Testi inediti vincitori 2013

Sezione B – poesia inedita

 

IVAN FEDELI

 

LE ROSE DELLA GOBBA

Al popolo grigio di Cascina Gobba, Est Milano. Ora di punta.

 

1.

Questo pezzo di mondo dove accade

tutto senza un orizzonte, ristretto

nei colori delle giacche, dei volti

quando passano brulicando un po’

in cerca di nome. Pensarlo come

una radice, un filamento mentre

s’alimenta e tenta l’aria. E’ mattina

anche qui e si va per gloria di passi

prima di ogni diaspora possibile

lungo le pedonali o negli imbuti

dei sottoscala finché si scompare.

Ma manca l’anima nell’asfalto muto,

il suo grigio levigato all’uscita

dei tram da ultima tratta. Sono cose

da fondo città, cercano un perché

tra i camion e lo scatto del metrò

in partenza. Soltanto la pazienza

delle rose resiste, la ferita

meravigliosa al bivio che minaccia

un profumo, una carezza per l’occhio,

quella rivincita sui fumi. In fondo

il Lambro, e la brezza di maggio a fare

da sponda a chi viene, a chi sembra andare.

Vite da niente, gente che non vale.

 

 

 

PAOLO SANGIOVANNI

 

A FRAVECA’ SPITALE IN ARGENTINA

 

A fravecà spitàle in Argentina

e aeroporte e canale a Singapore,

ha cunzumàto ‘a vita

Mò è turnato

e passa ‘juòrne ‘ncopp ”a siggiulèlla

mmiez ” e gerànie fore a” o barcuncièllo.

 

E sonna sèmpe ca torna ‘o ‘ngignère

capo pe’ so’ purtà pe’ n’ata vota

all’ata parte a fa’ qualcòsa ‘e bbuono.

 

Pecchè turnà significa qualcòsa

si t’aspetta quaccùno pe’ sentì

chello ca tiène ‘a dìcere ; ch’e’ fatto:

si nun ce sta nisciùno ca te sente

che tuòrne a ffà? Te pièrde pure ‘o ppoco

‘e stima ca t’avìve faticate

 

‘E guagliùne ca jòcano a fa’ ‘a guerra

mmiez ” a chiàzza d ” a cchièsia nun so’ chille

ca s’arriconde ca ha lasciàto. Songo

cchiù strappatièlle e ghiòcano nu juòco

ca pare ‘a vita tanto è senza vita.

 

E ‘e viècchie ca attravèrzano ogne tanto

l’ombra d ” o campanile c ” o bastone

nu poco pecchè songo ‘nzallanùte,

nu poco pecchè ‘o tièmpo ce sfijùra,

nun se sentono ‘e spàrtere na spilla

cu chill’ommo cu ‘e braccia disignàte.

 

E ogni vota ca pàsseno, educàte,

aìzano ‘a capa a’ parta ‘o barcuncièllo

e cu na mossa lenta d ” o bastòne

fanno n’ inchìno sprùceto a ” o stranièro.

 

 

A fabbricare ospedali in Argentina / e aeroporti e canali a Singapore / ha

consumato la vita. / Ora è tornato / e passa il tempo sulla seggiolina / fra i

gerani sopra il balconcino. / E sogna sempre che torni l’ingegnere / capo

che lo conduca un’altra volta / da un’altra parte a fare qualcosa di buono./

Perchè tornare significa qualcosa

se ti aspetta qualcuno per ascoltare / ciò che hai da dire ; cos’hai fatto:

se non trovi nessuno che ti ascolti / perché tornare? Ci rimetti anche il

poco / di stima che ti eri guadagnata.

 

I ragazzi che giocano alla guerra / nella piazza della chiesa non sono quelli /

che ricorda di aver lasciato. Sono / più smaliziati e giocano ad un gioco / che

sembra la vita tanto è senza vita./

E i vecchi che attraversano ogni tanto / l’ombra del campanile col bastone / un

poco perché sono smemorati, / un poco perché il tempo ci trasforma / non si

sentono di spartire uno spillo / con quell’uomo dalle braccia tatuate. /

E ogni volta che passano, educati, / alzano il capo verso il balconcino / e con

un gesto lento del bastone / fanno un inchino freddo allo straniero./

 

 

ROBERTO BORGHETTI

 

FOLGORAZIONI (in ricordo di E. Montale)

Rammento i cocci spaccati

i vetri rovesci per gli orti.
Erano giorni di pece: l’ombra d’una falcata
d’oltre tre metri scavalcava da sopra, poi l’intervallo
tra un crepuscolo e l’altro, l’alba

che tuona luce sul secco del muro.
Sulle onde d’amianto guano di folaghe
la bufera che altrove affonda, qui s’addipana
è fumo di camino, orizzonte bollito
nella gloria del mezzogiorno.
Stamane le madri stanno alla finestra,
brucia il segno del vaiolo, è il chiarore invernale
a guidare il dito sulla grinza, e il salso oscillare
non frastorna più voce; le risa d’oca fuori dell’aia;
migreresti a pelo d’acqua pur d’incontrare spari.

Stendi le ali sopra il campanile, il paese

è ancora pregno degli odori passata la festa,

solo tredici i passi dal coro, cinque i violini

a ferire le note, quando reclini la testa di lato

l’occhio inganna e ci divide il diametro d’un batticuore.

Allora vola in picchiata verso la piazza:

sei la terza carta che mai indovino, le grida nella notte
quando il figlio non torna attraversata la strada.

 

GIACOMO VIT

 

CUNTRAPUNS (Contrappunti) in lingua friulana

Nota: Sono state prese in considerazione tre villotte popolari friulane, genere letterario-musicale peculiare della mia regione. Ma quei contenuti, oggettivamente lontani, non possono che essere ripresi solo come materia di contrasto con la realtà contemporanea.

 

I

 

Se crodès che vo amassìs

dut il mond bandonarès;

dut il sanc de lis mes venis

jo par vo lu spandarès .

 

Se credessi al vostro amore / tutto il mondo abbandonerei; /

tutto il sangue delle mie vene / io per voi scialacquerei.

 

Il prin pùin a mi lu à tiràt

ta la bocia dal stomit,

e i ài tacàt a viodi sbrindinassi

li ‘ peraulis che ‘na dì

a mi pareva di vei sintùt

disgatiassi dai so ‘ lavris…

Il second pùin a mi lu à plantàt

ta la schena, e jo, vinciàr

pleàt, i ài sintùt il sanc balà,

e drenti li ‘ venis

a si dislangàvin ancia li ‘ àgrimis

ch’i vevi scundùt tal font di me….

Il ters pùin, l’ultin, cuma ‘na saeta

al e plombàt tal ciaf, e cussì

al à sbiciàt dutis li ‘ nòs

ch’i vevi passàt a insumiàmi

il vel da la nuvissa.

 

Il primo pugno me lo sferrò / alla bocca dello stomaco, / e cominciai a vedere sfilacciarsi/

le parole che un giorno / mi sembrava di aver udito / disbrogliarsi dalle sue labbra …/ Il secondo pugno me lo piantò / sulla schiena, e io, salice / piegato, sentii il sangue ballare, / e dentro le vene / si scioglievano anche le lacrime / che avevo nascosto nel fondo di me stessa…../ Il terzo pugno, l’ultimo, come una saetta/ mi precipitò sulla testa, e così / rovesciò tutte le notti / che avevo passato a sognare / il velo della sposa.

 

PAOLO GAGLIARDI

 

CICH

 

L’ultma vòlta a l’ò vest a fé

da Tadì e’ fachein , e’ bab d’mi mé,

fura da l’ustareia dla Giusepina ,

ch’l’ aveva un fié d’ vein da quàtar suld.

E me a séra un po’ piò élt dla tévla .

Ahmed u m’ guèrda int la faza,

cun cla paia piéda fata cun al cich.

U ngn’ interësa gnit d’savé d’qui

ch’j à avù in boca chi muzgoun

prèma d’butéi a lè, in tëra.

E pu u m’ dis ch’u n’è parsués

che nenca nou a segna sté acsè puret.

 

Cicche

L’ultima volta l’ho visto fare

da Taddeo il facchino, il padre di mia mamma,

fuori dall’osteria della Giuseppina,

che aveva un alito di vino da quattro soldi.

Ed io ero un po’ più alto della tavola.

Ahmed mi guarda in faccia,

con quella paglia accesa fatta con le cicche.

Non gli interessa sapere nulla di quelli

che hanno avuto in bocca quei mozziconi

prima di buttarli lì, per terra.

E poi mi dice che non è convinto

che anche noi siamo stati così poveri.

 

 

 

LUCIA BRANDOLI

KM

Non so quanti chilometri facciano una settimana

ma ho ripulito tutto e bevuto un po’ d’aria,

lasciato entrare la notte, ravvivato la luce.

 

Le idee non hanno colori e il nero per me è l’inchiostro.

Ai limiti degli arrivi non restano che i miei occhi

rossi come lo smalto e l’eco

delle contraddizioni quando poi ci sorprendono.

 

La città mi è arrivata stanotte.

Camminava da molto,

come tutte le cose prossime che tornano

da diversi lontano.

Era goffa e fiacca,

improvvisamente compatta

ha acquistato realtà.

Non più isola, labirinto, sensazione.

Era tegola e cornice e dolore.

Coppie arrotolate sui muri,

passi veloci e fitti.

E i punti di fuga sembravano

mirare al cielo.

 

Sezione C – SILLOGE INEDITA

SERGIO GALLO

DELLA PESCA IN ACQUA DOLCE

 

Che sia l’urlo d’una camola innescata all’amo

su frequenze non udibili all’essere umano

o l’appetitoso invito degli anelli d’un lombrico

gustosi maccheroni infilzati all’uncino;

 

che sia il richiamo d’una pralina di polenta,

di mollica lavorata con le dita, di squisita

cariosside di frumento, crocifisso girino,

ape, perla, alata formica, grillo o gamberetto

 

a far smuovere l’ombra da sotto il masso

a far correre il luccichio, il lampo d’argento

a far sgusciare il pesce dai melmosi fondali

 

 

IVAN FEDELI

STORIE DELL’OLGETTINA

I

 

Pensa a Dio e alle nuvole la signora

Marta, quel suo respiro tutto in fretta

mentre sale al quarto piano e non c’è

notte nei suoi occhi. Dorme se può, un figlio

a contratto, l’odore della zuppa

avanzata per una cena da sola.

Aspetta un giorno di sole anche lei

dopo la serrata in fabbrica e il gratta

e vinci in pattumiera. Pregherà

a memoria come ogni sera, dopo

la tovaglia macchiata di caffè

che dondola in balcone, le molliche

in terra senza storia. Un’esistenza

così, tra città alle porte e le scarpe

buone col tacco da usare di sabato.

