Testi inediti vincitori e motivazioni 2015

SEZIONE A – LIBRO EDITO

MOTIVAZIONE SCRITTA DA GIANCARLO PONTIGGIA – SAURO ALBISANI, Orografie, Passigli, Firenze 2014

Sauri Albisani è uno dei poeti più limpidi e puri della nostra contemporaneità. Salvo da ogni moda, eppure calato così profondamente nella nostra storia letteraria, è giunto negli anni, e in particolare in queste Orografie, a formulare una sua idea di poesia pedagodica, senza per questo distogliere lo sguardo dalla desolazione del mondo contemporaneo. La sua stessa lingua poetica, pur votata naturalmente alla grazia, alla precisione dell’immagini, alla compostezza di una misura, non ha paura di affondare nei gerghi e nei vaniloqui di una lingua anonima e deietta. Al lettore che s’immerga in questo libro intenso e vorticoso, potrà dunque capitare il miracolo di una voce che si sente, contemporaneamente, estranea al mondo, assediata dall’inautenticità degli eventi, e insieme creaturalmente partecipe di tutto ciò che viviamo. Orografie non è solo il paesaggio di un’anima smarrita, in cerca di un senso, ma è anche il paesaggio di un mondo che sembra precipitare nelle voragini dell’insensatezza: ma la potenza e la quieta bellezza di questo libro dolente e pensoso consiste proprio in questa doppia capacità – che è della vera poesia – di non rinunciare all’utopia, al sogno, alla forza di conoscenza e di moralità della parola, senza edulcorare la vita, senza impedirsi di registrarla per quello che è, nella nudità fragile e indifesa della sua cronaca.

Sezione Libro edito: Laurino Giovanni Nardin, La carretta sfavillante / La briscje sflandrose, Gaspari Editore, Udine 2015: «A bordo della sua “carretta sfavillante”, il poeta, om / di prime dal savê / […] / di prime de Storie [“uomo / di prima del sapere / […] / di prima della Storia”] ci trascina con sè “nel crepuscolo / delicato e lungo / […] / in una malinconia / di sentieri in penombra / […] a svegliare i grilli / a far luce alle lucciole”. È un viaggio à rebours nel tempo che approda al “limitare dell’infanzia”, nutrita di umili, pascoliane myricae, nondimeno la nostalgia che inquieta intride questi versi in friulano, arduo e armonioso nello stesso tempo, non si chiude in un un asfittico solipsismo, ma si apre speranzosa all’avvicendarsi delle generazioni, a un futuro del tutto diverso, a un mondo nuovo che “ha sete / forse, / tanta sete, / ancora, / di poesia”, al punto da protendere l’orecchio in ascolto del gallo “che tornerà a cantare / per chiamare su / il sole / sulla sua carretta / sfavillante”». Motivazione scritta da Carlo Prosperi

MOTIVAZIONE scritta da EGLE Migliardi – CINZIA DEMI – terza classificata

Il Mito dell’Annunciazione manifesta la gloria di Maria, archetipo della Madre, di colei che porta in sé la vita prima nell’anima che nel corpo.

Cinzia Demi, con scrittura asciutta e lirica al tempo stesso, ne canta anche l’assenza : “la donna che ci fu tolta / pietosa e fiera / esitante e subito certa / madre accogliente e regina”.

La Vergine elusiva mi ricorda “L’Annunciazione” dipinta da Dante Rossetti : una ragazza dagli occhi irrequieti si ritrae dinanzi all’apparizione dell’Angelo : ciò che è radicalmente nuovo dà un brivido di terrore panico.

La donna si colma di luce divina. “e la casa la tua casa / testimone sarà della festa/ poppa vela prua / porta aperta sull’infinito”.

Carol Ann Duffy è attualmente il Poeta Laureato del Regno Unito, e soprattutto la prima donna a rivestire questo ruolo antico e tradizionale. Dotata di voce nitidamente personale ed estremamente variegata, la poetessa di Glasgow (classe 1955) rappresenta al meglio diversi temi e stili della poesia inglese, dalla tradizione bucolica (nella vena che va dal conterraneo Robert Burns a Thomas Hardy ed Edward Thomas, John Silkin e ad alcuni aspetti di un suo illustre predecessore, Ted Hughes) a quella di “committed” e comunque di consapevolezza etica (rappresentata di recente dai poeti a lei ben noti della Liverpool scene). I numerosi Premi vinti, che includono non pochi dei più prestigiosi tra cui il T.S. Eliot (due volte), attestano di un ampio riconoscimento della critica.

Il suo linguaggio, anche in questo caso di ricchezza peculiare, passa dal registro colloquiale, con uno stile basso indebitato al parlato, a momenti di pacato lirismo e ad altri di forte marcatura stilistica, ad esempio con l’uso di allitterazioni alla maniera di Gerald Manley Hopkins e, di nuovo, Ted Hughes.

La raccolta The Bees, a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, edita da Le Lettere nel 2014, rappresenta un punto fermo della sua produzione: le api, presenti in una forte minoranza di testi, costituiscono tuttavia una metafora forte (e letterariamente classica) di una vita umana industriosa che sa superare le difficoltà. Notevolissima la resa in traduzione, che sa confrontarsi con la ricchezza e la profondità del testo originario.

Per questi motivi, la Giuria del Premio Gozzano attribuisce a Carol Ann Duffy il Premio per il miglior libro straniero tradotto in italiano.

MOTIVAZIONE SCRITTA DA MAURO FERRARI

Lucia Marilena Ingranata è giunta all’esordio in età matura, mostrando già in questo Io e Lucia una vena originale. Poesia dell’Io, senza dubbio, che parla cioè di esperienze personali filtrate attraverso un dialogo problematico con il mondo, gli affetti, i morti, che rappresentano una sorta di continua alterità.

Tutto in questa poesia sembra esigere scelte e attenzioni, intelligenza e sensibilità; non si può parlare tuttavia di un semplice diario esistenziale, ma della costruzione di una ben strutturata visione della vita: “pratica e concreta” (p. 31), la poetessa confessa che per lei “qualunque spazio si fa ombra” e che ha “avuto un dolore che [la] teneva lontano dalla porta”, per affrontare con attenta sensibilità il mondo che descrive, in versi pacati ma fermi, sorvegliatissimi ma al contempo naturali nel loro scorrere. Una poesia insomma non pacificata, che inscena una differenza (“Di me so poco”) tra vita vissuta e riflessione in poesia, come del resto attesta il titolo stesso.

Per queste ragioni e per la capacità di costruire un libro convincente e originale la Giuria del Premio Gozzano attribuisce al volume Io e Lucia il Premio per la miglior Opera prima.

Motivazione scritta da Mauro Ferrari

SEZIONE B – POESIA INEDITA

Sezione B: Giacomo Vit, Ciassolis sidinis: «Rifacendosi a una tradizione friulana menzionata da padre David Maria Turoldo, per la quale “anche i morti continuano a lavorare”, l’autore, di fronte al drammatico venir meno dei paradigmi tradizionali e dei vecchi collanti socio-comunitari, richiama alla necessità di erigere tutti quanti, “morti e vivi in un cantiere nuovo», “nuove cattedrali”, tornando “a spalmare una malta di parole autentiche (a dà sù ’na malta di peraulis vèris). Autentiche come questo friulano, che – aveva ragione Pasolini – è davvero una “lingua poetica” tout court». Motivazione scritta da Carlo Prosperi

EL BURCÉ CIUC – LA BARCA UBRICA – DI PIERO MILANESE

Ci sono cose che sono accadute e che continuano ad accadere solo in dialetto” Questa citazione di Raffaello Baldini, grande poeta romagnolo, sottolinea con una felice riflessione la cifra richiesta alla poesia dialettale. Piero Milanese col suo poemetto El burcé ciuc (la barca ubriaca) fa emergere sfumature e pieghe nascoste del dialetto alessandrino, ne fa trasparire l’ironia scettica e amara in ogni singolo verso (settenari doppi). “Tanaro era nel sogno un nastro trasparente”: il fiume è la metafora obliqua della vita, nella visione onirica e quasi allucinata del poeta. “Tanaro era il tuo sangue, il tuo vino delle canzoni / nel fumo dei progetti, delle speranze di una vita / e ti metteva nelle vene l’ energia di uno storione / che strappava le reti e scappava nella fanghiglia”. Omaggiando Le Bateau Ivre di A. Rimbaud, l’avventura intrapresa nel viaggio fluviale conduce il poeta alla scoperta del mondo, che nella magica eccitazione visionaria viene ricreato attraverso una fantasiosa palingenesi incurante delle certezze del reale, laddove fiori delicati e mostri biblici sorgono e svaniscono nel caos. – Motivazione scritta da Raffaele Floris

JÓ INVEZA ERI DENANT DAL MÂR – IO INVECE ERO DAVANTI AL MARE – DI LUIGINA LORENZINI

La lirica di Luigina Lorenzini, accanto all’io poetante, propone frammenti dialogici con un “tu” ermetico e assorto e una “lei” frammentata e tuttavia quasi sovrumana. Ma non c’è compresenza e comprensione in questo dialogo: “Che almeno ci fosse qualcuno /che abbassasse il volume di questo mondo di gente / che modulasse le loro voci / sulla lunghezza d’onda del mare.” È il mare, taumaturgo onnipresente, quasi mistico, a regolare “un mondo in declino / senza unità.”: laddove “Le onde s’infrangono piano / mettono alla terra / il velo del mare.

