Testi inediti vincitori 2000

 

Via Liquara*

C’è più silenzio

ma in tutto quello che vedo

le stesse tracce, e screpolature,

e l’immagine tutta è la stessa,

il muro davanti casa, e il terrazzino

dove s’ingarbugliava coi fili il gatto Timoteo,

le finestre scrostate….

Cammino ed è quasi impossibile

svoltare l’angolo perché so che

il nome dei vicini non è cambiato.

E infatti è così. Con cautela

tocco la ringhiera mai rismaltata

incontro le mie mani d’allora

sempre un po’ graffiate dai gatti e dai giochi

mentre il sole mi fa vedere troppo,

così chiudo gli occhi, e appoggiato

a quel muro di casa

mi acquieto.

* Stradina di Pedemonte di Serra Riccò – (GE)

Iris Blu

Come tolta da un quadro di Monet

delizia blu, così il tuo nome:

Iris delicata, color del fiore

Iris gioiosa e spettinata,

inno alla vita senza clamore.

Iris vera e affascinata

con gli occhi che si posano

– e, meticolosa, ne fanno collezione – :

sul canneto che contorna la palude

e là giunchi e mazze sorde,

raganella,

arvicola

libellula

Tutto ti piace.

Iris raggiante, ti si addice

cuore di vento

che indugi e – un attimo solo !

mai paga dell’odor di aria salmastra

che dalla foce risale,

Iris blu, fresca di luce,

a sera ti trasformi in pace.

Passione

Muoio

oscuro pollo umbratile

sotto l’egida di Francis Picabia

e del suo scherzo.

Passione remissione sconvolta

dove le ombre dopo le ombre

a mezzanotte rinunciano

ai diavoli e alle loro storie.

Passione asseconda le penne

All’ombra del 20 di Agosto.

Le poesie segnalate della Prima edizione.

Monia Gaita – Montefredane (AV)

Paese

Paese, nei tuoi muri inalati s’incide

la gravida ninfa della mia poesia.

Sui tuoi aggrondati sopori riarsi

pasticciano sogni nodosi e lieti

E solo per le tue strade voglio cantare

la quiete matura della spiga

la bianca lontananza dei sambuchi.

Paese che mai sono riuscita a lasciare,

è nel dorato ventaglio dei tuoi sassi che si adorna

la mia frusta sete di vita,

eterna come la magia.

E’ nella porosa estensione di aurore fluviali

che il mio stupore trova agrumeti e chiarità gelsate.

E non so dire se ciò che più mi trattiene

è radice di quercia o paura di cambiare.

Sono soltanto certa che in questo incanto io voglio morire

perdutamente avvinta all’illusione antica

Elena Biazzi – Cremona

Anima Mia

Un giubbotto

abbandonato

in un campo di basket

sporco di neve

bagnato di pioggia

avvolto di nebbia:

è lo straccio della mia anima

vagante nel tempo

alla ricerca

di un po’ di verità

nella gente

nei sentimenti

in questa società.

L’allergia di Luca

Si erano alzati di buon mattino dopo una notte parzialmente insonne. La sera precedente Luca era stato pervaso da quell’eccitazione tipicamente infantile che ti accompagna prima di prendere sonno e ti fa sperare che venga presto il momento del risveglio. Papà Carlo era invece rimasto alzato fino a tardi con la scusa di dover studiare certe carte processuali relative ad un’udienza che non era nemmeno ancora stata fissata; nonostante questo accorgimento però la nottata era stata lunga, regolata da tutti i rintocchi del campanile locale. Mamma Luisa aveva invece pregato a lungo prima di addormentarsi, per poi risvegliarsi e riaddormentarsi più volte nella notte.

Nessuno di loro tuttavia mostrò la benché minima stanchezza al risveglio: non Luca che per la prima volta avrebbe potuto vedere il mare, non papà Carlo che avrebbe posto la parola fine ai consulti medici, non mamma Luisa che avrebbe smesso di temere che dietro quella patologia di per sé innocua si celasse qualche male oscuro assai più grave.

Erano passati 10 anni da quando l’allergia si era manifestata per la prima volta; Luca aveva allora 3 anni e come buona parte dei suoi coetanei era salito in macchina per una settimana da trascorrere al mare a goderne l’aria iodica. Passato il casello autostradale di Altare, il piccolo Luca aveva iniziato ad inquietarsi ed agitarsi per poi trasformare l’irrequietezza in un pianto inconsolabile; dal casello di Savona fino a quello di Pietra Ligure il viaggio era diventato una sofferenza indicibile per i due genitori, con Luca che alternava lacrime copiose a stati di apparente calma. Durante gli ultimi tratti di strada verso la costa la situazione era peggiorata nettamente: Luca era diventato rosso in volto, il sudore gli imperlava la testa ancora piccolina ed il respiro si faceva sempre più difficoltoso. La giornata era stata tremenda, trascorsa tra ambulatori sanitari, farmacie locali, ripetuti collegamenti telefonici con la pediatra che si era illusa di passare una tranquilla domenica di riposo; tanto grave sembrò la situazione in quei momenti, quanto tranquillo diventò il veloce ritorno a casa, con Luca che si era calmato in corrispondenza dell’appennino ligure ed aveva finito per ridere durante tutto il viaggio con quell’espressione radiosa che i bambini sono soliti avere.