Ma c’è una gloria nascosta nei gesti

quando stira o abbraccia camicie e il mondo

sta intorno, ha la sua luce nascosta. Scosta

allora le tende in cucina a fuori

attende un tempo incerto, l’acquazzone

di giugno che tutto lava e l’asfalto

lascia un calore opaco. Sogna ancora

all’antica se può, prima di uscire

per la spesa e sta in attesa del tram,

la corsa che allontana i fumi densi

di periferia e porta ben oltre,

dove vivere si fa sempre in tempo.

 

GIACOMO VIT

 

TRIN FREIT / SPAVENTO FREDDO

 

Sito

 

Cuant sito. Al

dislaga il non da li’

ròbis.

E che freit, un

freit cussì a nol à

mai durmìt ta li’ sfèsis

dai nustris recuars, o

di chei dai nustris

vons. E vuardassi lis

mans, adès ch’a àn

il colòur blanc

di cualchi ciussa

ch’a mancia.

Silenzio.

Quanto silenzio. / Scioglie il nome delle / cose. / E che freddo, un /

tale freddo non ha / mai dormito nelle fessure /dei nostri ricordi, o /di quelli dei nostri /

avi. E osservarsi le / mani, ora che hanno / il colore bianco / di qualcosa / che manca

 

NICOLA BARONTI

 

L’OSTENSIONE DELLA SINDONE

Il canto di Tommaso

 

Sono in foto di gruppo con sindone e vestali,

nei pastelli colorati di suore, di donne con burqa

che ondeggiano fra persi posti o abissi

invertiti piedistalli terreni laddove

il mio dito arrivi. Mi chiamavano Tommaso

alla scuola dei preti, ora all’ultimo Golgota

mediatico mi conduco abbagliato dai flash

lampi baleni di gite fuori porta alla croce.

 

Dalle Tue piaghe siamo guariti.

 

La morte è di una semplicità imbarazzante,

fatale come la disattenzione inattesa

che diventa complessità nella mortificazione

della farfalla stesa dal passo frettoloso

colpevole ferita o flagello di bellezza corrotta,

un debito di riconoscenza alla scadenza

di vita, voci poste in fila che cantano

cori in direzioni blasfeme e solitarie

 

 

STEFANO GUGLIELMIN

 

CIAO, CARI

SOFIA ( 1962-1992)

 

Non ti ho restituito il disco

di Chet Baker. Volevo, giuro, volevo

ma non ho potuto: sei uscita d’improvviso

con un sorriso di carbonio e del vapore

sul vetro.

 

Io lascio i finestrini bassi, da allora,

se tira vento. Al resto ci pensa Lia

che è viva perchè d’altra specie e poi

crede in dio, nella sua pancia di femmina

 

di dio, dico, che ha cioccolata per tutti

e aria pulita e musica.

 

 

PAOLO POLVANI

LA PAROLA SOLE

 

La parola sole

 

Sembrava una cosa abbandonata, un lembo

di camicia sollevato, le scarpe d’incerta

qualità, ma non era una cosa era

un uomo ucciso. Il telegiornale ha acceso

una terribile domanda. Campo lungo

su folla e idranti, blindati e assetto

da guerra. Siria. Una strada del mondo.

 

Dove lo custodisce adesso quell’uomo il nome?

Aveva le gambe che lo portavano in una calca

di autobus e occhi che guardavano altri occhi

e a volte il cielo e una voce

che pronunciava semplici parole.

 

Quante volte la parola sole? E acqua?

Avrà detto qualche volta amore?

Ora giaceva lì, in una carrellata rapida.

Vinto da una forza di gravità

che non concede scampo.

 

 

PAOLO GAGLIARDI

 

LINZUL

Quand ch’l’à savù

che atëch a cla bdola

u j éra di tabëch

la ngn’ à pinsé sò un àtum.

L’è còrsa a ca a tu i linzul,

qui d’lein dla dòta ,

pi d’richèm e d’sfranz.

L’à slinté al còrd, la j à tiré zo

e pu la j glupé oun par oun,

cum ch’la fasè cla vòlta

la Madona cun su fiòl,

che Crest che lì, Minghina,

la n’è mai ‘rivèda d’ora d’ cnòsar,

gnench l’ùltum dè,

quand ch’la s’è vièda.

 

 

LENZUOLI

Quando ho saputo

che appesi a quella betulla

c’erano dei ragazzi

non ci ha pensato un momento.

E’ corsa a casa a prendere i lenzuoli,

quelli di lino della dote,

pieni di ricami e frange.

Ha allentato le corde, li ha tirati giù

e poi li ha avvolti uno ad uno

come fece quella volta

la Madonna con suo figlio,

quel Cristo che lei, Domenica,

non è mai riuscita a conoscere,

neppure l’ultimo giorno,

quando se n’è andata .

 

Lugo – Nello e Luciano Orsini (1914- 1944 e 1922-1944) – Impiccati per rappresaglia il 22 agosto 1944 a Savarna ( Ra)

 

GISELLA PIBIRI

UN SOGNO RICORRENTE

 

Quella notte avevo dormito bene, sette o otto ore come al solito, ma il risveglio era stato difficoltoso. Sollevai la coperta fin sopra la testa, e nel tentativo di girarmi dalla parte opposta, mi arrivò alle narici un odore nauseabondo, come di piume sporche e bagnate, simile a quello che avevano le galline nel pollaio della mia casa quando ero bambina. Stare a letto per qualche minuto dopo il risveglio era sempre stato per me un godimento. Quel giorno non potevo, dovevo preparare i figli per la scuola ed ero in ritardo. Cercai comunque di allargare le braccia e allungare le gambe come ero solita fare al risveglio, ma due ali potenti spuntarono dalla coperta. Spaventata, ripiegai le gambe su me stessa, ma i piedi, provvisti di ganci acuminati, graffiarono le lenzuola, squarciandole.

 

Il mio sogno ricorrente era sempre stato quello di essere un uccello, un uccello potente per poter volare sopra i mari, le città, le foreste, senza più legami con la terra, lontano dagli affanni quotidiani. Forse stavo ancora dentro il confine del sogno. Mi stropicciai gli occhi per verificarlo, per svegliarmi del tutto, ma le ali, ali vere, me li colpirono, facendomi lacrimare. Feci per sedermi sul letto ma mi ritrovai dritta sulle zampe, con lo sperone conficcato nel morbido cuscino. Sollevai lo sguardo, e lo specchio, al centro dell’armadio, mi rimandava, nitida e inequivocabile, la figura di un’aquila.

 

Quando i sogni si avverano, la felicità è scontata. Io ero diventata un’aquila ma non ero felice. L’aquila dello specchio aveva uno sguardo feroce, le ali impazienti si allargavano a dismisura, e l’occhio rapace guardava oltre la vetrata in cerca di libertà. Ma io non volevo andare via di casa. E di nuovo pensavo al sogno ricorrente che si era appena realizzato, non come ad un premio, ma ad un castigo per aver osato desiderare di volare alto. Pensai a come escogitare il modo di vivere da aquila in casa mia. Mi chiedevo “Le ali potranno afferrare l’aspirapolvere”? Col becco adunco potrò baciare i miei figli?

 

Volevo scendere dal letto ma mi ritrovai a battere le ali e tutta me stessa contro la vetrata. Rimasi nella mia camera, e quando decisi di dirigermi verso quella dei bambini, ero già sopra il comò, sui comodini, rovesciando lampade e bicchieri colmi d’acqua; poi eccomi a sfiorare il lampadario, facendolo oscillare, a strappare le tende ingarbugliandomi nella tela, mentre piccole piume ricadevano a terra leggere come fiocchi di neve.

 

La mia paura era quella di diventare aquila anche nell’istinto perché avevo davanti ai miei occhi lo spettacolo crudele del rapace che vola rapido, tenendo con gli artigli gli agnellini strappati alle loro madri.

 

Sono ancora una madre umana!” Quel pensiero mi confortò. Ma non sembrava semplificare le cose perché il mio istinto non sopito di madre umana, mi spingeva ad andare verso i figli che dormivano. Infilare un’ala tra la maniglia e la porta, per aprirla, non sarebbe stato difficile. Sarei andata da loro e accarezzandoli con gli artigli, avrei detto “Non abbiate paura sono la vostra mamma”. Sarebbero impazziti. Presi tempo. “Meglio aspettare che si sveglino da soli”.

 

Camminavo per la camera scivolando con gli artigli sul pavimento troppo lucido, cercando di trovare un espediente per annullare l’effetto della magia della mia trasformazione. Mi resi conto quasi subito che la realtà che stavo vivendo, era una di quelle con la caratteristica della irreversibilità. Volai sopra l’armadio, mi abbassai poi sul letto, impigliandomi con gli artigli nelle maglie del copriletto bianco. Rimasi immobile in mezzo ad una stanza ormai sottosopra. Il sangue sembrava pullulare abbondantemente dal mio cuore incontenibile dentro un corpo improvvisamente piccolo. Da quando mi ero svegliata aquila, era già trascorsa un’ora, la sveglia me lo diceva, quando a rompere il silenzio fu il rumore dei passi che si avvicinavano alla porta. Erano quelli di Carlo che afferrava la maniglia, ed io non sapevo ancora che cosa dire e che cosa fare. Lui la girò, la lasciò andare di scatto, spinse la porta, mi vide, gettò un urlo. “Aiuto! Aiuto!” Scappò via richiudendo la porta. “ Sarà meglio che mi nasconda, “ pensai, “perché di lì a poco arriveranno anche Luigi e Remo”.

 

Passi, stavolta più numerosi, arrivarono di corsa e contemporaneamente.

Eccola è lì! E’ davvero un’aquila!”

Si sta nascondendo, dev’essere ferita!”

Macché ferita! Diamole un colpo sulla testa!”

 

Un brivido mi corse lungo il dorso. Avrei voluto gridare “Non fatelo, sono la vostra mamma! Sono dentro l’aquila!”

 

Non lo feci. Un senso di colpa me lo impediva. Volevo mettere ancora tempo prima della rivelazione e il conseguente stato di infelicità che avrei causato ai miei figli per la perdita della mamma imprigionata dentro il corpo di un’aquila. Remo che era gracile e longilineo, afferrò la sedia di massello di noce, con un’agilità e una forza che non avrei mai sospettato; Luigi arrivò col manico della scopa: volevano colpirmi e uccidermi. Sentendo prossima la mia morte, aprì il becco per rivelare la mia identità ma al posto delle parole, uscì un verso stridulo che riuscì soltanto a spaventarli ulteriormente. Volai sulla veranda e mi avvinghiai saldamente alla ringhiera del parapetto.

