natura che resiste all’acqua. Inestinguibili.

Non ci credete? Perché qualcuno fra voi, lo vedo bene, si sta coprendo la bocca con le dita, per celare un sorriso di scherno. Gli consiglio di ingoiarlo – e subito! – se non si vuole all’istante tramutato in biscia. So cosa sta pensando, ma è sbagliato. Io ero molto più bella allora.

Circe bei capelli, Circe dolce canto, Circe scrigno di odori. Più liscia la pelle, più radiosa la fronte, più azzurre e lucenti le iridi. Vedendomi come ero nei giorni del mito, stentereste a riconoscermi. Per quanto infatti io sia immortale e perennemente giovane, le gravi e ripetute offese inflitte alla mia persona, le amarezze che seguirono nei secoli a quell’incontro, mi hanno mutata. Senza contare che i gusti e le mode cambiano, e di molto, fino a stravolgersi.

Per cominciare, in Circe tutto evoca rotondità, pastosa e quieta perfezione. Come del resto suggerisce il mio nome, Kirke, circolo… Ma le spalle ampie, rotonde, colore della luna, i fianchi opulenti, il ventre morbido e accogliente, oggi non suscitano ammirazione. Le epoche del cerchio, lo so, sono passate. Altre forme, più insolite, bizzarre, puntiformi o tortuose, spezzate, ad angolo, stregano le menti.

La mia bocca, invece, se la assaggiaste, vi piacerebbe ancora. Fresca orchidea dei boschi, pronta a chiudersi su ogni lingua, anche su quella di Ulisse, che rammento fredda però, liscia e appuntita come una lama. Poco adatta ai giochi da letto e molto invece alla politica. Io gli insegnai molto, gli insegnai tutto. Calipso immortale, che lo tenne prigioniero a Ogigia e giacque migliaia di notti con lui, me ne renda merito.

Tuttavia, per quanto mi riguarda, non è vero quel che si disse in seguito: che lo rimpiansi tanto da mutare il ricordo di lui in un’ossessione capace di avvelenarmi. Ciò che mi rattristò non fu la sua partenza, ma la maldicenza ostinata, continua, che mi rivolse contro, come gli fossi stata nemica. Che pena e che rabbia vedere il mio nome citato a peggiore modello di femmina: la maliarda, la seduttrice – io, la sedotta! – e perfino la mantide. Conobbi una cosa che da dea non sospettavo: la calunnia degli uomini ha più potere e dura più a lungo di qualsiasi magia.

Noi divinità di epoche remote siamo state spodestate da creature in tutto a noi inferiori, tranne che nell’uso della lingua. Perché fu con la lingua fasciata di logos nebbioso che i mortali ci toccarono il sangue, disonorandoci. L’immensa gloria fuggì via da noi, come fugge il capriolo davanti al latrare dei cani nei giorni di caccia. Da allora i parenti di Zeus, simili a schiavi arroganti puniti con la frusta, siedono deboli nell’ombra del cortile, aspettando che tornino i bei tempi (e torneranno, perché tutto torna).

In realtà, amanti migliori di Ulisse ne ho trovati a decine. Senza contare che Circe ama i giovani. Più belli, più ampi di petto e più stretti di fianchi, più lesti a infiammarsi. Soprattutto più pronti ai segni del suo, e non del loro piacere. Ulisse l’astuto amava come un pastore. Come il re di una terra pietrosa, di fichi e di olivi, qual era in effetti. I suoi gesti erano duri, senza musica. Un arraffare senza prendere. E il mare che varia, ondeggia, oscilla e culla, non l’aveva cambiato in questo. Tale e quale la concava nave che lo condusse alle coste tirrene, era scuro e legnoso nel cuore, dimentico di ogni grazia.

Mi comprese meglio il poeta. Che peraltro non ebbi mai modo di incontrare, e mi dispiace. So consolare io, a dispetto di quanto si dice. Tra le mie braccia Omero bella-parola non avrebbe rimpianto la vista perduta. Gli altri sensi sarebbero stati più che sufficienti ad appagarlo. Perché i sensi sono il regno di Circe. E’ qui che lei opera.

E tuttavia, una tale beatitudine avrebbe distolto Omero dal suo dovere di rapsodo, e sarebbe un peccato vero? Niente canto di Ilio, niente Odissea. E neppure calunnie nei confronti di Circe. Al posto di tante mendaci parole, l’oblio. Ma io non voglio essere dimenticata, inorridisco solo a pensarci. Infatti, a che mi servirebbe essere immortale se nessuno pronunciasse il mio nome con il giusto rispetto, o almeno il timore, o anche semplicemente l’invidia che spetta alla discendenza del Sole?

Devo essere sincera fino in fondo. L’inabilità al fare e ad ogni specie di negozio, la totale e oppiacea propensione all’ozio sono forse la conseguenza più grave della magia di Circe. Me ne assumo la responsabilità e mi dispiace. E’ un effetto secondario che mortifica me innanzi tutto. Non scambiatelo perciò per cattiveria, e neppure per qualche forma particolarmente maligna d’incantesimo.

Chi giace con Circe s’imbeve di tanto piacere, che il resto – i sacri doveri, gli affetti domestici, i traffici – più non cura. L’essenziale – ciò che per lui è essenziale – sulla via del benessere e del compimento, ora l’ha in sé. Scritto nella carne, inciso nell’anima. E non è colpa mia se la maggior parte dei marinai che approda anelante alle rive è gente semplice. L’eros che li spinge sull’acqua è fatto di amplessi, buon cibo, riposo… gli stessi piaceri, insomma, che li toccarono all’inizio, quando attaccati alle poppe della madre succhiavano, precipitando in un sonno sazio e senza sogni. Non c’entro io se la loro nemesi non è quella dell’iniziato che si libera della carne, come accade ai seguaci di Iside. Al contrario il fedele di Circe ritorna alla vita ferina e lì riposa, beato.

La colpa – se di colpa si deve parlare – non datela a me. Piuttosto ai tracotanti di Grecia, se i loro sudditi, tormentati dalle fatiche e dal digiuno, non arrivano a immaginare piaceri che non siano quelli della promiscuità e del ventre. E se vogliamo parlare dei prìncipi, che stortano la bocca pronunciando il mio nome, maledicendo e ingiuriando…guardate voi come mutano alcova (devo ricordare Giasone, Teseo, Agamennone?), si contendono amanti, ninfe, donne del trivio (tutte!), bramosi di sesso come i lupi della carne d’agnello. E sparlano di Circe, ipocriti!

Ma soprattutto, leggete Omero. Sotto l’incanto di Circe ciascuno diventa ciò che nel cuore già era: lupo, cane, leone ( e Ulisse, ripeto, sarebbe divenuto lupo se Hermes non l’avesse avvertito). Circe interpreta e non inventa niente. Smettete perciò di maledirla o, peggio, di confonderla con una di quelle donnacce che lo sposo rubano alla sposa, insozzando i letti altrui con nascite bastarde. Io non sono una così.

Io sto nella mia terra, senza andare in cerca di nessuno. Ci starei anche da sola, in compagnia delle creature amiche: gli uccelli forieri di presagi, i delfini che a poca distanza dalla costa mi mandano il saluto, le stelle marine, i gamberi lunari, i paguri al sicuro nei gusci. Perché cercare altrove? In me riposa ogni piacere, non ho che da schiudere il vaso per sentirne l’aroma e lasciarmi inebriare.

Di Ulisse m’intrigò più di tutto il nome di donna che per un anno, la notte, farfugliò fra i fumi del sogno. Sapete di chi sto parlando. Io allora ignoravo chi fosse, ma la invidiai. E non perché fossi tanto invaghita di Ulisse da volermi sostituire alla sposa. No, non crediate: Circe è libera, sposa di nessuno, sposa mai. Ma il potere che questa mortale aveva sugli uomini, da comandarli a distanza, mi rendeva furiosa.

Cercai l’origine del nome, Penelope, per carpirne la forza: era oscura. Cercai ancora… aveva a che fare con l’arte del tessere. Volli provare. Tosai io stessa le mie pecore, ne ricavai grandi matasse di lana che lasciai sbiancare al sole. Poi filai giorno e notte invocando Lachesi la Parca perché mi ispirasse l’arte della vera tessitura. Non quella di noi dee che tessiamo i destini fatti di luce polverosa ad un telaio eterno, che scorre da sé, senza inciampi.

Costruii pertanto un telaio di legno usando la scure, la sega, la pialla. A costo di spezzarmi le unghie, che avevo lunghe e belle, e di macchiarmi le dita. Provai … Non durò più di un’ora. Strappai il lavoro, sfasciai il telaio e lo gettai nel mare.

Mi distesi sulla sabbia bagnata a piangere. Le creature dell’acqua e i gabbiani celesti piangevano con me, naufraghi nella corrente del mio dolore: sembravano impazziti.

Circe non è fatta per tessere, gridavano, non è fatta per tessere. Dipanare i fili, intrecciarli senza rotture e senza grovigli, seguire la geometria del disegno senza sbagliare, umile rimediare agli errori (orrore!), inseguire le perfette corrispondenze, la polifonia dei colori… non è cosa da Circe. Non è cosa da Circe.

Circe è approssimativa di natura. Non calcola, non disegna. Dipinge. Plasma con le mani impiastricciate di terra. Nelle cose si getta con l’istinto e il suo istinto è buono. Perché Circe è Circe. Occhi belli. Figlia del Sole. Signora dei farmaci, non corregge gli sbagli. Perché lo sbaglio di Circe è divino.