Dopo un paio di settimane e vari consulti medici, era stata diagnosticata una rarissima forma di allergia da ambiente marino, un incompatibilità al tipo di aria delle zone di mare; il caso si presentava come unico in Italia, mentre se ne contava qualcuno negli Stati Uniti e pochi altri nel mondo.

La famiglia di Luca era benestante, anzi benestante sarebbe dire poco. Il padre era il più rinomato avvocato della provincia, conteso per i processi più impegnativi e di conseguenza più generosi nelle parcelle; la madre era una commercialista, con pochi clienti, ma buoni: aziende economicamente sane, stimati professionisti, facoltosi commercianti. I due genitori avevano continue giornate impegnative, poco tempo libero, ma un conto in banca in costante e rapida crescita.

Decisero di non accontentarsi delle rassicurazioni dei medici sull’assoluta non gravità della patologia e sulla possibilità di convivere tranquillamente tutta la vita con una simile allergia. Si affidarono ad un luminare di chiara fama il quale a sua volta prese contatto con un altrettanto famoso collega americano e per Luca iniziò una terapia fatta di test atti a rilevare la cura efficace; i medici dichiaravano la loro fiducia sul buon esito del problema, avvisando però che la guarigione non sarebbe avvenuta prima dell’età dello sviluppo.

Furono anni in cui, tranne il mare, a Luca non mancò niente. In inverno andava a sciare ogni domenica, diventando in breve tempo un esperto sciatore; durante le altre stagioni le giornate di svago si dividevano tra gite in montagna con lunghe passeggiate, picnic insieme a papà e mamma, pratica di sport vari quali tennis, judò, calcio e pallavolo. Le vacanze più lunghe erano l’occasione per interessanti permanenze in città d’arte, con i genitori che fungevano da provetti ciceroni per palazzi, musei, cattedrali e piazze varie.

Era però il mare il grande assente della sua vita e questo gli aveva determinato un’enorme attrazione verso tutto quanto potesse colmare tale mancanza. All’età di sei anni aveva iniziato ad andare in piscina e da allora non aveva più smesso; adorava il contatto con l’acqua, la sensazione che gli procurava il lento movimento delle gambe nel fluido e la conseguente percezione del galleggiamento, il piacere derivatogli dall’irruenza delle bracciate veloci con la risultante rapidità di spostamento.

Si appassionò ardentemente alla lettura non perdendosi neppure uno dei libri di Emilio Salgari sul Corsaro Nero e su Sandokan; lesse d’un fiato “Ventimila leghe sotto i mari” di Verne, “Il vecchio e il mare” di Hemingway e decine di altri romanzi che avevano il mare come elemento comune. Se poi in televisione appariva un documentario, un servizio giornalistico, un film attinente in qualche modo all’oggetto del suo desiderio, cessava immediatamente qualunque attività per restare ipnotizzato di fronte al teleschermo. Inoltre per tutta l’infanzia denotò una maturità non indifferente; mai fece bizze e capricci con i genitori perché non lo portavano al mare e, quando ascoltava i racconti degli amichetti su gite e vacanze balneari, mai si lasciò aggredire da traumi ed isterismi vari.

Poi le notizie sempre migliori, di una guarigione ormai prossima dovuta ad una terapia del dottore americano combinata con il sopraggiungere dell’adolescenza, (proprio l’adolescenza, l’unico vero grande momento rivoluzionario nella vita di ciascuno). Trionfante il responso definitivo: “Dagli ultimi test Luca risulta perfettamente guarito. Non resta che portarlo al mare e verificare sul campo l’effettiva bontà della diagnosi”.

Quel momento era infine giunto: una deliziosa giornata di fine aprile, riscaldata da un sole per nulla timido, indicata per gite e scampagnate.

Il tragitto sembrò interminabile a Luca; Montegrosso d’Asti, Nizza Monferrato, bivio di Terzo, sosta con 1’inimitabile focaccia di Dego, ingresso in autostrada ad Altare. Da qui in avanti il tempo iniziò ad accelerare per Luca, mentre divenne un fardello pesantissimo per mamma Luisa; osservava ininterrottamente il figlio temendo di cogliere sul volto un qualche segnale negativo e gli chiedeva di continuo “Ti senti bene? Fai fatica a respirare? Hai caldo? Hai freddo?”. Papà Carlo manifestava segni di nervosismo ed invitava la moglie a smettere di preoccuparsi, ma la sua inquietudine tradiva le stesse paure della consorte.

Solo Luca era tranquillo; dai vetri della Volvo guardava le montagne liguri, gli enormi piloni dell’autostrada che le attraversavano, i carrelli sospesi nel vuoto sopra le loro teste utilizzati per lavorazioni a lui misteriose, tutto magnificamente finalizzato alla realizzazione del sogno tanto atteso.

Il mare! Oltre le prime case di Savona, oltre la linea del terreno, al di qua dell’orizzonte, dolcemente schiacciato tra cielo e terra, lui, il mare. Luca ora non sentiva più le domande preoccupate della madre e le parole di finta tranquillità del padre; guardava perennemente a sinistra, rattristato quando l’Aurelia piegava verso l’interno e rendeva invisibile l’azzurra distesa d’acqua, in estasi quando questa ritornava sotto i suoi occhi.

– Andremo a Pietra Ligure! – aveva sentenziato il papà, quasi a voler riannodare un filo drammaticamente interrotto 10 anni prima, come se avesse voluto semplicemente dire “Dove eravamo rimasti?”.