 

Davanti a me, in lontananza, il monte Calai mi guardava solenne, col suo cocuzzolo di roccia scura. Era sempre stato il mio desiderio arrivarci, ma mai avrei immaginato di raggiungerlo da aquila. Mi recavo spesso ai suoi piedi in cerca di funghi, di corbezzoli e bacche di mirto per fare il liquore. Mi girai ancora indietro verso la casa per guardare per l’ultima volta i miei figli. Li vidi ancora più vicini a me, spietati, che urlavano e alzavano su di me le loro armi improvvisate.

 

Via, via! Via da qui”!

Attento può aggredirci!”

Ma da dove diavolo è venuta quest’aquila?”

 

Mi staccai dalla ringhiera col corpo ma non con il cuore, e senza fatica e senza peso mi innalzai ad ali spiegate. Presi quota, e quando finalmente mi sentii al sicuro, mi voltai ancora una volta a guardarli. Erano ancora li, sulla veranda, a seguire il mio volo, agitando braccia, bastoni e scope. Dai miei occhi uscirono goccioloni di pianto, caldi e salati, e la vista mi si annebbiò. Stavo andando incontro ad una vita che non conoscevo, e la disperazione si impadronì di me. Ero arrivata ad un’altezza tale che i rumori della terra erano spariti. La quiete ed il silenzio erano di una densità così oppressiva che sentii l’urgenza di trovare un rifugio per riposare. Lo trovai sulla punta del monte Calai, in un piccolo antro dove passai la notte. Da quel punto potevo vedere in lontananza la finestra illuminata della mia casa. Immaginavo la famigliola riunita attorno al tavolo per la cena, mio marito Mario con l’aria triste dell’uomo abbandonato dalla moglie; Carlo diventò inappetente e capriccioso, rifiutava il cibo; Remo e Luigi in piedi a sparecchiare. Mi domandavo “ Si chiederanno se la mia scomparsa abbia qualcosa a che vedere con l’aquila?”

 

Era una mia illusione. Per non dare retta alla mia disperazione, volavo il giorno intero senza stancarmi ma non riuscivo a godere della bellezza della natura e della grandezza del creato. Nascere aquila: questo avrei voluto! Senza dover passare per il corpo umano, senza scotto da pagare!

 

Mi commuovevo quando, volando radente sfioravo le greggi in fila, simili a lunghi lombrichi bianchi, sui costoni del monte. Non volevo spaventare nessuno, ma i cani, vigili, abbaiavano sempre al nemico con le ali.

 

Brutta bestia!”, Era l’imprecazione del pastore. Un giorno ebbi paura perché vidi spuntare dalla sua bisaccia, qualcosa che somigliava alla canna di un fucile. Mi chiedevo : “Il proiettile di un fucile è più veloce delle mie ali?”

 

Cambiai dimora e volai sull’altro versante del monte.

Non volevo sfidare il pericolo ma non mi bastava più vedere la mia casa e i miei familiari da lontano. Un mattino decisi che sarei entrata nella casa da una qualche finestra lasciata aperta per il cambio dell’aria Sarei entrata stando attenta a non distruggere nulla, a non lasciare traccia, nessun indizio del mio passaggio. Mi sarebbe bastato guardare, senza toccare, i mobili, i vestiti, il tavolo attorno al quale passavamo le ore più belle, la chitarra di Carlo. Spiccai il volo, circumvolai il monte, planai verso la valle, pregustando ciò che mi aspettava. Il solito gregge pascolava tranquillo, il cane fedele stava in guardia ed il pastore seguiva con lo sguardo il mio volo.

 

Ancora tu brutta bestia!”

 

Il cuore mi batteva forte, volavo già radente sopra i cespugli di cisto e di lentisco, quando il proiettile di un fucile mi colpì la testa. Caddi a terra a perpendicolo.

 

Il quotidiano locale, il giorno dopo, titolava: “Un’aquila è stata avvistata e colpita” E seguiva: “ Un evento insolito dal momento che, in questa zona della Sardegna, non si vedeva un’aquila da più di cent’anni”

 

Il veterinario, aprendo il ventre dell’animale per poterlo studiare, ha dichiarato: “Non è mai capitato a me né ad altri, di verificare che un accipitride, si nutrisse di bacche di mirto e di corbezzolo”.

ROSA ROMANO

VIA DELLE ACACIE E LA MIA FAVOLA

Via delle acacie: due corti sbrecciate, un piccolo campo di grano e in fondo

alla via, un filare di acacie per nascondere il muro di cinta del convento di

Maria Ausiliatrice.

La ricordo a Gennaio, con la terra che luccicava di brina e gli alberi spogli

ingessati di gelo. Al mattino, quando uscivo per andare a scuola, immaginavo

di camminare in un paesaggio lunare abitato da elfi, fanciulle di vetro e

cavalieri di perla.

A Maggio era una tavolozza di colori e di aromi. I fiori di campo brillavano nel

verde dell’erba novella, le acacie fiorite profumavano l’aria di rosa e io ero

certa che su qualche albero fosse nascosta la Fata di Primavera.

Giugno, trasformava via delle acacie in un nuvola rossa, grazie ai mille

papaveri che invadevano i fossi, le aiuole, gli spiazzi, a volte persino il campo

di grano, ma Agosto, col sole e le spighe mature, la faceva diventare dorata.

In quelle notti calde e stellate, nei miei sogni bussava un principe ardito, dal

manto rosso e il cappello dorato, che veniva da lontano per portarmi con se’.

Via delle acacie, per anni è stato il mio mondo, un campionario di vizi e virtù,

addolciti dalla tolleranza e dall’accettazione di ciò che siamo davvero, senza

veli né sovrastrutture. Io vi ho trascorso la giovinezza, in uno stato di

sospensione, aspettando con ansia il giorno che me ne sarei andata per vivere

la mia favola personale.

Via delle acacie: è passato ormai tanto tempo, ho visto paesi, città e continenti,

ho conosciuto mille persone, ma il ricordo di via delle acacie e dei suoi

personaggi si affastella nella memoria, alcune volte in modo struggente.

Malvina, una vecchia di cui non ho mai saputo l’età, mi ha insegnato a non

giudicare.

Magrissima e alta, camminava con un portamento regale. Aveva i capelli

bianchi, corti con una frangetta che si tagliava da sola. Alla parisienne, lei

diceva e guai a contraddirla.

Avvolta in vestaglie di seta sbiadite, se ne stava tutto il giorno sull’uscio di

casa. Occhi socchiusi, orientati verso un punto del cielo lontano, sembrava

dormire. Se però le parlavi, si risvegliava di colpo e raccontava della sua odiata

e amata Livorno, città di mare, di navi, di porti e di amanti.

“Ah i marinai! Loro sanno fare l’amore! Ce n’era tanti, ma tutti volevano me.

Perché ero giovane e bella; soprattutto erano belle le gambe, scattanti e

nervose. E poi, avevo charme, ero sempre alla moda, con i capelli acconciati a

caschetto. Mi chiamavano la francesina, proprio per i capelli.

C’era un uomo che più di altri impazziva per me. Bello, alto, con un largo

cappello, sempre vestito di bianco mi veniva a cercare ogni volta che la sua

nave attraccava nel porto. Mi portava le calze di seta, le sigarette Camel,

quelle forti e aromatiche. Prova queste, mi diceva, senti l’aroma, il profumo ti

incanta. Altro che il tabaccaccio delle Nazionali, quella e’ roba da minatori!

A volte arrivava con una crema di rose. Una marca che qui non si trova. E

allora me la stendeva lui sopra il viso, sul petto, dietro le orecchie; le sue

mani profumate mi accarezzavano tutta, aveva dita che sembravano petali. Poi

mi stingeva a sé, aveva braccia grandi, avvolgenti.

E qui ogni volta Malvina si fermava e tirava un sospiro. Poi continuava.

Mi avevano stretto altre braccia: braccia di tutti i tipi, forti, molli, pelose,

tatuate, giovani e meno giovani, ma le sue… le sue erano diverse. Mi amava.

Nonostante il lavoro che facevo, mi amava.

Mi amava, contro la sua volontà. Non c’è che dire. Quando l’amore ti chiama

inutile resistere o peggio ancora tentare di nascondersi. Non serve, perché non

si sfugge al destino“.

Parlava a flotti Malvina, scomponeva e ricomponeva i singoli pezzi del suo

passato tortuoso, sconosciuto, e forse per questo ancora più affascinante. Tra i

misteri del suo passato c’era anche una cicatrice che aveva sul braccio. Ormai

callosa e profonda, ricordava la lama di un coltello. Inutile chiederle una

spiegazione. “Non parliamone. Brutta storia. Acqua passata”, diceva. Solo

una volta aveva confessato “la gelosia di un amante che si crede tradito può

fare questo e di peggio”, ma si era fermata subito, impedita da chissà quali

segreti.

A noi ragazzi piaceva ascoltarla; era l’unica nella via capace di dare consigli

bizzarri e al tempo stesso velati di complicità. In cambio chiedeva solo qualche

sigaretta. Di nascosto, perché il fumo le era stato proibito.

In certi giorni d’autunno e d’inverno, Malvina apriva la porta di casa e ci faceva

entrare. La casa degli oggetti smarriti, la chiamavano i grandi che abitavano

nella via. Infatti, era piena di cose. Oggetti antichi di un discreto valore,

frammisti a vecchi cimeli di rigattiere. Ovunque un disordine stanco, un

torpore che invitava a fermarsi.

“Le buone cose di pessimo gusto” avrebbe detto Gozzano. In quella stanza io

fantasticando una composta felicità d’altri tempi, immaginavo la corte discreta

di un cavaliere coraggioso e galante, a cui rispondevo con un improvviso

rossore alle gote.

Malvina, che sapeva leggere nelle mie fantasia, ci lasciava il tempo di

guardarci attorno, familiarizzare con l’ambiente. Poi ci guidava verso un grande

baule e aprendolo, iniziava a parlare. Ci mostrava i suoi averi che erano due

code di volpe ormai spelacchiate, una borsetta nera damascata, un fermaglio

per i capelli d’avorio, tutti oggetti che la riportavano a storie di tanti anni prima.

Ma il cimelio più importante era un vestito rosso di chiffon.

Lo sollevava con la delicatezza di una madre verso il proprio bambino e ce lo

mostrava con amorevole orgoglio.

Quel vestito era tutto per lei, l’aveva accompagnata nei momenti in cui davvero

aveva vissuto, diceva, e ogni volta che lo rimetteva nel baule ci guardava fisso

negli occhi e confessava: “lo tengo per quando muoio. Voglio indossarlo per il

viaggio eterno. L’ho scritto nel testamento.”

Abitava anche Gianni, nella stessa corte.

Gianni era un ragazzo speciale. Aveva a quel tempo più di vent’anni e tuttavia

era come un bambino. La poliomielite, contratta quando era in fasce, gli aveva

causato alcuni danni neurologici irreversibili e una parziale paralisi della parte

sinistra che lo costringeva a saltellare su un’unica gamba.

Gianni, come Malvina, passava molto tempo seduto sull’uscio di casa.