Vorrei conoscerla questa Penelope, ho pensato tra me per molti anni.

Non è accaduto. Avrei dovuto viaggiare, andare a Itaca, e con che scusa? E poi Circe non può muoversi. Lei è l’omphalos, il centro del mondo. Circe va sempre e solo in circolo, perciò sta ferma. Si muove senza spostarsi e da lei si dirama ogni raggio fino ai confini del cosmo.

Così ho evocato la magia e a Penelope ho parlato in sogno. L’ho vista: avvolta nel candore delle lane era più bella di una nube. Dormiva.

Penelope, ho bisbigliato, ascoltami. Non tormentarti per Ulisse, tornerà. E per ciascuno, anche per te, avrà un inganno nuovo: non è mutato, sai… Ti dirà cose di Circe, la figlia del Sole, che non sono da credere. E tu infatti non le crederai, fingerai soltanto, non ti sarà difficile. Io so che da Atena, dea dei disegni, prendi consiglio – proprio come il tuo sposo- e se le rozze leggi achee non l’avessero proibito, da femmina regneresti su Itaca, e Zante, e Lefkas… più grande di Licurgo.

(Sprofondata nel sonno, la bianca figlia di Icario con le ciglia annuì. Di quel sogno, in seguito, non parlò con nessuno).

Che donna, vero, la regina, e che idioti i Proci a sfidarla. Se Ulisse non fosse tornato, lei avrebbe escogitato altre astuzie, anche migliori della tela. Li avrebbe fatti invecchiare anno dopo anno, senza mai concedersi. E questo per me è assolutamente straordinario. Perchè io, avendo l’obbligo della seduzione, sono costretta a giacere almeno una volta con tutti. E non è bello. Sapete quanti me ne sono capitati con la prostata infiammata, i denti guasti e l’alito cattivo?

Ma è inutile recriminare, io sono Circe: nasco dal Sole e non muoio. Gioco con le forme. Prendo la mia soddisfazione profonda solamente dagli uomini grandi, di cui m’invaghisco e, anche se per poco, m’innamoro.

Purtroppo di grandi più non ce ne sono, Ulisse il bugiardo è stato uno degli ultimi. Gli altri – a piedi, a cavallo, con o senza spada – valevano ben poco. Bastava guardarli una volta, toccarli con il soffio, ed erano già a quattro zampe, belanti e umidi come un capretto dopo il parto.

Così, da qualche migliaio di anni, in assenza di stimoli adeguati e fermamente decisa a respingere le squallide occasioni concessimi dal Fato, non ho che i fiori di loto – e ne mastico tanti! – per vincere la noia.

AMERO’ QUANDO SMETTERA’ DI PIOVERE

Amerò quando smetterà di piovere”. Così rispondeva indispettita da bambina l’ultima delle sorelle di mia madre a chi le diceva che un giorno anche lei avrebbe avuto un marito. E lo diceva con la sfida appuntita in quei suoi occhi neri, lucenti di verdazzurro come la corazza di uno scarabeo, osservando il cielo plumbeo di un autunno senza fine, l’unica stagione concessa a quel nostro paese.

Vivevamo a quelle latitudini in cui non l’aria, ma l’acqua è il predominante elemento atmosferico, in cui i giorni si consumano in un languore umido, fradici d’umore muschiato, di luce d’oltretomba, di suoni smorzati in sussurri rifratti. Mio nonno masticava intere giornate di tabacco per digerire la nascita di otto figliole, per la verità tutte di una discreta bellezza e modestia, capaci di cucire e pregare senza alzare lo sguardo. Tutte meno una, la più piccola. Per quella non molta bellezza era rimasta tra l’eredità del sangue degli avi, appena un accenno nell’avorio pallido di un volto impertinente in cui gli occhi sfrontati studiavano il mondo perché volevano sapere. E questo era un difetto davvero grave.

Non che non l’amassero, questo non si può dire. Era una creatura che sorrideva spesso e a cui non pesava prestare aiuto, non perché fosse particolarmente generosa, ma perché non vedeva motivo per non farlo. In questo modo le sorelle si erano affezionate a lei, anche se non la capivano. Non capivano nulla di quella sua ingordigia di sapere tutto, di voler capire, di voler vedere attraverso. Mia madre, che era la maggiore, cercava spesso di rendere più morbida questa sua ansia, di stemperarla disegnandole giornate di piccole incombenze semplici che le insegnassero ad amare i confini domestici, le traiettorie da una stanza all’altra come le giuste strade da percorrere. Lei eseguiva e poi alzava lo sguardo verso il cielo.

Imparò presto a leggere e fu un peccato mortale, non il primo, neanche l’ultimo per quell’anima perduta che pregava in lingue di poeti morti, tra algoritmi di saggezze antiche, formule blasfeme per riempire la distanza tra le stelle, calcolare il tempo occorrente alla materia per corrompersi e rivelare alla prozia che il sangue che scorreva nelle sue vene era identico a quello della bella e puttana Maddalena.

Cercavano di tenerla lontana dai libri in tutti i modi, certi che fossero quei caratteri dal simbolismo arcano, quegli inchiostri dai vapori sulfurei, quelle sillabe d’arsenico a renderle gli occhi lucidi e lo sguardo altero della pazza. Cominciarono con l’impedirle di andare in chiesa, poiché, mentre tutti erano impegnati nella funzione con il cuore ben rivolto verso le celesti beatitudini, lei ne approfittava per sgattaiolare in sacrestia e scivolare silenziosa nella stanza del parroco, dove apriva i grandi armadi e seduta per terra leggeva tutto ciò che le capitava con un’avidità da termite. Ma non bastava. Non passava giorno che non la trovassero con un libro in mano, fosse un breviario, il ricettario delle composte, il registro parrocchiale, il lunario per la semina.

Erano veramente preoccupati anche perché, tra il tempo passato chiusa in cantina nella speranza di una punizione redentrice e le ore clandestine consumate nella lettura contrabbandiera, il suo corpo si allungava assottigliandosi sempre più, divenendo dello spessore incorporeo di una pagina. Intanto aveva quindici anni.

Chiamarono un medico dal paese vicino, un luminare a detta di chi la sapeva lunga, e gli sottoposero il caso. Era a dire il vero un bel giovane, composto e serio, ma dallo sguardo morbido e profondo. Le sorelle s’invaghirono di lui appena ebbe varcata la soglia, festeggiando l’avvenimento con sorrisi e gridolini appena accennati, smorzati dalla loro educazione di perfette signorine. Ma la situazione era davvero grave e non si poteva certo indulgere in frivolezze. Il medico chiese di poter vedere l’ammalata e fu condotto in una stanza completamente spoglia, dove l’unica presenza di mobilio era rappresentata da un letto. Non c’erano comò né comodini, scrittoi o armadi, lampade o scaffali. Tutto era nudo come il giorno della creazione. La zia stava in un angolo, le spalle al muro, lo sguardo diretto alla finestra. Il medico sospinse la porta dietro di sé e le chiese di avvicinarsi. Lei staccò le spalle dal muro e in quel momento comparve, scritto in caratteri minutissimi, tutto il primo canto dell’Odissea.

Il medico rimase chiuso nella stanza con la paziente per un’ora buona. Quando ne riemerse appariva impercettibilmente turbato, quasi stanco, come se la diagnosi fosse stata faticosa.

Un leggero disturbo nervoso, fu la sentenza. Ciò avrebbe richiesto numerose visite nel futuro e una lunga e paziente cura. A questa notizia le sorelle si rallegrarono non poco, intravedendo la possibilità di un’assidua e romantica frequentazione, mentre il nonno scuoteva la testa al pensiero di quanto gli sarebbe costato riportare in salute quella figlia ostinatamente malata.

Il medico mantenne la parola e venne una volta alla settimana per un anno intero, con la sua borsa pesante e il suo cipiglio di composta serietà. Per la verità quando usciva dalla stanza della paziente il colletto sudato ed un accennato rossore, lasciavano intravedere lo sforzo professionale profuso nella cura di una così rara e difficile patologia, ma alla domanda puntuale del nonno se ci fossero finalmente visibili e decisivi miglioramenti, il brav’uomo rispondeva sempre allo stesso modo: “È prematuro, è prematuro.” E mentre ci si consolava bevendo un bicchiere di vino, con il dottore circondato dalle premure lievi delle sorelle e dallo sguardo tra il torvo e il rassegnato del nonno, nessuno immaginava che nella stanza accanto mia zia leggesse con avidità e soddisfazione interi volumi che il povero dottore era costretto a procurarsi in ogni modo e a trasportare clandestinamente nella sua borsa, pur di soddisfare quegli occhi neri di scarabeo e pagare così le loro promesse.

La trama però fu infine scoperta, poiché il nonno un giorno, stanco di pagare parcelle per ricevere in cambio sempre le stesse due parole e rimetterci per di più il vino migliore, volle sincerarsi sul metodo di cura e, passata una mezz’ora, entrò con piglio indagatore nella stanza.

E tra le urla forsennate del nonno, grigio di rabbia, i ripetuti e paonazzi tentativi di difesa del medico, i pianti isterici delle sorelle, orbate in un attimo dei loro deliziosi pomeriggi e del sogno di un futuro confortevole, sul suo letto, la zia continuava imperterrita la lettura delle sue pagine come se l’uragano lambisse appena l’orlo della sua gonna alzata.