Motivazione scritta da Raffaele Floris

SEZIONE C – SILLOGE INEDITA

PRIMO CLASSIFICATO – MATTEO BIANCHI – CHRISTOPHER – MOTIVAZIONE SCRITTA DA MAURO FERRARI

La silloge Christopher, di Matteo Bianchi, ci sembra rappresentare al meglio la condizione di esiliato imposta dalla modernità, che ci rende attori inconsapevoli di un misterioso e doloroso spettacolo della vita, a cui possiamo guardare con l’occhio del flâneur ma senza abdicare al senso dell’umano di cui la poesia è portatrice. Con la maschera di Christopher Channing, artista e suo traduttore, Bianchi ritaglia lacerti dialogici e osservazioni in una Parigi misteriosa e straniera, obliqua, che si dà come sfondo di una vicenda ricostruibile solo per frammenti in cui la bellezza, che persiste nonostante tutto, è nascosta dietro le apparenze, “nelle ossa dei volti”. Forse il “sacrificio” che viene imposto ed emerge nell’ultima parola della silloge non è che l’altro lato della dedizione e dell’attenzione che dobbiamo imporre al palcoscenico che stiamo calpestando. Per la modernità espressiva del lavoro, la Giuria del Premio Gozzano attribuisce alla silloge il primo Premio.

sezione C: silloge inedita QUANDO TI HO RITROVATO, autore Francesco Gabellini – SECONDO CLASSIFICATO

La silloge inedita in dialetto romagnolo Quando ti ho ritrovato si compone di sette parti – non mere strofe, ma veri e propri quadri teatrali. Va in scena una rappresentazione sacra eppure laicissima – il dialogo tra un figlio e la madre scomparsa – che sventa in partenza qualunque rischio di caduta sentimentale, grazie a un’originale commistione di lucido realismo e di alta purezza lirica. La scenografia, complice forse il significato simbolico del numero sette, somiglia più a un rito iniziatico che a un requiem. Nel primo quadro leggiamo una scarna, anaforica invocazione all’ombra, riassunta nel definitivo “Madre che guardi il vuoto/ dimmi solo quel che vedi”. Poi l’obbiettivo dell’autore, attraverso immagini di nuda autenticità, si muove fra basso e alto, fra humus terrestre con tutti i suoi correlati – i panni sul letto, i sassi, i funghi, le foglie secche, l’acqua profonda e ferma di un pozzo – e una verticalità sempre più imprendibile fatta di alberi, montagne, cieli, acqua in fuga verso le nubi, vivida trasparenza di suoni. Mentre il cerchio nella vita si compie, mentre la materia si transustanzia nel nulla, anche il dolore è sublimato in poesia e la poesia stessa in sguardo assoluto: come quella garzetta bianca che, uscita dal nulla «come un fiocco di neve fuori stagione», nel nulla ritorna, dopo aver compiuto la sua stagione di bellezza: «solo un punto bianco, un chicco di riso/ adesso sparisce con la sua verità di luce

MOTIVAZIONE SCRITTA DA ALESSANDRA PAGANARDI

DUE POEMETTI DAL MILLENNIO NUOVO” di Ivan Fedeli – TERZO CLASSIFICATO

Nell’irrisolta e ondulante dialettica tra il permanente e l’impermanente che caratterizza i due componimenti della silloge l’autore sembra orientarsi verso un’epica sommessa dell’impermanente, tanto più quando esso non è altro che un particolare solo apparentemente insignificante da individuare con un linguaggio analitico e problematicamente indagatore. Il nuovo millennio è così visualizzato in una riflessiva e rispecchiante comédie humaine dove la possibilità del permanente è un soffio fresco che porta all’improvviso la memoria del cielo nei cunicoli distratti di una metropolitana. —– Motivazione scritta da Emiliano Busselli

SEZIONE D -RACCONTO INEDITO

LUCA GIULIANO – L’ULTIMO AVVERSARIO

Motivazione scritta da Piero Rainero


L’autore ci presenta un personaggio tormentato, Valerio, che acquista via via coscienza dell’impossibilità di redimersi.

Dal padre, ufficiale di cavalleria, eredita la passione per le armi, intraprende poi la carriera militare ed ha occasione di dimostrare le sue doti di schermitore, sia sul campo di battaglia che nei duelli, inevitabili vista la sua condotta da seduttore.

E proprio in un duello, ingaggiato per difendere l’onore del genitore, si compie il suo destino, in quel duello nell’approssimarsi del quale egli pensa insistentemente alla morte ed all’oltretomba.

Il finale del racconto, che si fa apprezzare soprattutto per la forza immaginifica, la stesura lucida e la fluidità espressiva, rimarca la potenza degli eventi necessari, della meccanicità del Creato, della predestinazione.

Valerio corre, alla stregua di un convoglio vincolato ai binari, verso l’inevitabile conclusione, nonostante l’estremo tentativo di riscattare la sua vita con un gesto generoso.

2° classificato – Quel tuo voler piacermi – Motivazione scritta da Gianni Caccia

Originale protagonista del racconto è la signorina Felicita, che assume nel testo un ruolo attivo, lontano dall’ingenuità rassegnata che contraddistingue questa figura femminile nella celebre poesia gozzaniana; la ragazza appare infatti sicura di sé e delle proprie scelte, che pure la condannano a un’infelicità antitetica del proprio nome, conscia dell’impossibilità di intrecciare una vera relazione amorosa con il giovane poeta malato, che resta sullo sfondo della narrazione. In uno stile nel contempo sobrio ed efficace il racconto si sdipana in un gioco di finzioni di cui entrambi i personaggi sono consapevoli ma alle quali non vogliono rinunciare, simulando una storia romantica che non potrà mai avere luogo.

3° classificato – Rue Grizot – Motivazione scritta da Cristina Daglio

Il racconto ricrea con apprezzabile maestria l’atmosfera suggestiva della Parigi degli anni ’30, emblema di un’Europa felix che di lì a poco sarebbe stata spazzata via dalla guerra. In questo ambiente culturalmente fervido si muove la vicenda di un immigrato piemontese che con la sua inseparabile fisarmonica suona in un locale equivoco le musiche delle sue valli, offrendo svago e consolazione a uomini che almeno la sera cercano di dimenticare il vivere quotidiano. Il protagonista trova poi un completo riscatto nel finale, quando proprio quelle musiche sconosciute o snobbate anche a poca distanza dal suo paese, che lui arrangia e ricrea con passione, vengono apprezzate da un regista famoso che le utilizza per un suo film.

Giacomo VIT

Ciassolis sidinis

Cun ciassòlis sidinis a tornaràn i muars

a tirà su i murs di chistis ciasis, ades che tal

doimil e cuindis a son di nòuf colàdis, parsè

la malta a si è spacada e a è zuda in slanìs:

un freit rivàt da li’ fondis dal còur al à

mudàt in polvara fina chel ch’i erin stàs…

Cun ciassòlis sidinis a bisugnarà tornà

a dà sù ‘na malta di peraulis vèris:

muars e vifs ta un cantèir nòuf par un sanc

ros e zal, neri e blanc: un furmiès di pinsèirs

par fa sù catedrals da in duà vuardà

sbrèndui di imensitàt.

Cazzuole silenziose.

Con cazzuole silenziose torneranno i morti / a tirar su i muri

di queste case, adesso che nel / duemila e quindici sono nuovamente crollate,

perché la malta si è spaccata e si è sfatta: / un freddo giunto dalle fondamenta del

cuore ha / mutato in polvere sottile ciò che eravamo stati … / Con cazzuole

silenziose bisognerà tornare / a spalmare una malta di parole autentiche: / morti e

vivi in un cantiere nuovo per un sangue / rosso e giallo, nero e bianco: un

formicolio di pensieri / per erigere cattedrali da dove guardare / brandelli

d’immensità.

Piero MILANESE

EL BURCE’ CIUC – prima parte della poesia

omaggio a Arthur Rimbaud

Tani l’ era ‘nt u sogn in nastér trasparént

mé, ‘ns in burcé pén ‘d buti vujaji dai remadur

aughiva ‘nt el réj ad nèbia purtaji dala curént

j’ ombri vérdi di sarz vistiji da pescadur.

I remadur j’ òn buì tüt el casi ‘d barbéra

e is són tracc ant el fiüm, mulònd-mi ala deriva,

mé, sénsa pentimént, sénsa vutèm andréra

a lasava che Tani ‘m purtéisa ‘ndó ch’ l’ auriva.

Bèl e sul ans la barca, sghijònda ‘n mez al filón

a giugava cón j’ aqui culuraj dal lén-ni

e i mulinèl ‘d curént j’ eru ‘l fiù di fundón

ch’ im favu strambalè, strabüchè ‘nt el cadén-ni.

Is a slargavu el rivi, Tani u smijava in mar

mè liger cme na nata ch’ la bala ‘n mez a j’ ondi

am anciucava ‘d vóji setà al bancón d’ iss bar

e a spegiava i mé sogn ant cui aqui prufóndi.

Bazén duss d’ ina mata l’ aqua l’ am dava in trèm

l’ entrava ‘nt el catram, ‘ndrénta j’ ass del burcé

am lavava ans el mur el mé lacrimi ‘d vén

arzentà d’ ilusion vujaji con in sidé.

D’ anlura a són a mój ant la Puisea del Fiüm

ch’ am curiva ‘ns la pél cme la sèida d’ in naster

splüui d’ argént i pës i brilavu cme lüm

gèri d’ in univèrs d’ arburèli e quajaster

‘ndó chi galegiu i fój d’ in manuscrit antic

grafiji ‘d paroli liquidi chi disegnavu el fónd

pipinèri fantastichi chi davu fóra i gic

ad primavéiri ‘nijaji, fiù ‘d prea d’ in ater mónd.

E j’ albi i prufümavu ‘d piümi d’ airón e spésii

gügi dla frigg chi savu ‘d ruzà, verdüri, esensi

e la mént as perdiva ant la visión ‘d Venesii

òuti cme fónz ad nèbia, ilusión ‘d trasparensi.

La furnaz del matén-ni ciara di corp del fiji

vistiji con téili d’ aria culuraja dal fiami,

l’ ava cursi ‘d maznà ‘dré u Sù e la Lén-na, biji

du gióg etèrn du témp ant la giostra del rami.

E la nócc am cuatava col rataròuli ‘d fioca

col vul segrét di ciut ant u scür di pensiér

carëssi ‘d giasa el stéili im davu la pèl d’ oca

cansón ciuca del maschi, bestii dal pass ligér.

El rivi is a s-ciaravu al bal del j’ òn-mi pèrsi

baraondi d’ urchestri ans i bloc ad cimént

barbutè d’ aqui, acord ad chitari sumèrsi

‘mnèstra di sentimént drénta pignati ‘d vént.

Bativa ant l’ isla u ritmu di pass ‘d j’ amur perdü

lüzaró ch’ is viscavu ans i rèst del riboti

udur ad vén sbardlà dal buti sensa cü

lénsó d’ èrba smentià, lécc arvutà dal loti.

La ravëza at cantava el carëssi scaruzi

léngui d’ aqua, gatgnén, brivid ad gióg pruibì

i sghijavu i pé ‘ns el préji, lavri moli ‘d muruzi

t’ at perdivi ‘nt i brass du só corp infinì.

LA BARCA UBRIACA

Tanaro era nel sogno un nastro trasparente

io, su una barca piena di bottiglie vuotate dai rematori

vedevo nelle reti di nebbia portate dalla corrente

le ombre verdi dei salici vestite da pescatori.

I rematori hanno bevuto tutte le casse di barbera

e si sono buttati nel fiume, mollandomi alla deriva

io, senza pentimenti, senza voltarmi indietro

lasciavo che Tanaro mi portasse dove voleva.

Da solo sulla barca, scivolando nel filone

giocavo con le acque colorate dalle lune

e i mulinelli di corrente erano fiori di fondone

che mi facevano traballare, inciampare nelle catene.

Si allargavano le rive, Tanaro sembrava un mare

leggero come un sughero che balla tra le onde

mi ubriacavo di voglie seduto al banco di questo bar

e specchiavo i miei sogni in quelle acque profonde.

Bacio dolce di ragazza l’ acqua mi dava un tremito

entrava nel catrame, nelle assi della barca

mi lavava sul viso le mie lacrime di vino

sciacquatura di illusioni vuotate col secchiello.