Parlava con tutti, raccontava ogni cosa, ripeteva canzoni, trasmissioni

televisive, frasi e motti che lo avevano colpito.

Noi ragazzi a volte lo canzonavamo, a volte invece lo coccolavamo e gli

leggevamo le favole come si fa coi bambini piccoli.

A Gianni piacevano tutte, in particolare quella del principe ranocchio. Rideva e

si esaltava quando arrivavamo al punto in cui la principessa bacia il ranocchio.

“Dai, ripeti!” Diceva.

Come Malvina aveva un debole per i vestiti. Gli piacevano quelli femminili,

vaporosi, pieni di sbuffi e merletti. Si era innamorato del vestito rosso di lei,

ma ancor di più lo attraevano quelli da sposa.

A ogni donna che incontrava Gianni domandava, cadenzando una cantilena “ce

l’hai il vestito da sposa?” . E quando la donna diceva sì, saltellando sulla gamba

sana, gridava eccitato ” un giorno avrò anch’io un vestito da sposa, bianco e

bellissimo…”

Gianni rincorreva un vestito bianco nuziale, lo voleva immacolato, soffice e

forse per questo lo vedeva dappertutto: sui giornali, in televisione, lo

immaginava persino in sogno.

Ero molto giovane quando mi sono sposata, forse un modo per fuggire da li;

nei mesi che hanno preceduto la cerimonia, tutti in via delle acacie hanno

partecipato con fermento ai preparativi.

A modo suo anche Gianni, che ogni giorno mi faceva le stesse domande. In

particolare voleva sapere del vestito da sposa. Entrava nei particolari: lo

strascico, il pizzo, i guanti e il velo. “Com’è il tuo velo?” mi chiedeva sempre

più emozionato.

Il mattino della cerimonia, nonostante una pioggerella noiosa che a tratti

scendeva e a tratti cessava, mi ha seguito saltellando fino alla chiesetta di

Maria Ausiliatrice e, proprio mentre stavo varcando la soglia, rompendo il

brusio generale, ha gridato “sembri una Principessa con quel vestito da sposa”.

Poi ha aggiunto ” me lo fai provare?” . Ero tesa, e forse anche un po’

spaventata, così ho risposto si’ senza pensare.

Quella promessa non l’ho mai mantenuta.

Rinviata ogni giorno, con qualche scusa.

Gianni è morto poco tempo dopo. Lo stato dei suoi reni, fegato e polmoni, si

era all’improvviso aggravato e il cuore, nonostante la giovane età, non aveva

retto. Malvina, per tutto il tempo che è rimasto in camera ardente, gli ha fatto

compagnia, vegliandolo come se fosse stato suo figlio. Pero’ poco prima che

chiudessero la bara è corsa in casa, solo pochi minuti, il tempo andare e

tornare con il suo abito rosso. Lo stesso abito che ci mostrava orgogliosa. Lo ha

accarezzato, ha ravvivato qualche piega qua e là e poi lo ha messo dentro la

bara, vicino alle mani congiunte di Gianni, a mo’ di Rosario. “A me non serve” ,

ha detto stringendo le labbra. “A lui, invece, farà compagnia”.

Da allora sono passati molti anni. Anche Malvina è morta, la stessa via delle

acacie non c’è più.

Cancellata da uno dei tanti piani regolatori.

A me è rimasto il ricordo, le nostalgie di un tempo che forse non ho saputo

gustare fino in fondo, presa com’ero dall’idea del futuro, dalla smania di

andarmene per vivere la mia favola, senza capire che via delle acacie è stata la

mia vera favola. Non solo un punto di partenza, ma un’importante tappa

d’arrivo.

Verso Gianni, però, ho ancora un nodo che non riesco a sciogliere. Ed è quello

di non avergli fatto indossare, almeno per un attimo, il mio vestito da sposa.

L’avrei reso felice, avrei realizzato il suo candido sogno neanche tanto

nascosto.

E tuttavia poi mi dico che a modo suo l’ha accontentato Malvina, così diversa,

così lontana. Malvina col suo sogno d’amore, la sua casa dai mille cimeli e il

suo frusciante abito rosso.

Malvina, la francesina dal lucente caschetto nero e il suo bel capitano vestito

di bianco.

Malvina, la prostituta dal cuore sognante.

Troppo tardi ho capito che erano loro, Gianni e Malvina, i protagonisti della

mia favola personale .

Lui il ranocchio per che per fretta e distrazione non ho potuto baciare e lei la

fata bizzarra che mi ha preso per mano, e regalandomi bolle colorate di mondo,

mi ha lasciato in eredità i suoi più bei ritagli di cuore.

MARIA NATALIA IIRITI

GIOVANNA. E LE ALTRE.

Giovanna

Hai una moneta per favore?”. La voce esce da un giubbottino di colore viola, con cappuccio annesso, ornato di pelliccia sintetica che vibra al ritmo della tramontana. E’ il quindici di gennaio e io faccio finta di niente, non rispondo alla richiesta della voce che esce dal giubbotto. I brividi mi percorrono le ossa. Temo di avere la febbre. Le stufe nelle aule della scuola in cui insegno non bastano a riscaldare nemmeno le mani. E io mi porto dentro questo freddo che si trasforma in emicrania. Il giubbotto viola ha una faccia che non vedo. Quella che mi sembra la tutrice del giubbotto ha una gonna lunga e ampia, una giacca di jeans che sembra scoppiare sotto il volume dei maglioni nascosti e una crocchia quasi grigia sulla faccia giovane. Giovane e poco attenta, se lascia un giubbotto di pochi inverni a prendersi i reumatismi precoci davanti a un supermercato per pochi euro. Registro informazioni e giudizi meccanicamente. Sono mesi che assisto a questa scenetta e oggi, con questo freddo terribile, tutto mi sarei aspettata di vedere ma non il giubbottino viola che chiede monete ai passanti. Entro nel supermercato e prendo un carrellino rosso. Stasera cucina mio marito ma a me tocca fare la spesa. Gnocchi al pesto di noci e gorgonzola e involtini di speck con formaggio tenero e capperi di Pantelleria. Afferro tutto meccanicamente: oggi non ci sono facce interessanti fra i reparti. Metto i libri e la borsa nel carrellino che trascino come una carriola sghemba. Faccio una scorta di gnocchi che sono in offerta e afferro un paio di barattoli di pesto. Scelgo le mie patatine preferite. In giornate così lunghe proprio non posso farne a meno. I miei alunni lo sanno e, quando a ricreazione aprono i loro sacchetti unti e lucidi, me ne offrono una. E io a dire che questi alimenti fanno malissimo ma, detto fra noi, sono buonissimi. Le patatine sono fra le prime cose che ho assaggiato nell’ignaro tepore del ventre di mia madre. In quella primavera del mio concepimento mia madre le divorava mentre se ne stava a letto, davanti ai libri che leggeva, divorando le lettere mentre si atteggiava in quel gesto delizioso che avrei visto anni dopo. Mia madre non riesce ad addormentarsi se prima non legge per qualche ora. E, mentre con una mano regge il libro di turno, con l’altra tormenta le ciocche che le stanno sulla fronte, tirando pochi capelli alla volta.. Quand’ero piccola mi sedevo sulla poltrona e osservavo la faccia beata di mia madre mentre leggeva. In quei lievi minuti di consapevole stasi della mia infanzia non era adorazione materna quella che provavo, ma una normale, sottile invidia per quello che mia madre stava facendo e che io non riuscivo ancora a fare: leggere. Tenere tra le dita un libro, appoggiare gli occhi sui ragnetti neri e capire. Capire le storie, dall’inizio alla fine, cominciare, voltare le pagine e finire. E poi ricominciare. Un nuovo libro, quello in alto, sì quello là, alto alto. E poi ancora uno, come le ciliegie. E chissà quanti, negli anni che sarebbero venuti. E dentro di me scalpitavo, come un puledro in primavera, scalpitavo perché non sapevo leggere e smaniavo per riuscire a farlo. Ancora adesso mi piace leggere e ho ereditato da mia madre questa insana abitudine di addormentarmi con un libro in mano e con gli occhiali sul naso che mio marito salva da rottura certa quasi ogni sera, accompagnando questa operazione di salvataggio con le seguenti parole: “Amore… sei sempre più stanca. Domani promettimi che tornerai prima del solito”. E mi dà tanti piccoli baci, mio marito, baci che, al buio, mi fanno venire le lacrime agli occhi. Leggo tanto ma ho sviluppato un’idiosincrasia per le etichette dei prodotti del supermercato. A malapena controllo la scadenza e, delle volte, riesco persino a approfittare di un’offerta. No… decisamente non sono una brava massaia. Ma va bene anche così. Nel breve tempo della fila alla cassa vedo una ragazza che incontro spesso. Ha gli occhi persi oggi. Parla al telefono in una lingua straniera. Si vede che fa un enorme sforzo per non piangere, mentre cerca di concentrarsi sulla conversazione. Me ne accorgo da come tira le labbra e spinge in avanti il naso dritto. E’ una ragazza strana, bella ma strana. Tenendo fermo il telefono fra la scapola e il braccio, fa sparire gli acquisti in una borsa di tela. Quello che riesco a vedere prima che venga inghiottito è un pacco di fusilli integrali. “Ciao Beatriz” la saluta la cassiera. La ragazza si chiama Beatriz. Anche oggi ho incontrato qualcuno di interessante. Anche oggi ho mandato giù il mio goccio di assenzio. Quando, docili, si aprono le porte del supermercato mi trovo davanti due occhi verdi, duri e freddi sotto la crocchia quasi grigia. “Mi dai qualcosa?”. Io le passo davanti trascinando gli gnocchi, il gorgonzola e le noci, il pesto, il formaggio tenero, lo speck e i capperi, le patatine e qualcos’altro che non ricordo, ma che pesa un accidente. Poi torno indietro e faccio alla crocchia: “Non te li dò i miei soldi finché tieni la bambina nella tramontana”. Giubbottino viola si è avvicinato e io la riconosco. Gli occhi verdi non si scompongono. “Ora l’ho portata” risponde, e la sua voce non ha né accento né emozione. “Ma se è sempre qua!” dico io sempre più alterata. “No” fa la crocchia convinta. “Sono andata a prenderla a scuola e l’ho portata qua adesso”. Guardo l’orologio. Il discorso pare verosimile. Ma non mi va giù che giubbottino viola stia al freddo per tirare su qualche spicciolo. E cerco di spiegarlo alla madre. “Ma perché la porti qua? La bambina prende freddo”, dico cercando di addolcire il tono. “E dove la lascio?” mi fa la zingara. Questa risposta mi spiazza. Giubbottino viola e crocchia grigia approfittano del mio momento di smarrimento e mi lasciano perdere. Sono unache non mollerà nessuno spicciolo. Me ne vado con le borse della spesa e, mentre ingrano, mi dico mille volte stupida. E’ semplice: la porta con sé perché non sa dove lasciarla. E’ una mamma che condivide con la figlia il tempo che ha a disposizione. E pazienza se il tempo lo passa a fare accattonaggio, e il freddo fa sentire fortunato chi si può permettere di vivere il tempo della propria casa. Pazienza: almeno sta con lei. Io non ho di questi problemi: io non sono una mamma. Io che non sono una mamma queste cose non le capisco.