Inutile dire che fu offerto al medico, quale unico possibile riscatto, e adeguato risarcimento per il denaro, il vino e l’onore estorti, un rapido matrimonio, soluzione che in effetti avrebbe risolto tutti i problemi dell’ammalata in una sola volta e che il medico accettò in realtà di buon grado. Ma quando il nonno ne parlò con la figlia, l’oscuro metallo dei suoi occhi ebbe appena un fremito e, voltatasi verso la finestra, indicò con un gesto la pioggia pesante che in quel momento separava lo sguardo dal mondo di fuori e disse: “Solo quando smetterà di piovere.”

A quel punto tutti si arresero e ritennero la malattia incurabile.

Mentre ad una ad una le sorelle trovarono marito e lasciarono la casa, la zia rimase nella sua stanza di bambina, tra pagine e pagine sparse dovunque, leggendo e studiando con l’ardore dell’asceta centinaia e centinaia di libri, muta verso il resto del mondo, che più non si curava della sua esistenza, complice anche la crescente trasparenza delle sue ossa. L’unico rapporto che intratteneva era quello epistolare con il bibliotecario della città più vicina, che le spediva con puntualità numerosi libri in prestito. Si scrivevano lunghe lettere fitte di caratteri, nelle quali discutevano animatamente di letture ed interpretazioni, di esperimenti e antiche filosofie.

Per la verità finché il nero dei suoi capelli continuò a catturare la luce, qualche temerario pretendente si fece avanti, più per curiosità o sfida che per innamoramento. Entravano con il cappello in mano, con il gruppetto degli amici di fuori ad aspettare tra risa e schiamazzi; il nonno non alzava neanche gli occhi, ma indicava imperturbabile con la mano la stanza della figlia. Furono anni molto piovosi.

Un pomeriggio di maggio, tra lo sgocciolio croccante della pioggia sulle assi del portico, nella melma rosea dei fiori di magnolia caduti a terra e disfatti, il nonno vide avvicinarsi una figura dapprima indistinta, avvolta in una nebbia cerulea come fumo d’oppio, e poi via via più definita fino ad emergere da quell’evanescenza e conquistarsi uno spessore di realtà.

Altri non era che lo sconosciuto bibliotecario, giunto fin lì per vedere con i suoi occhi gli incantevoli giardini che l’anima di mia zia sembrava contenere. Portava in dono un piccolo libro di poesie. Lei lo ricevette in quella stanza remota al mondo, chiusa come il fortilizio di un castello e stettero a lungo, conquistati in un discorso animato ed oscuro, di cui non trapelava che una lieve brezza di sussurri.

Tornò più e più volte. Portava sempre qualcosa con sé, a volte esili pagine di poesia, a volte racconti dal profumo intenso ed esotico di terre lontane, a volte filosofie dalle parole dure come roccia. La zia pareva felice e il nonno, nonostante gli anni avessero ormai reso il suo sorriso simile a un guscio vuoto di lumaca, all’apparire puntuale del bibliotecario, si scopriva piccole faville di speranza impigliate fra i capelli radi e le dita nodose e si irritava del proprio malinconico compiacimento.

L’edizione era rara; lo si capiva dal dorso solido ma antico, dalle dorature nobili ma consumate, dal vago sentore di legna pregiata. L’aria aveva un non so che di primavera, nella luce pallida e pastellata, nel profumo mite di trifoglio che rendeva difficile al pensiero ancorarsi alla realtà e lo sospingeva arrendevole verso nuvole dal colore di rosa, lucide di una pioggia leggera di velluto. L’edizione era sotto il braccio del bibliotecario, il suo sguardo appena velato di commozione. Entrò nella stanza della zia.

La rosa divenne un purpureo cristallo di cenere e nel suo infrangersi improvviso, il fragore di un cuore spezzato e un diluvio violento di milioni di gocce grigie. Una tempesta che durò giorni e giorni.

Non ha ancora smesso di piovere. Il nonno si dondola sul portico come una foglia secca su un vecchio ramo, non so nemmeno se distingua più le forme o le indovini così, per la pratica. Porta avanti il suo dialogo muto con sé stesso e credo che non avverta nemmeno più il rumore della pioggia. Io siedo a fianco a lui, terminando svogliata di rispondere a una lettera e perdendo a tratti lo sguardo dietro a sogni incorporei.

Da alcuni giorni un uomo sta lavorando al tetto, che è ormai vecchio e lascia trapelare l’acqua come una vecchia comare un segreto che le è stato chiesto di non divulgare. Risuonano i colpi di martello, lo schiantarsi di assi marce, lo sfrigolare della sega sul legno. Mi accorgo che sto guardando la zia. È alla finestra e parla con l’uomo del tetto. Non lo conosco, forse è qualcuno venuto da un paese vicino, un uomo la cui gioventù è rimasta un racconto malinconico in un bicchiere di vino la sera, ma ha l’aspetto agile e forte di un albero ispessito dal tempo. E sorride. Sorride e gli occhi della zia mandano nell’aria bagliori verdazzurri.

Un improvviso silenzio sveglia il nonno. Mi guarda smarrito mentre il cielo sembra scoprirsi in una luce di latte.

Mi alzo e vado nella stanza della zia. Una stanza colma, colma di libri, fitti e coriacei come le scaglie di un drago, tiepidi e umidi come il pane che lievita, vivi e immortali come le anime che contengono, una stanza vuota.

Ha smesso di piovere. La zia se n’è andata e non ha portato con sé nemmeno una pagina.

NERO DI TERRA

Di un angelo non aveva niente, ma gli angeli in fondo, nessuno li aveva mai visti.

I capelli neri, di un nero felino stavano ritti e sudati sulla piccola fronte e appena un po’ più sotto nascevano due piccoli occhi , distanti tra loro, crucciati agli sguardi, mai distesi. Nemmeno il sonno li distendeva.

Donna Grazia appena nato, lo rizzò in controluce verso la finestra, come un gattone : «Non sarà mansueto questo qua », disse rivolgendosi a Caterina, madre quel giorno a diciassette anni.

« Né mansueto, né obbediente, c’ha una rabbia tò! Guarda qui, questi occhi già corrono, non lo vedi? E il ghigno? Se l’è portato appresso il ghigno, è di famiglia! Tieni prendilo, su ! »

Caterina a stento sorrideva distrutta, nel dormiveglia di quel mattino d’agosto che l’aveva fatta madre. Aiutandosi col gomito, si sollevò dal cuscino, guardandosi intorno in quella stanza che non sembrava più la sua, calda e sfocata, sporca.

« E su! E che è ‘sta paura, Caterì! Donna Vincenza ne ha fatti tre l’altra sera, senza fare un fiato. Tu sei pure giovane! »

Caterina, incredula e spossata, non era stanca ma piuttosto preda di quell’ignoto splendore con due gambe e due braccia, che respirava fitto fitto tra le pareti assolate. E di questo splendore, Caterina non voleva parlare, tanto più non voleva metterlo in bocca a donna Grazia.

«E chi tiene paura? E’ bello e tiene forza, solo il mio silenzio gli fa onore » rispose decisa. Niente quel mattino aveva lo stesso colore: Angelo avvolto in un panno, aveva portato con sé la meraviglia e la paura, il caldo e il freddo.

Il ghigno, sì. A rifletterlo bene c’era, aveva ragione donna Grazia, ma faceva Caterina: « Ce l’ha perché è acuto, appena è arrivato ha capito il guaio. Ma arrabbiato non è ».

« Se c’era Angelo grosso, eh Caterì? Te lo immagini? Quello ancora correva per la stanza. Gli occhi sono i suoi, tali e quali » .Con gli occhi alla finestra sospesi sulla campagna bruciata, Caterina trattenne il groppo e una lacrima, una sola, qui sul collo. Angelo aveva gli occhi del padre, è vero, come due lampi di spavento, due finestre che sbattono . Donna Grazia sorrise, tirandosi i capelli col ferretto, l’aveva fatta piangere, l’aveva fatta tremolare un po’ quella ragazza e guardava in basso ora che ce l’aveva fatta, mentre riassettava la camera e rimetteva a posto i ferri. Ma di levatrici svelte come lei, non se ne vedevano dai tempi di donna Marta Maurone, sua nonna. In paese la sera al vicinato, raccontavano che persino re Ferdinando a Napoli la conoscesse, e che le avesse fatto consegnare 10 sacchi di farina, 10 di patate e 10 di ceci, perché aveva salvato una sua lontana cugina, una duchessa francese, che aveva partorito un figlio quasi morto.

Questa valle ricamata tra le montagne dell’Appennino, la conoscevano al Palazzo Reale, la conoscevano i Duchi di Calabria, e i proprietari terrieri; Don Pietro Saccone il podestà, diceva che quando andava a Partenope in visita a suo figlio primogenito, studente di giurisprudenza, tanti, tutti ci rispettavano.

I racconti servono a questo, che belli che sono! Dondolano le illusioni avanti e indietro e ti fanno addormentare, così pensi che la realtà è solo una ciambella uscita male, per colpa del destino.