Vado Ligure, Bergeggi, Spotorno, Noli, Varigotti, Finale Ligure. La strada trafficata, la precedenza ai pedoni sulle strisce, le palme sulla passeggiata, i chioschi ancora chiusi ai bordi delle spiagge; poi da ultimo Pietra Ligure, 1′ approdo.

Luca usci di getto dalla macchina trattenuto a stento dai genitori; la spiaggia era il suo obiettivo finale. Con forza e vigore trascinava la mamma che con sommi sforzi lo teneva per mano; attraversarono l’incrocio, aggredirono la passeggiata, superarono il molo ed i piedi di Luca si posarono finalmente sulla fine sabbia. Mamma avrebbe voluto abbracciarlo per la gioia della guarigione ormai certa, papà avrebbe voluto emettere un sonoro urlo di esultanza, ma Luca era già lontano da loro, completamente percorso da un brivido indescrivibile.

Corse fino alla riva dove flusso e riflusso rendevano umida la sabbia; avrebbe voluto levarsi scarpe e calze, arrotolarsi i jeans fino alle ginocchia e poi entrare nell’acqua, spingersi fino a quando il livello non fosse arrivato ai risvolti dei pantaloni. Restò invece a fissare l’azzurra macchia marina finché un’onda monella non gli lambì entrambi i piedi; ritornò allora di corsa verso i genitori ed esternò loro il suo entusiasmo, insensibile ai rimproveri per i piedi bagnati, alle raccomandazioni di non sudare, di non levare la maglia, di stare attento a non cadere.

Calmatosi un po’ iniziò a guardarsi intorno. Un gruppo di ragazzi e ragazze stava arrivando sulla spiaggia riempiendo l’aria con le note di canzoni che uscivano da un registratore portatile; sulla passeggiata di fronte una coppia di anziani camminava lentamente ed incrociava un giovane papà che spingeva un passeggino. Il numero di persone intorno a lui aumentava continuamente; era un mondo totalmente nuovo, formato da uomini a passeggio con il giornale sotto il braccio, dall’aroma di caffè proveniente dai tavolini dei dehors, da giovani che scendevano le scale per raggiungere la spiaggia.

I ragazzi del registratore adesso stavano giocando con un pallone, mentre le loro amiche placidamente sedute su colorate coperte si raccontavano chissà quali confidenze. Due suore vestite di bianco camminavano lungo la riva, la lunga sottana leggermente alzata sui fianchi fino a mostrare le bianche scarpe; parlavano tra loro, o forse pregavano, o forse canticchiavano, o forse erano in silenziosa meditazione… Luca non lo scoprì mai.

Quanti anni erano passati da allora? Esattamente 19. Una domenica di fine aprile Luca era nuovamente in autostrada sopra 1’appennino ligure; in auto con lui la bella moglie Alice ed il piccolo Andrea, da quasi due anni 1’elemento in più della sua famiglia. Quando doveva nascere i medici avevano avvertito che l’allergia patita nel passato dal padre aveva carattere ereditario, che esisteva una probabilità seppur remota che si manifestasse nuovamente, che se anche ciò fosse avvenuto non si sarebbe trattato di nulla di grave. I controlli successivi sul neonato erano stati però tutti negativi ed i dottori si erano convinti che non vi fosse alcuna patologia; tuttavia 1’anziano medico di famiglia, amico d’infanzia del padre di Luca, aveva avvisato: “La medicina non è una scienza esatta. Portatelo per una volta al mare e solo in quel momento sapremo la verità certa”.

Il tragitto fu il medesimo di 19 anni prima: i collinari paesi del sud dell’astigiano, il casello di Altare con la colonna di auto in attesa, la trafficata autostrada, la caotica Aurelia, i problemi di parcheggio a Pietra Ligure; durante l’intero viaggio i due genitori non avevano smesso di controllare il piccolo temendo di riscontrare i ben noti sintomi, ma questi, imbracato nel seggiolino previsto dal codice della strada, aveva continuamente mostrato il volto sereno e ridanciano dell’infanzia felice.

Solo quando furono sulla sabbia della spiaggia però, ogni dubbio fu rimosso; mamma Alice si strinse al petto il figlio non riuscendo a frenare le lacrime di gioia che copiose scendevano sulle gote.

– Ti porteremo qui per una settimana, anzi per due settimane. Verremo tutti gli anni al mare. Vero Luca che lo porteremo tutti gli anni? Fa così bene il mare ai bambini!” –

Luca annuiva silenzioso. Aveva sperato fino all’ultimo; quando erano giunti a Savona aveva cercato di convincersi che sarebbe potuto succedere in riva al mare ed invece niente: il figlio non aveva ereditato la sua vecchia allergia, purtroppo.

Da quel momento in avanti per suo figlio il mare avrebbe soltanto significato una settimana, anzi due, da passare ogni anno tra sabbia, secchielli e palette; sarebbe stato la banale meta delle gite con gli amici, prima in treno, poi in moto e alla fine in macchina; avrebbe costituito semplicemente un’ipotesi di luogo di vacanza da contrapporre alla montagna.

Per Luca invece era stato tutto diverso. Da quel giorno di 19 anni fa aveva viaggiato molto, aveva visto mari vicini e mari lontani: la festosa riviera adriatica, il litorale toscano dall’incantevole paesaggio, l’incontaminato azzurro della Calabria, la Sardegna con i suoi villaggi turistici, la ricca Costa Azzurra francese. E poi 1’atmosfera dei Caraibi, le onde della California, le splendide ragazze delle spiagge brasiliane; niente però gli aveva più regalato quelle stesse emozioni di allora, non l’atmosfera dei Caraibi, non le onde della California, non le ragazze brasiliane.