 

 

Celeste

Ciao mi dai una moneta?”. Io sono brava a chiedere le monete alla gente. Io ho sette anni ma già lavoro io. Il mio lavoro è chiedere le monete a chi ce le ha. “Ciao mi dai una moneta?”. Un giorno l’ho detto tantissime volte. Forse cento. Forse duecento. Ma non ho raccolto duecento euro. I miei compagni dicono che disegno bene e corro veloce. I miei compagni non vedono quello che faccio davanti al supermercato. La mia scuola è lontana dal supermercato. Una volta la mamma del mio compagno è venuta a fare la spesa. Io mi sono girata ma lei non mi ha guardata. La maestra Giovanna pure viene al supermercato. La maestra Giovanna non è la mia maestra. E’ la maestra dei piccoli. E’ la maestra del mio amico Matteo. La maestra Giovanna non mi dà mai nessuna moneta. E ieri si è messa a discuterecon la mamma. La maestra Giovanna a scuola è diversa e regala tante cose ai bambini, cose di scuola e cose da mangiare, non soldi. Davanti al supermercato si mette un signore che vende la verdura. Non è verdura che vendono al supermercato. E’ una verdura diversa è verdura di campagna. Ogni tanto regala a mia mamma qualcosa. A me la verdura non piace. Da mangiare mi piacciono le merendine morbide, i wurstel e le patatine fritte. E da vestire mi piacciono i fusò e i cerchietti. E poi mi piace il vento che fa volare le cose. Ma le monete non le fa volare il vento. Nemmeno se apro la mano dove tengo i soldi e il vento passa.

Beatriz

Mi ha chiesto: “Ma tu vuoi avere una storia seria con me?”. Lo ha fatto con un tono che mi ha spiazzata. Con un tono che non accettava niente di meno di quanto chiedeva. Una storia seria, appunto. Tenevo gli occhi bassi sulla trapunta di orchidee, il pigiama rosa abbottonato fino al collo e pensavo che il mio abbigliamento non fosse proprio adeguato ad una dichiarazione d’amore. Dentro di me ho sorriso e la speranza coltivata per tutto il tempo del mio viaggio a Siviglia è venuta a sedersi accanto a me. Ho aspettato il seguito del discorso. “Perché io non voglio storie serie”. E a questa spiegazione ho pensato che il maledetto pigiama rosa abbottonato fino al collo abbia inibito sensi e sentimenti. Adesso lo guardo e lui, inarcando le sopracciglia, ribadisce il concetto ai miei occhi increduli. “Non voglio storie serie. Punto”. Dice anche punto e questa puntualizzazione d’interpunzione mi lascia di stucco. Lo dice lentamente ma tutto attaccato, così: nonvogliostorieseriepunto. Un respiro di troppo potrebbe fargli cambiare idea: ecco perché lo dice tutto attaccato. Nonvogliostorieseriepunto. E aggiunge: “Se vuoi una storia così…” e il suo essere attendista, opportunista, indifferente ai sentimenti lo blocca. Attende una mia risposta. Che non arriva, rimane in gola. Quando lui se ne va con le tasche vuote della mia risposta, io me la prendo col cuscino. E penso che siamo tutti l’aspettativa di qualcuno e ciascuno è una vittima inconsapevole di qualcosa che è successo prima e a prescindere da noi. Vuole una storia così? Ma che significa? Ma chi si crede di essere? Nemmeno fosse l’ultimo uomo al mondo. Lui, che le donne le conta e non gli bastano le dita che ha per trattenere il numero. Lui, che le donne che ha avuto lo hanno solo divertito. Lui, che non si fa nessuno scrupolo, anzi si fa un vanto di alleggerire il triste ménage di donne malamente ammogliate. Lui che, se avesse la barca che sogna, avrebbe una donna in ogni porto. Lui che non è bello e ha un carattere che mankikani. Eppure piace. Piace alle annoiate appariscenti comari che il mio amico Francesco chiama femmine e fugge dalle donne perbene, noiose, dignitose che vorrebbero condividere tutto con lui, anche il carattere mankikani. E io? Io che non me ne sono accorta, io che mi sono rifugiata nelle sue parole distanti, io che lasciavo il piatto freddarsi davanti a me per sentire i racconti delle sue tante vite. Io, la sua amica. Io, la sua confidente. Io, il suo pane raffermo che assorbe il latte delle sue storie come una spugna insaziabile. Io, che non riesco a stare lontana da lui. Io che non riesco a non guardarlo, non riesco a non ridere alle sue battute. Io che faccio fatica a trattenermi da buttargli le braccia al collo. L’unica cosa che mi consola è che, agli occhi degli altri, siamo la coppia più improbabile del mondo e nessuno, dico nessuno, si è accorto di quello che provo per lui.

Teresa

Teresa arrivò tardi quella mattina. Arrivò tardi che tutti avevano le facce tirate e un saluto frantumato. Arrivò tardi e venne accompagnata dalla nuvola di un soffuso brontolio. Le facce tirate e il soffice brontolio le mandavano a dire: “E’ questa l’ora di arrivare Teresa?” Tutti l’aspettavano per il caffè. E Teresa, che in altri momenti sarebbe stata felice di questa indiretta manifestazione di stima che la investiva del titolo di barista del quinto piano, quel giorno si risentì. “Possibile che non ti puoi sentire male che tutti ti aspettano al varco?” . La gastrite si svegliò proprio appena Teresa finì il pensiero e lei fece una smorfia di dolore. L’aveva accompagnata per tutto il tragitto da Rione Milano a Viale Crotone. Mankikani! Con quel mal di stomaco di prendere il caffè non se ne parlava. “Visto che non lo posso prendere io nemmeno gli altri oggi lo prenderanno” decise Teresa. E, come se le avessero letto nel pensiero, per quel giorno nessuno si avvicinò, nessuno le chiese il motivo di quello sciopero improvviso e inaspettato del caffè. Di lì a poco anche il brontolio si placò. Sollevata dalla quadruplice corvée della pause caffè Teresa cominciò il suo lavoro. La carta strideva sotto al colpi secchi, bene assestati dai polsi di Teresa, allenati a stringere la moka fino a stritolarla. Il timbro formulava un rumore spietato, come un batticarne su una fettina. Un solo colpo letale marchiava la carta con la data di arrivo del documento. Molti impiegati quel giorno presero il caffè al bar. Preferirono così piuttosto che chiedere. A questo pensiero molesto Teresa sbatté più forte il timbro sulla carta. Sono sempre gli innocenti a rimetterci, a pagare per i nostri nervosismi. Una lettera ebbe l’ardire di interrompere i colpi secchi e bene assestati: una scrittura incerta aveva vergato l’indirizzo dell’ufficio, scritto in crescendo. Un francobollo colorato in alto a destra della busta, come una farfalla colorata, stanca di volare. Teresa girò più volte la busta tra le mani, leggendo più volte il destinatario. Poi allargò i lembi con il tagliacarte ed estrasse un foglio a quadretti.

Caro Signor Direttore

sono una bambina di sette anni e mi chiamo Celeste. Io abito in Via Pistoia con mia mamma e la mie sorelline. Io sono brava a scuola e sono anche brava a chiedere i soldi davanti ai negozi. Studio e lavoro insomma, anche se sono piccola. La mamma aspetta un altro fratellino e adesso non può venire con me davanti ai negozi a chiedere i soldi. Mi accompagna una cugina che è grande ma non va più a scuola, si trucca e mi prende quasi tutti i soldi. Signor direttore mi hanno detto che tu comandi tutte le scuole. Siccome sei una persona importante puoi mandare a scuola mia cugina così non mi prende tutti i soldi e io posso aiutare mia mamma? grazie signor direttore carissimo. Celeste.

Teresa lesse questa lettera più volte e sorrise. Conosceva la piccola rom e sua mamma. La vedeva spesso davanti al supermercato. A volte Teresa le comprava le merendine. La bambina ringraziava sempre, mentre la mamma storceva il muso. Era chiaro che preferisse i soldi. Adesso capiva perché la bambina era sola. La mamma era incinta. Teresa appose un timbro alla lettera appena ricevuta.

Paola

Quando mi annoio invento delle storie. La voce è la musica dell’anima. So più io, attaccata a questo telefono, che un dirigente perennemente distratto. E anche da bambina adoravo il gioco del telefono senza fili. La prima persona che incontrano sono io. Ma, per la maggior parte di loro, non sono una persona. Sono semplicemente una voce. Una voce normale ma,con la persona giusta, si riempie di sfumature insospettabili. “Lei ha una bella voce” mi si dice alla fine. Il segreto me lo ha insegnato la mia formatrice: parla sorridendo. Da anni non ho niente che mi faccia sorridere. Mentre parlo mi passano davanti le figure degli impiegati più vecchi. Dieci anni fa riuscivo ancora a distinguere il colore dei capelli e i contorni della figura, in una controluce di sogno. Poco a poco la controluce è diventata mal di mare. O almeno credo perché sul mare non ho mai navigato. Preferisco la montagna. Da qualche giorno ho una nuova conoscenza. L’ho incontrata durante la pausa di un tiro. “Fumare fa male, Paola” mi ha detto e ho sentito, assieme a queste parole, un profumo di fico che matura a gennaio. Beatriz è il mio libro sul mondo. Quando parla mi tocca il braccio e quando deve dirmi qualcosa di importante mi tiene la mano. Parliamo di tutto, soprattutto di libri. E si è offerta di registrarmi gli ultimi libri di Camilleri. “Magari salto le parti più scabrose” fa lei, e sento dalla sua voce che arrossisce e allontana la sua mano dalla mia. Ha una voce perfetta Beatriz, la voce della coscienza.

E le altre?