Ma tutta questa gloria dov’è? Dov’è questo rispetto? E questa ricchezza? A questo pensava Caterina, ci pensava in silenzio, mentre Donna Grazia si asciugava le mani sulla gonna e Angelo le dormiva tra le braccia. Dei poveri non si ode mai la voce, nessuno ne accoglie l’arrivo, nessuno ne annuncia il ritorno. Sono muti i loro gesti, mute le loro corse. Si arrestano a ogni altolà, non gli rimane altro da fare per tornare a casa sani e salvi, ed è raro che qualcuno gli parli senza gridar loro un dettame, una battuta o un’offesa.

Ma il mondo gli tiene comunque il posto, non li ha fatti estinguere ancora, e prima o poi qualcuno dovrà smettere di urlargli contro e iniziare ad ascoltarli.

Caterina aveva la pelle color carta di riso, di un bianco pallido e sfocato, una bambola di pezza lunga lunga e magra, ancora giovane per una firma importante, ma grande e grossa per il dolore, un dolore acuto all’altezza della pancia.

Angelo l’aveva vista passare sullo stradone un mattino di due anni prima. I mandorli erano fioriti, le campagne erano un via vai di famiglie, di voci e di sudore ; i contadini la felicità la colgono a terra, con la schiena bassa e il sole alle spalle. E’ nell’odore umido della terra bagnata che aspettano l’amore, che ne combattono gli ostacoli, che ne sospettano l’abbandono. Quando aveva attraversato il campo quel giorno, Caterina correva col passo lesto della sua età e Angelo dall’altra parte, aveva sentito il profumo dei suoi capelli. Col sole in faccia Caterina, si era accorta di quegli occhi stretti che le stavano addosso, e no, non erano occhi qualunque. E da allora al campo voleva andarci sempre lei, a portare da mangiare, a consegnare una busta, a riprendere un sacco. E quegli occhi la stavano ad aspettare.

Angelo D’Andrea, e Caterina Sarti, due nomi appesi fuori la chiesa qualche anno dopo, coi fiori rosa e la carrozza dello zio una domenica d’ottobre, le foglie gialle e un po’ di vento. Lui nero di sole e di terra, lei calma e aggraziata, col velo sulle spalle e i denti bianchi.

La casa vecchia vicino alla cantina aveva due stanze grandi e una più piccola. Caterina l’aveva pulita tutta, aveva cucito le tende, ricamato le tovaglie, ordinato i cassetti. Angelo rientrava sempre presto, non la lasciava troppo sola, dopo la campagna giocava un po’ a carte , poi di corsa tornava da lei, prima del buio.

Ma le terre ormai chi le vedeva più? I canoni e le tasse avevano strozzato le campagne, sfiancate come animali. La miseria aveva fatto a brandelli vecchi e piccoli, non c’era più neanche la terra a consolarli, solo carte affisse e lo spettro dei demani comunali, di quell’attesa inutile che un pover’uomo già lo sa che è solo chiacchiera per azzittire i fiati. Tutto a loro, tutto ai nobili, tutto alla miseria dei loro fazzoletti, tutto alle loro mani lavate e mai pulite, tutto ai loro vizi rumorosi, ai loro tacchetti lucidati, ai loro cappotti caldi e ridicoli. Ma come poteva la terra respirare in mano a quelli? Che ne sapevano, che conoscono? Quelli prendevano e basta e prendono ancora. Ti guardano da lontano e ti dicono che fare, trovano le soluzioni sulla pelle nostra. Angelo di grana non ne aveva più, e il ventre di Caterina intanto s’era arrotondato quell’inverno, con la neve sul loro davanzale.

E come Angelo anche Francesco, Michele, Adelmo, Licio, Pasquale: stavano tutti senza grana e senza sigarette, a litigare sotto al comune ogni giorno, a strillare senza sosta che tutto era in frantumi. Il dolore degli altri è un pianto muto se lo guardi dall’alto, da lì si è troppo distanti per sentirlo. Che strillassero quei perditempo, la legge non gliela possono cucire addosso a loro, la legge è per fare grande il popolo! Lo dicevano quelli dietro le finestre, facendo finta di non vederli. E se strilli, strilli, e strilli e nessuno ti vede, nessuno si affaccia neanche a guardarti negli occhi, e le carrozze ti sfrecciano affianco come insetti, la rabbia ti si stringe tra le mani e diventa incontrollabile e assomiglia alla disperazione.

La Banda Del Guzzo aveva iniziato da qualche tempo ad affollare le chiacchiere dei salotti nobiliari, e ad assaltare le carovane di commercianti che, per conto dei ricconi trasportavano la lana, il pane, il cibo, i vestiti. I ricchi stavano al caldo e si potevano permettere di avere paura stando a casa, i briganti no, quelli la paura se la portavano in tasca e gli faceva compagnia sulle montagne. Il coraggio pure non lo dimenticavano, e dagli anfratti più nascosti delle montagne nere, se ne stava lì con loro, a fargli da vedetta.

Avevano cominciato a derubare i mercanti sulle montagne, a ricattarli per avere indietro il pane e qualche vestito, finché poi un giorno avevano ammazzato quel brutto ceffo di Tonino Pannizzaro. Gli piacevano i Savoia, a lui che gli costava? I braccianti li sfruttava alla meglio, le terre sotto al Bosco di Serra erano tutte sue, ogni tanto ci passava a controllare e a fare la voce grossa. Lo uccisero una notte a bastonate , mentre risaliva la via di casa dopo l’osteria. Il corpo tumefatto e stracciato fu lasciato a terra, col sangue a infilarsi tra la pietra e il terriccio.

Angelo l’aveva saputo il giorno dopo, col primo sole. Da un po’ lavorava a giornate da Don Enrico Ciferna, che di professione faceva appunto, il proprietario. Insieme ad Angelo c’erano altri giovani del posto e dei paesi vicini; la pagnotta era dura e secca, e la terra che maneggiavano non era più pulita come quella di tanti anni prima.

« Ho sentito dire che la Banda del Guzzo gli vuole assediare le stanze del palazzo che tiene in cima a San Francesco. Lo vogliono decapitare al porco » , disse Adelmo a voce bassa, dimagrito.

« Quando lo scannano? » fece Angelo.

« Dopo cena, non gli fanno finire manco la digestione, gli vogliono fare un lavoretto serio a questo qua. Ne ha fatti di danni! »

« E’ un maiale, pure una spia. Che ti credi, chi c’è andato a denunciare la gente che ha distrutto lo stemma di quei ladri? » aveva aggiunto Pasquale.

« Da dove partono? »

«Dal colle di San Giacomo, noi ci facciamo trovare lì, Licio ha detto che sta tutto fatto, lo sanno che ci stanno nuove braccia e nuove gambe, hanno detto che va bene ». Adelmo già se l’era vista brutta sulle montagne, ma aveva gli occhi di una lince e s’era salvato la pelle.

Caterina intanto era al settimo mese e rotonda era più bella. Il sole le aveva colorato le guance, e i polsi si erano gonfiati un po’. Angelo stava sempre di fretta e nervoso, fumava di meno perché di sigarette ne aveva poche ma le fumava come il vento, e stringeva la bocca.

« Stasera non m’aspettare, Caterì. »

Ma quando lei si era girata era troppo tardi, aveva già sbattuto la porta, e i passi seppure si sentivano ancora, andavano di fretta, pesanti e decisi.

Stavano tutti a Colle San Giacomo, si faceva la conta, erano cento o forse di più. I bastoni, le pietre, tutto andava bene e l’orda non sarebbe stata fermata da nessuno. Arrivarono a San Francesco che il buio aveva chiuso i battenti, aveva cucito il silenzio sulle case, ma la gente stava sveglia e loro, i poveri, questo lo sapevano. Dietro quelle finestre, gli occhi non si chiudevano mai, perché erano occhi di poveri anch’essi. Il palazzo era circondato e gli uomini cominciarono a tirare sassi contro le finestre, poi sfondarono inferriate e porte, gridando insulti e lanciarono sputi. Don Enrico Ciferna stava chiuso nel sottoscala e tremava con la bava alle labbra, e i capelli sudati. Le guardie non ancora arrivavano e quei cafoni di fuori avevano distrutto quasi tutto, e rubato pure i vasi, liberato gli animali e frantumato le finestre. Ma a un certo punto, quando l’assedio aveva svegliato il paese, arrivarono un pugno di guardie a fermare “lo scempio”. Non ce l’avrebbero mai fatta a prenderli tutti, era pure buio e le urla disperdevano i sensi e l’orientamento.

Alle guardie quel buio faceva comodo, e per ristabilire l’ordine bisognava prendere e menarle fino alla fine, fino allo sfiancamento. Qualcuno di loro ci avrebbe rimesso la pelle, ma che importava! Bisognava eliminarli quei delinquenti, loro dovevano lavorare e stare zitti. Don Enrico Ciferna si era pisciato addosso per la paura, singhiozzando tra un tonfo e l’altro delle sue ricchezze. Angelo stava lì a tirare sputi e bastonate con gli altri e a tentare di raccimolare qualcosa: aveva trascinato due sacchi di farina rimasti nascosti nel trambusto, e qualche vestito. Stava lì di spalle, e le grida non finivano più.

Qualcuno era caduto e si sentiva puzza di sangue, correvano i passi sconosciuti dietro a lui e anche i fiati facevano rumore. Angelo s’era messo dietro al porticato e il cuore lo teneva in gola, era convinto che ce l’avrebbe fatta a riportare tutto a casa, e ad abbracciare Caterina. Ma la notte non aiuta tutti, e le spalle tradiscono, perché se le dai a destra puoi guardare solo a sinistra. Un braccio duro e peloso gli avvolse il collo, stringendo forte e graffiandogli la bocca, poi una lama forte ,aguzza come un uncino lo puntò in petto, e gli fermò il cuore.