L’acqua ai suoi piedi ed il giovane papà con il passeggino; immagini scolpite nella sua memoria come i ragazzi con il pallone, gli uomini con il giornale sotto il braccio, 1’aroma di caffè, le due suore lungo la riva.

Già, le suore; Luca allungò lo sguardo oltre la figura della moglie che teneva il figlio stretto tra le braccia. Due suore vestite di bianco camminavano lungo la riva, la lunga sottana leggermente alzata sui fianchi fino a mostrare le bianche scarpe; parlavano tra loro, o forse pregavano, o forse canticchiavano, o forse erano in silenziosa meditazione… Luca sorrise e non lo scoprì mai.

Cosa?

Cosa se non un capriccio del fato poteva dirsi causa prima dei numerosi e infelici mutamenti nell’ordinata esistenza di un trentenne occhialuto giacca e cravatta da grandi magazzini avviato a un tranquillo avvenire a una scalata ai massimi vertici dell’agenzia Ti Assicuro che sbandierava con orgoglio lo slogan IL MASSIMO RENDIMENTO COL MINIMO IMPEGNO ECONOMICO?

Cosa se non l’ordine la precisione il rigore erano divenuti i suoi dei ai quali sacrificava incessantemente la propria quotidianità ai quali offriva senza parsimonia i frutti del suo monotono impiego memore forse di un’adolescenza incosciente e selvaggia il cui ricordo tentava invano di seppellire sotto strati di disciplina?

Cosa se non il tedio si era insinuato lento e terribile nelle sue visite presso i clienti nelle sue chiacchiere grigie sempre uguali a sé stesse sottraendogli giorno per giorno persino la possibilità di godere di quel perverso piacere consistente nell’ingannare il prossimo suo non propinando nient’altro che fumo?

Cosa se non un eccesso di pigrizia e di introversione gli impediva da tempo di varcare la soglia di casa di uscire dopo cena anche soltanto per bere qualcosa nell’umida afa delle sere d’estate o andare al cinema con l’aria condizionata sia chiaro o in discoteca con amici fidati nei cui volti non si riconosceva ormai più le cui voci gli suonavano estranee?

Cosa se non la forza d’inerzia lo aveva trascinato una sera in un locale fumoso bombardato dai decibel invaso da turbe di indemoniati e spinto ad abbandonarsi su un divanetto di pelle accanto a una figura femminile dai contorni indistinti ma dalle dimensioni imponenti che piangeva da sola in silenzio nell’oscurità?

Cosa se non una sfrontatezza insperata aveva scatenato la loquela del nostro timido eroe nella direzione corretta e sciolto la sua lingua richiamando l’attenzione della massiccia fanciulla al suo fianco che dopo uno scetticismo iniziale non tardò a concedergli la sua confidenza passando a poco a poco dalle lacrime al riso?

Cosa se non meraviglia e stupore aveva manifestato quando la figura femminile era emersa dal buio giganteggiando al confuso chiarore delle luci stroboscopiche e avvicinandoglisi aveva rivelato di colpo dimensioni tali da lasciare a bocca aperta il suo interlocutore sconvolto e inebetito da tanta splendida mole?

Cosa se non una bizzarria di Cupido aveva reso l’incontro con quella donna davvero diversa da tutte le altre nella fattispecie bionda occhi azzurri popputa ma di centottanta e passa centimetri di altezza e cento e fischia chilogrammi così memorabile da restare scolpito come un incisione nella sua mente di imbranato e forse misogino assicuratore?

Cosa se non una perversione del suo senso est\etico o una perversione tout court aveva permesso che un sentimento inconsueto sbocciasse in insana passione impedendogli di dormire la notte costringendolo a interminabili veglie di fronte alla tivù e infine ad arrendersi all’amore che come si sa tutto vince?

Cosa se non un inaudito sforzo di volontà aveva portato il dito dell’uomo a comporre sudando il numero di telefono della gigantessa e dopo qualche farfugliamento e tentennamento lo aveva aiutato a trovare il coraggio sufficiente ad invitarla fuori per una serata romantica scoprendosi felicissimo di rivederla abbracciarla e constatare un sentimento reciproco?

Cosa se non un muro di incredulità aveva eretto spontaneamente porgendo le orecchie ai numerosi fatti strazianti che il bellissimo uragano biondo non mancò di snocciolare nelle sue varie fasi mentre lui la rimirava con sguardo attonito sedendole di fronte in un tripudio di hamburger patatine e coca al McDonald’s dell’angolo?

Cosa se non pietà e tenerezza aveva provato ascoltando le storie di folle normalità della supermaggiorata che tra una lacrima e una carezza narrava la sua più recente love story e il suo sentimento non ancora sopito per un virtuoso dello shaker inizialmente gentile premuroso innamorato che l’aveva poi abbandonata per fuggire misteriosamente a Cuba?

Cosa se non un’estasi soffocante dei sensi lo aveva avvolto la prima notte in cui aveva fatto l’amore con la sua nuova maestosa conquista e si era esibito in piroette salti mortali contorsionismi vari sopra e sotto le lenzuola tra le forme felliniane di lei rivelando finora nascoste doti amatorie libero finalmente di gioire dei piaceri carnali?