Da allora sono a mollo nella Poesia del Fiume

che mi correva sulla pelle come seta di un nastro

schegge d’ argento i pesci brillavano come luci

ghiaie di un universo di arborelle e cavedani

dove galleggiano i fogli di un manoscritto antico

grafìe di parole liquide che disegnavano il fondo

semenzari fantastici che buttavan germogli

di primavere annegate, fiori di pietra di un altro mondo.

E le albe profumavano di piume d’ airone e spezie

aghi di freddo che sapevano di rugiada, verdure,essenze

e la mente si perdeva nella visione di Venezie

alte come funghi di nebbia, illusioni di trasparenze.

La fornace dei mattini chiara di corpi di ragazze

vestite con teli d’ aria colorati dalle fiamme

aveva corse di bimbi dietro il Sole e la Luna, birille

del gioco eterno del tempo nella giostra dei rami.

E la notte mi copriva con pipistrelli di neve

col volo segreto dei gufi nel buio dei pensieri

carezze di ghiaccio le stelle mi davano la pelle d’ oca

canzone ubriaca di masche, bestie dal passo leggero.

Le rive si illuminavano al ballo delle anime perse

baraonde d’ orchestre sui blocchi di cemento

borbottio d’ acque, accordi di chitarre sommerse

minestra di sentimenti in pentole di vento.

Batteva nel bosco il ritmo di passi di amori perduti

lucciole che si accendevano sugli avanzi delle baldorie

odore di vino sparso da bottiglie senza fondo

lenzuola d’ erba dimenticati, letti rivoltati dalle lotte.

La raveggia ti cantava le carezze lascive

lingue d’ acqua, solletico, brividi di giochi proibiti

scivolavi sulle pietre, labbra molli di morose

ti perdevi tra le braccia del suo corpo infinito.

Luigina LORENZINI

JÓ INVEZA ERI DENANT DAL MÂR

Las cjartas dai puešcj

as son dutas da planc

las štradas as seméan dutas

a pari fadîa

inveza no.

A no po metiši il vêl

par via dai cjavei da riva su

e i fîs da l’India e las cjasas culùar dal amìal.

Tu vevas da insegnami

las rubas elementârs.

Las ondas as ši rompin belplanc

as metin a la cjera

il vêl dal mâr.

Co almancul al fos cualchidun

c’al šbassàs il volùm di cheš mont di int

c’al metès las luar vùas

su la lungjeça d’onda dal mâr.

Cun chel caprizi

dai canais e da las crotas

cença conflìt ne rosòn

a šmicja a dret jušta il mieç dal mâr

cuatri çatas, plena di savolòn

a para via un šterp rondolant desert texan

a ši ferma, a li sburta in banda e a torna a partî.

Lets dal Dusinta ideâl dal De Monàrchia

no semeìn âti co un mont da riva jù

cença unitât.

IO INVECE ERO DAVANTI AL MARE

Le carte dei luoghi

sono tutte in piano

le strade sembrano tutte

a pari fatica

invece no.

Non può mettere il velo

per via dei capelli ritti

e i fichi d’India e le case color miele.

Dovevi insegnarmi

gli elementari.

Le onde s’infrangono piano

mettono alla terra

il velo del mare.

Che almeno ci fosse qualcuno

che abbassasse il volume di questo mondo di gente

che modulasse le loro voci

sulla lunghezza d’onda del mare.

Con la determinazione

dei bambini e delle rane

ignari di conflitto e ragione

punta diritta proprio il centro del mare

gattoni, ricoperta di sabbia

sposta un cespuglio rotolante deserto texano

si ferma, lo scosta e riparte.

Letti dal Duecento ideale del De Monàrchia

non sembriamo altro che un mondo in declino

senza unità.

Guido CUPANI

Lhasa

lh་ས་��

29° 39′ N 91° 07′ E

3.490 m.s.l.m.

Contrafforti inclinati

fanno un ottimo piedistallo

come quello ad Assisi

aggrappato con mille archi al suolo in caduta

Qui

dove s’incontrano le zolle

un uomo sedette a gambe incrociate

abbracciando la scossa nella sua mente

dal passato e dal futuro, il gemito della crosta

nelle doglie del parto

Coagulò in solida roccia

socchiuse gli occhi nel sole appena nato

e fece crescere i capelli come bandiere scarlatte

per appendersi al cielo

mentre teneva in bilico

(come tutt’ora fa)

la terra

ai suoi piedi

Domenico BERTONCELLO

NO’ SERCO FIURI

No’ serco fiuri de biancospin,

no’ vardo i ricami del siàe de me nona

parché ‘n altro bòto de canpana

se ga perso sol siensio qua paratorno,

vedo che anca l’ultima slusarola

se ga sconta rento el scuro.

I griji qua vissin romai tase

inbonbai de aguasso de sta istà

e le stee in cieo ‘e pare stranbe

rente el sgrensare dei cari de l’orsa,

el me core ze fato de sbrindoi

inbriagà fa i ciari de ‘e candèe inpissà.

Desso ch’el vento camina sol gnente

solo i fii de erba sa del saor de ‘a tera

parché el sfalto se ga distirà dapartuto

fa i gati schissai da ‘e machine

e solo ‘na sbrancà de inbriaghi

gira qua paratorno ‘e strade de çità.

No’ sta vardarme tanto de traverso

co’ oci che me sgrafa ‘a pèe

parché no’ so’ on fioco de neve

che se desfa al primo rajo de soe

o la vose sbregà dei babastriji

che de dì i se sconde soto i copi.

Serco ‘lora ‘na bea canson

che non ga paura de l’onbrìa,

na bronsa sconta soto ‘a senare

che no’ ‘a fassa tuto ch’el fumo che sòfega,

on giosso de mosto so ‘a me tola

pa’ gustarme on fià sti lavri agri.

NON CERCO FIORI

Non cerco fiori di biancospino,/ non guardo i ricami dello scialle di mia nonna/ perché un altro tocco di campana/ si è perso con il silenzio qui attorno,/ vedo che anche l’ultima lucciola/ si è nascosta dentro il buio.// I grilli qui vicino ormai tacciono/ gonfi di rugiada di questa estate/ e le stelle in cielo sembrano strane/ vicino allo stridere dei carri dell’orsa,/ il mio cuore è fatto di brandelli/ ubriacato come i lumi delle candele accese.// Ora che il vento cammina sul niente/ solo i fili d’erba sanno del sapore della terra/ perché l’asfalto si è disteso dappertutto/ come i gatti schiacciati dalle auto/ e solo una manciata di ubriachi/ girano qui attorno le strade di città.// Non stare a guardarmi tanto di traverso/ con occhi che mi graffiano la pelle/ perché non sono un fiocco di neve/ che si scioglie al primo raggio di sole/ o la voce strappata dei pipistrelli/ che di giorno si nascondo sotto le tegole.// Cerco allora una bella canzone/ che non ha paura dell’ombra,/ una brace nascosta sotto la cenere/ che non faccia tutto quel fumo che soffoca,/ una goccia di mosto sulla mia tavola/ per gustarmi un po’ queste labbra asciutte.

Matteo BIANCHI

CHRISTOPHER

1

Sul fondo di un jazz club

scavato in una grotta medievale,

sotto i souvenir e il Quartiere Latino,

ti dava il fianco una copia

di Toulouse – Lautrec:

Vedi, questo è un teatrino;

c’erano di certo un ballerino,

un nano, una cantante

e forse anche un mimo”.

Disperavi per le strade di Pigalle,

con i teatri chiusi e vacui

dietro gli spioncini in malora,

e gli artisti scomparsi.

Francesco GABELLINI

QUAND A T’O ARTROV

Quand a t’ò artròv, mà, i avèva già fat

na môcia si mort, m’i viv i i sufiéva

tla bôca. Tè t s’tèvte dasdè sla porta

e t’guardèvte e’ svùid. U n gn’è nisòun,

t’é dét, gnènca piò i papaver te grèn.

Dòna de frèd, ta n dmand piò gnìnt.

Mà, che ti magnè piò cicoria

che caruble e ancora l’è dolcia

la memoria de tu stòmghe.

Mà, che t’avèvte ti ôcc tótt al marèine,

che sènza mai mòvte t’è trov quèl che mé

ò circh vaiòun per e’ mônd.

Mà che t’cusìvte. Mà che t’arcusìvte.

Adès e’ pagùr ut magna i ôcc, lasànd

intàta la còc-la, duvè che in fônd

ancora us sènt e’ mèr. Èrba taièda

apèna, tla tu tèsta sgòmbra

e tempurèl ch’i è pas, mèr

sènza piò tèra da tònda. Circànd quel

ch’u n si trova, us pèrd quèl ch’u s’avèva.

Mà che t’guèrd e’ svùid, dìm snà quèl che t’vèd.

Quando ti ho ritrovato, madre, avevano già fatto / una catasta con i morti, ai vivi soffiavano / in bocca. Tu stavi seduta sulla porta / e guardavi il vuoto. Non c’è nessuno, / hai detto, neanche più i papaveri nel grano. / Donna del freddo, non chiedi più niente. / Madre, che hai mangiato più cicoria / che carrube e ancora è dolce / la memoria del tuo stomaco. / Madre, che avevi negli occhi tutte le marine, / che senza mai muoverti hai trovato ciò che io / ho cercato in giro per il mondo. / Madre che cucivi. Madre che ricucivi. / Adesso il paguro ti mangia gli occhi, lasciando / intatta la conchiglia, dove in fondo / si sente ancora il mare. Erba tagliata / appena, nella tua testa sgombra / e temporali che passano, mare / senza più terra intorno. Cercando quel / che non si trova / si perde ciò che si aveva. / Madre che guardi il vuoto, dimmi solo quel che vedi.

Ivan FEDELI

DUE POEMETTI DAL MILLENNIO NUOVO

Si aggrappa all’orologio l’uomo in giacca

blu, immaginando il mare. Ha borse in pelle

e rughe dalla sua, i capelli tinti

a ingannare il tempo. Vorrebbe amare

la vita mentre la linea verde

sa di metallo e viene un vento freddo

dai binari. In basso il mondo si perde

pensa sgomitando alla cieca quasi

avesse un peso l’aria tra un si scansi

e uno sguardo gentile. Suda un po’

perché il sudore di ieri è un sorriso

domani ripete ai figli la sera

quando il metrò non lo mangia e anche il cielo

sa di casa. Ma è storia passeggera

tra una fermata e il vocio degli altri,

una gloria che va come la forfora

del signore in piedi o l’inglese zoppo

della ragazza che torna a Londra,

la valigia zeppa di sogni. Sembra

una città al rovescio, accade sotto

dicono per sottrazione di spazio.

Chissà domani chi tornerà qui,

se la vita conterrà tutti ancora:

è la pazienza del giorno il segreto,

sapere che bene o male si passa.

In fondo basta sapersi aspettare..