Il giorno seguente, a riconoscere il corpo di Angelo tra gli altri corpi e i resti insanguinati della sommossa, i parenti stavano in fila, chi con la rabbia, chi con la rassegnazione. Caterina, incatenata di dolore, aveva vomitato così tanto da svenire, ché da allora in poi Angelo suo, non sarebbe più arrivato a riscaldarle le mani.

Che può fare una madre quando la vita gli ha sbattuto in faccia le porte? Può gridare? Bastonare? Sputare anche lei? E Angelo che l’aveva amata, che diceva di amarla quel giorno sull’altare, come aveva pensato di potersi salvare così? E di salvare pure lei, la sua terra, i suoi amici, la sua famiglia, i suoi fratelli, e il figlio che tanto voleva?

La verità è che Angelo di pensare si era stancato, e poi per pensare bene devi avere da mangiare.

Caterina nel suo letto rivedeva i giorni passati, e poi ributtava un occhio su Angelino, piccolo piccolo e uguale al padre. Lo aveva messo al mondo su quella terra insanguinata e stanca, una terra dove i suoi nonni, e i nonni dei suoi nonni, avevano lavorato e gli si erano riconsegnati un giorno; una terra antica, scavata dai passaggi centenari dei viandanti, fermi a pregare lungo il cammino con gli occhi rivolti a una qualche madonna, una terra arsa d’estate e gelata d’inverno, umida d’autunno e fresca a primavera, quella terra che qualche mese prima aveva inghiottito le ossa forti di suo padre, accoltellato in petto come una bestia.

Ma Angelino e Caterina dove potevano andare? Di scappare non era il tempo, la terra è ferma non è come l’acqua. Le terra poi, non ti perdona.

Le mura s’erano fatte calde, Angelino s’iniziava a svegliare e col braccio muoveva il panno bianco che lo avvolgeva. Scuro come la terra bruciata, aveva aperto gli occhi.

IL MIO NOME E’ CENT

Avete capito bene, proprio quel Cent lì: minuscola moneta di color rame, messa sempre in disparte, inopportuna ad ogni occasione e per ogni acquisto… quasi sempre dimenticata o lasciata annerire in qualche posacenere o nel fondo di una fodera di chissà quale tasca rotta.

Mi hanno fatto così… piccolo e sgradevole, ma anche io ho un’anima. Ho un orgoglio da difendere ed una storia che, a chiunque possa importare, è fatta di tante mani diverse, tanti luoghi e destini opposti e qualche sogno irrealizzabile da essere costretti sempre a rimandare.

Ora vi racconto la mia di storia… quella di un misero centesimo, piccolo e insignificante, sperso per il mondo, che ha già fatto tanti voli, ma che si è sentito “grande” più di qualche volta.

Una pioggia di gocce dorate scivolò giù dalla finestra del decimo piano del palazzo in Via Salvi, per andarsi a sparpagliare disordinatamente sul marciapiede, a ridosso del semaforo. Fu in quel preciso istante che su quella semina di cerchietti bronzati ci passò sopra la signora Belli e il suo amato barboncino nero, tirato a lucido come un piccolo Lord.

Flick appoggiò la sua zampetta su una monetina e scivolò, slittando in avanti e strattonando con uno strappo il guinzaglio dalla mano della signora Belli, che esausta dalla stanchezza accumulata in una mattinata impegnata a correre da un ufficio all’altro, non poté fare altro che assistere incredula e preoccupata alla caduta del suo amato compagno a quattro zampe.

Povero Flick, disteso a terra da sembrare svenuto e con un sottile lamento come sottofondo al suo respiro, affannato dalla paura. Il barboncino fu raccolto in braccio dalla padrona e, prima ancora di sincerarsi sulle sue condizioni, con la mano sinistra prese la piccola monetina su cui era scivolato il cane, come se fosse un cimelio da portarsi dietro o la prova di quell’infortunio, e la ripose in tasca. Poi chiamò un taxi e si diresse dal veterinario.

Quando il medico mandò il cane e la sua padrona a casa era già pomeriggio inoltrato.

Rincasata, la signora Belli, spossata dal pomeriggio trascorso in un ambulatorio veterinario, dopo aver riposto l’affranto Flick nella sua cesta notturna, e toltesi le scarpe a punta che le avevano martoriato le dita del piede nelle ultime due ore, svuotò le tasche del proprio giaccone dalle chiavi, una confezione di fazzolettini di carta e le monete spicciole e si andò a distendere sul divano. Chiuse gli occhi e sospirò pesantemente: era sfinita.

Io, finalmente, dopo tante ore al buio ero fuori da quell’inospitale tasca del giaccone. Sistemato in un posacenere, con intorno pezzi pregiati di monete ed appoggiato su un bel biglietto da venti euro, ripiegato su se stesso.

Mi sentivo spossato anch’io dopo quel volo di dieci piani fatto in mattinata.

Mi sfogai da solo, ma ad alta voce: «Speriamo finisca presto questa giornata iniziata con un lancio nel vuoto e finita anche peggio, in questo dormitorio sconsolato. Ma a cosa servirò così piccolo, se nessuno si accorge mai di me, se non per buttarmi, riempire un contenitore o, peggio ancora, finire dimenticato in un cassetto? Fossi anch’io un bel biglietto azzurro come questo su cui sono seduto, allora sì che sarebbe vita e nessuno più si permetterebbe di lanciarmi ovunque o maledirmi perché servo a molto poco… anzi a niente!»

La banconota da 20 euro ebbe un sussulto, ma era uno scatto di stizza il suo per aver sentito quella voce sottile lamentarsi del suo inutile destino: «Dovresti ringraziare» l’apostrofò severa, «chi ti permette di cadere o farti volare. Io, invece, mai che possa provare l’ebbrezza di liberarmi in volo. Tutti mi tengono sempre ben stretta a loro. Cambio mani e padroni ma son trattata come un lingotto d’oro. Ora son qui, ma la mia posizione è momentanea, molto transitoria. Domani servirò a pagare la spesa o qualche bolletta e via… in un altro luogo, tra altre mani, con altri padroni. Tu, invece, puoi riposarti beatamente che nessuno ti reclama.»

In effetti, quella consapevolezza era sì una verità poco piacevole da subire per la banconota, ma di contro, mi convinse che io ero davvero qualcosa d’insignificante se preferivano abbandonarmi, piuttosto che passarmi di mano in mano. Se solo mi avessero dato un po’ più di consistenza e valore, forse, anche tra i miei colleghi ci sarebbe stato più riguardo. E invece, no. Io sono il primo, ma anche l’ultimo della lista. Il più piccolo e inutile, che serve a poco… ripeto: a niente!

C’è chi mi mette in tasca e si dimentica della mia esistenza, o chi mi parcheggia in luoghi solitari e impopolari. Se non cado, m’infilano da qualche parte o mi mortificano di continuo, quando mi tirano fuori, e dopo una rapida occhiata, quasi vergognandosene mi ricacciano nel buio, perché con me si compra poco… si prende in cambio il niente. Per tre settimane sono rimasto ad ammuffire in un taschino di un giubbotto all’attaccapanni, poi la padrona gli ha rivoltato le tasche per lavarlo e mi ha ripudiato in un bicchiere della credenza. Non so quale miracolo, o quali grandi pulizie primaverili, mi hanno svegliato dall’ibernazione e spostato in un portamonete. E da lì è stato un continuo andare avanti e indietro, senza entusiasmo e una collezione infinita di visi infelici a sapersi miei possessori. Poi, come un regalo inaspettato dal destino, son finito sul banco di un barista, insieme a tante altre mie sorelle maggiori. Contate e insaccate tutte insieme in una busta trasparente, qualcuno ci ha portato al decimo piano di una banca perché fossimo sostituite da dei biglietti di taglia più grande e utile. Ma per colpa di un distratto garzone da bar, o del sacchetto troppo fragile, quando il ragazzo ci ha appoggiato sulla scrivania c’è stato lo scoppio: il sacchetto si è aperto e tutti noi siamo cascati ovunque. Chi per terra, chi sotto i mobili e chi, come me, rotolando senza freni per bloccarmi, arrivare fuori dal balcone e con un volo, alto dieci piani, trovare la fine della corsa su un marciapiede trafficato da piedi di uomini e animali; e tra questi, proprio un barboncino, che non ha trovato di meglio che passarmi sopra con la sua zampa viscida e scivolare. E poi… eccomi qui!

Stanco e demoralizzato da una vita insipida e vissuta da ultimo della lista, mi addormentai tra le braccia di una speranza a sapermi, prima o poi, più utile a tutti, o fosse solo anche a qualcuno.

La mattina dopo, la prima a lasciare quel rifugio notturno fu la banconota da 20 euro, afferrata velocemente dal padrone di casa. Poco più tardi, la signora Belli, pronta ad una nuova giornata di compere e passeggiate per la città, uscì di casa racimolando tutte le monete che erano nel posacenere all’ingresso. In quella pesca a strascico c’ero anche io.

Una nuova giornata da vivere in un’altra tasca buia… Si parte!