Cosa se non un’insana allegria da quel momento lo aveva condotto quotidianamente al lavoro comunicando un contagioso buonumore a clienti e colleghi stupefatti del suo inatteso cambiamento spingendolo a staccare ben prima del solito orario con saluti frettolosi per precipitarsi tra le braccia di lei e affondare nel suo abbraccio?

Cosa se non una voragine profonda e minacciosa come l’inferno si era spalancata di fronte ai suoi occhi quel mattino in cui svegliandosi non trovò la ragazza al suo fianco ma un biglietto di scuse che annunciava la sua partenza improvvisa per l’isoletta della Baia dei Porci alla ricerca del non dimenticato artista dei cocktail?

Cosa se non una devastante confusione lo aveva assalito come se un vento inatteso gli avesse d’un tratto spazzato via dalla mente quell’ordine stabilito pianificato con tanta fatica nel corso degli ultimi anni ovverossia come se la dolce ala della follia adolescenziale fosse tornata a coprirlo con la sua temibile ombra?

Cosa se non un pianto dirotto sarebbe risultato un buon toccasana uno sfogo liberatorio sulla spalla del padre che purtroppo però era mancato qualche anno prima che avrebbe invece saputo se ancora in vita trovare le giuste parole un conforto un consiglio ben diversamente dai piagnistei dalle lamentele materne che lui mai aveva sopportato?

Cosa se non una sorta di maledizione sembrava incombere sulla sua famiglia da circa due o tre generazioni almeno a giudicare dalle dichiarazioni di sua madre proferite fra le lacrime mentre frugava con le mani nervose nella borsetta alla ricerca di un fazzoletto mentre ascoltava i racconti del figlio?

Cosa se non una calma piatta e terribile lo aveva quindi posseduto preludio a una depressione forse senza rimedio che lo aveva costretto a casa nel letto con le persiane socchiuse per giorni prima che un ultimo barlume di lucidità lo strappasse da quel torpore mortale trascinandolo all’azione per quanto rischiosa folle imprevedibile?

Cosa se non un moto incontrollato dell’animo aveva guidato le sue mani tremanti a unirsi a pugno e colpire con precisione e violenza la nuca indifesa del poliziotto gentile nella guardiola della sua ditta quindi a slacciare la fondina con fare impacciato imbracciando poi la pistola dell’uomo svenuto infine a fuggire soffocando ogni senso di colpa?

Cosa se non un delirio di vendetta aveva potuto scacciare la sua ben nota fobia del volo spingendolo a varcare la soglia di un aeroplano lo sguardo nel vuoto orribilmente spalancato sotto di lui il freddo contatto col calcio del revolver nascosto sul fianco e passato miracolosamente inosservato al metal detector?

Cosa se non un misto di sorpresa emozione e confusione aveva provato toccando il poco sacro suolo patria di Fidel del Che dei sigari Avana per poi sedersi in un bar e scoprirsi eccitato dalle mosse sinuose delle ragazze dalla pelle ambrata intenerito dalle malinconiche voci e chitarre del Son stordito da fiumi di caipirina?

Cosa se non una determinazione che ignorava di possedere lo aveva spinto a chiedere informazioni sul suo antagonista in una lingua poco nota fingendo di bighellonare in quartieri multicolori affollati risonanti delle voci acute o suadenti di fanciulle canterine appoggiate alle ringhiere dei balconi sempre a caccia di qualche straniero da accalappiare?

Cosa se non la sua buona stella lo aveva guidato in quel locale dove gli era stato indicato un uomo dietro al bancone intento a preparare un long drink e a conversare con una bella mulatta sorridendo stupito di ricevere una visita da uno sconosciuto dallo sguardo turbato che nella sua stessa lingua si era presentato come latore di notizie da parte di una sua vecchia fiamma?

Cosa se non una scarica di adrenalina aveva scosso tutto il suo corpo quando senza indugi aveva estratto il revolver mai maneggiato prima d’allora puntandolo contro l’attempato rivale brizzolato pizzo occhi azzurri aria da casanova in pensione che aveva alzato le mani terrorizzato chiedendo perché mio Dio perché mentre i clienti correvano urlando via dal locale?

Cosa se non la confusione lo aveva invaso mentre ascoltava le confessioni del proprio avversario il quale aveva dichiarato la prosperosa amante comune essere una mitomane alla ricerca costante di una vendetta privata nei confronti degli uomini una mantide capace di mettere i maschi gli uni contro gli altri grazie al suo singolare fascino di cui il nostro era stato la più recente vittima?

Cosa se non la rassegnazione di fronte all’ineluttabile aveva di colpo strappato ogni forza al giovane sconvolto al punto che le sue mani si erano abbassate rivolgendo l’arma sempre più verso terra in seguito all’ultima inattesa e sconvolgente dichiarazione del barista dalle cui labbra tremanti traspariva quella sincerità scaturita dal timore?

Cosa se non lo stordimento il desiderio di oblio lo avevano abbandonato nelle mani della polizia che giudicandolo innocuo lo aveva lasciato libero in un paio di giorni gli avevano impedito di tornarsene in patria convincendolo a una scelta di vita inattesa una scelta diversa di libertà e di pace una sfida al destino sulla strada della serenità in un nuovo paese?

Cosa se non un sorriso era comparso sul volto del giovane assunto qualche mese più tardi come corista nonché unico bianco di un gruppo locale che durante l’esecuzione di Guajra Guantanamera non aveva saputo trattenere una lacrima dallo scorrere giù lungo la guancia in ricordo di quell’altro sé stesso rappresentante di un mondo lontano?