Chi l’avrebbe mai immaginato? Matteo, lui sì che se lo era immaginato. “Me lo sono pure sognato maestra che Celeste vinceva la medaglia del primo premio. Dopo la gara di corsa campestre Celeste si era messa a piangere. Giovanna l’aveva presa con sé e l’aveva portata in bagno. Le aveva lavato il viso, le aveva sorriso e le aveva dato un bacio sui capelli lucidi. “Come ti senti?” le aveva chiesto alla fine. “Bene” aveva risposto Celeste poco persuasa. Giovanna intuì che c’era qualcosa che la bambina sentiva il bisogno di dire. Giovanna aspettò, il tempo di lavarsi le mani e regalare un altro sorriso alla bambina. “Come sta la mamma, Celeste?” chiese così, tanto per dire qualcosa. “Così. Un po’ bene e un po’ male”. E d’un tratto disse: “Maestra ti volevo chiedere una cosa…”. “Eccoci” si disse Giovanna. “Dimmi pure Celeste”. “Perché quando vieni al supermercato non mi dai i soldi maestra e invece a scuola regali tante cose? Perché io non sono la tua alunna?”. Giovanna sorrise ma in realtà aveva voglia di piangere. Perché avrebbe dato tutti i soldi che possedeva per avere una bambina così. “Sai Celeste… io non sono d’accordo che i bambini chiedano i soldi, così in mezzo alla strada. I soldi sono questioni per i grandi non per i piccoli”. “Ma io non me li tengo i soldi” rispose Celeste, “Io li do a mia mamma che compra cose per noi”. “Sei brava Celeste, lo so che sei brava” disse Giovanna. “Ti piacerebbe diventare una sportiva importante? Vincere le medaglie d’oro?”. Celeste ci pensò su. “Sì, mi piacerebbe. Mi piacerebbe tanto. Matteo dice che si sogna sempre che io vinco la medaglia della corsa del mondo e mi cantano Fratelli d’Italia ma siccome sono femmina forse cantano Sorelle d’Italia”. E si mise la mano davanti alla bocca per ridere, ridere di gusto. “Maestra Giovanna? Maestra Giovanna?”. Qualcuno la chiamava. Il discorso del dirigente scolastico era finito e si entrava nel vivo della premiazione. “Andiamo campionessa” disse Giovanna a Celeste. Mentre i bambini cantavano l’inno di Mameli Giovanna osservava una ragazza che scriveva su un blocchetto. Riconobbe Serena, la giovane giornalista che le aveva posto due domande: cos’è per te la paura? Di cosa hai paura? Giovanna aveva risposto che avere paura è come avere il vuoto dentro. La sua paura era dire al marito che non avrebbero potuto avere figli. Attorno a lei molte mamme assistevano alla gara di corsa campestre. Alcune avevano portato i figli più piccoli che correvano e applaudivano, sudati e felici. “Sono queste le altre?” si chiese Giovanna, guardando in direzione delle mamme. Quante generazioni erano presenti nel giardino della scuola? Due? Tre? “Sono queste le altre? Sono come me”. Giovanna e le altre donne avevano in comune i figli che arrivavano troppo tardi, troppo presto o al momento giusto, ma arrivavano e non erano come te li aspettavi, perché i figli sono sempre migliori di quanto i genitori possano immaginare.

La giornalista alzò gli occhi in direzione di Giovanna, la vide e la salutò con il blocchetto. Giovanna rispose al saluto e, in quel momento, non ebbe paura di niente.

NADIA BERTOLANI

Il Bar del Porto e la fatamorgana

Non si ferma mai nessuno davanti al Bar del Porto. I suoi muri hanno il colore deprimente dell’asfalto e i tavolini all’aperto, allineati su una miseria di marciapiedi, sono la platea di un unico spettacolo: navi in impassibile attesa, e cani randagi.

E allora chi lo sa perché si è seduto lì.

Gli fa difetto il fiato e il sudore gli gocciola dalla fronte giù sulle guance gonfie e mal rasate.

Si toglie il panama e comincia a sventolarsi.

In piedi, vicino a lui, il cameriere aspetta.

– Ma sì, mi porti un caffé, – dice finalmente e spera che il caffé sia forte e nero, non come la brodaglia che ha bevuto qualche ora prima, quando Gisella gli si è avvicinata silenziosa, quasi in punta di piedi e “Ti ho portato il caffé”, ha sussurrato. Sua moglie parla sempre come se dalla bocca le dovesse uscire un oracolo e le parole fossero di seta. Gisella non vive come tutti quanti, lei la accarezza la vita, e lui ormai non la sopporta più.

E’ un periodaccio: prepara continuamente il fondo di nuove tele, ma quando, pennello alla mano, tenta il primo tocco di colore, quello giusto, quello che lo porterà all’assoluto, un’ombra vischiosa gli si appiccica sulla schiena e gli immobilizza il braccio. Dannazione! A mancargli è un’immagine vera, la sua eikon, l’icona risolutiva.

E la colpa è di sua moglie, sempre lì a chiedergli, con una vocazione infermieristica: “Come ti senti, oggi? Ti senti bene?”. Come dovrebbe sentirsi uno, se gli si ricorda tutti i minuti che sta invecchiando, che perde colpi, che si deve riguardare?

– Ecco il suo caffé, signore.

– Grazie.

Lui e il cameriere.

E qualche gatto…

Tanto vale imbastire una conversazione: il ragazzo è giovane, beato lui, chissà se ha dei sogni.

– Stavo guardando le navi all’ancora… A lei non piacerebbe partire?

– Sì, signore, mi piacerebbe andare in Francia.

– Solo in Francia? Così vicino?

Il cameriere non risponde. Chissà a cosa pensa: avrà qualche Colette ricciuta e sbarazzina nei suoi desideri?

– Ma forse ha ragione, sa? A volte i posti più vicini sono anche quelli più irraggiungibili.

Il cameriere tace.

– Sì, proprio così, i luoghi sono come le donne: più sono irraggiungibili, più sono desiderabili. Poi… vengono a noia…

– Desidera altro, signore?

Ma vai all’inferno, ragazzo, stai tagliando corto, pensi che non valga la pena di discorrere con un vecchio, forse pensi che io sia un po’ svitato.”

– Un bicchiere d’acqua ghiacciata, questo caffé sapeva d’asfalto.

Il cameriere gli serve il suo bicchiere appannato e pieno di una bella trasparenza gelida, poi si ferma accanto a lui.

Allora la senti anche tu la noia, eh?”

– Sa perché le donne vengono a noia?

– Veramente, signore…

– Glielo dico io! Perché invecchiano! E come se non bastasse, hanno ucciso le fanciulle in fiore! Sono state loro, le donne! La parola fanciulla… chi la pronuncia più? L’hanno depennata, cancellata dal vocabolario, loro, le donne stesse, quando hanno cominciato a vestirsi con quelle orribili gonnellone a fiori… Dicevano che era una parola leziosa… E’ stato tanti anni fa… Lei è giovane, non può ricordare… Però lo vede anche lei qual è il risultato, basta guardarsi intorno… Altro che fanciulle! Circolano certi corpaccioni sgraziati…

Il cameriere non replica, forse è avaro di parole, un piccolo verbitaccagno. O forse non è d’accordo.

– Lei non trova che sia così? Vede forse delle fanciulle da qualche parte?

– Qui non viene mai nessuno, signore, però…

– Però?

– Può darsi che da qualche parte ce ne siano ancora… Magari in Francia…

Ah, ma allora ha indovinato: il ragazzo ha un amore lontano, in terra di Francia. A guardarlo, tanto scuro di pelle, di occhi e di capelli, gli si potrebbe dare il nome di Fosco. E forse si chiama proprio così. Forse, quando è nato, è entrata in casa sua una donna che voleva farsi fare i tarocchi, perché la madre ipotetica di questo ipotetico Fosco deve essere una che fa le carte, e sicuramente abita in un basso, e quando la donna è entrata e ha visto nella culla quell’esserino nero come il carbone e si è guardata attorno, le è sembrato che anche il destino di quel bambino sarebbe stato scuro come i suoi capelli e ha suggerito il nome Fosco. La madre, forse per pigrizia, forse per dispetto, forse per lo squallore che la circondava, ha fatto sua quella scelta.

E adesso Fosco è cresciuto e fa il cameriere.

Ma non è un cameriere.

Fosco è un grumo di rabbia e di voglia di riscatto, lo si vede a occhio nudo, lui le capisce al volo certe cose, gli è bastato vedere il gesto brusco con cui gli ha posato sul tavolo il bicchiere dell’acqua. Questo Fosco che fa il cameriere si illude che valga la pena smaniare per qualche Colette. E chissà, magari Colette non è Colette, ma una Lucia qualunque, una Lucia che lui aveva abbracciato in una stanza buia, le imposte chiuse per lasciare fuori un sole malato di umidità, e “Cosa fai? Cosa fai?” aveva protestato questa Lucia che a quel tempo non era ancora diventata Colette, e poi aveva riso e lo aveva lasciato fare senza dire più nulla, solo qualche mugolio represso perché c’era qualcuno nella stanza vicina e questo qualcuno non doveva sapere cosa stava succedendo a Fosco, a lui e alle sue mani. E poi? Cosa sarà successo? Forse Lucia era diventata Colette da quando aveva visto un certo Pierre sullo scoglio, un esotico intruso luccicante dei mille riflessi che il sole mandava attraverso le goccioline sulla pelle di lui appena uscito dall’acqua, e Lucia non ancora Colette lo aveva guardato tutte le mattine, per una settimana, mentre andava al negozio di merceria dove lavorava, e lui le aveva gridato allegramente “Bonjour jolie!” e lei aveva capito la prima parola ma non la seconda, ma il cuore le diceva che jolie non era un’offesa e così aveva sorriso e lo sanno tutti, anche se lei no, forse lei non lo sapeva, ma lo sanno tutti, anche Fosco, che basta rispondere e ci si trova per tutta la vita sciagurate o felici, dipende dal capriccio del caso.

E così Lucia-Colette se ne era andata in Francia con l’ipotetico Pierre lasciando all’ipotetico Fosco il ricordo del suo profumo di lavanda, dei suoi ricci lucidi e della sua vita sottile.

E’ con lei che vorrebbe essere Fosco, in Francia, e comunque altrove, lontano dalle mosche che atterrano e decollano con testardaggine dai ripiani dei tavoli.”

Così pensa il pittore che ama divagare e costruirsi a suo piacere le vite degli altri, vite che riesce a immaginare ma non a trasferire sulle sue tele. E siccome il cameriere persiste nel suo silenzio ma non accenna a muoversi di lì, e se ne sta impalato, il pittore continua:

– Cosa darei per poter incontrare e dipingere una fanciulla, una vera, autentica fanciulla…

Silenzio.

– Ma non è facile, non è facile… – si trova a dire sospirando, e spera in un accenno di comprensione. Ce li avrà i neuroni a specchio questo modello di imperturbabilità?

L’accenno di comprensione arriva, anche se gelidamente cortese:

– Lei è un pittore, signore?

– Chi lo sa se sono un pittore… Chi lo sa se ne esistono ancora, di pittori…

– Già, signore, chi può saperlo?

Credi che non me ne accorga che fai il condiscendente mentre pensi ad altro? Credi che non me ne accorga che stai ad ascoltarmi solo perché in questo tuo Bar puzzolente e desolato non c’è nessun altro, tranne me, seduto ai tuoi tavolini miserandi?”