Questa volta non sono solo, con me c’è la compagnia di molte altre monete, tutte più prestigiose della mia misera stazza: 1 euro, 50 cent e 2 euro, che con il loro peso e la loro importanza mi spiaccicarono in basso, giù in fondo. Ma era meglio quel peso addosso che rimanere ad arrugginire in un posacenere per sempre. A modo mio ero felice.

«Ehi, sapete dove si va stamattina?», provai ad informarmi per rompere quel silenzio tanto pesante da sopportare tra pezzi nobili che, oguno a modo proprio, era convinto d’essere più prezioso dell’altro.

A rispondermi per primo fu la moneta da 50 centesimi: «Di sicuro non è un problema mio. Io sarò la prima ad uscire. Sono un jolly che va bene per tutto.»

«Be’, se è per questo anche io sono uno dei prescelti negli acquisti», replicò con fierezza la moneta da 1 euro. «Non c’è cosa che non si può comprare con me. Divento l’aiuto fondamentale quando c’è da raggiungere un prezzo. Servo sempre e ovunque!»

«Per me già è più difficile», si unì a quella conferenza economica i 2 euro. «Sono quella che viene lasciata con meno leggerezza. Spesso mi tengono un po’ tra le mani, perché mi confondono con la metà del mio valore e, solo dopo avermi squadrato per un po’, mi ripongono nel portamonete o nelle tasche. Se tocca a me, significa che l’acquisto è importante e va ponderato con giudizio, visto i tempi che corrono lì fuori.»

Ero così tanto mortificato dall’importanza delle altre monete che m’infilai ancora più sotto nel buio della tasca. Speravo quasi che non si accorgessero di me e del mio inutile valore. Poi, però, qualcosa dentro mi obbligò a reagire… o, per meglio precisare, a farmi considerare un po’ di più da loro, fosse anche compassionandomi addosso per accaparrarmi un po’ di compatimento da quelle eroine.

«Beate voi che conoscete la fine che farete. Io, invece, vorrei capire cosa ci faccio qui, a chi servirò mai e cosa ci compri con 1 misero centesimo? Eppure sono nato sotto i migliori auspici: coniato dall’acciaio, rivestito di rame, perfetto nella mia rotondità e il Castello del Monte di Andria ad abbellirmi su un lato. Sembra strano, ma anch’io ho i miei numeri, per quanto esigui: un bel diametro da 16,25 millimetri e un peso alla nascita di 2,3 grammi. Tutto perfetto! Ma poi?…

Tutte quelle aspettative dove vanno a finire? Nasco per essere un impiccio o dividermi la solitudine con qualche mio pari valore. Con me non si va da nessuna parte. Ma che ci faccio a questo mondo? Perché mi hanno inventato? Che ruolo ha la mia presenza in mezzo a voi, se servo solo per… farmi dimenticare o cadere in un fosso a marcire?»

«Tu non sai cosa dici», mi riprese in maniera severa la moneta da 2 euro. «Hai la fortuna di non essere mai presa seriamente in considerazione come noi. Rimarrai per qualche tempo isolata e dimenticata, è vero, ma poi girerai come una trottola: ora tra le mani di un bambino, poi del lattaio o del salumiere, poi di un barbone e di un banchiere o sarai il resto alle casse di un supermercato. Sarai quella minima parte che serve, comunque e sempre, a far quadrare i conti. Credimi!»

«Io che faccio quadrare i conti? Non ci credo.» Reagii con sdegno a quella menzogna.

«E invece devi crederci. La tua vita è meno frenetica della nostra, ma non per questo non interessante. Noi abbiamo un gran da fare; non restiamo mai ferme. Sempre a correre da una parte all’altra, da una mano all’altra. Ora siamo in farmacia e subito dopo in una salumeria o dal giornalaio o in stazione, col tassista o chissà dove… Un’esistenza di corse senza mai potersi ribellare. Tu, invece, hai tempo di conoscere e apprezzare chi ti porta. Di capire lui come spende e cosa mangia. Alla fine conosci chi ti possiede, quasi ci si affeziona al proprio padrone, perché con lui ci resti tanto, sia per dimenticanza o perché non è facile lasciarti ovunque. Noi, invece, non possiamo mai provare affetto per il nostro possessore, non c’è concesso il tempo per farlo… tu, sì!» E mentre ancora continuava a parlare, la moneta da 50 centesimi fu afferrata da una mano, tirata fuori della tasca e lasciata sul banco bagnato di un bar, di fianco allo scontrino per il caffè.

Di lì a poco anche le altre mie compagne di giornata furono prese una ad una: chi si fermò a un’edicola, chi in farmacia, chi dal panettiere e chi dal tabaccaio. Rimasi ancora una volta solo.

Desolato, come presagito dai 50 centesimi, ero stato lasciato in mezzo al buio più completo: un inutile nero a farmi compagnia e vietarmi di guardare attorno a me.

Quando la signora Belli fece ritorno a casa era sera. Dopo la mattinata impegnata per faccende e compere, era rimasta a pranzare fuori con due sue amiche. Nel primo pomeriggio era andata a visitare una cugina, che non vedeva da tanto tempo, ed aveva completato l’infinita giornata per strada con una sosta silenziosa nella Chiesa del Redentore per rimettersi a Dio, come ogni pomeriggio le piaceva fare prima di rincasare. Fu in quel luogo silenzioso che fui cacciata fuori della tasca ma poi… tornai subito nel buio: non bastavo neppure ad accendere una candela.

Chiusa la porta di casa dietro di sé, la signora Belli appese il cappotto all’attaccapanni e mi lasciò al caldo a riposare. Stavo quasi per appisolarmi quando mi accorsi di una mano che frugava nella tasca per raccogliermi e tirarmi fuori. Era il signor Belli, intento ad aggiustare un vecchio orologio a pendolo e alla ricerca di qualcosa di piccolo e snello per avvitare. Mi aveva svegliato per affidarmi un compito importante: sostituire un cacciavite a punta fine, che non riusciva a trovare tra i suoi attrezzi da lavoro.

Fu una bella prova quella a cui fui sottoposto, ma alla fine vincemmo noi: la vite fu ancorata alla filettatura e l’orologio tornò a scandire il tempo. Era tardissimo, e me n’accorsi dalla fretta con la quale il signor Belli animava le sue mani per sistemare la tavola e liberarla da alcuni arnesi utilizzati per la riparazione. Tutto in ordine e l’orologio a pendolo nuovamente a scandire il suo ticchettio al centro della parete in cucina. Tutto perfetto tranne un dettaglio: si dimenticò di me, abbandonandomi sul tavolo, di fianco a un bicchiere!

La notte la passai lì. Mi addormentai al ritmo regolare del ticchettio dell’orologio a pendolo che, anche grazie al mio aiuto, era stato rimesso in funzione dopo tanto tempo.

La frase esatta pronunciata dalla signora Belli il mattino successivo, mal disposta a sopportare il disordine lasciato sul tavolo dal marito, non la ricordo esattamente, ma il senso sì. Era da rimprovero a quel suo abitudinario vizio nell’essere superficiale e caotico. Una tovaglia imbrattata da piccolissimi detriti di legno, un bicchiere sporco di vino ed un centesimo. Si era appena svegliata la signora e non era nel momento migliore della sua giornata; il gesto di raccogliere la tovaglia e scuoterla dalla finestra fu inevitabile, quanto naturale.

Che volo che feci! Il tempo di accorgermi di essere sospeso in aria in una caduta a precipizio, che mi ritrovai a sbattere contro la grata di un tombino. Rimbalzai nel contraccolpo e finii in un rigagnolo d’acqua malsana che scorreva ai piedi del marciapiede.

Un altro volo… un’altra volta finito in mezzo ad una strada.

Faceva freddo quella mattina e il cielo minacciava pioggia. Un vento gelido mi scolorì all’istante, tanto attecchì sul mio corpo fradicio di pioggia e acqua di scolo. Accanto c’era la grata del tombino. Ero certo che se fossi finito lì dentro non sarei più tornato su. Non era un rifugio, ma una galera eterna. Fortunatamente ero distante quanto basta per sentirmi al sicuro. O quasi… Sperai.

Poi non so come, forse il destino o una pura fatalità, nell’attesa che il semaforo autorizzasse una mamma e il suo bambino ad attraversare la strada, fui notato e raccolto. Felice di aver cacciato il suo tesoro di giornata, il piccolo bambino mostrò alla mamma il trofeo afferrato e le sorrise soddisfatto. Finii dapprima nella sua tasca, evitandomi di continuare a prender acqua e vento addosso, e poche ore dopo nel salvadanaio del piccolo Stefano, insieme a moltissimi altri centesimi come me.

La prima reazione fu quella di emozionarmi, perché per la prima volta mi ritrovavo insieme a tanti altri miei simili: tutti uguali in un unico posto, senza distinzione di peso e valore.

Ci rimasi molti mesi dentro quel luogo frequentato solo dal silenzio. Le monetine che mi erano accanto, sopra o sotto di me, restavano ostinatamente mute. Nessuna di loro parlava o reclamava. Soddisfatte, quasi da sembrare orgogliose del destino interpretato, si rifugiavano nel loro stesso silenzio e si beavano di una serenità che non comprendevo.

Tante altre monete, tutte uguali a me, furono lanciate dalla piccola fessura in alto che, giorno dopo giorno, si avvicinava sempre di più. Stavamo diventando davvero tante. Troppe!

Ma dove bisognava arrivare? Qual era il finale da scrivere alla mia storia? Perché eravamo così tanti chiusi in quel piccolo posto e nessuno pretendeva risposte?