Stefano BOLOGNESI

Anonima velluti

Il portone in legno di castagno,

un giullare, anziché la ghironda

la serratura acciaccata ad arte

e decorata a traforo. La chiave,

prerogativa piuttosto di ciambellani

o cittadini onorari e comunque

amletica da trafugare – impugnatura,

canna, ingegno, un’arma impropria –

tu non rivelando come e quando

ci riuscivi. E poi la corsa all’ombra

dei sambuchi, il chiostro abbandonato,

il piano tra i frangenti del parquet

squassato dall’umidità, i costumi

di scena mai riordinati in un angolo

del palco. A sfoggiare rasi e velluti

frullavi lo specchietto a ingrandimento:

facce nobili, da blasonato tribolo,

da inchino. Siamo stati sempre

nel silenzio giusto a dirlo il livido

nell’aria che un appena in più

non si poteva della beatitudine

di contrabbando. Al gran galà

dei sogni la retata era imminente.

Edoardo PENONCINI

Dó ciàcar coŋ l’arbul dal crusàr

Tì a t’jé sémpar sicùr ad quél ch’at dì,

mi arìv parfìŋ a intartaiàram

par paùra d’uféndar o dìr quèl d’śbalià.

Tì a t’jé cmé ŋ’gàl a la matina

iŋ pié s’uŋ zòch ad légn

sicur ad quél ch’al canta

par smisiar tuti;

mì am móv a malapéna

dré al pasamàŋ,

a zérch sémpar uŋ pòst indóv stàr

e aŋ sò se iŋcuó al val par jéri

se aspèt admaŋ

par truàr uŋ puntèl

e bacàjar còll maŋ ch’ill zérca l’aria.

Tì t’spèti na fulà d’vént

par far santìr la to vóś,

mi aŋ gh’ò àltar da dìr o fàr

am basta la to ómbra chì sul crusàr

dóv a s’iŋcóntra quéi chi è andà

par l’ultim trèb d’la sìra

e un dì o cl’àltar a pasarò aŋca mi

pr’uŋ salùt séŋz’arvédars.

(al vintaquàtar ad źnàr dal dumìlaquìndaś)


Due chiacchiere con l’albero del crocevia

Tu sei sempre sicuro di quello che dici, / io divento persino balbuziente / per timore di sbagliare o ferire. // Tu sei come il gallo / con la certezza del suo canto / impettito alla mattina sul ciocco / a dare la sveglia a tutti; // io mi muovo a fatica / tenendomi al corrimano, / sempre a cercare un posto dove stare / e non so se l’oggi vale per ieri / o se aspetto domani / per un punto d’appoggio / a vociare con le mani che cercano l’aria. // Tu aspetti una folata di vento / per far sentire la tua voce, / io non ho altro da dire o fare / mi basta la tua ombra al crocevia / dove incontro quelli che sono andati / per l’ultimo trébbo della sera / e passerò anch’io un giorno o l’altro / per un saluto senza a rivederci.


Paolo GAGLIARDI

Cun e’ lom

A s’guardein int la faza

quand ch’u s’fa lom,

a s’i n’ fasein chés

d’ esr un étra vòlta sdest,

d’n’ avé tiré dret

vérs un son seinza sogn

la not paséda.

Con la luce

Ci guardiamo in faccia

appena fa luce,

ci stupiamo

di essere svegli un’altra volta,

di non avere proseguito

verso un sonno senza sogni

la scorsa notte.

Paolo POLVANI

San Giuseppe da Copertino salva un migrante in procinto di annegare sollevandolo in volo

Io sono Abdelaziz, quello del mare che inghiotte, Abdel

in bilico sul bordo della barca, sul bordo

dei sogni, quello del cielo azzurro e della notte

che avanza strisciando, della barca che si rovescia nel buio

e spalanca l’alfabeto sonoro de terrore.

Abdelaziz del freddo che assorbe, della imperscrutabilità dei pesci,

dell’acqua che diventa uno scintillio di voci, di grida,

fanfara dolorosa di destini senza più nome.

Abdelaziz che ha conosciuto il privilegio di una mano che l’afferra,

l’ha scaraventato nell’inchiostro del cielo, su su, ha volato

come un uccello senz’ali, Abdel che tremava nell’aria,

che ha sentito la terra, è caduto, ha visto in faccia

quell’uomo, si è specchiato nella sintassi di rughe,

nella fronte da contadino, io Abdel che tremava nell’aria,

che ha sentito la terra, è caduto, ha visto in faccia

quell’uomo, si è specchiato nella sintassi di rughe,

nella fronte da contadino, io Abdelaziz, da Wajid, io

Giuseppe, ha detto soltanto, vengo da Copertino.

Abdelaziz in piedi sulla barca. Gli è stato rivelato

che morire non è solo un’ipotesi, una parentesi chiusa,

un’equazione, una faccenda trascurabile,

Abdelaziz che ha volato nell’aria, le stelle affacciate.

Abdelaziz che Giuseppe l’afferra col braccio da contadino,

Giuseppe di poche parole, sparito nel buio.

Io sono Abdelaziz, quello della barca, del mare che inghiotte.

LUCA GIULIANO

L’ultimo avversario

Di suo padre conservava una immagine vaga. In definitiva lo aveva incontrato poche volte e insieme non avevano mai trascorso lunghi periodi.

Lo ricordava come un bell’uomo, brizzolato, atletico, sempre sorridente. Arrivava all’improvviso nella loro villa di famiglia vestito da ufficiale di cavalleria con tanto di speroni e stivali tirati a lucido. Faceva il suo ingresso nel salone principale, con gesto elegante si liberava dell’elmo e baciava la guancia di sua madre. La donna, però, girava la testa di lato, come a rifiutare il contatto. Solo a quel punto suo padre pareva accorgersi di lui, spalancando le braccia e chiamandolo a gran voce: “Valerio!” Un attimo dopo lo abbracciava ridendo forte. Lui, immancabilmente, tentava di impadronirsi della sciabola che vedeva pendere dalla cintura del genitore, afferrandone l’impugnatura con entrambe le mani e sforzandosi di estrarla dal fodero. Sua madre allora gli gridava qualcosa contro ma suo padre, continuando a ridere e arruffandogli i capelli, soleva ripetere: ”Una sciabola sarà nel suo destino”.

Quelle visite non duravano mai più di qualche giorno. Era un uomo che scherzava assai più volentieri con la servitù che con gli ospiti, i cui nomi erano tutti preceduti da qualche titolo nobiliare. Anche loro erano nobili o meglio, sua madre lo era. Contessa. Suo padre, invece, un “semplice capitano di Sua Maestà”, come usava definirlo la nonna materna.

Una mattina, con tono serio e guardandolo dritto negli occhi, suo padre gli disse qualcos’altro: “Avrai un solo vero nemico: il tuo carattere”. Lui, che all’epoca aveva dodici anni, fingendo di comprendere annuì in silenzio. Allora l’uomo in divisa, senza aggiungere altro, lo strinse a sé più a lungo e più forte del solito. Ancòra un momento e fu a cavallo. Mentre lo osservava allontanarsi udì sua madre dire sottovoce: ”Vai, vai pure da lei”.

Quella fu l’ultima volta che lo vide.

A distanza di tanti anni non seppe mai che fine avesse fatto davvero suo padre. In famiglia era argomento che non si affrontava volentieri. Qualcuno gli disse che era morto in battaglia. Qualcun altro gli confidò che era fuggito con una donna. Probabilmente c’era qualcosa di vero in entrambe le versioni.

Lui, comunque, decise di seguire le orme paterne e intraprese la carriera militare. Terminata l’Accademia fu assegnato ad una guarnigione di stanza nella capitale. Era il primo novembre del 1800.

Avrai un solo vero nemico: il tuo carattere”.

Certo la vita della grande città, per i giovani ufficiali, non dava troppe possibilità di meditare sul proprio modo di essere, considerando i ricevimenti che si susseguivano sera dopo sera e le donne che vi si potevano incontrare. Donne di tutte le età, libere e no.

Fu così che Valerio ebbe presto occasione di mettere alla prova le proprie doti di seduttore e schermitore. Già, le due cose erano spesso consequenziali, non essendo affatto inusuale che al successo in amore con una donna fidanzata, o già maritata, seguisse un duello riparatore. Si fece quindi una certa fama sia sul campo di battaglia, nell’unica campagna militare cui partecipò, quando in presenza del nemico dimostrò indubbia temerarietà e sprezzo del pericolo, sia in ambiente mondano, dove non si fece mai scrupolo di insidiare donne già impegnate. Anzi, questo tipo di conquista pareva rappresentasse per lui una sfida irrinunciabile. Nei duelli che seguirono, e non furono pochi, riuscì sempre vittorioso senza peraltro patire conseguenze giudiziarie vuoi perché nessuno, tra i suoi sfidanti, fu così sfortunato da rimetterci la vita, vuoi per le costanti intercessioni di un suo zio Monsignore.

Quella era stata la sua vita degli ultimi tre anni; donne, duelli, una breve guerra, un avanzamento di grado e altre donne, altri duelli.

Da qualche tempo però, e senza apparente motivo, Valerio cominciò a sentirsi insoddisfatto della propria esistenza. Insoddisfazione che, in breve, si trasformò in una sorta di strano malessere. Era come se convivesse con un oscuro rimorso che lo faceva sentire a disagio con se stesso. Eppure mai aveva provato sensi di colpa per la propria condotta, mai aveva avuto il dubbio di sbagliare. Al disagio dell’animo presto si aggiunse quello fisico, con una persistente spossatezza.

Non mi pare ci sia nulla di anormale” gli disse sorridendo l’anziano ufficiale medico dopo averlo visitato e invitato a rivestirsi “a volte succede che voi giovani ufficiali vi strapazziate un po’ più del dovuto. Pretendete troppo da voi stessi, e non mi riferisco certo alle energie spese sul campo di battaglia…” precisò strizzandogli l’occhio “un buon periodo di riposo sarà sufficiente a rimetterla in sesto!”

In qualche misura le parole del medico lo avevano tranquillizzato. Quando si è giovani non si ha forse il diritto di godersi la vita? Gli eccessi con le donne… in definitiva lui non era mai caduto preda di vizi ben peggiori, quali il gioco e il bere, che invece tante vittime avevano fatto tra i suoi amici e compagni d’arme. Ma no, doveva soltanto riposarsi.

Aveva quindi deciso di trascorrere i giorni di convalescenza nella villa che lo aveva visto bambino, nella convinzione che la quieta atmosfera di quei luoghi lo avrebbe certamente aiutato a ristabilirsi.

Nulla sembrava cambiato rispetto a tanti anni prima eppure Valerio, appena ebbe messo piede nell’antica dimora, ne trasse sùbito un’impressione di profonda estraneità, di ostilità quasi. Sua nonna era morta da tempo e sua madre, invecchiata, trascorreva le giornate seduta su di una poltrona senza quasi mai parlare. Le stanze che un tempo risuonavano delle voci dei loro ospiti adesso gli rimandavano soltanto l’eco dei suoi passi. Gli pareva che ci fosse qualcosa, in quegli ambienti, che rifiutasse la sua presenza.