Cosa…?

Agosto

I

Ricordo quei giorni come se li avessi vissuti soltanto ieri, quasi non fossero passati più di vent’anni da quando noialtri ce ne stavano sdraiati a guardare le stelle, sui prati e sulla collina.

Era il tempo del sole, quando i ragazzi gettano i pantaloni pesanti e la manica lunga per salutare le vacanze e il sole caldo di Agosto.

Ancora oggi, dopo tutto questo tempo, io non posso dimenticare quelle facce, stracolme di delirante felicità; i corpi di noi tutti, quindicenni, in fuga da un inverno di gelate, lutti e giornate incolori.

Nel villaggio eravamo in dieci a vederci ogni giorno, consacrati da quell’invisibile e magico rituale che fa di due persone, due amici; ci stringemmo senza quasi accorgercene, ed eravamo quasi tutti insieme nel giro di una sola annata.

Crescemmo velocemente, come le spighe bionde lasciate a maturare, come in un frutteto, le rosse mele piene di succo. E alla fine di quell’anno avreste potuto dire che eravamo dieci fratelli. Li ricordo tutti, mi sarebbe possibile disegnarne anche le più piccole pieghe del viso e, se chiudo gli occhi, stringendoli con forza, posso far apparire le risate e le caratteristiche speciali di ciascuno di loro.

A quindici anni, amavamo la vita.

Più di Billy, grassottello e con una gran macchia rossa al centro della fronte, che quando s’incavolava, quella gli si allargava di più, e più di Robert, che noi però chiamavamo Poppy, per via del rumore che faceva masticando la cioccolata, e ancora, più di Will, Gregory, Spencer, Taylor, Norton, Jud, Mark, la mia mente non può ritornare alla ragazza che, per la prima volta mi fece capire, che ero un ragazzo.

Ellie entrò a far parte d noi per puro caso, anzi, per uno sfortunatissimo episodio che, guardate un po’, mi vide “eroe per caso”, come oggi si dice. Eravamo a bere al fiume, inginocchiati sulla braccia, sporchi che di più non si poteva e stavamo per accogliere la proposta venuta da Robert il biondo, cioè di gettarci in acqua vestiti, quando sentimmo le prime urla.

Il Vernon è un fiumiciattolo tranquillo che scorre tagliando in due il villaggio ed è profondo non più di un metro, nel suo punto più difficile. Tutto questo, fino ai primi campi coltivati. Per il restante tratto le cose sono ben differenti. Se un adulto del villaggio avesse visto uno di noi giocare vicino al fiume, in quella zona, era molto probabile che quello non avrebbe potuto sedersi per

parecchi giorni, per quante suo glie ne avrebbe date. Naturalmente, tutti noi eravamo dello stesso parere dei nostri genitori, visto che la corrente del Vernon, dopo il tratto di relativa calma, faceva davvero impressione. Taylor diceva che in quelle acque, anche i pesci avevano paura di affogare.

Meno paura di noi ebbe Ellie O’Neil, la ragazzina che sentimmo strillare come una disperata, quel caldo pomeriggio estivo.

Spencer girò la testa di scatto, quando noi ancora ridevamo e ci schizzavamo l’acqua addosso. “Hey, hey ! Sentite”, facemmo silenzio e dopo un attimo, potemmo ascoltare anche noi quella voce. Un richiamo d’aiuto, un urlo strozzato. Qualcuno era caduto nel fiume, esattamente dove “anche i pesci avevamo paura di affogare”. Corremmo, corremmo, come i disperati, senza curarci del fatto che molti di noi erano scalzi. Taylor si tagliò con un sasso, la pianta del piede, ma c’era una persona, una vita!, da salvare. Posto che fossimo ancora in tempo per fare qualsiasi cosa.

E li ricordo ancora, quei piedi impolverati che sparavamo i sassi a destra e sinistra, quei pantaloni avvolti fino al ginocchio e i capelli, sciorinati sui visi spaventati e rossi di sole. Eravamo dieci, sembravamo cento.

Ellie era effettivamente caduta nel fiume, proprio sotto il grande scoglio, che in realtà era solo un grosso sasso coperto di peluria di muschio e di lei potemmo vedere soltanto il braccio destro, che spuntava dall’acqua; la testa appariva per un istante, e subito affondava. La vidi, persa nelle acque; incrociai gli occhi dilatati e mi rimase impressa nella memoria la sua treccia bionda che, come un galleggiante, segnalava la posizione di tutto quanto il resto. Il fiume era una scuderia di cavalli impazziti: la schiuma violenta delle rapide catturava i lineamenti della ragazzina, spingendola da una sponda all’altra. Capii che se avessimo aspettato ancora un po’, l’avremmo persa e lei, sarebbe affogata Alcuni di noi piangevano; non ebbi il tempo per farlo anch’io e non parlo come per sembrare il duro della situazione, soltanto decisi di gettarmi in acqua, perché Ellie non doveva finire cosi. Perché, senza tante storie non c’era altro da fare.

Jud, che un volta era stato capace di tirare un mattone in testa ad un ragazzo molto più grande e molto più grosso di lui, che creava dei problemi a sua sorella, mi guardò mentre mi avvicinavo alla riva e i suoi occhi mi stavano dicendo: “Sei pazzo Roddie ? Sei impazzito o cosa?”, perché il Vernon, in quel punto, per tutti noi, significava solo una cosa: lasciarci le penne. E io, stavo per tuffarmici come un pesce gatto.