Una mattina che mi sentivo particolarmente stanco di quel silenzio ed oppresso da quell’inutilità, mi rivolsi a tutte le monete chiuse in quel luogo, apostrofandole con cattiveria: «Ma insomma. Si può sapere cosa ci facciamo qui dentro? Ma perché nessuno dice niente? Perché nessuno si ribella? Bisogna subire questa sorte senza poter fare nulla? Ammassate in un minuscolo spazio per farci cosa? Un regalo, un gioco o un capriccio di un bambino viziato e moccioso? Perché state in silenzio? Perché noi poveri centesimi non riusciamo ad avere mai un degno scopo nella vita? Chi è stato così cattivo da metterci al mondo, se già sapeva che non saremmo serviti mai a nulla?»

«Ma la smetti di piangere sempre? E da quando sei entrato che continui a lamentarti», mi riprese una moneta, finita di fianco a me da molti giorni, non disposta più a sopportarmi. «Noi restiamo in silenzio perché ci sentiamo fieri di quello che siamo e saremo.»

«Fieri a rappresentare il nulla più completo?» Replicai con cattiveria a quella sua arrendevolezza tanto compassata, quanto disonorevole per me.

«Noi siamo raccolti qui dentro per una missione importante. Siamo dei valorosi eroi, proprio grazie a Stefano», aggiunse un’altra monetina dal lato opposto del salvadanaio.

«Valorosi eroi? Noi che siamo solo centesimi che non sanno fare altro che restarsene in silenzio in un luogo dimenticato o diventare il rifiuto, la noia o l’imbarazzo di chi ci ha tra le mani e quasi se ne vergogna? Mi devo sentire orgoglioso di questo? Ma perché?» esplosi di rabbia contro quella voce lontana.

«Stefano ci raccoglie per unirci ad altri centesimi di tanti altri bambini come lui, che ci faranno diventare un esercito grandissimo che servirà a comprare medicine per i bambini malati in Nigeria. Noi siamo la parte buona di un gesto d’amore fatto da un bambino. Lo sta facendo con le sue mani e il suo impegno, senza chiedere aiuto ai genitori. Noi rappresentiamo una grande azione che parte da piccoli gesti, minuscoli dettagli: proprio come un centesimo.»

Rimasi senza parole su quella verità sorprendente che m’inorgoglì di una fierezza unica. Mi sentivo finalmente importante, come lo era il gesto di quel bambino dal cuore d’oro, che ci stava raccogliendo per trasformarci in medicina per salvare i bambini ammalati. Stavo diventando una buona azione che avrebbe reso fieri tutti quanti noi.

Da quel giorno a pochi mesi più avanti avrei rivisto la luce del sole. Stefano ruppe il salvadanaio per raccoglierci, contare quanti ne eravamo e portarci dove saremmo stati scambiati con delle medicine. Quello è il momento più glorioso della mia vita, che continuo a ricordare e raccontare, e lo faccio sempre con più forza ed onore ogni volta che qualcuno, invece che lanciarlo in una fontana o dimenticarlo in una giacca, raccoglie 1 centesimo e lo conserva in un salvadanaio di buone speranze, come questo da cui ora vi parlo, che da qualche mese è diventata la mia nuova casa, per una nuova eroica missione di bontà in aiuto di chi soffre e grazie anche ad un misero centesimo ritroverà un tesoro inestimabile.

CERTE LUNE D’ESTATE

Ulula. Ringhia. Sbava. Buona, dico. Cuccia. Ma Diana continua testarda a tirare la corda. Cerca di slegarla dai tronchi intrecciati della palizzata. Gli occhi obliqui, piccole prugne violacee, fissano oltre i gelsi e i fichi neri, bucano le ombre. Uggiola vinta, infine, con quel po’ di forza che le resta. Non è il suo padrone. Lo sa. Non sono quelli i passi che attraversano il campo e risuonano nel tramestio delle foglie già morte. Non è lui. Smettila, dico ancora, e il tono è quasi un urlo. Sa benissimo, Diana, che non è il padrone. E’una triste pagliacciata che ripete allorché, di sera inoltrata, scendo alle stalle per controllare il bestiame. C’è sempre un passo d’uomo, un calpestio di zoccoli, un cigolio di carro, oltre il muro di pietre a secco che limita le tenute. Uomini con la schiena rotta e mani impietrite dalla terra. Tornano alle case, alle donne, ai figli. Vanno incontro al guaito dei cani legati come Diana. Vanno incontro al frastuono dei bambini, ai fianchi larghi delle donne nere nel fumo di una zuppa, l’odore del cavolo e di menta. No, dico. Non è Salvatore. Sarà Leonardo,con quel suo passo malato o il giovane Tano, bramoso della sua sposa quindicenne. Stanno qui, a un fiato. Oltre i poderi, le case basse e l’aia. Sospiro. Tiro via un ciuffo dagli occhi. Una carezza e Diana fingendo di ubbidirmi, si accascia. Chiude il muso tra le zampe. Domani, forse, dico ancora. Domani o l’altro, torna. Vedrai che torna. Adesso, a cuccia. Passo ancora una mano sul mantello grigio. Do un’ultima un’occhiata. Chiudo il passo.

*

Di Salvatore, c’è tutto, in questa stanza. Uno dei suoi due fucili alla parete. Bisacce, fiaschi, cartucciere, stivali. L’armadio è pieno dei suoi pantaloni di velluto, le giacche, i berretti, i fazzoletti a quadri rossi che teneva al collo. C’è il suo odore di maschio negli indumenti e nelle pareti di questa masseria messa su dal nonno e ricostruita dalle sue mani. Massiccia, dura impenetrabile come lui. Le pietre hanno il colore dei suoi occhi. La durezza dei suoi gesti. Ma la dispensa è colma di zibibbo e biscotti d’anice. E con zibibbo e biscotti d’anice, si finiva insieme la cena. Andava via il sapore di minestra, dei formaggi avvermati. Restava l’arancio e il gelsomino, il languore di un sorso che accendeva il desiderio.

*

Esco sempre dalla mia casa dopo il vespro, quando già la campana della chiesetta del Monte Sacro, ha lasciato melodie antiche per la vallata, per le distese seminate, per gli orti verde- azzurri, e su, per i coppi delle masserie, per i muri sfregiati dal tempo. E’ quasi un’attesa. Sera dopo sera mi si stringe ogni giorno un po’ quel muscolo nel petto e la mente vaneggia nelle screpolature di cose andate e felici. L’abbaglio della notte riporta il mio uomo alle sue terre. Il passo fermo. Le membra bramano il riposo.

…Là, tra i gelsi. E’ lui…Torna alla fine di un giorno di sudore. Il fieno tra i capelli. Quel passo sfiancato, eppure c’è sempre una carezza a dissetare le mie attese. E quando la stanchezza

non lo vince, ci sono labbra di miele. Quel corpo di marito-amante che gli anni non hanno piegato. Il fuoco di una notte da ricordare il giorno dopo, aspettando i ritorni. No. Non è lui. E’ solo la mente che vacilla. La debolezza delle donne. La debolezza delle donne! Anche quelle brune e selvagge che la terra ha partorito nell’urlo di tramontane e di piogge insane. Quelle che hanno scavato campi per cercarne il nido, che usano il fucile per le lepri, si scannano, con i limitanti, per un metro di terra. Donne pari a un uomo nella forza, nelle passioni calde come raggi d’agosto. Donne isolane che la terra forgia con le sue mani nere di letame e spine.

Segno i giorni dalla sua assenza con una strisciata di nero alle pareti, dietro la porta della cucina. Hanno riempito già due muri, gli sfregi. Piccole ferite inferte senza incertezze.

Non aveva pace, quella sera, Salvatore.

Esco un attimo, mi disse infine, tirandosi su di botto dal tavolo dove stava riverso, il bicchiere in mano. Un’oliva rotolata sulla tovaglia bianca di bucato e la macchia d’olio. Croste di formaggio. Briciole che avrebbero conteso rondini e passeri, gatti e galline. Andava dal cognato. Un affare di terre da comprare. Quattro chiacchiere e via, tornava presto. Così, disse. Io avevo osservato la luna. Quell’ombra verdastra di certe malefiche lune d’estate. E un che di malefico, me lo ero sentito addosso tutto il giorno. Aveva bubbolato, senza tregua, il gufo. E un gatto nero m’era balzato addosso. E avevo scovato un rospo sotto la pietra al lavatoio, quella stessa mattina. No, maledizione! Non sarebbe stata una buona giornata. E non sarebbe stata una notte da fidarsi. E più la luna si alzava, grassa del suo veleno sopra i campi assetati, le masserie accovacciate sotto ulivi e noci, i viottoli glabri, venati da quei lumi verdastri, il bestiame stipato e irrequieto, più in lui s’addensava l’inquietudine. Gli si leggeva in faccia, la smania. Allora tirai su le spalle. Tornerà presto. Solo qualche centinaio di metri da qui. Me la rigirai in testa, quella certezza, mentre già sbatteva la porta.

La sua camminata d’uomo. Gli scarponi che schiacciavano l’acciottolato del portico. C’era un mormorio di scirocco che andava rinforzando man mano che la notte s’aggrumava. Un barbaglio di lampi senza pioggia, piccoli tuoni come colpi di tamburo, in fondo, oltre le montagne. E il gufo. Diana guaì leggera, chiusa nel suo cerchio, una zampa sugli occhi. Tutto ciò che faceva il padrone, era legge. Anche quell’uscita insolita.