Un giorno gli fece visita Ezio, un amico di vecchia data, che gli propose di essere tra i suoi ospiti, a cena, per quella stessa sera: “Ci saranno parecchie persone, quasi tutte tue conoscenze. Non farmi fare l’elenco. Vedrai, ti servirà a distrarti”.

In effetti la serata era trascorsa in modo piacevole finché, malauguratamente, una volta alzatisi da tavola, ascoltò casualmente le parole di un tale che conversava con altri invitati: “Del capitano suo padre che dire? Morto in battaglia? A tutt’oggi risulta tra i dispersi, vero, ma lo sanno tutti; una messinscena ben congeniata e ben riuscita.”

Spiegatevi meglio!” disse allora lui a gran voce, alle spalle di quell’uomo.

Allora, volete ripetere o vi scusate?” insistette Valerio nell’imbarazzato silenzio che si era creato tra i presenti.

Ma sì, suo padre ha disertato per fuggire con l’amante! E non è mia intenzione scusarmi.”

Signori! Signori! Vi prego, si tratta di un malinteso. Credo che scusarsi, per aver riportato quella che è soltanto una diceria, non leda l’onore di nessuno!” intervenne Ezio, quale padrone di casa, nel doveroso tentativo di ricomporre la questione.

No amico mio, ormai è tardi per le scuse, il tuo ospite mi darà soddisfazione! E tu mi farai da padrino.”

Poco più tardi, dal finestrino della carrozza che lo stava riportando a casa, osservando il paesaggio notturno della campagna illuminata dalla luce argentata della luna piena, Valerio sentì improvvisamente ridestarsi in lui quella sofferenza che le poche ore trascorse in compagnia gli avevano effettivamente fatto dimenticare.

Una volta a casa, raggiunta la propria camera, si era gettato sul letto senza spogliarsi usando il mantello come improvvisata coperta. Si era tolto soltanto gli stivali, buttati a caso da qualche parte sul pavimento.

Aspettava l’alba, immerso nel buio e nel silenzio. Aspettava senza riuscire a prendere sonno, senza riuscire a riposarsi. “Forse” pensò d’un tratto “questa è la morte. Null’altro che buio e silenzio ma con la consapevolezza di sé, e in questa assoluta solitudine rivisitare i fatti della propria esistenza terrena. Sì, forse questa è la morte, forse questa è la condanna che attende ogni uomo che abbia vissuto a sufficienza; diventare il giudice di se stesso. Nessun inferno, nessun paradiso, solo una sorta di purgatorio, una sorta di eterno processo dove si è costretti a giudicarsi da soli.”

Poi, impercettibilmente, dalla stanza cominciarono a emergere i colori. Adesso riusciva anche a distinguere i contorni degli oggetti. La luce del nuovo giorno incominciava ad imporsi sulle tenebre.

Attese qualche istante quindi, rimessi gli stivali e avvolta la sciabola in un drappo, lasciò la stanza. Una volta all’aperto gettò un’occhiata in direzione della finestra chiusa dietro la quale dormiva sua madre, poi prese la via dei campi. Presto raggiunse il vecchio ponte oltre il quale si trovava il cimitero, il luogo convenuto per il duello. Laggiù, a ridosso del muro di cinta, si sarebbe svolto il combattimento.

Proprio a metà del ponte indugiò, scorgendo il sorgere del sole al di là delle colline coperte da sottile bruma. Restò così, a guardare lo spettacolo dell’alba con le mani appoggiate alla fredda pietra del parapetto finché non si accorse del sopraggiungere del suo padrino. I due uomini si guardarono senza salutarsi. Il nuovo arrivato non poté non notare, sul volto dell’amico, il pallore degli insonni.

Mi guardi come se fossi già morto”

Ma che dici? Ti guardo come…”

Sai cosa credo?” lo interruppe lui “Che se veramente, dopo la morte, saremo costretti a rendere conto dei nostri sbagli, allora io pagherò non per il nemico ucciso in battaglia, non per la notte d’amore con la donna sposata, non per i duelli. No, per queste azioni avrò le mie attenuanti. Se non altro per essere stato soltanto un uomo del mio tempo. Io dovrò invece rispondere dell’insetto schiacciato, la cui unica colpa era l’aspetto ripugnante. Dovrò rispondere del gattino seviziato quand’ero bambino, per rompere la noia di un pomeriggio d’estate. Dovrò rispondere del cane scacciato a calci, solo perché chiedeva un po’ di cibo. Dovrò rispondere per aver deriso un anziano, per aver umiliato il compagno di scuola, per la parola di conforto negata a un amico in difficoltà, per aver finto di non vedere il mendicante, ben sapendo di avere la tasca colma di monete. Ecco, se mai pagherò non sarà per la malvagità necessaria ma per quella stupida. Quella apparentemente insignificante ma che non ha giustificazioni e che, proprio per questo, è la più grave e imperdonabile”.

Seguì un lungo momento di silenzio. Ezio si era fatto particolarmente serio: gli era parso di avvertire, in quelle parole, un presagio di sventura. Poi toccò il braccio di Valerio, era il momento di andare.

Una volta arrivati trovarono gli altri convenuti già sul posto. Sùbito i testimoni presero ad accordarsi mentre i due contendenti, messisi in maniche di camicia per la comodità dei movimenti e indossati i guanti per una migliore presa dell’arma, alzarono a mezz’aria le lame. Restarono fermi così qualche istante, l’uno di fronte all’altro, finché uno dei padrini urlò qualcosa autorizzandoli a combattere.

I due cominciarono a muoversi all’intorno e a studiarsi, adesso con un colpo di assaggio adesso con una finta. Fu sùbito evidente, però, la manifesta inferiorità del suo avversario il quale palesava, oltre a una tecnica rudimentale, una imprecisione e una inesperienza preoccupanti. Lui aveva sempre affrontato contendenti di una certa bravura e spesso aveva dovuto fare appello a tutta la propria abilità per risolvere favorevolmente la situazione. Ma stavolta l’esito pareva davvero scontato, a tal punto che uccidere quell’avversario sarebbe sembrata quasi un’esecuzione. Fu allora che decise; fece un finto affondo costringendo l’altro a parare un colpo inesistente, poi sùbito si ritrasse e menò un fendente dall’alto che, sfiorato il viso del rivale, andò a colpirgli la spalla destra. Quello lanciò un urlo breve e acuto e, dopo essersi portato la mano sinistra alla spalla ferita, piegò il corpo in avanti cominciando a barcollare. Immediatamente i suoi secondi gli furono accanto. Fu in quel momento che Valerio udì, alle proprie spalle, un applauso.

Voltatosi, notò la presenza di tre giovani contadine che, sul limitare del prato a ridosso del cimitero, avevano assistito al duello. Le tre smisero di applaudire ma gli sorrisero, come ad omaggiarlo per la vittoria. Lui conficcò la sciabola nel terreno e andò verso di loro, lusingato per quell’inaspettato pubblico femminile. Quando fu davanti alle tre sconosciute ricambiò il sorriso ma, proprio mentre stava per dire qualcosa, vide una delle ragazze spalancare improvvisamente occhi e bocca, portandosi al contempo le mani al viso. Sentì Ezio gridare il suo nome realizzando così, troppo tardi, ciò che stava accadendo dietro di lui. Avvertì un rumore breve e sordo, sùbito seguìto da un dolore acutissimo che, dalla schiena, si irradiò per tutto il suo corpo. Si accorse allora della punta della sciabola avversaria, rossa del proprio sangue, emergergli dal petto. Trafitto alla schiena, cadde in ginocchio davanti a quelle sconosciute che, istintivamente, fecero più di un passo indietro, allontanandosi da lui. Nei loro sguardi vide la vita, quella vita che lo stava abbandonando. Il sangue cominciò a scorrergli dalla bocca, poi ebbe come un sussulto e si accasciò in avanti.

Tutti gli furono attorno ma Valerio era immobile, la testa di lato e gli occhi aperti e spenti.

Poco più lontano la sua sciabola, conficcata nel terreno, brillava come fosse una cosa viva ai raggi del sole del nuovo giorno.

LINDA LERCARI

Quel tuo voler piacermi

Finì di attaccare la manica dell’ennesima camicia. Diede uno sguardo d’insieme e annuì. Un buon lavoro.

Ripose forbici, ditale e ogni altro attrezzo da cucito nell’apposita cesta e scese per preparare la cena. Sobbolliva un brodo caldo il cui aroma l’avvolse rinfrancandola. Maddalena era china sul tavolaccio intenta a togliere a un pollo le interiora. Le sorrise ricevendo un ghigno e un borbottio a mezza bocca. Maddalena… Sarebbero invecchiate insieme fra lenzuola e stoviglie, ne era ben conscia, ma non per questo aveva perso la voglia di sorridere e chiacchierare, mentre la domestica non faceva che lamentarsi o ostinarsi in silenzi carichi di malumore.

Si rimboccò le maniche e indossò un grembiule da cucina. Farina e uova alla mano cominciò a preparare i malfatti. Le piacevano perché erano come lei: buoni di sapore nonostante l’aspetto non piacevolissimo. Fece una battuta su quel cibo semplice e sui Brutti ma Buoni. Rise. Maddalena rispose con uno sguardo torvo e cominciò a spezzettare fegato e cuore del pollo.

Niente da fare.  

Si sentiva sola, ma bisognava aver pazienza.

Novembre inoltrato e nessuna possibilità di nuove visite. Certo, c’erano gli amici e il notaio. Pensò alle noiosissime partite a carte e all’odore forte di tabacco che impregnava il salotto. Passava giornate a lavare le tende e a sciacquare la carta da parati dalla patina gialla di sigarette e sigari.

Il notaio non fumava, ma l’asfissiante corteggiamento l’appestava quasi più di una scatola di cubani accesi  senza sosta uno dopo l’altro. Era dunque quella l’unica soluzione? L’unica via di fuga? Sposare uno spilungone dal volto cinereo e dalla bocca perennemente imbronciata solo per smettere di rammendare i calzini del padre. E per cosa poi? Per rammendare quelli del marito.

Alzò le spalle per liberarsi dal peso di un pensiero fastidioso. Tanto valeva restare padrona in casa propria e occuparsi della proprietà. Zitella, sì, zitella, ecco come l’avrebbero chiamata entro pochi anni e la patina gialla dei sigari e del tempo si sarebbe estesa a macchie anche sulle mani e sui vestiti, i capelli sarebbero diventati grigi come lo scorrere dei giorni sempre uguali e le lentiggini sarebbero sprofondate fra le onde delle rughe.

Si specchiò di sfuggita nel riflesso di una brocca di metallo. Era ancora giovane, non bella, ma era fresca e vivace e ne era consapevole. Un dispiacere entrò nel cuore come un piccolo stiletto di ghiaccio. Avrebbe vissuto una vita senza scopo e nessuno l’avrebbe mai amata.