Di tutto quanto il resto, di quello che successe poi, ricordo le cose meno importanti. La prima di queste è a sensazione della potenza dell’acqua, che

soltanto che ha vissuto un’esperienza come la mia può conoscere, e vi assicuro che essere spinti dalle mani delle onde, verso un addio totale all’esistenza non è il modo migliore per passare un fine settimana. Poi ricordo di averla afferrata (Ellie intendo), per i fianchi e di averla stretta fino a sentirle le costole mentre con il braccio libero mi tenevo alle radici gommose di una pianta, pregando il buon Dio degli alberi, di non farmi perdere la presa. Ellie non aveva perso conoscenza, ma schizzava acqua dappertutto e molte volte fili sul punto di gettare la spugna e lasciarmi andare con lei verso la fine. Fu il braccio di Taylor a salvarci. Le radici della pianta erano sul punto di strapparsi quando il mio amico mi chiuse la mano sul polso e tese il braccio. Poco dopo, tutti e due eravamo fuori da quell’inferno.

Fradici fino alle ossa, col fiato spezzato e le preghiere nella gola, cademmo esausti sulla breccia. Li come un neonato, iniziai a piangere.

E non ricordo quando sorrisi.

II

Fu così che la conoscemmo.

Disse che era scivolata, mentre guardava il fondo scuro del Vernon. Nessuno le aveva mai detto della pericolosità di quelle rapide. Mi guardava, con quegli occhi azzurri circondati da uno spruzzo di lentiggini e io le sorridevo.

Pensavo che fosse soltanto riconoscente perché m’ero gettato nel fiume ma una cosa mi fù subito chiara: Rod Phoenix, per gli amici Roddie, si era innamorato di quella creatura così delicata:

Divenne dei nostri, e con noi partecipava ai giochi, alla raccolta delle pere gialle e a cento altre cose che c’inventavamo per ammazzare il tempo, in quella caldissima estate di tanto tempo fa.

Ovviamente, il motivo per cui mi sono deciso a scrivere questa serie di ricordi, sta nel fatto che uno di quei giorni fu per me indimenticabile, come può esserlo la rivoluzione per un patriota e divenne uno dei ritorni più frequenti a cui mi abbandonavo. Anche quando di tutto non rimase che il profumo. La sera di tutte le sere, la notte con più stelle di ogni altra notte, uscii di casa verso le dieci e galoppando come forsennato stilla mia bicicletta, raggiunsi il resto della banda e li trovai che già erano seduti intorno ad una quercia, vicinissima al prato dei nostri raduni. Gettai la bicicletta dove loro avevano appoggiato i giubbini e, dopo essermi riavviato i capelli con una mano e cercato le gomme da masticare con l’altra, mi sedetti con loro. C’era posto fra Norton ed Ellie e, con un certo imbarazzo, caddi sull’erba, vicino alla manica annodata del maglione di lei. Faceva freschetto e le cicale frinivano dolcemente, invisibili, nascoste sotto le foglie del campo. Avevano tutti in mano una bottiglia di Bud, la birra che Jud era riuscito a sgraffignare dal magazzino del padre e quello si che era un gesto di puro coraggio!

Dovevate vedere il padre di Jud per capirlo.

“Ciao”, dissi, sperando che lei mi sentisse di più; cercando di indirizzare soltanto a lei il mio saluto. Mi guardò, a lungo e poi sorrise, scoprendo quei magnifici denti bianchi come l’avorio. Solo il cielo sapeva se non avrei fatto qualsiasi cosa per vederla sorridere sempre. Non aveva la birra. Chi poteva non avergliela offerta?

Pescai dalla cassetta una bottiglia e gliela offrii, mentre tutti gli altri stavano stonando una canzone che non ricordo. Ellie scosse la testa, chiudendo gli occhi e dovetti controllarmi perché la bottiglia non mi cadesse di mano.

Non sono molto forti con la voce. Non credi ?”, mi disse.

“No”, cercai, provai a non abbassare lo sguardo, ma finii per arrossire e lei se ne accorse.

Intorno a noi, le uniche cose che si muovevano erano i ciuffi d’erba e gli stormi di rondini che solcavano il cielo buio. Ellie si strinse le braccia intorno al corpo e non potei staccare lo sguardo dai i suoi occhi che si strizzavano; aveva freddo. Sfortunatamente, non avevo pensato a portarmi dietro un giubbino o un maglione e quindi non mi veniva in mente niente per cercare di riscaldarla.

“Questa zona è pianeggiante, il vento spazza forte di notte”, le dissi. Lei si girò e stette ad osservarmi, seria. Gli altri stavano ballando al ritmo di “Jumpin’ at wood side” e non si curavano più di noi, che invece rimanevano seduti sotto l’albero.

“Ci spostiamo più in là?”, mi chiese, indicandomi il campo. Era buio e l’erba, scura come un mare di petrolio, fluttuava monotamente.

“Certo”, risposi, con il cuore in tumulto. Ci alzammo, scrollandoci la terra dai calzoni. Ellie si girò e io ne approfittai per vuotare d’un fiato la bottiglia: mi veniva coraggio e sicurezza. Capitemi, a quindici anni non mi era mai successo di essere a così stretto contatto con una ragazza e vivevo ancora di immaginazione e ipotesi sulla natura dell’altro sesso.