Piena era, la luna. Verdastra, ma piena. Lui s’era appena allontanato. Aveva in fretta sceso gli ultimi gradini che aprivano il viottolo stretto tra arbusti ed erbe. Dal mare lontano, trascinato dal quel vento torrido, giungeva un afrore d’onda impastata a sterco a essiccare, al fiore di limone, al caprifoglio che ammantava la gronda. Stipate, fitte, altere, quasi oscene per la troppa bellezza, un gruppo di rose svettava tra gli allori. Seguivo con lo sguardo, dalla finestra il mio uomo. L’avevo visto esitare e poi fermarsi un attimo. Piegarsi. Recidere una rosa rossa col suo coltello a serramanico. La più alta. Colma nei petali,carnosa, quasi carne, sangue,tra i petali. Una di quelle spine mi si ficcò nel petto. Come una pazza, uno scialle di traverso, la furia agli occhi, l’avevo seguito. Cauta. Strisciando appena sul frascame dissanguato dal sole.

Sotto un castagno si era fermato e fu solo un minuto, non di più, che sopraggiunse lei. Anna. La cognata. Acerba, bianca come ciliegie a marzo. L’aveva raggiunto col passo leggero, scansando ogni piccolo rumore.

Non ci fu più sangue, nelle mie vene. Solo un fiume rosso. E comparì il dolore.

Lo sconoscevo, fino allora. Ne avevo sentito solo parlare. Si riversò dentro come un uragano. Divelse, scorticò, succhiò,recise. Rimasi lì senza neppure più vedere, tant’era la marea che m’assaliva, solo un istante. Poi, corsi in casa. Il fucile alla parete pareva aspettare la mia mano.

Quando tornai sui miei passi, la luna imbiancava il corpo della bastarda. Riluceva di perla, sotto la malefica luna d’estate. C’era stridore di pipistrelli, guaiola di volpi lontane. Afrore di maschi in calore. Lui, in ginocchio, la testa poggiata su quel ventre di latte, pareva vinto da una malìa che sconoscevo.

Erano talmente presi in quel delirio, che non udirono il fruscio. Tantomeno, Salvatore, udì il mio fiato alle spalle. Fu uno scherzo. La schiena di lui. Il ventre di lei. Come rose rosse larghe, sfatte, sotto la canna del fucile pressata ai corpi. Quel tanto da non far troppo rumore. Due piccoli tonfi, piuttosto, nell’eco del vento, dei brevi tuoni lontani. Nessuno avrebbe udito. Nessuno udì. E nessuno immaginò, poi, quello che era accaduto. Una fuga, piuttosto. Pensarono così. Amanti male accoppiati.

Era stato duro cancellare il sangue, trascinare nel buio sotto quel cielo grumoso, coagulato come latte cagliato, i corpi sul carretto. Giungere fino alla Pietraia. Terra di nessuno, tant’era aspra e rossa di rocce di miniere vuote. Là, si apriva la bocca di un pozzo

nascosto, sconosciuto a tutti e scavato dal padre di Salvatore anni addietro, per buttarci giù un malacarne. Un certo Nasca, dal cuore di fiele e l’acido in bocca. Un confidente degli sbirri. Un infame. Mio suocero l’aveva sistemato in quel pozzo con un po’ di piombo in corpo. Quello squarcio tra le rocce, era diventato pozzo. E il pozzo, tomba.

Adesso, Nasca, sarebbe stato in buona compagnia.

Nessuno udì. Nessuno mai sospettò ed io rimasi l’Abbandonata. Quella che vaga per campagne senza pace e senno. Torva, scarmigliata, nera, in cerca di un marito traditore.

Quella che per tutti attende, all’imbrunire, i passi del suo uomo, rassicurando Diana.

Questo è il terzo anno dalla sua mancanza. Dissero subito che ho fatto bene a mettermi di nero. Se non torna un marito a tre anni di lontananza, non tornerà mai più. Una moglie, resta moglie. Senza il suo uomo alla spalla, è vedova per gli altri. E per se stessa. Parlavano con l’aria del rimpianto perché per loro, Salvatore, restava un brav’uomo. Solo tentato dalla carne. E’ quella, la bastarda, che aveva ogni colpa. E di sicuro si sarebbe pentito, il brav’uomo, avrebbe maledetto quel demone che l’aveva preso per quella ragazzetta. Una cognata! Non sanno che il lutto, io, l’ho già messo da “quella” stessa sera.

Ma sotto la lunga veste nera, ho un fiocco rosso sopra il cuore.

La commiserazione della gente pascolò sul mio corpo per giorni e giorni.

Vennero dalle vicine contrade con la lacrima negli occhi, il sorriso sbilenco e mesto. Non tornerà, dicevano. Fattene una ragione. Fa conto che è morto. Una vampata di sangue, solo quella, è stata, ma non può tornare…. Se così fosse marcirebbe sotto i colpi del cognato e a lei, la sgualdrinella, non resterebbe che vivere come una cagna in una stalla nel disprezzo degli altri. Io annuivo, sfatta di lacrime e sospiri. Aprivo la dispensa. Offrivo zibibbo e biscotti d’anice. Quelli che il mio uomo un tempo divorava tra i baci e le carezze e le parole più dolci…

Non si fa capace, la povera bestia. E smagrisce. Giorno dopo giorno.

E’ un fascio d’ossa, una larva. Dà un certo ribrezzo così arrotolata alla sozzura di fango e sterco. Eppure, m’ ha insegnato la pietà. Imbastisco, per lei, giorni sul filo della memoria.

Il tempo. Usarlo. Manipolarlo. Un passo indietro per ritrovare le illusioni. Le labbra di miele del mio uomo. Tornare indietro. Ancora più indietro… Quel velo bianco sulle trecce. Il mio letto nuziale. Il petalo di un papavero sul lenzuolo. La mia inutile verginità.

Vedi, Diana, com’è difficile, tortuoso, il mondo degli uomini! Eppure, tra me e te, è nata quest’ora che ci lega. Intenerisce, e la pietà per il tuo ostinato amore, mi scorre lenta e nuova nelle vene.

L’amore delle cagne non è l’amore delle donne. Manca, a loro, il tormento di passioni insane. C’è solo, nei loro piccoli cuori, un sentimento senza macchie. Limpido come acqua di fonte. Eterno. Talmente forte, da morire ogni giorno un po’, aspettando un ritorno.

Anche stasera mi accoglie la povera bestia, piegando le zampe indebolite.

Sai, Diana, se fossi stata cagna, anziché donna, sarei qui, con te. Vedi, sussurro appena, in modo che possa sentirmi solo tu e non il gregge ottuso, senza un filo d’anima, laggiù. Ah, sì! Sarei una cagna raggrinzita nelle mie povere ossa, gli occhi fissi all’acciottolato che si tinge d’ardesia e una speranza muta che divora. Mi lascerei morire come te, giorno dopo giorno. Mi vestirei di giglio e l’innocenza mi salverebbe dall’inferno. Ma sono una donna, Diana. Scaturita dal ventre di questo vulcano che arrossa la terra. La divora. Ho nel respiro quel germe nero della vendetta che insudicia la bellezza del creato. Insudicia l’amore. Ed è poi condanna senza appello. E non conosco strade, per cambiare il destino

Ma vivo. A volte ho un fiore rosso nell’iride. Un grumo rappreso e nero in petto, come un nido di vipere. A volte rido di un riso dissennato. Butto sangue sulla terra, pari a un uomo e la casa riluce di nettezza e il bestiame è grasso di cure e fieno. I miei giorni sono colmi come otri e la fatica preme sulle ossa squassate, a sera, tanto da confondere la mente, debordare sulle crepe dell’anima. In questa fragilità di membra, con l’occhio a un Cristo trafitto alla parete, attendo inutilmente che la pietà che m’hai insegnato, raggiunga quei corpi a imputridire in quella gola di terra rossa. Attendo un rimorso, un pentimento. Ma il sangue vince, Diana. Il mio sangue saraceno vince e il pentimento è parola vuota. Che non afferro. Così, la vita non mi appartiene più, piccola mia. Vago in una terra di mezzo, attendendo una luce che forse non penetrerà mai la corteccia della mia anima ribelle.

Diana tira su la coda in uno scodinzolio stentato. Non può capire e la mia voce, anziché colmarla di odio, la rassicura. Lenisce la sua pena. Una carezza sulla testa minuta, calda. E’ il mio gesto di commiato. Quello che chiude il giorno. Tornerà il tuo padrone, ripeto in un soffio. E la voce si fa roca. La luna ha un candore di sposa, stanotte. Una carezza di seta nel fiato di una lontana brezza marina che smorza la calura africana e impregna, di mare e zagara, le narici La cagna guaisce e si stira a quel fiato. Le ossa del costato sporgono come quel povero vitello nato davvero troppo presto e lasciato tra i campi, alle gazze, a gatti selvatici e cattivi.

Ancora una carezza e mi accorgo di un sorriso amaro che mi affiora in bocca.

Cuccia, Diana. Cuccia. Torna Salvatore, vedrai.

Adesso a cuccia.

Dormi, piccola. La luna è già alta. E domani ci attende un altro giorno.

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2 thoughts on “Testi inediti vincitori 2012

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