Il padre provava per lei l’affetto che si nutre per le piccole certezze della vita: pasti caldi quotidiani, vestiti stirati e casa in ordine. Il tutto senza l’assillo di una moglie invasiva e petulante o di domestici dalla “mani lunghe” o avidi di denaro. La figlia non sperperava il contante e amministrava con oculatezza ciò che un giorno sarebbe stato suo.

Finì di preparare gli gnocchetti, ripose il grembiule e lasciò la cucina, Maddalena poteva cavarsela anche da sola negli ultimi preparativi.

Salì in soffitta a ammirare il quadro dell’antica padrona di casa. La Marchesa era bella, affascinante  e il suo ritratto le sorrideva come a sbeffeggiarla. Era stata una donna potente dai molti amanti e dalla grande sfortuna, ma aveva avuto una vita piena e un ricordo eterno. Si narrava che il fantasma della nobile ancora vagasse  per Villa Amarena, ma lei non aveva mai udito suoni spaventosi o rumori d’oltretomba.

Rise. Provava un affetto sincero per la Marchesa e quel passato carico di leggende e cianfrusaglie, ma non credeva minimamente alle fandonie che i contadini raccontavano.

Sedette di fronte al quadro e continuò a ammirarlo persa in mille pensieri poi d’un tratto il ricordo dell’estate di tre anni prima si fece vivido e doloroso.

Era stata poco onesta nei confronti di quel giovanotto così spesso in visita. Aveva mentito e non era fiera di sé stessa.

Sospirò. Era stato bello, anche solo per il tempo breve di un’estate, fingere di essere qualcun’altra. Aveva capito sin dal primo sguardo che il giovane studente era roso non solo da una terribile malattia, ma anche da una profonda insoddisfazione. Quale fosse il tormento che non gli permetteva di trovar pace lei non poteva saperlo, ma l’istinto femminile le suggeriva che il ragazzo fosse alla ricerca di una situazione di stallo consolatorio.

Nel momento preciso in cui si era inchinato per baciarle rispettosamente la mano aveva compreso che null’altro desiderava che una persona semplice, quasi d’altri tempi, che lenisse i tormenti di questa fine di secolo troppo ricca di avvenimenti, di scoperte, di incertezze. Lo capì da come si fosse entusiasmato per l’aspetto vetusto della villa rimanendo addirittura affascinato dalle decorazioni a stucco di sovrapporte e finestre. Occhi di bambino troppo cresciuto che ancora anelavano a favole e leggende.

Lei non aveva fatto altro che assecondare quel piccolo sogno innocente. Aveva amato ogni sorriso, ogni sospiro e tutte le dolci parole del giovane visitatore ben sapendo che non poteva esserci alcun futuro insieme. Una donna di campagna, non  un dottore, sapeva a malapena leggere e scrivere, ma i segni inequivocabili del mal sottile erano una condanna a morte senza appello.

Lui l’aveva corteggiata teneramente, senza malizia, senza alcuna oppressione. Era un gioco delle parti di cui si conosceva già l’esito: nessun matrimonio, nessuna speranza.

Portò le mani fresche sul volto improvvisamente accaldato. L’imbarazzo di aver provato sentimenti sensuali era un ricordo ancora fresco. La pazzia dell’amore non l’aveva mai coinvolta, ma il corpo nella piena gioventù era un cavallo difficile da domare. Era fiera di sé, era stata brava a impersonare   ingenuità e candore mentre la donna concreta e vitale restava sopita.

Cosa desiderava, in fondo, quel giovanotto? Un poco di pace. Pace dal mondo, da brame che non riusciva a esaudire, dal tormento del respiro, dalla sua stessa brama di vivere.

Solo una volta, ricordò, il gioco s’era fatto serio e lui aveva osato l’inosabile. Ripensò alla panchina in giardino dove lui l’aveva chiesta in moglie. Un breve pianto non fu in grado di trattenere perché nella richiesta vedeva l’ultima speranza di allontanar la morte, non il desiderio di una donna, ma la voglia di rimanere in vita.

Ricordò l’alito di lui mentre si chinava per parlarle e la tensione e i polpastrelli stretti per non parlare, per non piangere o gridare che non c’era matrimonio in vista né futuro, solo il presente, il gioco, il caldo dell’estate e nulla più.

Era felice della corte leggera e senza impegno che lei accettava e era entusiasta e compiaciuto dei vezzi che lei regalava ridendo di cuore, spensierata e serena. Aggiungere altro, complicare le cose, mostrarsi per ciò che si era non era desiderio di nessuno dei due.

Forse voleva che lui s’innamorasse davvero di lei e che la portasse lontano? Per questo aveva finto d’esser più semplice di quanto in realtà non fosse? Forse… All’inizio di certo, ma era troppo saggia e concreta per ignorare il carattere complesso e difficile di un uomo col quale avrebbe vissuto pochi anni e in continuo disaccordo.

Era stato più bello giocare e conservare il ricordo di un’estate speciale. Un tempo caldo in cui lei fingeva di temere il fantasma della Marchesa, in cui sperava di essere amata dal giovane avvocato, di illudersi che la vita fosse mistero e allegra illusione. Era stato divertente cucinare per un palato affamato di sapori casalinghi. Era stata per lui madre amorevole e padrona di casa. Avevano giocato come i bambini quel ruolo di “marito e moglie” senza malizia e senza affanni.

Osservarla mentre rassettava la cucina e puliva le stoviglie era un simpatico diversivo e lui spesso la paragonava a parti del vasellame o della casa. Sarebbe stato facile offendersi e rispondergli per le rime. Chi pensava di essere per poterla giudicare in tal modo? Avrebbe interrotto il gioco e lo avrebbe riportato alla realtà, ma era giusto? Era giusto arrabbiarsi con un ragazzo morente? Un giovanotto che, comunque, le faceva compagnia e portava una ventata di novità nella sua vita?

Cosa era mai un complimento non azzeccato rispetto a una condanna a morte? Sorrideva, allora, e portava al volto il piatto azzurro o la scodella e confrontava lei stessa il colore degli occhi o il bianco dei denti e lo smalto di una tazza. Rideva l’ospite e borbottava Maddalena che non capiva il comportamento della padroncina e non lo avrebbe capito mai.

Una lacrima sfuggente. L’imbrunire. Si inchinò al quadro antico, chiuse la porta della soffitta, rassettò gonna e scarpe e scese velocemente le scale, era tempo di apparecchiare per la cena.

La bianchissima tovaglia inamidata, pane, vino, le posate nel giusto ordine. Una zuppiera colma di brodo fumante e le candele accese. Tutto come doveva essere, come era stato e come sempre sarebbe stato anche in futuro.

Chiamò il padre che le rispose affermativamente. Anche con lui recitava una parte, ma più semplice da gestire. La figlia devota e quieta che nulla chiedeva al mondo se non un tetto sulla testa e un poco di benessere. Conosceva il mondo al di là del cancello di Villa Amarena, conosceva il duro lavoro dei contadini e immaginava quello durissimo degli operai.

Sapeva bene quali fossero le sue possibilità e la sua dote, nessuna cultura, nessun pregio. Avrebbe potuto aspirare a una vita migliore? Aveva provato attrazione per i libri, ma aveva deciso che imparare a leggere scorrevolmente non era poi così saggio. Il sapere, la conoscenza, non rendevano più felici, tutt’altro! Avrebbe potuto impegnarsi e imparare nuovi mestieri, avrebbe potuto ampliare il piccolo bagaglio delle sue esperienze. Il cuore le diceva che volere era potere, ma la mente le suggeriva di restare al proprio posto dove era padrona e rispettata.

Impersonare la figlia devota non era cosa difficile e sicuramente era un ruolo migliore di quello della moglie del notaio. Rabbrividì al pensiero di averlo accanto la notte, di respirare il suo fiato stantio, di essere toccata da quelle mani ossute.

Osservò i mobili della sala da pranzo, un arredamento severo e pesante.  Nessuna leggerezza, niente fronzoli o costosi soprammobili.  Giusto i centrini che ricamava per passare il tempo, anello di filo su anello di filo come altre donne ben più eroiche avevano fatto in un passato troppo lontano e sconosciuto. Ignorava nomi quali Penelope o Aracne, ma percepiva  l’esistenza di altre figure femminili che, chissà dove, chissà quando, avevano compiuto gli stessi gesti per un bene più grande, per un motivo più importante.

Questo pensiero la faceva sentire meno sola, cosa che accadeva anche quando pensava alla Marchesa, sfortunata padrona di Villa Amarena.

Il padre si accomodò per la cena.

Cucchiaio dopo cucchiaio, boccone dopo boccone. Una cena come ce ne sarebbero state altre migliaia, nello scorrere senza imprevisti, nel mare placido della vita della Signorina Felicita, così brava a render felici gli altri, ma che felice non era.


MATTIA BIANCO

Rue Grizot

Le notti, in Rue Grizot, andavano facili. Tra un fiume placido e lascivo di uomini che andavano e venivano, e un poco si fermavano, affollando i tavolini coperti di bicchieri vuoti e di bottiglie di liquore.

Le sedie iniziavano a riempirsi quando scendeva la sera e le strade si facevano buie. A poco a poco il vocio sommesso si alzava fino a coprire il rumore della solitudine di molte vite. E in un angolo un giovane attaccava con il suo strumento. Seduto in disparte prendeva ad aprire e chiudere la sua fisarmonica, e intanto si guardava attorno, gli occhi svegli, e vedeva le sue note sciogliere le lingue e i cuori. Un po’ alla volta le sue note mettevano quegli uomini a proprio agio. Così il vino iniziava a scorrere e le voci ad alzarsi, e lo spesso fumo dei sigari e delle pipe arrivava al soffitto fino a riempirlo tutto con una nuvola che toccava le teste dei clienti più alti.

Il giovane Martinot, nel suo angolo, sulla sua sedia, avanti e indietro con quella fisa, avanti e indietro. Suonava ritmi allegri, canzoni di festa, ma in modo discreto, senza far venir voglia di fare baldoria. E aiutava gli uomini a dimenticare, a dimenticare il mondo che era rimasto fuori al buio, la Parigi degli affari, del giorno prima e del giorno dopo. Il giovane Martinot ci sapeva fare in queste cose, e di canzoni ne sapeva molte, tutte nuove.

Nessuno aveva mai sentito la sua musica, quando era entrato in quel locale di Rue Grizot per la prima volta, ma al padrone era piaciuta. Perchè era allegra ma non forsennata. E gli era piaciuto anche lui. Così il giovane la sera tornava a casa, posava gli arnesi e poi andava in Rue Grizot con la fisarnomica in spalla a suonare la sua musica. Tutte le sere. E come li faceva sognare, quegli uomini stanchi. Due bicchieri di vino, quattro note di fisa, e il mondo era bell’e sparito, e davanti solo speranze, dietro solo brutti ricordi da dimenticare.