Un’altra cosa che mi è rimasta impressa nella memoria, marchiata a fuoco, è quell’istante in cui io le presi la mano, piccola e fresca e le feci sentire la mia, che tremava. Camminavamo così, a contatto di spalla e io non avevo il coraggio di girarmi verso di lei per provare quello che tante notti avevo sognato, sospirando perché un giorno si avverasse. Le labbra di Ellie erano rosse e coperte di un lucidante e le teneva socchiuse; tutto questo io lo vidi con la coda dell’occhio. Mentre stavo ancora pensando ad un veloce

stratagemma per avvicinarmi ancora di più al suo viso, sentii uno scoppio, molto in lontananza e questo mi fece involontariamente girare verso di lei. Mi stava guardando, con il suo viso dolce e malinconico.

“Sei stupenda Ellie. Io credo di essere…”

lei annuì. “Anch’io credo di essere”.

Poi la baciai e scoprii che un uomo poteva anche morire pur di non dover rinunciare a quello. Capii il cosmo e la logica delle stagioni e tutto quello che era importante e quello che invece non serviva a niente. La baciai, le mie labbra che tremavano sulle sue, morbide e socchiuse. Quella notte fu magica e rimanemmo nel campo per molte ore ancora, a dirci ingenuamente cose da grandi, come “ti amo”; ci stringemmo e vi posso assicurare che poche altre volte fili così contento di vivere come quella notte.

Quando venimmo fuori di lì, con i capelli infilzati dalla paglia, il gruppo non c’era più. La cassa di birra era vuota e noi capimmo che doveva essere veramente tardi.

Il tempo accelerò, come puoi capire chi conserva un ricordo simile al mio; caricai Ellie sulla bicicletta e spinsi sui pedali fino ad indolenzirmi le caviglie e la riportai a casa. i suoi genitori non c’erano, per fortuna di entrambi, e ci salutammo li, davanti alla porta di casa sua con un altro piccolo bacio.

“Ti amo Roddie. Conservati cosi”, mi disse e fu un colpo doversene andare così alla svelta. La guardai nello specchietto che traballava e rimase sulla porta fin quando non mi fui completamente allontanato.

Le conseguenze di quello che successe fra noi furono tre: la mia testa si perse fra le nuvole per tutto il resto della notte; mia madre me le suonò così forte per essere tornato tardi a casa che quasi me ne pentii (quasi!); lo scoppio che avevo sentito era la macchina di quel tizio che un giorno aveva molestato la sorella di Jud, il quale si era piantato contro un muro. L’auto era esplosa e lui, aveva salutato il mondo. L’estate passò troppo in fretta, io e Ellie restammo insieme e gli altri amici ci presero in giro continuamente, perché era successo qualcosa di nuovi in quel gruppo di scapestrati.

Roddie era cresciuto.

III

Quando Ellie partì, per tornarsene in città, non ci dicemmo niente di particolare. Finimmo così come avevamo cominciato, con lo stesso imbarazzo iniziale. Ma quando mi resi conto che non l’avrei mai più rivista il cuore mi si indurì e piansi a lungo. Non era finito un amore; ci eravamo lasciati come due fidanzati.

Prima spostavo una pietra, da una regione all’altra, proprio attraverso il cartello di confine. Soltanto quando lei fu partita capii il dramma di quella pietra, scalzata da casa sua, per essere gettata in un universo di desolazione e solitudine. Cominciavano ad aprirsi mille porte, crebbi velocemente, soffrii troppo. Tutti quelli che c’erano stati intorno a me, pian piano scomparivano, lasciandomi le loro qualità migliori, i sorrisi, gli affetti.

È questo il dramma dell’adolescenza; quando si cambia binario e si cerca ostinatamente di convincersi che nulla è successo, che tutto può ripetersi. Non so dove mi mossi, perché ancora oggi desidero più di ogni altra cosa dire alla gente che sono diverso da loro, dalle abitudini imposte.

Le persone a cui voglio bene lo sanno e mi capiscono. E ancora oggi, mi fa piacere quando mi chiamano Roddie, come i miei dieci amici facevano, quando un bacio di un angelo, ci scuoteva il cuore.

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Quando Ellie partì, per tornarsene in città, non ci dicemmo niente di particolare. Finimmo così come avevamo cominciato, con lo stesso imbarazzo iniziale. Ma quando mi resi conto che non l’avrei mai più rivista il cuore mi si indurì e piansi a lungo. Non era finito un amore; ci eravamo lasciati come due fidanzati.

Prima spostavo una pietra, da una regione all’altra, proprio attraverso il cartello di confine. Soltanto quando lei fu partita capii il dramma di quella pietra, scalzata da casa sua, per essere gettata in un universo di desolazione e solitudine. Cominciavano ad aprirsi mille porte, crebbi velocemente, soffrii troppo. Tutti quelli che c’erano stati intorno a me, pian piano scomparivano, lasciandomi le loro qualità migliori, i sorrisi, gli affetti.

È questo il dramma dell’adolescenza; quando si cambia binario e si cerca ostinatamente di convincersi che nulla è successo, che tutto può ripetersi. Non so dove mi mossi, perché ancora oggi desidero più di ogni altra cosa dire alla gente che sono diverso da loro, dalle abitudini imposte.

Le persone a cui voglio bene lo sanno e mi capiscono. E ancora oggi, mi fa piacere quando mi chiamano Roddie, come i miei dieci amici facevano, quando un bacio di un angelo, ci scuoteva il cuore.

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