Non sa spiegarsi perché, ma quel cameriere ombroso e taciturno gli è diventato antipatico: troppo giovane, troppo magro. Tutto è troppo in quel Bar, come è troppa anche l’afa che gli rende faticoso il respiro.

Ma ecco che, in quel momento, un refolo fresco e sottile raggiunge i tavoli chissà da dove.

Il respiro del mare.

Quasi una musica.

Et voilã, lei gli passa davanti, sorprendente e inaspettata, arrivata dai confini della realtà: cammina veloce nel suo vestitino dritto e senza maniche, una buccia di lino azzurro, niente che le danzi attorno alle ginocchia scoperte, nessuna sonorità di tacchi spavaldi, solo un leggero movimento nei capelli chiari e la bocca sottile piegata in un sorriso appena accennato.

Un piccolo sorriso.

Un miracolo di consapevolezza.

Sì, perché c’è sempre, anche se inavvertita, la consapevolezza di essere al mondo così come si è, giovani, appena entrate in scena, non ancora sgualcite dalla vita.

Il pittore la riconosce e prova sgomento. Non ha dubbi: è lei, la sua eikon, il suo assoluto. E si sta allontanando a piccoli passi leggeri. Non può lasciarla andare, non può perderla. Senza pensare a quello che fa, si alza il più velocemente possibile, tasta nelle tasche alla ricerca del portafoglio, non lo trova, gli capitano tra le mani le stupide chiavi di casa e il fazzoletto che Gisella non manca mai di mettergli nel taschino, e gli occhiali da vista, e il cellulare che tiene sempre spento, a cosa gli serve poi, quante cianfrusaglie inutili, persino un’aspirina, ma i soldi, i soldi… ah, eccoli, presto, posa una banconota sul tavolo, venti euro, un’enormità, non aspetta il resto, non saluta il cameriere, non lo guarda neppure, e si mette all’inseguimento. La sua mente è sgombra di tutto, non ci sono esitazioni, ripensamenti, tutto in lui è teso verso quella piccola apparizione filiforme dalla pelle fresca, e poi… poi si vedrà. La scorge, già lontana, un attimo prima che scompaia dietro un angolo. Si trova a rincorrerla senza imbarazzo o, meglio, così vuole credere. Il sospetto di essere ridicolo lo coglie quando sente il fiato venirgli meno ed è costretto a fermarsi con il tumulto del cuore che gli martella le orecchie. E’ grasso, è vecchio e l’ha perduta! Per un attimo pensa che potrebbe tornare indietro ed esigere il suo resto dal cameriere… Certo quel Fosco non avrà creduto che si trattasse di una mancia! Però, anche se l’intrico delle strade intorno al porto sarebbe troppo persino per Teseo, potrebbe fare un ultimo tentativo. Si vede già, costretto ad appiattirsi contro il muro ad ogni angolo di strada, per paura di essere visto prima di avere deciso cosa dirle, vede se stesso sporgere la testa, piano, a piccoli scatti, per non perderla di vista, perché lei ha il passo di gazzella, veloce e naturale, un passo senza sforzo apparente, un passo che è una scivolata graziosa, e lui invece è pesante e goffo.

Meschino, ridicolo, spregevole vecchio.

Ma non può permettersi di perderla: lei è un piccolo spruzzo di colore, un grumo di materia, lei è la lucentezza, la smagliante prova dell’esistere contro quella che lui avverte come l’insopportabile opacità di una vita agli sgoccioli.

Ah, se la ritrovasse! La seguirebbe e imparerebbe a memoria tutti i cambiamenti della luce, tutti i colori di lei e attorno a lei, sempre alla ricerca del segreto che gli avrebbe permesso di terminare la sua tela. Botticelli l’aveva avuta la sua Simonetta, e perché lui no? Non si avvicinerebbe mai troppo, però, per non spaventarla, per non sciuparla… Sono delicate le fanciulle in fiore, basta uno sguardo a rovinarne per sempre la corolla! Ma non il suo, no, non il suo sguardo di pittore!

Il respiro si è fatto meno affannoso, ora.

Decide di perlustrare le strade a caso, confidando nella fortuna, e penetra in un intrico stretto di vicoli dove il sole non riesce a raggiungerlo né a rallentare i suoi passi. Ma l’afa di quel giorno immobile si fa sentire ugualmente. Cammina a fatica.

Quando arriva davanti alla vetrina di una libreria, decide di concedersi un attimo di tregua. Lui la conosce quella libreria: è vecchiotta, offre ai suoi clienti esemplari antichi, vecchie edizioni anche rare e allo stesso tempo libri usati, con le copertine stinte e la rilegatura sofferta. C’è ancora l’edizione dell’Orlando Furioso che avrebbe voluto comprare tempo prima, ma un movimento di persone all’interno cattura la sua attenzione. E’ possibile? E’ possibile che l’ipotetico, verbitaccagno, antipatico Fosco abbia abbandonato il Bar del Porto? E cosa ci fa in una libreria, lui che in vita sua avrà letto sì e no l’elenco del telefono? Che si sia dato anche lui all’inseguimento? E perché? C’è una ragazza dentro la libreria! Sì, quel cameriere più giovane di lui, più svelto di lui, ha abbandonato il Bar del Porto, sta inseguendo la sua fanciulla in fiore e gli sta insidiando la sua promessa cromatica, la sua salvezza. C’è una ragazza, in effetti, ferma all’interno, nell’ombra scura, ma non è lei: ha le labbra rosse e un gesticolare contenuto. Riesce a vederla, la linea verticale del collo e della schiena, il polso sottile, una borsa di stoffa a tracolla, la massa dei ricci scuri trattenuta da un fermaglio di madreperla. No, non è lei. E anche il cameriere se ne deve essere accorto, perché si dirige verso l’uscita. Il pittore si nasconde dietro un portone aperto, vicinissimo alla libreria. Vuole guardare ma non essere visto. Eccolo, il cameriere malintenzionato e maledettamente giovane! Se ne sta andando. E dove se non alla ricerca della sua gioia? Sua e di nessun altro!…Ma perché? Non ha il suo amore in Francia, la sua Lucia-Colette? E se invece questa Lucia-Colette gli avesse mandato una cartolina piena di blu con la scritta “Dimenticami!”? Quel cameriere ha la rabbia negli occhi, lui gliel’ha vista. E se fosse un odiatore di donne? Un fanatico misogino? Uno che vuole vendicarsi? Avverte l’odore marcio della minaccia e si persuade che sì, quel cameriere più giovane di lui, più svelto di lui, sta inseguendo la sua fanciulla in fiore con le peggiori intenzioni.

Ed eccola! E’ ricomparsa. Sta infilandosi nella piazza del mercato.

E’ lei quella che compra i garofanini rosa? E’ lei quella che volta le spalle al cameriere, quel Fosco che non dovrebbe trovarsi lì, quel giovane che non si merita di essere giovane, che probabilmente non si meritava neppure la sua Lucia-Colette, che non si merita niente ma vuole tutto perché è giovane e i suoi vent’anni gli sembrano una ragione sufficiente per volere tutto, avere tutto e vendicarsi di quello che non ottiene?

Signorina, attenta!” vorrebbe gridarle, “attenta mia unica e ultima superstite di una specie rara, attenta mia bellezza in fiore.” Ma finisce steso sul selciato scivoloso di foglie di cavolo marce senza avere il tempo di mettere le mani avanti. Finisce per terra, e la sente la terra, la sente premere sul suo ventre gonfio di anni. Qualcuno lo aiuta a risollevarsi, qualcuno gli chiede se si sia fatto male, ma lui ha in mente solo le spalle dritte di quel Fosco che al trambusto non si è neppure voltato e lui lo sa perché, ma non gli permetterà di portare a termine il suo piano, e così si avventa sul giovane e lo afferra alla gola perché non ha un’arma con sé, lui non ha mai portato armi, o usato armi, non ci ha neppure mai pensato alle armi, e così usa le mani, perché ha solo le mani, quelle mani che da tempo non traducono più la vita in colore, e le usa, quelle sue mani inutili, per stringere la gola al cameriere.

– Cosa fai, vecchio pazzo?

Allenta la presa. Non è lui. Non è l’ipotetico Fosco detentore di giovinezza e di rabbia. E’ un altro, anche lui giovane, anche lui detentore di rabbia, ma non è il cameriere.

– Mi scusi, – balbetta, – mi sono sbagliato!

Attorno a lui una siepe di persone silenziose, e lui al centro di uno spazio vuoto, di fronte all’aggredito che non accetta le scuse:

– Ma guarda un po’ questo vecchio imbecille! Ma vattene a casa, va’, scimunito!

Le parole gli fanno male ma non quanto la spinta che non è preparato a ricevere: l’anfiteatro di persone che lo guarda comincia a girargli attorno, sempre più velocemente, un vortice di facce ridotte a strisce di colore. Non ne è sicuro, ma prima di cadere a terra gli sembra che da lontano, lei, la sua éikon, lo stia guardando. Vorrebbe dirle qualcosa, ma anche lei diventa figura che perde i contorni e si riduce a una virgola di colore.

Ecco cosa avrebbe dovuto dipingere.

Una virgola di colore!” pensa mentre le sue mani cercano di artigliare la vita in fuga e invece stringono solo i resti di un cavolo e le foglie delle bietole avvizzite e scure di morte.

Non si ferma mai nessuno davanti al Bar del Porto. I suoi muri hanno il colore deprimente dell’asfalto e i tavolini all’aperto, allineati su una miseria di marciapiedi, sono la platea di un unico spettacolo: navi in impassibile attesa, e cani randagi.

Quel giorno, poi, tutto è immobile e greve.

Il cameriere del Bar del Porto si accende una sigaretta e osserva tranquillo due gatti che si contendono una lisca di pesce.

 

GIULIANA MONTORSI

CON TE E’ STATO TUTTO DIVERSO

 

Non sono nata ieri e di “giri” nella mia vita ne ho fatti tanti.

C’è chi dice troppi!

Il mio svezzamento è cominciato presto, avevo circa 14 anni, frequentavo solo il quarto ginnasio.

I miei genitori, preoccupati della mia incontenibile vivacità, che spesso debordava in spregiudicatezza, mi invitavano ad essere più prudente, ma io niente, facevo sempre di testa mia, e del giudizio degli altri, sempre citati a pesante monito, ma mai chiaramente identificati, io me ne fregavo bellamente, erano gli anni 70, gli anni della contestazione, e io contestavo.

Il 68 mi aveva spianato la strada e io certo non volevo rimanere a piedi.

E poi perché avrei dovuto, avevo tutti i numeri per godermi la vita, ero giovane, ero sveglia e avevo anche una certa capacità nell’intuire a naso l’attimo esatto in cui dovevo fermarmi, sapevo muovermi con disinvoltura senza mettermi nei guai.