Lui lo sapeva, il giovane Martinot, e allora accelerava le canzoni troppo tristi, o rallentava quelle troppo veloci. Le abbelliva e le arrangiava come gli piaceva. E aveva gusto. Doveva creare l’atmosfera. Doveva prenderli per mano, quegli uomini soli, accompagnarli, farli tornare dei giovani malinconici ma pieni di fiducia e desideri.

Era un artista, quel ragazzo, e il padrone del locale lo capì presto. Non ripeteva le sue canzoni ma ci giocava, come fanno gli artisti. Le amava. E amava la sua fisa: la carezzava,

la spingeva e la tirava dolcemente o con vigore, e insieme si muoveva tutto il suo corpo, e nasceva quella musica. Il padrone aveva capito subito che quello era uno giusto. E gli uomini che entravano nel locale, che lo capissero oppure no, anche loro lo sentivano.

Ad esserne ben consapevoli erano le ragazze. Loro lo sapevano eccome, erano sue ammiratrici. Anche loro venivano stregate. Sentivano la sua magia, forse la conoscevano. Da quando quel ragazzo si era seduto sulla sua seggiola in un angolo, nel locale era iniziata un’altra musica. Non che gli uomini venissero lì per ascoltarlo, e forse di lui neanche si accorgevano. Ma erano lì anche un po’ grazie a lui. Era lui a farli spogliare. Dalla sua sedia in disparte, quasi nascosto, era lui a riempirlo. Se avesse taciuto per un poco il sipario si sarebbe abbassato, le luci si sarebbero accese e quegli uomini avrebbero visto i mozziconi di sigaro fumanti posati sul bordo del posacenere vicino alle proprie mani rugose, poi i polsini sbiaditi delle camicie sotto la giacca grigia, poi lo sguardo si sarebbe allargato e con un moto di stupore, come uscendo da un sogno, avrebbero visto la giacca, sbottonata, i pantaloni, e avrebbero intuito di chi era qual corpo. Allora avrebbero alzato gli occhi e si sarebbero visti in faccia, avrebbero visto se stessi negli occhi degli altri uomini seduti allo stesso tavolo o in un tavolo vicino, e con un po’ di imbarazzo si sarebbero rivestiti a testa bassa e sarebbero forse usciti, presi da una grande tristezza. Ma finchè c’erano quelle note l’illusione era salva, gli uomini erano salvi.

Le ragazze lo sapevano. Sovente, prima che il locale si riempisse, si fermavano ad ascoltarlo. Lo ascoltavano ancheggiando e ammiccando fra i tavolini ingombri, mentre mandavano giù un bicchiere di liquore, mentre, sedute sul bordo di un letto, si sistemavano un reggicalze e indugiavano nel rivestirsi. Ascoltavano quelle note che riempivano la sala e salivano le scale al piano di sopra, penetravano ovattate nelle stanze chiuse, oltre le porte. Le accoglievano con piacere e lasciavano che quelle note le coccolassero, e la notte andava più facile.

Gli sorridevano, quando gli passavano accanto, e lui ricambiava. E ogni volta che scendevano le scale gli lasciavano una mancia. Guadagnava di più dalle mance delle ragazze di Rue Grizot di quanto gli rendessero le 10 ore al giorno tra la calce e i mattoni.

La prima sera che aveva suonato in quel locale fumoso, nessuno aveva mai sentito la sua musica. Martinot se l’era portata dietro dalla sua terra, dalla sua valletta in Italia dove aveva lasciato la mamma e qualche sorella. Se l’era portata dietro quando aveva attraversato il confine da solo per diventare muratore. E poi di nuovo quando era partito per Parigi, per sempre.

Era la musica del suo paese, quella che si suona alle feste, nelle piazze, quando da tutte le borgate la gente si riunisce, e vengono anche dai paesi vicini a battere le mani a tempo e a ballare la courenta, la giga, la tressa. Si balla per la gioia o per la disperazione, o per non pensarci, finché la musica va avanti.

Quelle canzoni gli parlavano di tutte queste cose: di certe sere d’inverno al lume di candela, nelle stalle, quando le donne rappezzavano e ricamavano, e gli uomini sistemavano qualche attrezzo e i vecchi raccontavano qualche storia; di certe sere d’estate, quando ancora non era buio e allora, in cortile, qualcuno aveva la forza di ballare anche dopo il lavoro nei campi; di una ragazza che quando ballava saltava troppo in alto e faceva sempre volare la gonna, e le si vedeva quasi il polpaccio.

Le aveva imparate alle feste, quando invece di ballare si fermava vicino ai suonatori e li guardava, e li ascoltava. Aveva imparato a suonarle da chi lo sapeva fare. Da Minot, che era tornato da San Francisco con una bella fisarmonica. Alla fine l’aveva comprata, quella fisa americana. Senza spartiti, senza quaderni, aveva tutto in testa e nelle dita.

Quando aveva attraversato le montagne per diventare un muratore, aveva il suo strumento sulle spalle, se l’era portato fino a Parigi. In Rue De Lorette erano tutti dello stesso paese, e quando c’era festa, e la gente non lavorava, si suonava e si ballava come a casa. Ed era un po’ come non essere mai partiti, tranne che di montagne, di alberi, di prati, non se ne vedevano. In Rue De Lorette aveva imparato a leggere la musica, aveva studiato quel si poteva. Alle feste non stava più a battere le mani vicino ai suonatori. Ora faceva muovere i piedi ai ballerini, faceva cantare le marionette dei teatrini degli Champs Elysees, faceva sognare gli uomini soli in Rue Grizot.

Fuori da Rue De Lorette in pochi conoscevano quelle melodie. Forse solo gli uomini che frequentavano Rue Grizot. Forse loro ne imparavano i motivi, anche senza volerlo, e li portavano in giro per Parigi fischiettando. Forse in questo modo si riconoscevano, passandosi accanto, e allora si strizzavano l’occhio. Forse invece non facevano caso a quel ragazzo e al suo strumento.

Ma c’era un uomo che vi fece caso. Entrava nel locale e sceglieva un posto non troppo lontano da Martinot, perchè la sua musica lo metteva di buon umore, e perchè amava, a volte, girare lo sguardo e vederlo suonare apparentemente spensierato. Beveva qualche bicchiere seduto al suo tavolino, da solo o con un amico, a volte batteva il tempo con il piede sul tappeto a decorazioni rosse. Poi saliva nelle stanze con qualche ragazza, se ne scendeva contento e usciva, come tutti. Ma indugiava sempre al tavolino un po’ più degli altri, ad ascoltare. Gli serviva qualche momento in più per sciogliersi.

Una sera, quando Martinot arrivò al locale, quel tale lo stava aspettando. Glielo disse il barista che glielo indicò, appoggiato a metà del bancone. Jean. Faceva il regista. Faceva i film. E voleva la sua musica per un film. Ma proprio questa musica? L’avete già sentita? L’aveva già sentita, proprio nel locale, molte volte. E gli era piaciuta? Gli era piaciuta. Quella musica a Jean gli aveva raccontato la storia delle stalle e dei cortili, e quella allegra della festa nelle piazze che lo aveva fatto un po’ sognare. Gli aveva fatto annusare quella valletta lontana da Parigi nascosta tra i fianchi dei monti. Era perfetta.

Beh allora sì, era d’accordo. Jean volle una canzone in particolare, che Martinot a volte ripeteva. Quella lo aveva colpito, quella, si, sarebbe stata perfetta. È originale? gli chiese Jean. Il cognome era Renoir. Il motivo, gli spiegò Martinot, è popolare, ma la musica era sua, l’aveva arrangiata lui. Dunque si, perfetta.

Strano personaggio, pensò il giovane Martinot. Con tutta la musica che c’era a Parigi, aveva scelto proprio quella della sua fisa, la musica che suonavano alle feste in val Varaita.

Strano personaggio. Quella musica in un film. Chissà cosa ci aveva sentito. Chissà che film era. Di sicuro nessuno aveva mai pensato di farci un film, con quelle canzoni. Quando lo disse in Rue De Lorette nessuno rise, furono grandemente stupiti da questo fatto. A tutti piaceva la musica di Martinot, ma certo non avevano immaginato che potesse entrare in un cinema.

Non furono a parlarne per tanto tempo, quel Jean era convinto e aveva le idee chiare. Un paio di volte volle sentire l’orchestrina di Martinot al teatrino delle marionette degli Champs Elysees. E poi si decise a registrare, proprio davanti al sipario chiuso di un teatrino. Martinot suonava con i suoi compagni, e attorno a loro c’erano persone che li seguivano con microfoni, i fili, le  cineprese, e materassi e coperte per fermare i rumori della città.

I film si fanno così, aveva dettao Martinot agli amici. Voi non capite. Noi non capiamo. La nostra musica è mica roba da poco. Quel regista che ho incontrato agli Champs Elysees, raccontò alla famiglia, a lui è piaciuta subito. E come stava bene con quel teatrino e le tre marionette che passavano. Il film inizia proprio con la Countrodansa. Proprio all’inizio? Già, la prima cosa del film. Dopo il grande stupore iniziale, se ne rideva, che un regista della grande città avesse usato proprio una musica che conoscevano solo loro, e che neanche a Saluzzo non volevano saperne di suonarla.

Passò un anno buono da quando quel Jean era venuto a cercarlo in Rue Grizot, ma alla fine il film era fatto. E Martinot era in prima fila a vederlo, con la moglie, la sera della prima proiezione. Con tutti i parigini a sentire la Countrodansa, che a Saluzzo morire se la volevano ascoltare, figurarsi a ballarla. E come suonava forte nel cinema.

Il volo del ciliegio

Parrebbe sciocco raccontare una favola a un adulto, eppure anche Ambrose Bierce diceva che:

«La favola. Una piccola bugia per illustrare qualche importante verità.»

quindi viene da chiedersi perché no?

Perché bisogna essere “grandi” a tutti i costi?

Perché corre sempre tutto cosi veloce?

Rallenta, amico mio, anche solo per un momento e lasciati trasportare al largo dal vento dell’immaginazione.

C’era una volta,

un grande bosco, fitto come i capelli di una bella ragazza, come tanti acini su un ricco grappolo d’uva. Era immenso, quasi l’occhio ci si perdeva dentro nel cercare di agguantarne i limiti, un mare verde fatto di fronde che, come onde, si infrangevano le une contro le altre, ripetutamente, senza sosta.

Uno stacanovismo naturale.

In questo enorme bosco, erano cresciute due piante, inconfondibili se osservate da vicino, ma che in quell’infinità si perdevano, mimetizzandosi con le altre. Solo poche caratteristiche le rendevano uniche, e sicuramente chi fosse passato di lì avrebbe potuto scriverci una favola da tanto che sprigionavano le loro particolarità.