Come se non fossero bastati loro poi, anche mio fratello, sempre più rispettoso delle regole di quanto lo fossi io, ma soprattutto pavido per natura, mi invitava ad avere un contegno più adeguato al mio essere femminuccia e, mi auguro inspirato più da amor fraterno, che da inconfessata gelosia, mi invitava ad assumere un atteggiamento meno potenzialmente pericoloso.

Periodicamente venivo sottoposta a noiosi sermoni; e con lugubri vaticini, mi venivano paventate le possibili conseguenze del mio fare, del mio continuo girare, e di come in età più matura avrei potuto pagare amaramente le conseguenze della mia giovanile intemperanza.

A quell’epoca erano poche le ragazze che osavano fare quel che facevo io, a parole si dichiaravano tutte moderne ed emancipate, urlavano ai quattro venti l’utero è mio e lo gestisco io, ma quando poi si trattava di mettersi davvero in gioco e si doveva davvero rischiare sulla propria pelle erano molto più numerose le fanciulle che facevano marcia indietro rispetto a quelle che continuavano ad andare avanti.

Dai 14 anni fino ai venti ho saputo godermi la vita e certo non mi sono risparmiata nessuna esperienza.

Ero io che decidevo tutto, il se, il quando, il dove e soprattutto con chi andare, senza lasciarmi influenzare o guidare da nessuno che non fosse di mio gradimento.

I miei genitori con il tempo si sono rassegnati alle mie smodatezze e impotenti hanno assistito al mio continuo cambiare, pagando spesso profumatamente la mia ricerca di emozioni sempre più estreme.

Solo nel continuo provare, nell’indefessa ricerca di qualcosa di nuovo, nel lasciare la strada vecchia in favore della nuova, trovavo il vero spasso, il godimento completo.

E così senza soluzione di continuità la mia vita è andata avanti fin circa ai miei 20 anni.

Poi il brusco e inspiegabile cambiamento; come colpita da un malefico incantesimo paralizzante il mio spirito libero si è inizialmente assopito fino a cadere in un sonno letargico durato più di 15 anni.

Niente più percorsi nuovi, niente più rischi eccitanti, un lento camminare lungo una strada sempre uguale, che se da una parte rendeva finalmente sereni i miei genitori, dall’altra aveva spento ogni mio entusiasmo.

Quando ormai ero rassegnata ad un presente che non riuscivo più a governare e soprattutto a godere ti ho incontrato.

Era settembre.

Il nostro fu il più classico dei colpi di fulmine.

Io entrai in un negozio, tu eri già lì, ci guardammo e l’intesa nacque all’istante.

Eri vestito di blu, elegantissimo, forse un po’ in carne, ma ben fatto.

Ricordo che pensai….”interessante quel ciccio”.

Il tuo vero nome, un misto tra l’americano e l’asiatico era Habana, mi piacque molto, ma forse per sottolineare quanto per me tu fossi unico, ti ho chiamato sempre e solo Ciccio.

Anche per te fu amore a prima vista, io così minuta, vestita in rosso, attirai da subito la tua attenzione ; basti dire che dal negozio uscimmo insieme e per lunghi e indimenticabili 13 anni non ci lasciammo mai.

Dove io andavo c’eri sempre anche tu.

Quante passeggiate insieme, quante esperienze abbiamo visssuto, belle e meno belle, ma sempre insieme.

E il nostro sodalizio cresceva, la nostra intesa non aveva eguali.

Quando giravamo per Roma spesso la gente ci guardava, sapevamo di essere una coppia un po’ particolare, tu così ciccio, io così piccoletta, forse nell’insieme sproporzionati agli occhi dei passanti, eppur fra noi cosi armoniosi.

Se poi non stavo bene, tu non mi lasciavi sola, non sei mai uscito senza di me.

Anche io riservavo a te le stesse amorose cure, e se non te la sentivi di andare in giro, anche io rimanevo a casa.

Tutti i miei amici ti hanno amato sin da subito ed erano sinceramente partecipi della nostra gioia.

Quando poi all’improvviso pioveva noi eravamo particolarmente felici.

Nella città tutta bagnata, mentre i passanti frettolosi cercavano rifugio nei portoni o sotto gli ombrellini tascabili, noi ci divertivamo ad andare a spasso giocando ad entrare nelle pozzanghere. La spesa al supermercato poi era un vero sballo, si trasformava in un divertimento.

Una, due, tre buste, non importava, insieme eravamo fortissimi, riuscivamo a portare a casa tutto in un solo giro.

Al mare ci siamo andati una sola volta, non volevi mai lasciare Roma, ma io non ne ho mai patito, l’importante era stare con te, non il dove.

Tu hai sempre saputo che per me non sei stato il primo, ma mai, mi hai afflitto con atteggiamenti di gelosia retrospettiva.

Certo io per onestà ti ho raccontato delle mie esperienze giovanili e di quanti tentativi avevo fatto per trovare davvero il mio tipo, ma che in verità, nonostante ne avessi provati molti, forse troppi, fino a confondermi, non fossi mai riuscita a trovare quello giusto.

Avevi piena fiducia in me e sapevi che dopo tanto sperimentare, dopo tanto cambiare, finalmente io mi sentivo paga, e che ora per me esistevi solo tu.

Anche tu caro Ciccio non eri alla tua prima esperienza, ma io non ebbi il tuo stesso coraggio, non volli sapere niente del tuo passato, sentivo che ne avrei sofferto troppo, avrei voluto essere per te la prima e l’unica.

Posso dire senza ombra di dubbio che non ci siamo mai traditi; abbiamo vissuto 13 anni di inossidabile fedeltà.

Non so quante coppie possano dire la stessa cosa!

E poi la nostra gioia, il nostro entusiasmo, eravamo unici; andando con te per le vie della città, spesso cantavo e tu con il tuo vocione profondo mi facevi da sottofondo, eri un po’ stonato, a volte sembrava che tu gracchiassi addirittura, ma non te l’ho mai detto, ti amavo tanto.

In questi anni insieme, purtroppo, non sono state sempre rose e fiori, alcune volte ti sei ammalato, ma con il mio amore, la mia pazienza e gli specialisti giusti ti sei sempre ripreso bene.

Poi è arrivato il 18 maggio di quest’anno, era un sabato.

Sembrava una cosa da niente, la diagnosi non sembrava preoccupante; alcuni giorni di riposo e ti saresti ripreso come sempre, così mi avevano assicurato.

E invece la speranza è durata ben poco, solo qualche ora, poi tutto è precipitato.

Non camminavi più, nemmeno un passo, stavi lì fermo, immobile, incapace a fare anche solo un metro, i tuoi occhi, un tempo così luminosi, d’improvviso si erano spenti, il tuo cantare con voce un po’ rauca stava scemando, non c’era modo di riaccendere la tua voglia di vivere.

Ho fatto l’impossibile per cercare di salvarti, ho interpellato i migliori specialisti, ma non c’è stato nulla da fare.

Amor mio oggi è il 23 maggio ed è il nostro ultimo giorno insieme…mio inseparabile motorino, mio Ciccio, mio Habana 50, fido compagno delle mie passeggiate per Roma, con il cuore spezzato ti affido quindi a Manuele Marzi, il mio meccanico di fiducia, sarà lui che ti accompagnerà nel tuo ultimo viaggio fino al CENTRO DI RACCOLTA VEICOLI A MOTORE – DEMOLIZIONI POMILI SRL.

Il Comitato organizzatore è lieto di comunicare i risultati della XIV edizione del Concorso nazionale di Poesia e Narrativa “Guido Gozzano”, in Terzo, edizione 2013

Le sezioni del Premio sono: a) poesia edita in italiano e dialetto; b) poesia inedita in italiano e dialetto; c) silloge inedita in italiano e dialetto; d) racconto inedito in italiano

Comunichiamo, qui di seguito, vincitori e segnalati.

Sezione A – Poesia edita in italiano e dialetto
I classificato : 
Nevio Spadoni “Cal parol fati in ca ” Raffaelli Editore – Ravenna
II classificato :
 Luigi Manzi “Fuorivia” Edizioni Ensemble – Roma

II classificato : Davide Rondoni “ Si tira avanti solo con lo schianto “ WhiteFly Press – Bologna
III classificata: 
Maddalena Capalbi “Nessuno sa quando il lupo sbrana” La Vita Felice –Milano

Premio Autore Giovane : Riccardo Bertolotti “ Malcolm X “ – Edizioni Tracce – Roma

Autori segnalati:
Annamaria De Pietro “Magdeburgo in Ratisbona” – Milanocosa Edizioni – Milano
Dante Maffìa “Io – Poema totale della dissolvenza ”  Editrice Edilazio – Roma
Paolo Valesio “La mezzanotte di Spoleto”– Raffaelli Editore – New York

Autrice segnalata come opera d’esordio : Irene Paganucci “ Di questo legno storto che sono io” – Marco Saya Edizioni – San Cassiano a Vico (Lu)

Sezione B – Poesia inedita in italiano e dialetto
I classificato: 
Ivan Fedeli “Le rose della Gobba” – Ornago (Mb)
II classificato: 
Paolo Sangiovanni “A fravecà spitale in Argentina“- Fontenuova (Roma)
III classificato: 
Roberto Borghetti “Folgorazioni ( in ricordo di E.Montale)” – Ancona

Autori segnalati:
Lucia Brandoli “Km” – Ravarino (Mo)
Paolo Gagliardi “Cich / Cicche”– Lugo (Ra)
Giacomo Vit “Cuntrapuns / Contrappunti” – Cordovado (Pn)

Sezione C – Silloge inedita in italiano e dialetto
I classificato: 
Sergio Gallo “Della pesca in acqua dolce”– Savigliano (Cn)
II classificato :
 Ivan Fedeli “Storie dell’Olgettina” – Ornago (Mb)
III classificato : 
Giacomo Vit “Trin Freit”– Cordovado (Pn)

Autori segnalati:

Nicola Baronti “L’ostensione della Sindone” – Vinci (Fi)
Paolo Gagliardi “Cl’ètra ca (L’altra casa)“– Lugo (Ra)
Stefano Guglielmin “Ciao, cari” – Schio (Vi)
Paolo Polvani “ La parola sole “ – Barletta

Sezione D – Racconto inedito in italiano
I classificata: 
Gisella Pibiri “Un sogno ricorrente”– Iglesias (Ca)
II classificata: 
Rosa Romano “Via delle acacie e la mia favola” – Legnano (Mi)
III classificata: 
Maria Natalia Iiriti “Giovanna e le altre” Bova Marina (Rc)

Autrici segnalate:
Nadia Bertolani “Il bar del Porto e la fatamorgana”– San Secondo Parmense (Pr)
Giuliana Montorsi “ Con te è stato tutto diverso” – Roma

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One thought on “Testi inediti vincitori 2013

  1. […] Testi inediti vincitori 2013 […]

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