Una era un grande abete, di quelli che si vedono nelle piazze delle città a dicembre, quando Natale è nell’aria, con mille palloncini colorati e bastoncini di zucchero. Imponente e stoicamente piantato come solo un albero del suo spessore sarebbe stato in grado di fare. Le sue radici erano saldamente ancorate nel terreno sulla sponda del torrente, ai limiti del grande bosco, vicino a una cascata profonda che avrebbe messo i brividi in corpo anche al più temerario degli avventurieri.

Ma l’abete non si scomponeva, sicuramente non per un’inezia del genere. Ne aveva viste di tutti i colori e di tutti i colori lui stesso si era dipinto. Siccità e carestie, terra crepata e solleone giallo come i suoi aghi bruciati. Uomini armati di seghe lucenti pronti a conficcare la morte in ciò che si parava loro davanti, grandi inondazioni che lasciavano ogni volta una tacca sulla corteccia.

Chi ha detto che gli abeti sono sempreverdi, non ha mai parlato con nessuno di loro.

Sono di mille colori come le emozioni, come i sentimenti.

Eppure dopotutto era ancora lì, rigoglioso e fiero di essere fautore della sua personale resistenza, senza grandi stravolgimenti, vivendo ogni giorno con la lentezza che la natura gli aveva donato, la quotidianità di una vita fatta di centinaia di commozioni: il sorgere del sole, il suo allontanarsi alla sera, i riflessi dell’acqua e della luce sul suo tronco, le prime stelle timide in cielo.

Era un albero, un signor albero, cosa avrebbe voluto di più?

Poco distante stava un ciliegio, stessa età dell’abete, stessa bellezza. La sua particolarità, oltre alla spiccata meraviglia dei suoi fiori in primavera, era il luogo dove era cresciuto.

In bilico, sulla cascata, fra il dirupo e la sponda, quasi paresse pronto a spiccare il salto verso il nulla. Le sue radici non erano così salde, si attaccavano alla roccia e brandivano i pochi scampoli di terreno al quale potessero anelare. Ma il giovane ciliegio non si crucciava di questo, anzi lo vedeva come un’opportunità. Di quelle imperdibili e uniche.

Avrebbe potuto finalmente essere come gli uccelli che si posavano sui suoi rami o le api che venivano a suggere il nettare dai suoi fiori, avrebbe potuto prendere il volo verso una libertà che desiderava da quando era germoglio.

Quindi cosa le accomunava?

Erano sempre state dirimpettaie, una in mezzo al torrente e l’altra sulla sponda, sempre così, da quando erano semplici arbusti.

Il legame che si era stretto fra loro andava ben oltre l’essere vicini, era l’amicizia, di quella vera, quella che fa fremere le foglie e accartocciare la corteccia. Crescendo i loro rami si erano quasi intrecciati tutti, rendendoli inseparabili. In particolare, una propaggine di entrambi si era fusa, unendoli ostinatamente.

In questo rapporto così stretto, solo i desideri erano diversi, solo le loro ambizioni. Vite simili che si intersecano e creano nodi come una grande rete, per spuntare poi in diversi sbocchi, separandosi, a volte anche per sempre.

Un giorno, nuvole nere e grigie si addensarono sul grande bosco, spesse e tenebrose. Si misero a piangere così forte che il torrente non poté fare a meno di impietosirsi al capriccio, riempiendosi ben oltre le sue aspettative. Le radici del giovane ciliegio vennero sommerse dall’acqua, che impetuosa gli scorreva intorno, la sensazione fu come un brivido di una partenza, di uno sradicamento, quello tanto atteso, come se la forza della corrente volesse brandirlo per portarlo verso più rosei lidi, per poter adempiere al suo agognato destino.

Un folle finale per un semplice ciliegio.

Un unico particolare non gli permise di creare finalmente il suo futuro e fu quell’unico spesso ramo intrecciato con il suo amico abete. Lui imperturbabile, scosso dalla forza della tempesta che scuoteva le puntute fronde, concentrava le forze per trattenere il suo indisciplinato compagno, per donargli saldezza e sicurezza in un momento tanto delicato e turbolento quale fu quella bufera.

Finito il tumulto, anche il torrente una volta sazio si ammansì, lasciando entrambe le piante nello stesso luogo nel quale erano state tutti quegli anni.

L’abete, spossato per lo sforzo, rivolse furioso un’unica semplice domanda al suo amico di una vita:

«Cosa credevi di fare? Volevi farci schiantare entrambi in fondo alla valle? Pazzo! Sei un albero, comportati da tale almeno una volta!»

Quelle parole ferirono il ciliegio più di qualsiasi picchio o dente di sega potessero scalfirlo. Possibile che il suo amico non capisse ciò che desiderava? L’abete sapeva fin troppo bene dove colpire per dichiarare tana libera a tutti e chiudere il gioco.

Dritto nel midollo, giù in fondo, oltre le nervature e gli anelli, nell’anima fatta di legno e sogni.

«Voglio volare come le rondini, come le aquile planare giù, far finalmente cantare le mie fronde. Voglio vedere, scoprire, emozionarmi e raccontare» ribatté, una volta sbollita la rabbia.

La risposta dell’abete fu immediata, replicò pacatamente, come era nella sua indole.

«Puoi emozionarti anche così. Cosa cerchi? Brividi e avventura? Quelle cose lasciale a chi può permettersele, a chi ha ali per poterlo fare. Guardami, sono rigoglioso, ben saldo, con fitte radici in ciò che considero importante e chi mi dà sostegno e sicurezza. Ogni giorno osservo l’alba e il tramonto, sento il vento che muove le foglie del bosco, ne percepisco la vitalità scivolare sopra e sotto di noi. Ho davanti al naso un miracolo, tanto quanto te. Ed è ciò che mi rende felice.

Apri anche tu gli occhi, amico mio, non cercare la gioia dove non è necessario.»

Il ciliegio ancora una volta non condivideva ciò che il saggio abete gli aveva detto, erano tutte cose che considerava inutili e di poco spessore, nulla che potesse attirare la sua attenzione più di pochi istanti. Niente che lo avvincesse più del sogno che serbava dentro di sé.

Passarono le stagioni, scorse l’estate e caricò il ciliegio di frutti succulenti, ai quali attinsero tutti gli uccelli del cielo. Poi insieme alle foglie cadde anche l’autunno e le prime nebbie, il bosco si riempì di colori caldi e divenne suggestivo ammirare quella marea infuocata. Infine arrivò, come un ospite inatteso, il rigido inverno, con la sua bianca neve e le sue perenni nuvole grigie. Il ciliegio mutava con il trascorrere dei giorni, mentre il suo compagno abete rimaneva perennemente identico, niente lo scalfiva, figurarsi il susseguirsi delle stagioni.

Il rapporto fra di loro si era incrinato come quel ramo che li univa, spezzato da incomprensioni e silenzi.

Il tempo insegna che un’amicizia non può essere cancellata ma ogni marea che si infrange su di essa, la affonda tutti i giorni così come tutti i giorni può farla riemergere.

Per il momento la loro rimaneva in silenzio sotto una spessa coltre di neve.

La primavera bussò timida alle porte del grande bosco, come una ragazza impacciata e paurosa di disturbare. E così, fievolmente, iniziò a condurre grandi nubi bluastre e pioggia fitta, calda e fredda, tanto da far impazzire l’intera foresta, tanto da scioglierne la neve che la ricopriva.

Così lievemente com’era nel suo stile, questa si trasformò in acqua e ingrossò il panciuto torrente.

Fu proprio in uno di quei giorni che il ciliegio colse al volo l’occasione. Il vento soffiava arrabbiato lungo la valle e aveva nella bisaccia tanta pioggia.

Come ogni volta, l’abete cercava di tenersi stretto l’amico, come aveva sempre fatto, sapeva che avrebbe dovuto prendersi cura di lui anche se non si parlavano da mesi, ma ciò non contava, andava ben oltre quel ramo lacerato.

Mentre l’acqua scorreva incessante sotto il ciliegio e il vento gli scuoteva le fronde, lui prese coraggio e con un colpo secco si divincolò dall’appendice del compagno.

Ora era solo.

L’abete rimase sbigottito per alcuni attimi. Non aveva capito realmente che cosa fosse quell’albero piantato davanti a lui finché quel colpo non gli fece aprire gli occhi.

Il sogno che custodiva travalicava la stupidità di quel gesto folle, era un ciliegio con l’animo del viaggiatore.

Era un ossimoro vivente.

Mentre pensava a questo, vide l’amico sradicarsi dalla roccia e lasciarsi trasportare dal vento e dall’acqua lungo la cascata.

Ebbe solo il tempo di urlargli un’ultima cosa.

«Fai buon viaggio, fratello mio!»

E vide che il ciliegio ricambiò il suo augurio con un sorriso soddisfatto, pieno di un solare futuro, ricolmo di stima verso l’albero che lo aveva accudito per tanti anni, tenendolo con la sua pericolosa fantasia e con le radici piantate al suolo. Ma era giunto il momento di compiere ciò per cui era nato, senza altro tempo da attendere, senza altre scuse da accampare.

Ma quel giorno fu ricordato perché la tempesta perfetta si abbatté sul bosco intero e anche il solido abete rischiò di fare il volo che il suo amico ciliegio aveva appena compiuto.

L’acqua sgretolò i lembi di terra intorno alle sue radici e lo fece scivolare verso la riva. La tenacia di quell’albero gli impedì di capitolare come il ciliegio perché riuscì a fermarsi esattamente nello stesso punto dove era stato sradicato il suo amico.

In quel preciso punto.

Aveva preso il suo posto.

Quando la bufera cessò, il torrente smagrì e il sole tornò a fare capolino oltre le scure nubi, lungo il tronco dell’abete scorsero stille di resina.

Lacrime del color dell’ambra.

Dense come se dentro di esse ci fossero tutti i sentimenti contrastanti che provava per quello stupido ciliegio volante, per un amico, per un compagno di tutta una vita.

Erano gocce di gioia e di rabbia, di invidia e di soddisfazione.

Anche l’abete ebbe in premio ciò che il destino aveva in serbo per lui da tempo.

Trovandosi lì, fece da diga naturale per ciò che il torrente conduceva alla cascata e, qualche giorno dopo la tempesta, l’acqua gli portò in dono una bellissima ginestra, meravigliosa come quando in primavera sbocciano i profumi dei fiori, docile come il colore del miele.

Si fermò accanto al tronco del grande abete e lentamente impararono a conoscersi e intrecciarono le loro radici fondendosi in una cosa sola. Felice come non lo era mai stato, capì che la testardaggine del suo amico gli aveva permesso di trovare una nuova gioia, più intensa di ogni tramonto, più colma di qualsiasi alba.

Ogni sera volgeva lo sguardo verso la valle, immaginandosi quel ciliegio volteggiare insieme alle rondini, ogni sera lasciava scorrere una goccia di resina sul suo tronco.

Questa volta però colma di tutta una vita.

Di tutta un’altra vita.


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